martedì 14 ottobre 2025

Sia chiaro!

 



Anonimamente

 

Quando devi cambiare nome sulla scheda perché altrimenti… e comunque dire che “casa riformista è la vera novità della politica italiana”… ci fosse un Nobel per la frescaccia sarebbe loro!



Dal Futuro

 



Riepilogo

 



Intanto, al solito...

 

Meloniadi 2026: lo sport è contorno di affari e cemento
DI GIUSEPPE PIETROBELLI
Scandalose, insostenibili, costosissime Olimpiadi. Quando il 6 febbraio 2026 verrà acceso il braciere nello stadio di San Siro a Milano, il sipario non si alzerà solo su un evento sportivo planetario, ma anche su uno spettacolo molto poco edificante di spese folli e sprechi, promesse di rispetto ambientale non mantenute, opere pubbliche e colate di cemento, menzogne, affari e ideologia. È il Circo Bianco del Coni e del Cio che controllano lo sport e i suoi interessi, è un grande appuntamento diventato simbolo dell’orgoglio nazionale meloniano che ci costerà miliardi, è l’allegra giostra delle opere pubbliche, con una ressa di ministri, sindaci e governatori che vi sono saliti sopra e intendono restarci fino allo stordimento. È un’abbuffata collettiva frutto della sbornia olimpica, occasione irripetibile con il bottino assicurato, il che non significa che i fatti siano soltanto di rilievo penale, come si sta scoprendo nella Milano dei grattacieli. In molti casi basta la politica.
Con una incredibile e vergognosa operazione-fotocopia della storia, a distanza di cento anni dal “Manifesto degli intellettuali del Fascismo”, pubblicato il 21 aprile 1925 su Il Popolo d’Italia, la stessa definizione che racchiude l’essenza del regime diventa il brand del Comitato Organizzatore dei XXV Giochi Invernali. “Il Fascismo è un movimento recente ed antico dello spirito italiano, intimamente connesso alla storia della Nazione italiana…”, scriveva il filosofo-ideologo Giovanni Gentile, raccogliendo le firme di 250 uomini di cultura nell’anno delle “leggi fascistissime”, dieci mesi dopo l’omicidio Matteotti. “Vogliamo rappresentare il Nuovo Spirito Italiano radicato nella tradizione, ma proiettato verso il futuro, uno spirito vibrante e dinamico” annuncia Fondazione Milano Cortina, presentando il progetto al mondo. È la stessa espressione che troviamo nel testamento di Benito Mussolini, scritto sei giorni prima di essere ucciso dai partigiani.
Un secolo dopo, non si tratterà di una sovrapposizione perfetta di identità, eppure non si può catalogare la sincronia terminologica come una semplice bizzarria o coincidenza. È semplicemente inquietante. Non tutte le parole sono innocenti. Quegli stessi termini vengono messi in bocca dagli organizzatori perfino a un ignaro campione del tennis come Jannik Sinner, diventato primo testimonial, che in una lettera-appello ai suoi coetanei scrive: “Saremo i colori di un suggestivo affresco che racconterà l’Italia… racconteremo insieme il nuovo Spirito Italiano, vibrante e dinamico”.
Una montagna di soldi, edito da PaperFirst (362 pagine, 18 euro), dal 14 ottobre in libreria e in tutti gli store online, prende avvio dalla retorica dello sport che fa l’occhiolino a Palazzo Chigi. Continua attraversando le inchieste giudiziarie milanesi, gli appalti truccati, i raccomandati, i giochi di potere in Fondazione Milano Cortina a colpi di spioni, il dominio assoluto del Cio sugli sponsor e la guerra del governo contro la Procura meneghina, colpevole di voler indagare su una società che si dice privata, anche se è composta solo da enti pubblici ed è finanziata dal denaro degli italiani. L’indagine giornalistica è anche un viaggio nei disastri ambientali compiuti nei fragilissimi territori montani di Lombardia, Veneto, Trentino-Alto Adige, frutto di Olimpiadi diffuse che hanno moltiplicato i costi e lo scialo di denaro, in nome della monocultura del turismo, dello sci senza neve e dell’assalto alla montagna. Tutto è cominciato da tre bugie. La prima: le sedi per le gare sono già esistenti e richiedono solo un modesto restyling. La seconda: “La nostra filosofia di moderazione e responsabilità finanziaria darà vita a Giochi Invernali di cui tutti potranno essere orgogliosi”. Talmente orgogliosi e moderati che la spesa pubblica per le sole sedi di gara si è gonfiata dai 204 milioni di euro iniziali alla cifra di 945 milioni di euro.
La semplice organizzazione, che sarebbe dovuta costare 1 miliardo e mezzo di euro grazie a risorse esclusivamente private, è schizzata a 2 miliardi di euro, con quasi 400 milioni di soldi già stanziati dal governo Meloni per ripianare in anticipo i debiti. La terza rassicurazione (“Non sono necessarie nuove infrastrutture di trasporto”) è annegata in un fiume di cemento da 5 miliardi di euro per strade, ponti, ferrovie e parcheggi, con opere per un valore di 3 miliardi che non saranno pronte per le Olimpiadi. Tutto a spese dei contribuenti.
Le gare e le medaglie sono solo una dimensione sovrastrutturale delle Olimpiadi. Lo sport è sudore e fatica, sorrisi e lacrime. Lo sport è bello, ma la ragione profonda – il movente dello scandalo Milano Cortina 2026 – è una banalissima storia di soldi. È il merchandising della montagna che diventa modello di sviluppo e fabbrica del consenso.
Basta prendere una bella cartolina con i campanili e gli chalet, i boschi e i pendii innevati di Anterselva, Predazzo, Tesero, Bormio, Livigno e Cortina. Basta farne un collage con le rocce dolomitiche, le periferie metropolitane di Milano e le pietre millenarie dell’Arena di Verona.
Un pizzico di richiamo identitario allo spirito italiano e il gioco è fatto. È il Belpaese che dice di sì a tutto. All’ingordigia e allo scempio del paesaggio, allo strapotere di Simico che gestisce gli appalti e utilizza scorciatoie che non tollerano valutazioni di impatto ambientale, all’abbattimento meticoloso di un bosco a Cortina così da costruire una pista da bob per pochi intimi, diventata simbolo dello spreco e dell’ossessione del potere.
Sotto gli occhi degli ambientalisti costretti all’impotenza, i campioni di questo saccheggio sono i signori dello sport e gli impareggiabili, sfacciati, protagonisti della politica nostrana. A loro, una medaglia non gliela toglierà nessuno.


A proposito di...

 

Una settimana fa a Gaza i palestinesi morivano a decine al giorno per bombe e per fame, a Tel Aviv il governo annunciava annessioni della Striscia e della Cisgiordania e deportazioni dei gazawi, la Flotilla stava per essere fermata dagli israeliani in acque internazionali e le piazze d’Occidente si riempivano di manifestanti per chiedere ai governi di fermare la mattanza. Sembra un secolo: il quadro s’è totalmente e fulmineamente ribaltato, anche se tutti sanno che la tregua non è la pace (il Medio Oriente passa da una guerra all’altra da tremila anni) e sperano che diventi qualcosa di stabile e duraturo. Perché ciò accada, chi ha il potere di decidere dovrà sfoderare più fantasia e pragmatismo delle tifoserie ultrà che si scontrano nell’opinione pubblica con tesi opposte, ma stesso settarismo: quelli che “Israele è sempre stato e sempre sarà così” (come se Netanyahu fosse uguale a Rabin, ucciso da un fan di Bibi e dei suoi nazi-ministri per aver firmato la pace con Arafat) e quelli che “i palestinesi sono sempre stati e sempre saranno quelli del 7 ottobre”. Un antidoto agli opposti fanatismi che cianciano di “pace giusta” mentre la gente crepa è l’approccio di Trump, che è la canaglia a tutti nota, ma almeno un pregio ce l’ha: non è ideologico, non ragiona per pregiudizi, è completamente amorale e dunque non conosce moralismi né “imperi del Bene” da scatenare in guerra contro gli “assi del Male”. C’è da trattare con Hamas? Tratta con Hamas. Con gli Houthi? Con gli Houthi. Con l’Iran? Con l’Iran. Idem con Putin e Xi. Dovremmo scordarci le “paci giuste”, peraltro mai esistite nella Storia, e acconciarci alle “paci possibili”, che sono sempre “sporche”: nascono dal compromesso fra interessi opposti, cioè dalla diplomazia, che deve scontentare un po’ tutti trovando un punto di incontro realistico rispettando i rapporti di forze.
Vale per Netanyahu, che deve ingoiare un accordo firmato in pompa magna da Trump, Erdogan, al Thani e al Sisi che promuove Hamas a poliziotto di Gaza, rinfoderare i propositi di annessione, deportazione, guerra infinita e tornare al voto con un pugno di mosche. Vale per i palestinesi, che devono trovare una leadership spendibile per riavviare il faticoso percorso verso lo Stato, citato sia pur vagamente dal patto Trump (e chissà che Hamas, o come si chiamerà, non si candidi a esserlo rinunciando alla lotta armata e riconoscendo Israele come fece l’Olp: da terroristi a statisti è un attimo, vedi al Jolani in Siria). E si spera che valga pure per Ucraina e Russia, dove gli euro-nani Ue continuano a inseguire la “pace giusta”, cioè la chimera della sconfitta militare russa, mentre Kiev seguita a perdere uomini e territori. Anche lì l’alternativa alla guerra è una sola: la pace sporca.

L'Amaca


La pace quotata in Borsa
di Michele Serra
Se hai i soldi, la pace puoi comperarla, perché la pace, come tutto il resto, è una merce. Troveremo il modo di quotarla in Borsa. Se oltre ai soldi hai dalla tua anche il Dio della Bibbia (degli altri chi se ne importa), oltre che ricco sei anche dalla parte giusta. Questa la mia sintesi del discorso di Trump alla Knesset. Sintesi brutale e forse anche tendenziosa, me ne rendo conto, ma non saprei farla diversamente.
Si è detto: ben venga la pace di Trump, se porta un poco di conforto alla gente di Gaza e al Medio Oriente in generale. È giusto dirlo, è giusto pensarlo. Né la boria scandalosa con la quale il bullo attualmente capo dell’Occidente incensa se stesso basta a cancellare il suo innegabile momento di trionfo: l’interruzione della carneficina porta la sua firma.
E la memoria torna al nulla, o al quasi nulla, che ha preceduto, nei decenni, questa orribile guerra e questa parvenza di pace. La memoria torna ai dem americani (ed europei: un nome solo, Blair) nel momento in cui il gioco era nelle loro mani.
E a parte un meraviglioso discorso di Obama al Cairo, nel 2009, rivolto al mondo musulmano («fino a quando i nostri rapporti saranno definiti dalle nostre differenze, daremo maggior potere a coloro che perseguono l’odio invece della pace»), ditemi quali concrete tracce politiche, quali gesti di disarmo, quali cambiamenti strutturali per un mondo di pace portano la firma dei dem.

Se oggi un supporter di Trump, con il suo ridicolo cappellino calcato in testa, viene a dirci: e voi, prima di lui, che cosa avevate fatto di concreto per la pace in Medio Oriente e per la pace in generale? È difficile trovare una risposta decente. La prepotenza dei nostri giorni è anche figlia dell’impotenza che l’ha preceduta.