mercoledì 26 novembre 2025

Mumble mumble

 



Natangelo

 



Robecchi

 

Sconfitti. Con le Regionali cambia la retorica di Meloni asso pigliatutto
DI ALESSANDRO ROBECCHI
Se avessi un dollaro per ogni volta che ho sentito la frase “il vento sta cambiando” sarei milionario, quindi lascerei da parte gli entusiasmi troppo facili e mi concentrerei sui dati reali: chi governava le regioni prima delle elezioni le governerà anche dopo, un buon pareggio è meglio di una sconfitta. Eppure dire che niente è cambiato è sbagliato tanto quanto, perché risulta innegabile che la situazione è in movimento, e il dato che colpisce più di tutti è questo: l’invincibile armata di Giorgia Meloni non è invincibile per niente, anzi risulta piuttosto fragile. Considerava contendibile la Campania, dove ha perso per decine di punti, e vagheggiava di un sorpasso veneto sulla Lega, dove è stata più che doppiata grazie al candidato leghista meno salviniano che c’è, Luca Zaia.
Il nervosismo dei gerarchi è palpabile, a cominciare dall’ineffabile Donzelli che a urne appena chiuse già prospetta di cambiare la legge elettorale che, sia detto en passant, è una cosa che porta un po’ sfiga, perché tradizione vuole che chi ha cambiato la legge elettorale per vincere le elezioni, quasi sempre poi le ha perse. Siccome l’analisi del voto è una faccenda complicata che richiederà tempo, calcoli e analisi raffinate, fermiamoci un passo prima, alla distanza tra il mondo come viene descritto dalla propaganda governativa e il mondo com’è, distanza piuttosto siderale. Uno dei refrain più gettonati dell’ultimo anno, per esempio, era la formuletta magica che “con un’opposizione così, Meloni governerà per altri x anni” (inserire cifra a piacere che va dai decenni ai secoli), ed ecco che all’improvviso la formuletta non funziona più. Questo dipende forse dal fatto che il Paese reale è un po’ diverso da quello che ogni sera ci viene raccontato a reti quasi unificate. Un paese garrulo e felice, dove tutto va a gonfie vele, l’economia tira, l’occupazione cresce, civiltà e progresso procedono a braccetto a passo di carica, le agenzie di rating ci promuovono e il/la premier viene osannato/a ogni volta che compare sulla scena: mi scuso per aver descritto così in fretta il Tg1. Ma insomma, certe cronache e certe analisi ricordano da vicino, in caricatura e in sedicesimo, alcuni regimi tragicomici dove si sbandierano successi (per pochi) per coprire il disastro (per tutti gli altri).
Nella narrazione corrente aveva dunque preso piede una specie di monito: “Uscite con le mani alzate”, che prevedeva un totale fallimento della linea Schlein nel Pd e un mesto tramonto di Giuseppe Conte su cui da anni si esercitano sarcasmi e ironie. E questo oltre alla speranza che si affidasse tutto il baraccone dell’opposizione a certi figuri sedicenti riformisti entusiasti del riarmo, avidi di guerra e desiderosi di indebitarci per secoli per fermare l’imminente invasione da Est (non da Sud, come dice Tajani per giustificare il ponte sullo Stretto). Insomma, a perdere malamente le Regionali – pur pareggiando – non è solo Meloni e la sua truppa di squinternati, ma anche i teorici del “troppa sinistra”, i centristi che vagheggiavano l’assalto alla segreteria.
La buona notizia, dunque, non è tanto il risultato, l’onorevole pareggio, ma la sensazione che la propaganda non risolva proprio tutti i problemi e che far sfilare in cerchio le truppe possa sì farle sembrare molto numerose, ma soltanto ai fessi che ci cascano. Gli altri, i pochi che vanno a votare, vedono un altro Paese, quello reale, dove Giorgia Meloni è battibile nonostante la capillare occupazione di ogni spazio di potere disponibile.

Sconfitti vincitori sconfitti

 

I diktat degli sconfitti
DI MARCO TRAVAGLIO
C’è un grosso equivoco nel dibattito pro o contro il piano Trump per chiudere dopo 12 anni (non quasi quattro, come si racconta) la guerra in Ucraina. L’equivoco dei vedovi inconsolabili e piagnucolanti perché la pace è ingiusta, anzi finta, anzi una resa per Kiev, perché Trump è putiniano e Putin non perde nulla e non viene punito, perché i confini sono sacri (salvo per Israele, Siria, Kosovo, ecc.), è sempre lo stesso da due anni. Cioè da quando Kiev fallì la controffensiva del 2023, conquistando meno territori di quelli che perse, al prezzo di 100 mila fra morti e mutilati. Il generale Usa Milley l’aveva già capito tre anni fa, dopo l’unica offensiva ucraina riuscita nell’autunno 2022: “Non riprenderete Donbass e Crimea, profittate dello stallo per negoziare un compromesso”. Fu ignorato da Rimbambiden, Nato e Ue al seguito. Risultato: la mattanza del 2023 e la lenta ma costante avanzata russa/ritirata ucraina su tutto il fronte, fino al doppio crollo strategico di Kupyansk e Pokrovsk che spiana la strada per il Nord-Est (Kharkiv) e il Centro-Sud (Dnipro, Zhaporizhzhia e Kherson). È il Paradosso di Kiev, ancor più estremo di quello di Tucidide. Orsini, le altre penne del Fatto e pochi altri analisti lo teorizzano dal primo giorno: più l’Ucraina viene “aiutata” dagli “amici”, più territori e uomini perde. Uno normale cambierebbe “aiuti” e “amici”. O magari capirebbe che il miglior amico è quello che lo aiuta a salvare l’80% di territori rimasti, non a perderne altri per inseguire quelli che non riavrà.
Trump, anti-ideologico e spregiudicato, è l’unico leader ad aver accettato il principio di realtà, al posto delle fiabe che gli altri continuano a raccontarsi. La realtà è questa: la Russia ha vinto la guerra e l’Occidente l’ha persa. E l’equivoco è questo: la Russia non ha vinto perché Trump tresca con Putin (vinceva già sotto Biden), o perché non inviamo abbastanza armi (vinceva anche quando ne inviavamo di più), o perché c’è la guerra ibrida (c’era anche prima, e da entrambi i fronti). Ma perché la Russia è più forte dell’Ucraina, condannata a morte dalla Nato in una guerra per procura a suon di armi e miliardi, ma senza soldati. Di qui deve partire il negoziato per avere qualche chance: dal verdetto del campo, che nessuna arma segreta o tatuaggio può ribaltare. E gli sconfitti non possono dettare le condizioni ai vincitori (semmai il contrario): solo fornire ai russi una buona ragione per fermarsi anziché avanzare ancora, con una proposta che non possano rifiutare. Non sarà etico, non sarà estetico, ma è l’unica strada, anche perché l’alternativa è molto peggiore. La scelta, per Zelensky e i suoi reggicoda europei, non è “fra la dignità e l’alleato americano”. Ma fra una sconfitta oggi e una disfatta domani.

L'Amaca

 

Bambini nell’attico
di Michele Serra
È lecito lasciare soli in casa per tre ore, e con la tata che abita nello stesso stabile, tre bambini di 7, 9 e 11 anni, senza essere accusati di abbandono di minore, come è capitato al calciatore Totti e alla sua compagna? Leggendo la notizia ho ripensato a quando, dagli otto anni in poi, andavo a scuola a piedi, da solo, idem per il rientro. E quando, più o meno alla stessa età, i miei uscivano la sera (lasciandomi il numero di telefono della casa o del ristorante dove andavano a cena: se hai bisogno, chiama) e per me era una pacchia: televisione a gogò mangiando ogni porcheria possibile.
Non so se esista un limite anagrafico “ufficiale” prima del quale lasciare un bambino solo in casa è abbandono. Ci sono persone inaffidabili anche a quarant’anni, e persone serenamente autonome già a dieci. Ma sospetto fortemente che nell’Epoca dell’Ansia (la nostra) la tendenza sarebbe spostare quel limite attorno ai diciotto anni, età nella quale è sperabile che il pupo, la pupa, sappiano sopravvivere soli in casa senza papà e mammà (fuori casa, magari, sono già alla prima rapina).
Capisco che l’argomento è delicato, in fin dei conti siamo nella stessa area della vicenda “bambini nel bosco” che sta facendo discutere mezza Italia. Ma “bambini nell’attico”, magari, meriterebbe un diverso sguardo, un poco meno agitato: le occasioni di ansia motivata sono parecchie, forse è il caso di alleggerire il fardello. A undici anni, un minore è in grado di gestire benissimo tre ore di solitudine, in una casa ben riparata e ben munita, molto meglio di quanto la più ansiosa delle madri, il più apprensivo dei padri, possa sospettare. Anzi: sentirsi libero, oltre a trasmettere una leggera euforia, può perfino indurre a una certa assunzione di responsabilità. Responsabilità: più rara delle terre rare.

martedì 25 novembre 2025

Lectio

 





Il nuovo libro della Tomassini

 

‘’Scrivere dà tormento, mentre la vita è adatta solo agli sconsiderati’’: il nuovo libro di Veronica Tomassini
DI VERONICA TOMASSINI
Anticipiamo uno stralcio di “Roveto ardente. Poetica di una vita tra la ferita e la rivelazione”, il nuovo pamphlet di Veronica Tomassini, in libreria da domani con Transeuropa.
Ho usato troppo sentimento nella vita. Ed è un distacco se vogliamo, un solco ancor più profondo che conferisco, similmente a un trofeo, consapevolmente, alla stessa mia idea di socialità, di mondo finanche. La scrittura andava a nutrirsi di un tale distacco, che però era la mia centralità, il primate sull’esistenza, l’incapacità di aderirvi e intanto esservi dentro, ignara o delusa, perché all’uomo non corrispondeva quasi mai la perfezione di un’illusione. Illusione che la mia scrittura non chiamerà utopia, pessimisticamente. La scrittura per sua natura è sorgiva e tende dunque alla speranza. La speranza è uno sguardo affidato, fiducioso. La scrittura così diventa un travalico verso l’altrove da cui tornare, da dove ci raggiungono consapevolezze spalancate improvvisamente sul nostro avanzare, oppresso, restio o affaticato.
La grande arte ce lo insegna. In fondo non è altro che una ricerca senza requie, fino all’ultimo giorno, all’ultimo tratto, olio, tempera, all’ultima chiusa. L’ultimo degli offesi è l’alabarda, il rio cristallino anche dove dissetarsi. La stoltezza alimenta moti dello spirito, i più elevati, vi dimora una possibilità di transustanziazione. La pochezza diremmo nel linguaggio elementare delle cose, non affidabili perché attagliano un confine, un termine, come per tutte le cose del mondo. In realtà, prevedono un dopo, che la speranza o la fede definisce: oltre. O ancor meglio e audacemente: Dio.
La scrittura, la mia, dimora preferibilmente nell’errore, nella fragilità, teme il sentimentalismo, ne utilizza la radice più vergine. Spera, certo, spera nel dopo, il prato verde, il viaggio di luce, la promessa eterna. Non mi si è rivelata ad ogni modo se non quando ero già nel folto bosco della ricerca, non di una qualche verità, ribadisco, dell’unica e sola. Non lo sapevo ancora in via ragionevole o programmatica. Eseguivo il compito, vivendo male, di scarto o fuori la porta. Prediligendo quelli come me, gli stolti con più coraggio tuttavia. Van Gogh incontrava la miserevole prostituta, “nostra amica e sorella”; gli uomini su cui il sole pareva dimenticarsi di sorgere, su cui pareva persino la Misericordia dimenticarsi di perfezionare i loro spasimi, talmente ributtanti, l’insensato non previsto dal tribunale borghese. Borghesia come parametro del pensiero morto, del binario su cui anfana la locomotiva in marcia verso il capolinea irreparabile. Preferivo gli stolti, anche io, considerandoli non tanto fratelli come appuntava Van Gogh, piuttosto l’unico riflesso dentro cui riconoscermi o riconoscere un luogo dove stare, senza altro che stare. Possiamo chiamarla: pace? Una vaga verosimiglianza con la pace a cui sarà destinato il nostro patire, deduco.
La mia scrittura è stata il tormento. O il tormento esistenziale, ingenerato da una natura fobica e insieme esigente, ha naturalizzato la scrittura?
La somma di tutti gli errori lo è stata. Niente di più, niente di meno.
Stamane camminando lungamente sul viale della stazione, a Massa, luogo in cui questo pamphlet sta affiorando alla stregua di un ciclamino timido eppur fecondo di intuizioni, verificavo, come fosse un brano esclusivo di verità, che la vita è davvero un esercizio adatto ad individui che hanno sviluppato una naturale abilità al qualunquismo o ragionevole sconsideratezza, posti a scudo, e valorosamente dedicata a individui gettati concretamente nei giorni, quand’anche fossero abbastanza volgari, motivassero risate senza gaudio, senza una comprensibile contentezza, quand’anche il fatto necessitasse la capacità di ingoiare tonnellate di stoppa. Certe trattative umane, la scaltrezza, non so come altro definirla, la possibilità di indossare la pusillanimità in ordine di una manciata di opportunismi, o il desolante grigiore di un travet, forse sono i tratti distintivi di chi, in una ipotetica estinzione della razza, sarebbe in grado di sopravvivere. I salvati: sono migliori, i più forti davvero? O i sommersi hanno semplicemente rifiutato ogni cosiddetta trattativa? Cosa c’entra tutto questo con la scrittura? C’entra nel momento in cui la scrittura è una sospensione, momentanea perdurante, della pena, il castigo di sceglierlo, poterlo fare: qui o là. Vivi o scrivi. Di solito non si fanno entrambe le cose. Scrivo perché ho vissuto?
O è l’esatto contrario? Temo che lo sia, l’esatto contrario. Non sapendo fare altro, ho vissuto male, ma ho vissuto affinché ne potessi scrivere. E allora mi domando perché una tale urgenza: vivere per scriverne?
Qual è la ragione profonda di dover esistere in luogo della parola. Cosa restituisce nel gesto finale. Il gesto in sé: cosa traduce, promette, cosa?
Talvolta mi raggiunge una specie di tregua, i pensieri diventano pacifici, quasi innocui, il dolore, sottile, nascosto, desto comunque all’occorrenza senza che per questo si presenti con decisione e mi dica cosa voglia. La tregua mi spiega che può darsi io non sia fatta per questo mondo, liquidiamo la questione frugalmente, con una sorta di slogan: non sei fatta per questo mondo.