domenica 10 agosto 2025

L'Amaca

 

Ferragosto in Alaska
di MICHELE SERRA
Ferragosto in Alaska sarebbe un ottimo titolo per una nuova ondata di film estivi dei Vanzina. È invece, salvo smentite, la millesima puntata della raffica di voci, di indiscrezioni, di fole e ogni tanto perfino di incontri in carne e ossa che si susseguono da mesi a proposito della cosiddetta “pace in Ucraina”.
I due anziani capi che si sono dati appuntamento lassù sono, almeno in teoria, i terminali di governi, assemblee politiche, diplomazie, apparati militari. Ma la tribalizzazione galoppante dell’umanità ce li raffigura come due incontrastati e incontrastabili maschi alfa, marmorizzati (Putin) e inciuffettati (Trump) dal potere, in grado di fare e disfare il mondo secondo il loro uzzolo.
Putin e Trump, Trump e Putin, se ci fate caso dai titoli di giornale sono quasi scomparse le parole “Stati Uniti” e “Russia”, tanto per chiarire che perfino le Nazioni, nell’evo del nazionalismo risorgente, sono entità minori rispetto ai loro capi. Più che il sovranismo, il populismo, il nazionalismo, è il “capismo” la fase postdemocratica che minaccia di imporsi nel mondo, o forse si è già imposta, e ce la ritroviamo di fronte senza nemmeno il tempo di esserci domandati come e quando è potuto accadere.
Il mandato formale a governare è sempre più formale, i capi si muovono con piccole cerchie di pretoriani che definire “classe dirigente” è molto ottimistico. Perfino nelle foto ufficiali appaiono quasi sempre soli. Da uomo a uomo. Sullo sfondo, con un poco di immaginazione, si riesce a intravvedere anche il resto dell’umanità.

Dubbi

 



Natangelo

 



Puntata 2

 

La brigata polacca e il gangster cody
DI PINO CORRIAS
I fottuti snob di Manhattan chiamano i bravi americani che abitano nel Queens “bridge and tunnel people”. Donald odia quel disprezzo. E per scrollarselo di dosso vuole stupire Manhattan con un grattacielo enorme da rivestire di acciaio nero e cristalli. Per costruirlo compra e demolisce uno dei più famosi edifici di Fifth Avenue, il grande magazzino di lusso Bonwit Teller, dodici piani, inaugurato nel 1929, con una scenografica cancellata d’entrata in bronzo, alluminio e due bassorilievi scolpiti in pietra calcarea. Prima dei lavori, anno 1979, promette di salvare i due capolavori d’Art Déco per donarli al Metropolitan Museum. Ma quando scopre che il recupero avrebbe ritardato di dieci giorni i lavori, fa demolire tutto dai duecento operai polacchi che ha ingaggiato da una ditta di lavaggio auto. Operai in gran parte senza permesso di soggiorno, né residenza, costretti a dormire al freddo nel cantiere, con contratti di lavoro in nero, 5 dollari all’ora per dodici ore di lavoro al giorno, sette giorni su sette, niente casco, niente protezioni per l’amianto, nessun dispositivo elettrico per la demolizione, solo muscoli, sudore e una mazza a testa. I giornali li chiamano “la brigata polacca”. Fioccano denunce dei residenti perché lavorano anche di notte. E dopo i primi infortuni il tribunale apre una inchiesta. Si scopre che Trump gode della protezione del gangster John Cody che controlla il cantiere attraverso il sindacato. Interrogato dal giudice Stewart, Trump dichiara di essere all’oscuro di tutto, è andato in cantiere solo qualche volta, non sa nulla dei contratti, né degli operai immigrati. Schiera avvocati, nega l’evidenza, paga penali irrisorie. La torre cresce fino al 58° piano. Inaugurazione il 14 febbraio 1983, con tripudio di luci nell’atrio monumentale che occupa i primi cinque piani del grattacielo, una cascata alta diciotto metri, scale mobili illuminate, pareti di marmo rosa. Il suo nome finalmente scolpito sul cielo di Manhattan: Trump Tower. Il settimanale Forbes la valuta 288 milioni di dollari. Diventa attrazione turistica e simbolo delle mille luci di New York, degli yuppie, delle modelle che scendono allo Studio 54 e incontrano i milionari nel circolo Le Club, dove Donald si è appena iscritto con il suo nuovo mentore, l’avvocato Roy Cohn.
(2 – Continua)

Si credono furbi

 

Chi vince, chi perde
DI MARCO TRAVAGLIO
Nessuno può sapere se il ferragosto di Trump e Putin in Alaska congelerà la guerra. Per ora le certezze sono solo due. 1) Il summit consacrerà una verità nota a tutti, ma negata come putinismo: la guerra non è fra Ucraina e Russia, ma fra Usa e Russia. E Trump, rinnegando le follie della filiera nera Clinton-Bush jr-Obama-Biden, lo riconosce col summit bilaterale, in cui Zelensky e magari qualche euro-pigmeo faranno forse capolino da remoto, cioè da comparse più che da protagonisti. 2) Se il vertice avrà successo, la soluzione sarà quella nota a tutti da due anni, cioè dal flop della controffensiva ucraina del 2023, ma respinta come “pace ingiusta”: oltre alla Crimea, Mosca si terrà gran parte dei territori conquistati e, se rinuncerà a quelli in sovrappiù, sarà per barattarli con garanzie di sicurezza: Kiev non solo fuori dalla Nato, ma anche ampiamente smilitarizzata. Altrimenti i russi continueranno ad avanzare e gli ucraini a perdere terreno e uomini, pentendosi di non aver firmato. Così come oggi si pentono di non aver firmato a Istanbul nel 2022, subito dopo l’invasione, quando Putin non chiedeva territori e offriva il ritiro delle truppe in cambio di un’Ucraina neutrale e smilitarizzata e di un Donbass autonomo.
Nel dicembre scorso Zelensky si arrese alla realtà: “Non riusciremo a riconquistare la Crimea e le regioni occupate dai russi”: Lugansk, gran parte del Donetsk e metà di Kherson e Zhaporizhzhia. Ma, per salvare la faccia sua e dei complici Ue, continuò la guerra senza riuscire a spiegarne il perché al popolo e alle truppe. In aprile il suo ex consigliere Oleksji Arestovich lo avvisò: “Possiamo scegliere di negoziare oggi perdendo 4 regioni più la Crimea, oppure accettare tra sei mesi di perderne 7 o 8”. Ora infatti i russi avanzano pure a Odessa, Sumy, Kharkiv e Dnipropetrovsk. A lasciarli fare, fra un anno Zelensky – se sarà ancora lì – potrebbe vedersi costretto a chiedere a Putin ciò che oggi Putin chiede a lui. È questo che rende asimmetriche le posizioni di protagonisti e comprimari del negoziato. Quella di Putin è “win win” perché, comunque vada, vince lui: se la guerra finisce, ottiene a tavolino ciò che ha preso; se continua, mantiene ciò che ha preso e conquista nuovi territori. Quella di Zelensky e dell’Ue è “lose-lose” perché, comunque vada, perdono: o rinunciano subito alla follia della “vittoria sulla Russia” e ammettono la sconfitta; o continueranno a subirla sul campo. Trump invece ha un’opzione favorevole su due: se riesce a chiudere la guerra, può continuare ad accarezzare l’aspirazione-illusione-ossessione del Nobel per la pace. Ed è il fattore Usa che rende la tregua meno improbabile di tre anni fa. A Istanbul, Biden remava contro. In Alaska, Trump remerà a favore.

Milano da bari

 

Inglesorum: la neolingua dei grattacielisti milanesi 

di Daniela Ranieri 

Si sa: quando ci vogliono infinocchiare, i cosiddetti governanti usano l’inglese (“Jobs Act”, “Flat tax”), il latinorum dei nuovi potenti, che lungi dal denunciarsi quale sicura fregatura dà ancora un’idea di efficienza, sveltezza, modernità. A leggere le carte dell’inchiesta Grattacieli Puliti sul giro di consulenze e appalti che stavano dietro alle grandi costruzioni fallico-verticali chez Beppe Sala, se ne ha un’eloquente conferma.

Ecco allora la “vision” tutta “carbon neutral” della nuova dinastia di costruttori, e l’“housing accessibile” (alloggi a prezzi calmierati, di cui è notoriamente prodiga Milano); ecco l’“Urban Jungle”, come doveva chiamarsi il progetto di via Razza (giungla, sì, perché prevede piante rampicanti su una facciata); ecco il “Milano City Village” di via Tacito. E che dire delle avanguardistiche “Park Towers” di via Crescenzago, realizzate dall’immobiliarista Bezziccheri (ora in carcere), autore anche di uno dei famosi “giardini nascosti” della città (Milano è piena di “secret garden”, siano essi locali, ristoranti, B&B), un po’ troppo nascosto, secondo i comitati che hanno mandato esposti in Procura, nel senso di presuntamente abusivo. Queste “Park Towers” di via Crescenzago, poi, sarebbero “la tua casa affacciata sul parco”, il Lambro, e sono da intendersi in pacchetto col primo grattacielo a processo (la Torre Milano di via Stresa), dove si prometteva di “vivere l’emozione di stare a un passo dal cielo”.

Tutto perché l’Europa ci guardi con rispetto, avendo noi adeguato il linguaggio all’agenda Onu sul clima, che è in inglese anche se noi la interpretiamo all’italiana, adeguando la nostra tradizione filologica alla pratica nota nel mondo come “greenwashing”, “risciacquo verde”, cioè ecologismo di facciata. Si tratta di appioppare etichette false e accattivanti sul vecchio cemento per fingere che le nuove costruzioni non abbiano un impatto ambientale, ma anzi aiutino a contenere le emissioni di CO2 e a fare più verdi le nostre città.

Noi, inteso come Italia mediatica, stavamo tranquilli, essendo Beppe Sala sindaco di pseudo-sinistra, benvisto dalle élite aristodem delle Ztl, argine alla destra e alla borghesia familiar-imprenditoriale à la Letizia Moratti, di cui en passant è stato “city manager” (appunto).

Che non si dica che questi nuovi grattacielisti parlano come i vecchi palazzinari, che al massimo chiamavano i nuovi insediamenti cementificati “Milano 2” e “Milano 3”, ghetti per ricchi dichiarati come tali, con quel po’ di verde pastorizzato utile a rassicurare la borghesia affaristica, anche se a dirla tutta persino Berlusconi ribattezzò i lotti con nomi botanici come “Querce”, “Betulle”, etc. Ma questa di Grattacieli puliti è tutta un’altra storia, se non altro perché sindaco, costruttori e consulenti-commissari (incidentalmente a libro paga dei costruttori per altre consulenze) pretendevano di edificare anche dentro Milano 1, oltre che a Lambrate (pardon: “East Town”), partendo da cortili da ristrutturare e arrivando fino al cielo per rendere tutta Milano una grande pubblicitaria riserva per benestanti alla moda. Vuoi mettere il ciuffo del bel “re del mattone” Manfredi Catella, già eccellenza renziana, con la pelata dei Berlusconi e dei Carlino.

Delizioso il nome della potentissima impresa edile “AbitareIn”, fucina del “Lambrate Twin Palace”, accusata di corruzione, laddove quell’“In” fa un po’ ridere nella città più escludente d’Europa dopo Montecarlo, e che ci sembra stia a significare qualcosa come “di tendenza”, “attuale”; giacché si sa che i ricchi “abitano”, nel senso di “soggiornano”, “passano” sono “su” Milano, mentre i poveri bivaccano, occupano, stanziano abusivamente e pesano sul bilancio comunale, non comprando beni di lusso e non contribuendo al famigerato “ritorno di immagine”, altra piaga di quest’epoca pubblicitaria e comunicazionale. Parassiti.

Il sospetto è che non sia solo marketing furbo: questi parlano e pensano proprio così, in Googlish.

Notevole il “prendilo come un warning” di un ormai famoso e perentorio sms dell’archistar Boeri al sindaco Sala, occorrenza-tipo di quella neolingua aziendalista pseudo-anglofona che ha contaminato tutti gli ambiti del vivere collettivo, dalla scuola, ai media, alla sanità e naturalmente alla politica, il campo più permeabile alla vuotezza di pensiero e alla scarsa proprietà di linguaggio di nuovi e vecchi ricchi. Il quale Boeri, si sa, è ideatore del Bosconavigli, il complesso con quel “bosco verticale” che se non è abuso edilizio lo è quantomeno di figure retoriche, in specie l’analogia e la sineddoche, essendo esso “bosco” sostanzialmente un palazzone con molte piante sui balconi, tali da dare all’ignaro automobilista-passante l’impressione che dietro le foglie ci siano legno, corteccia e rami veri, e non il solito cemento armato (a riprova che se vogliono ci prendono per il culo anche in italiano).