Un luogo ideale per trasmettere i miei pensieri a chi abbia voglia e pazienza di leggerli. Senza altro scopo che il portare alla luce i sentimenti che mi differenziano dai bovini, anche se alcune volte scrivo come loro, grammaticalmente parlando! Grazie!
venerdì 4 luglio 2025
Era
L’Amaca
Torri dorate e niente dentro
di Michele Serra
Sta usando apertamente il suo incarico pubblico per arricchirsi smodatamente, secondo l’uso più squalificante della politica. Ha favorito il suo clan familiare nella maniera più sfacciata. È arrogante, incolto, rapace con le femmine, vendicativo con i maschi che non gli si sottomettono. In politica estera l’unico suo criterio leggibile è schierarsi con i forti e schiacciare i deboli. Parla un americano basico, con un vocabolario molto limitato. Odia la cultura perché non ne capisce l’utilità. Ha scelto per il suo governo figure pittoresche della destra più becera, quasi tutti incompetenti rispetto all’incarico.
La repressione lo eccita: ha chiamato “Alligator Alcatraz” il nuovo reclusorio per migranti, sostiene con un ghigno da cattivo dei B-movie che chi tenta la fuga verrà divorato dagli alligatori. Il suo ultimo gadget spremi-soldi è un profumo che viene venduto con una sua statuina dorata, l’oggetto è così pacchiano che perfino Vanna Marchi avrebbe qualche difficoltà a venderlo.
Viene il dubbio che Donald Trump sia veramente l’uomo delle Provvidenza: nel senso che è venuto al mondo per incarnare la fase terminale del capitalismo e annunciarne la fine. Torri dorate, e niente dentro. Più niente che sprigioni dai soldi, se non i soldi. Più niente che tenga in piedi la politica, se non la volontà di perpetuazione di una casta sempre più ristretta di megaricchi. Difficile perfino chiamare “destra” questa incarnazione della fine. Le persone di buone intenzioni, e specialmente i ragazzi, devono preparare il dopo senza farsi spaventare troppo da questo puzzo di morte.
Ritratto
Il consolatore ciociaro, merluzzo-delfino che sogna il Quirinale
DI PINO CORRIAS
Quando siamo tristi per le cose brutte che ci accadono intorno, quando siamo spaventati perché il mondo scotta, anzi brucia, è sempre lui che ci viene in soccorso. Con una buona parola equivalente a un bicchiere di acqua fresca che ci disseta, a una pacca sulle spalle che ci rincuora. Il mondo non è poi così cattivo e senza speranza finché c’è lui, Tajani Antonio, il nostro ministro degli Esteri, l’ennesimo ciociaro che abbiamo volentieri esportato agli onori del mondo, dopo i portenti del Divo Giulio. L’ultimo monarchico prestato alla Repubblica, in corsa già oggi per la prossima presidenza di tutti gli arazzi custoditi al Quirinale. Che dio ci conservi Mattarella.
Dai tempi della progressiva scomparsa di Mastella e dalla molesta permanenza di Pier Ferdinando Casini – impegnati in queste ore a fare i piccoli Bezos di Ceppaloni – Tajani è il nostro politico preferito. Quello che il tg – dopo la sequenza dei massacri in corso e dei bambini bruciati vivi – usa per consolarci da ogni malumore, cogliendolo sempre nel momento più bello della sua giornata, quello in cui ha finito di rastrellare l’ultimo maccherone e si avvia in ufficio, alla Farnesina, compiendo la lenta passeggiata digestiva, gli occhi spampanati davanti alla sua eterna commedia e alla nostra. Che lui perfeziona con lentissime dichiarazioni, ultimamente arricchite dall’uso eccessivo di peperoncino che alle attuali temperature agisce come l’acido lisergico: “La bandiera dell’Europa? È azzurra in omaggio al manto della Madonna. E le dodici stelle sono le tribù di Israele”. Come no.
Poco prima della guerra dei dodici giorni, Antonio ha detto che non ci sarebbe stata alcuna guerra tra Gerusalemme e l’Iran. Né che l’America, trasformata da Trump in permanente ospedale psichiatrico, avrebbe mai bombardato i siti nucleari degli ayatollah. Tranquilli, diceva: “L’Italia lavora per la pace”. E poi: “Non ci risulta che Israele abbia intenzione di attaccare Teheran”.
Perciò immaginate lo stupore quando il 12 giugno lo hanno svegliato di soprassalto per riferirgli che l’attacco all’Iran era appena iniziato. E di come si sia precipitato alla Farnesina, dopo il Nesquik, affinché qualche ambasciatore o generale dislocato nel mondo a nostre spese, si degnasse di passare anche a lui qualche informazione, quietando il suo comprensibile sgomento. Al punto che intorno a mezzogiorno, sentendosi offeso dalle risate al suo arrivo in Parlamento, ha detto piccatissimo: “Questa mattina alle 3.30 ero già al lavoro. Invito anche le opposizioni a seguire il mio esempio di svegliarsi presto”. Per lui era quello il punto cruciale degli avvenimenti, la sua sveglia. Per poi informarci che proprio sotto la sua guida, “l’Italia sta lavorando alla de-escalation, per una soluzione diplomatica di questa vicenda”. Altro che Casa Bianca. E che lui personalmente seguiva la sorte dei connazionali per farli rientrare in Italia il più in fretta possibile, con aerei speciali, dimostrando che neanche lui si fidava delle sue previsioni.
Anche stavolta aveva così tanto torto, che a mettere insieme le sue dichiarazioni e la sua storia torna immancabile il sorriso. Ne ho archiviate di bellissime.
La migliore risale a prima dell’inferno palestinese: “Ho parlato alcuni minuti con Netanyahu del problema dell’immigrazione e lui mi ha fatto notare che l’Italia è circondata da tre mari”. E poi: “In Medio Oriente la situazione è complicata, ma noi non dobbiamo demordere”. “Con la Russia dobbiamo evitare l’escalation”. “Almasri rimpatriato? Forse bisognerebbe aprire una inchiesta sulla Corte Penale Internazionale”. Giusto, non sul torturatore libico.
Tajani, lo sapete, viene dalla primissima nidiata di Silvio Berlusconi. Lo pescò ancora ciambellone tra gli inchiostri de Il Giornale, anno 1994, dove strascicava le sue cronache dal Transatlantico. E lo trasformò, in anni di signorsì, nel suo preferito ciambellano. Si seppe, a quel tempo, che era nato nell’anno 1953, babbo generale di fanteria, infanzia ai Parioli, adolescenza al liceo Tasso in battaglia di quell’altro fulmine di Paolo Gentiloni, conte di Filottrano, che ai tempi guidava le zecche comuniste per poi farsi nostro presidente del Consiglio e Commissario europeo, nei panni del Moviolone.
A quell’epoca, Tajani era monarchico, stravaganza che tutti immaginavano estinta come certi lepidotteri inghiottiti dal Giurassico, e che invece sopravviveva tra le rughe e l’argenteria nei tetri palazzi della nobiltà romana nullafacente. In lui fino al dettaglio di preferire Amedeo d’Aosta a Vittorio Emanuele.
Trombato alle prime elezioni in Italia, nel ’94 sbarca in Europa. Sembra un parcheggio. Ci resterà per una ventina d’anni, durante i quali diventa grandicello, ma continua a dare del lei al Dottore e ad alzarsi quando entra. Due volte diventa Commissario europeo. Una volta addirittura presidente dell’Europarlamento. Da dove ogni tanto emette dei bip che segnalano la sua esistenza in vita. Contro l’euro-burocrazia dice: “La nostra Europa non è quella dei burocrati”. Contro l’euro-razzismo dice: “La nostra Europa non è quella del razzismo”. Il meglio lo dà sull’immigrazione con un esordio formidabile: “La nostra storia comincia alle Termopoli, quando i greci hanno respinto l’invasione dei persiani”. E continua: “Continua sulle isole, in riva al mare, lungo i fiumi. Secoli di scambi. Mescolanza di pensieri. Dialettica di idee, di arte e di scienza”.
Angela Merkel lo trova irresistibile. Gran feeling correrà tra i due, moltiplicando la ruggine tra lui e Matteo Salvini, uno scontro tra titani, che dura ancora oggi.
Quando Silvio lo richiama in patria, i suoi colleghi di partito lo festeggiano: “Da merluzzo è diventato delfino”. Primeggia negli anni del Grande Declino. Illude il Capo quando pretende il Quirinale prima del paradiso. Fa il sesto figlio durante le esequie. Per poi mettersi nella scia di Marina, il maschio alfa di Arcore, che tiene nel borsellino i debiti del partito. Lui offre l’inchino ogni volta che deve, come gli ha insegnato Gianni Letta. Senza mai dimenticarsi della buonanima: “Ci sta guardando da lassù – salmodiò commosso al congresso aziendale di Forza Italia. È con noi in streaming”.
E mentre il governo oggi consuma la sua vendetta contro la magistratura, declama: “Dedicheremo la Riforma della giustizia a lui, Silvio Berlusconi, che ha tanto sofferto, ha tanto lottato”. Giusto: fino alla piena assoluzione dei funerali di Stato.
Servilismo estremo
La serva serve
DI MARCO TRAVAGLIO
Se la padrona si giudica dai servi che si sceglie, la Meloni è messa maluccio. Bocchino, con grave sprezzo del cognome, l’ha appena candidata al Nobel per l’Economia. E chissà come l’ha presa Brunetta, che anni fa all’ambìto riconoscimento si era autocandidato, come i gatti che si leccano il culo da soli. O come B., che passava il tempo a congratularsi con se stesso: “Sono il miglior presidente del Consiglio degli ultimi 150 anni”, “sono l’unto del Signore”, “sono alto un metro e 71”, anticipando la vasta servitù che teneva a libro paga in FI, aziende, giornali, tv, case editrici. E che comunque non risparmiava la saliva: “È un ragazzo della via Paal: troppo buono” (Sgarbi), “Ha un aspetto fanciullesco che mi ricorda Mozart”, “è come Gengis Khan”, “un’opera pop” (Ferrara), “Ci parla proprio come un padre” (Fede), “Sono unilateralmente innamorato di lui” (Alfano). Letta era romanista e Fede juventino, ma per Lui passarono al Milan. Più o meno le stesse lingue umettarono poi, in sequenza, le terga di Napolitano (“va al cinema e paga il biglietto”, Corriere), Monti (ah, quel loden così sobrio!), Renzi (“il fidanzato d’Italia, quello strano fluido della Leopolda”, Rep), Mattarella (“È di filigrana sottile, il Cristo col sorriso dolce e amaro di una vita investita dalla tragedia”, Merlo, Rep), Draghi (“atterra con la sua astronave a Montecitorio già di mattina per studiare il terreno e gli abitanti del nuovo pianeta… Nella Sala dei Busti persino De Nicola e De Gasperi si guardano e sembrano sorridere”, Bei, Rep).
Ora da tre anni, tolte quelle defunte o avvizzite e aggiunte le novizie, si dedicano h 24 alla Meloni: “Madonna Giorgia” (Ferrara), “una fuoriclasse, avercene” (Concita De Gregorio), “può essere la nuova Merkel” (Bisignani), “una pop star internazionale”, “l’Uomo dell’Anno”, “la mamma di ferro” (Sechi), “Tam tam tra i migranti: ‘Ora c’è la Meloni, non partiamo più’” (Sallusti), “ha realizzato una specie di veni, vidi, vici in chiave moderna” (Folli), “I Meloneskin” (Foglio), “Regina Giorgia”, “Instancabile, lavora pure il dì di festa” (Corriere), “ex brutto anatroccolo trasformatosi in cigno” (Polito el Drito), “la più brava tra gli europei” (Tronchetti Provera), “la Papessa, tutti vogliono incontrarla” (Riformista), “premier senza ombre”, “Kingmaker d’Europa”, “Regina d’Europa” (Vespa). Ma anche, volendo, Madre purissima, Madre ammirabile, Sede della Sapienza, Causa della nostra letizia, Porta del cielo, Stella del mattino, Salute degli infermi, Rifugio dei peccatori, Consolatrice degli afflitti, Aiuto dei cristiani, Regina della famiglia, Regina della pace. E naturalmente Nobel per l’Economia. Diceva Benito Mussolini: “Come si fa a non diventare padroni di un Paese di servitori?”.
giovedì 3 luglio 2025
L'Amaca
Alex, che voleva cambiare il gioco
di MICHELE SERRA
Oggi è il trentesimo anniversario della morte di Alexander Langer, che decise di andarsene quando non aveva ancora cinquant’anni. Fu tante cose, così tante che quasi imbarazza ricordarlo in uno spazio così piccolo.
L’attività di intellettuale e quella di politico erano, per lui, semplicemente la stessa cosa: indistinguibili, come se il pensiero non fosse possibile senza la politica e viceversa. Internazionalista e umanista, si definiva facitore di pace — non pacifista — e si vergognò a morte, da europeo, dell’insussistenza e della viltà dell’Europa durante l’orribile guerra tra le micro-nazioni della fu Jugoslavia. Pochi giorni dopo la sua scomparsa, come in un passaggio di testimone tra gli offesi e i carnefici, a Srebrenica i serbo-bosniaci massacrarono la popolazione musulmana come si fa con i tonni nella tonnara. Il genocidio era tornato in Europa.
Verrebbe da pensarlo come uno sconfitto, perché quasi nulla di ciò che avrebbe voluto è accaduto in Europa e nel mondo, e quasi tutto ciò che non voleva — il nazionalismo, la divisione, la guerra — è accaduto e continua ad accadere. Negli ultimi trent’anni sembra spazzata via la possibilità stessa di una diversa umanità, più fantasiosa delle nazioni, più intelligente della violenza, più pensosa, profonda e gentile. Il format del maschio prepotente e incolto domina la scena: nel gioco dei contrari, per immaginare Langer basta pensare al preciso opposto di Trump.
Però basta rileggere, o leggere, Il viaggiatore leggero, il libretto Sellerio che raccoglie alcuni dei suoi scritti, per ritrovare la voglia di battersi, diciamo così, proprio su un altro piano. A un altro livello, con altri mezzi, altre parole. Come se la vera posta in palio non fosse battere il nemico, ma cambiare il campo di gioco e le sue regole.
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