mercoledì 4 giugno 2025

Natangelo

 



Caos bellico

 

La follia di chi scambia una guerra per un gol
DI ELENA BASILE
Il 2 giugno sulla Stampa Stefano Stefanini, ambasciatore a riposo, scrive un articolo trionfalistico in relazione all’attacco ucraino alla Russia. Caro Stefano, quale trasformazione antropologica ti ha colpito come una infezione che si diffonde e non risparmia quasi nessun componente dell’élite europea? Purtroppo non siamo di fronte a una partita di calcio: gol! Un punto per l’Ucraina. Come ha testimoniato il New York Times in un articolo già dimenticato dalla propaganda corrente, gli attacchi in territorio russo avvengono in virtù di una struttura piramidale al cui vertice ci sono l’intelligence, gli addestratori occidentali senza i quali l’Ucraina, del resto finanziata e armata, tenuta artificialmente in vita dai Paesi Nato, non potrebbe effettuare alcuna controffensiva, soprattutto non potrebbe colpire bersagli strategici in territorio russo.
Dobbiamo quindi essere soddisfatti per un attacco Nato a 40 bombardieri nucleari russi? Eppure sappiamo che secondo la dottrina militare un attacco Nato a obiettivi strategici viene visto da Mosca come la concretizzazione della minaccia esistenziale alla Federazione russa in grado di provocare una risposta nucleare legittima e difensiva. Zelensky, che ha svenduto il suo Paese a interessi neoconservatori dello Stato profondo statunitense, oggi trasferitosi in Europa, in caso di risposta nucleare tattica sarà contento di vedere la fine materiale dell’Ucraina? Si considera questo rischio minimo perché è sulla pelle degli ucraini? Mosca non colpirebbe un Paese Nato per timore di rappresaglie nucleari contro il proprio territorio. Kiev non è difesa dall’articolo 5 e dubito fortemente che “i quattro moschettieri” (Starmer, Macron, Merz e Tusk) rischierebbero un attacco sul loro territorio per difendere Kiev. Gli ucraini come i gazawi sono sacrificabili.
È possibile l’escalation, vedere il bluff di Putin rischiando la sopravvivenza di un Paese. Probabilmente Mosca non cadrà nella trappola. Dobbiamo la limitazione dell’escalation al sangue freddo dell’esacrato autocrate mentre i dirigenti democratici pazzerelloni si divertono a provocarlo. La risposta mi auguro non sarà nucleare, ma rappresenterà un gradino in più nell’escalation, mai vista durante la Guerra fredda, che ci sta portando ogni giorno più vicini all’abisso di uno scontro diretto Nato-Russia, quindi alla Terza guerra mondiale. L’opinione pubblica come la rana bollita di Chomsky, è ormai assuefatta. C’è in gioco la vita di figli e nipoti in Europa innanzitutto. Ma che importa? Essa richiama la nostra attenzione per una battuta cinica a tavola e un altro brindisi.
La tesi delirante che sottostà alle analisi di tanti editorialisti è sempre la stessa. Bisogna spaventare l’orso, Mosca deve arrivare con la coda tra le gambe ai negoziati, sapendo di essere vulnerabile. Sono trascorsi tre anni di guerra con centinaia di migliaia di morti e questa tesi è stata sconfessata dai fatti. Ogni atto di guerra ucraino e occidentale ha sempre avuto una risposta al rialzo da parte di Mosca. Del resto l’espansionismo della Nato in un quadro unipolare aveva come fine la resa della Federazione russa, che avrebbe dovuto realizzare di essere il perdente della Guerra fredda, come chiosava Condoleezza Rice, e accettare il suo posto nella gerarchia delle potenze. Non mi sembra che la strategia sia riuscita. La Russia, la cui storia è stata nei secoli una manifestazione di sovranità e patriottismo, non ha piegato la testa ma prima con l’annessione della Crimea e poi con l’invasione dell’Ucraina, ha accettato il gioco d’azzardo della Nato, fomentando l’escalation.
Di fronte alla caparbietà con cui le élite europee della Nato continuano, contro lo stesso presidente statunitense, a fomentare la guerra e a spingere l’escalation fino al conflitto nucleare tattico in Ucraina, ci si domanda se non abbiano una loro razionalità basata su una carta di riserva che non ci è dato di conoscere. Puntano a trascinare Mosca in un attacco nucleare tattico contro l’Ucraina sperando che il livello di distruzione provocato isoli Putin anche in ambito Brics? Sarebbe facile allora applicare nuove sanzioni questa volta eseguite anche da paesi terzi rispetto alla Nato e continuare la guerra fino alla caduta del regime? Un piano demoniaco degno dei personaggi psicopatici dei film hollywoodiani. Quarantamila morti gazawi fa, mi sono rivolta al Presidente Mattarella per chiedergli di condannare il tentato genocidio dei palestinesi. Vedo che finalmente, anche se tardivamente, la condanna è arrivata. Non vorrei che, affinché vengano sconfessate le politiche neoconservatrici dello Stato profondo Usa, si debba attendere la catastrofe nucleare tattica a Kiev, il sacrificio totale del popolo ucraino.

Robecchi

 

Gangster&C. Articolo 1: un pianeta fondato ormai sul conflitto d’interessi
DI ALESSANDRO ROBECCHI
Annuncio i dazi, le Borse scendono, compro azioni. Annullo i dazi, le Borse salgono, vendo azioni. Bel colpo. Riunisco i miei amici miliardari nello Studio Ovale, tartine e pacche sulle spalle: “Ehi, Jack, ti ho fatto guadagnare 700 milioni!”. Risate. Un film di gangster degli anni Cinquanta. Si ricomincia. Annuncio i dazi, compro, sospendo i dazi, vendo. Se tutti noi potessimo fare il giochetto in voga alla Casa Bianca saremmo ricchi sfondati, il che ci autorizzerebbe a rompere il cazzo ai poveri, con deportazioni indiscriminate, retate per le strade, nelle scuole, nelle chiese, che manco il decreto Sicurezza di Meloni e Piantedosi, quello per cui se blocchi una strada rischi più anni di galera che se ammazzi la moglie.
Domanda per chi passa di qui: quanti anni abbiamo sudato, strepitato, scritto e argomentato contro il conflitto di interessi di Silvio Berlusconi che aveva tre tv (private), nominava i vertici di altre tre tv (pubbliche)? Bene, ora ci sono tre o quattro persone che gestiscono l’informazione mondiale, decidono cosa si può scrivere e cosa no, oscurano qui e là con provvedimenti mirati, decidono chi può urlare e chi deve sussurrare. Il conflitto d’interessi è diventato il motore del mondo, una specie di stravolgimento di quel che si diceva secoli fa, negli anni Settanta: “Il privato è politico”. E come no: con un ruolo politico diventi ricco nel privato. O assassino.
Il capo del governo di Israele, per dirne uno, circondato da tagliagole che teorizzano la soluzione finale per l’intero popolo palestinese (fanno i ministri, perlopiù), si adopera quotidianamente per assassinare donne e bambini a Gaza pur di restare in sella al suo governo, perché se non restasse in sella a gestire un genocidio andrebbe dritto in galera (e non per genocidio, questa è la cosa più grave). È un altro conflitto di interessi, vite (palestinesi) in cambio del destino di Netanyahu e dei suoi complici. Visto che si parla tanto dei valori dell’Occidente (che l’Occidente difende strenuamente assassinando bambini a Khan Younis), direi che il valore principale, sotto gli occhi di tutti, decisamente consistente, è proprio il conflitto d’interessi. Giusto l’altro giorno, festa della Repubblica, il ministro della Difesa italiano, Guido Crosetto, avvertiva tutti che la pace non è scontata, che bisogna armarsi, che spendere soldi in armi è giusto e doveroso. Fino a poco prima di diventare il ministro che compra armamenti, faceva il presidente di chi vendeva armamenti, un po’ come mettere il lupo a guardia del pollaio, diciamo. Il tutto mentre si discute allegramente se e come destinare soldi del welfare e della sanità a… bravi, indovinato: armamenti.
Dire che sono saltati tutti i parametri è poco, la verità è che finalmente sono caduti quei pochi veli di vergogna e ora è tutto lecito: chi solleva il dubbio che esista un conflitto di interessi è diventato un vecchio barbogio noioso. Così, all’ombra di alcuni dei più enormi conflitti d’interessi del pianeta, possono fiorire schifezze d’ogni tipo, il cui fine è la conservazione e il potenziamento delle classi dirigenti. Si abolisce l’abuso d’ufficio, reato che proteggeva da migliaia di “piccoli” conflitti d’interessi, ma si può andare in galera per una manifestazione pacifica contro le grandi opere, cioè si assolve chi comanda e si colpisce chi protesta, si premia il consenso e si criminalizza il dissenso. In sostanza si fascistizza il mondo a suon di missili e milioni di dollari al minuto. Come si diceva: un film di gangster.

Quorumeggia

 

Malati di quorum
DI MARCO TRAVAGLIO
È vero: fa molto ridere la premier Meloni che va a votare ai referendum per non votare i referendum e lo annuncia nell’89° anniversario del primo referendum, quello del 2 giugno 1946 fra Monarchia e Repubblica. Chi ricopre pubbliche funzioni, tantopiù se in ruoli apicali, dovrebbe sempre invitare a votare e mai ad astenersi. Ma c’è qualcosa di ancor peggiore dell’istigazione all’astensione: lo sdegno selettivo di chi accusa chi la pratica, scordandosi di aver fatto lo stesso. Oggi i radicali, promotori del quesito sulla cittadinanza breve agli stranieri, si stracciano le vesti perché Meloni e La Russa si battono contro il quorum. Ma il primo a farlo fu proprio Pannella nel 1985 sulla scala mobile scassinata dall’amico Craxi. Che a sua volta si suicidò nel 1991 invitando ad “andare al mare” sul referendum elettorale. Nel 1999 Mattarella, vicepremier Ppi del governo D’Alema, quando si votò sulla legge elettorale (la sua: il Mattarellum), pose sullo stesso piano voto e astensione: “Ogni elettore può scegliere cosa fare: votare, non votare, votare sì o no”. Il quorum fu mancato per lo 0,42%. Oggi il Pd tuona contro i filo-astensionisti Meloni e La Russa, ma ha fatto spesso come loro.
Nel 2003 i leader dei Ds Fassino e della Margherita Rutelli e il segretario uscente della Cgil Cofferati invitarono a stare a casa nel referendum di Rifondazione sull’art. 18 nelle piccole aziende. Lo stesso fece il Pd sui quesiti anti-trivelle del 2016: Renzi, segretario e premier, definì il referendum “una bufala” esaltando il non voto come “costituzionalmente legittimo”. E il senatore a vita Napolitano (fino a un anno prima al Quirinale) tuonò contro “l’inconsistenza e la pretestuosità di questa iniziativa referendaria: ci si pronuncia su quesiti specifici che dovrebbero essere ben fondati. Non è questo il caso. Se la Costituzione prevede che la non partecipazione della maggioranza degli aventi diritto è causa di nullità, non andare a votare è un modo di esprimersi sull’inconsistenza dell’iniziativa referendaria”. Quando poi l’astensione vinse, il renziano Carbone sbeffeggiò col Ciaone chi era andato a votare, pensando di aver vinto lui. Il Ciaone tornò indietro come boomerang otto mesi dopo, quando il referendum costituzionale senza quorum (comunque votò il 65,47%) rase al suolo la schiforma e il governo Renzi. Anziché giocare al “senti chi parla”, dove non vince nessuno, i partiti dovrebbero riformare i referendum: consentendo anche quelli propositivi oltre a quelli abrogativi; aumentando il numero delle firme da raccogliere (oggi online è più facile); e fissando un quorum più basso, per esempio a metà dei votanti alle ultime elezioni politiche. Nel 1946 votò l’89% degli elettori, nel 2022 il 63,9, nel 2024 il 49,6: se n’è accorto qualcuno?

L'Amaca

 

Nel Paese dei balocchi
di MICHELE SERRA
Mezza Europa discute sul porno, o meglio sull’accesso facile dei minori a una rappresentazione del sesso “tutto in una volta”, perversioni e sottomissioni comprese, nell’età nella quale il “tutto in una volta” non può che fare del male, cancellare i percorsi di apprendimento, illudere che tutto sia a portata di mano anche quando, nella realtà, in mezzo alle altre persone, non lo è affatto.
La sostituzione dell’esperienza materiale con l’overdose virtuale non è un problema solo dei minori, visto che fior di maggiorenni inebetiscono online piuttosto che vivere per davvero. Ma nel caso in questione impressiona assai l’idea che il confronto con il corpo e i sentimenti degli altri, che è una delle cose più appassionanti ma anche più ardue e delicate della vita umana, venga sostituito da un’orgia di immagini bene scaffalate, come ogni altra merce, nell’ipermercato permanente del quale siamo i reclusi consenzienti. Così che basta un clic per accedere a situazioni e a condizioni psicologiche alle quali una ragazzina e un ragazzino non possono essere pronti, e non lo dico per moralismo, ma perché un percorso è un percorso e non potrà mai essere rimpiazzato da un clic.
C’è una mollezza micidiale, nel “tutto a portata di mano”, che espone, alla prima delusione, al primo “no”, al primo rifiuto, a uno sgomento mortale, magari scatenando violenza o autolesionismo. Tutto gratis, tutto facile, ma no: tutto ha un costo e tutto è difficile. Bisognerebbe pagare non solo per il porno, ma per ogni singolo clic, così che sia nuovamente chiaro, a noi umani, che niente è regalato a nessuno, se non nel Paese dei Balocchi nel quale, come è noto, si diventa ciuchi.