mercoledì 14 maggio 2025

Marachelle

 

Dentro, cioè fuori
DI MARCO TRAVAGLIO
Devo confessare una grave lacuna: non sono mai riuscito a capire perché un condannato per gravi delitti a tot anni debba uscire con largo anticipo per questo o quel permesso. “Certezza della pena” non è un’invenzione dei giustizialisti forcaioli, ma del padre del garantismo Cesare Beccaria. Vuol dire che la condanna scritta nella sentenza definitiva deve corrispondere a quella effettivamente espiata. E, se la pena è la “reclusione”, il condannato deve restare recluso fino all’ultimo giorno previsto dalla sentenza. Solo così la pena ha effetto deterrente: dissuadere il condannato dal riprovarci e tutti gli altri cittadini dal provarci. Altrimenti non solo non scoraggia nessuno dal delinquere, ma incoraggia tutti a farlo, e diventa financo criminogena. L’ultimo caso è quello di Emanuele De Maria. Nel 2016, a Castel Volturno, taglia la gola a una ragazza tunisina di 23 anni e la uccide. Poi fugge all’estero e resta due anni latitante nei Paesi Bassi, fino all’arresto in Germania nel 2018. Siccome siamo il Paese di Bengodi, neppure un omicidio volontario così efferato basta per l’ergastolo: nel 2021 la Cassazione lo condanna a 14 anni e 3 mesi. Ma, se li scontasse tutti, sarebbe già grasso che cola. Invece nel 2023, a cinque anni dall’arresto e a due dalla sentenza definitiva, è già fuori in permesso diurno di lavoro. Su richiesta del generoso carcere di Bollate, il Tribunale di sorveglianza lo manda a lavorare come receptionist in un hotel, visto il curriculum di “detenuto modello” (in cella non ha ammazzato nessun altro).
Il tempo di ambientarsi, e De Maria sgozza una collega con la solita tecnica, più altre coltellate ai polsi, uccidendola; poi taglia la gola pure a un collega, che non muore solo per miracolo; infine si suicida. Seguono le solite geremiadi dei politici che hanno approvato o ampliato o mantenuto i demenziali benefici penitenziari (pensando a se stessi) e ora strillano contro i giudici che li applicano. Questi ribattono che hanno applicato le leggi e non potevano certo prevedere la recidiva di De Maria, tantopiù che Bollate vanta il più basso tasso di ricadute d’Italia. I “garantisti” temono una stretta ai permessi e citano le solite statistiche come prova che chi esce di galera in anticipo torna a delinquere molto meno di chi sconta la pena per intero. Naturalmente nessuna statistica può dimostrare una tale sciocchezza: il numero dei condannati non corrisponde a quello dei delitti, che in grandissima parte restano impuniti. Però le statistiche sono una bella consolazione per le vittime dei delinquenti a spasso: “Caro, ci dispiace tanto, ma tranquillo: quello che ha tagliato la gola a te o a tua figlia è una rarità che rientra nel solo 17% dei tagliagole in pena alternativa al carcere. Ora non ti senti già meglio?”.

L'Amaca

 

Niente di serio sotto il sole
di MICHELE SERRA
Abbiamo tutti, o quasi, la tendenza (brutta) a far prevalere le nostre opinioni politiche rispetto al giudizio sui fatti. E dunque dobbiamo stare in guardia, e diffidare di noi stessi. Però non bisogna neanche fare l’errore contrario: quando i fatti confermano le nostre opinioni politiche (per esempio, che Trump non sia una persona seria, e lo dico con un eufemismo), dobbiamo prenderne serenamente atto. Non è colpa nostra, se pensiamo male di lui. È tutto merito suo.
La vicenda dei dazi non ha niente, proprio niente di serio e di rispettabile, forse nemmeno di razionale. Alla luce dei fatti, sono numeri a vanvera, instabilità emotiva spacciata per forza contrattuale, impreparazione, indecisione e improvvisazione al potere. C’è uno che grida “Basta! Adesso vi sistemo io! Dazi al cento per cento!”. E c’è uno (la Cina) che gli risponde impassibile: non se ne parla neanche. E allora lui risponde: “Va bene, allora facciamo dieci per cento”. E sui suoi buffi social, ormai assimilabili per linguaggio a quelli del più scalcinato influencer, spaccia questa figura ridicola, perfino umiliante, come un trionfo diplomatico.
Nemmeno nei peggiori suk sarebbe ammessa una trattativa così squalificante. La contrattazione si fonda sul rispetto, almeno minimo, tra i due contraenti. Nella scarica di minacce e di insulti che ha introdotto la tempesta sui dazi, non c’era traccia di rispetto. In compenso, l’esito della trattativa con la Cina fa capire che i proclami e le urla erano solo un segno di paura e di insicurezza.
Forse i cinesi parlano a bassa voce perché non hanno paura di nessuno, figurarsi di Trump.

martedì 13 maggio 2025

Mitica!


Leone si guardi dai buoni e dai sinceri democratici

di Daniela Ranieri 

A fare, e forse a volere, più del male a Papa Francesco non era tanto la destra conservatrice e bigotta americana, rappresentata in Conclave dal pittoresco cardinale Burke (quello con lo strascico rosso di 10 metri), dai corvi fuori e dentro il Vaticano, dai cattolici fondamentalisti che l’accusavano di essere l’Anticristo, di volere la sostituzione etnica e lavorare per il demonio (notoriamente filo-islamico) e di usurpare il trono di Pietro spettante a Ratzinger, indotto a dimettersi per fare posto al Papa terzomondista ed ecologista per oscuri disegni “progressisti”. No, i suoi nemici più pericolosi, perché apparentemente più autorevoli e molto più influenti, erano i nostri liberali benpensanti, i sinceri democratici da talk-show e i guerrieri da scrivania, per i quali Bergoglio era una spina nel fianco.
Bergoglio esecrava la guerra, il core business ideologico (e non solo) del nostro blocco borghese. Siccome poi, lucido come pochi esperti di geopolitica, identificò “l’abbaiare della Nato alle porte della Russia” quale principale causa della guerra all’Ucraina, finì nella lista dei sabotatori stilata dai fan della Nato e di tutte le sue guerre sante. Ernesto Galli della Loggia, firma forte del Corriere, definì la posizione di Bergoglio “filo-russa” tout court; non importava che il Papa avesse parlato di “atto sacrilego e ripugnante” da parte di Putin. Quando un anno fa Bergoglio smontò il concetto di “guerra giusta” (che tuttora dà da mangiare a tanti nostri poveri ricchi), invocando la “bandiera bianca” come primo passo per arrivare a un negoziato, nelle redazioni i nostri guerrafondai (quasi tutti riformati) presero a censurarlo o a trattarlo come un anziano scioccherello e idealista, dopo ovviamente avergli dato del putiniano.
Non dimentichiamo che nel 2022, regnante Draghi (sempre sia lodato), il Papa si permise di definire l’aumento per le spese militari al 2% del Pil una cosa da “pazzi”: erano tutti coinvolti, gente cattolicissima del Pd e di Iv, berlusconiani, centristi baciapile e post-fascisti meloniani; tutti, tranne i 5 Stelle, a favore delle armi, cioè della morte.
A fine 2024 col libro Spera Bergoglio chiedeva alla comunità internazionale di “indagare con attenzione” se le accuse di genocidio del popolo palestinese “formulate da giuristi e organismi internazionali” contro Israele fossero fondate. La reazione del sistema, che è pur sempre foraggiato da un governo che in questo anno e mezzo ha continuato a inviare a Israele armi e sostegno morale, è stata violentissima. L’ambasciata israeliana presso la Santa Sede protestò: “Chiamare l’autodifesa con altri nomi significa isolare lo Stato ebraico”, prospettiva molto più terrificante, per il nostro establishment mediatico (che solo ora, a quota 50-70 mila morti palestinesi, emette qualche flebile rimbrotto parlando di “reazione sproporzionata” di Israele), della morte di decine di migliaia di bambini. Poco dopo, il rettore dell’Università delle Religioni dell’Iran Abolhassan Navab riferì a un’agenzia che Bergoglio gli avrebbe detto: “Noi non abbiamo problemi con gli ebrei, il nostro problema è con Netanyahu, che ha causato la crisi senza prestare attenzione alle leggi internazionali e ai diritti umani”, frase peraltro di una chiarezza disarmante. La Stampa invitò i lettori a ignorare il Papa, accusandolo in sostanza di stare con gli Ayatollah. Sul Foglio Giuliano Ferrara, già remunerato dalla Cia per i suoi servigi, lo scomunicò: “Le linee rosse le ha passate tutte, e malamente”, Bergoglio “abbrutisce e avvilisce” la Chiesa, anzi “se ne serve”.
Per questi custodi dell’ordine atlantista Bergoglio era pericoloso perché la sua critica non riguardava solo la guerra, ma il modello di società euro-americano basato sulla “cultura dello scarto”, che riduce l’essere umano a merce, e sullo sfruttamento dei poveri e dei lavoratori a favore delle oligarchie: i capisaldi del neoliberismo. Infatti ancora sere fa, benché sia indifeso come può esserlo un corpo che riposa in una tomba spoglia com’era la sua stanza a Santa Marta, Bergoglio è stato irriso da Paolo Mieli a Piazzapulita come una specie di idiota, un (testuale) improvvisatore, che faceva battute, chiamava collaboratori a casaccio e chiacchierava a vanvera di “pace pace pace, viva la pace!”. Ieri sempre il Corriere ospitava un velenoso padre Georg Gänswein, via Massimo Franco, speranzoso che il nuovo Papa porti chiarezza laddove Bergoglio portò “confusione”, “arbitrarietà” e “anomalia”. Ora, questo Leone XIV già comincia male: “Ai grandi del mondo dico: mai più guerra”, ha detto nel suo primo Regina Coeli: e adesso che ci facciamo con le armi che arriveranno col lungimirante piano ReArm? Sappia, il leader spirituale di 1,4 miliardi di fedeli, che è già attenzionato nelle redazioni dei Buoni quale possibile putiniano e antisemita.
(I più invisi a Cristo, nei Vangeli, non sono i malvagi, per i quali c’è sempre speranza, ma i sepolcri imbiancati).

Certamente!



Come no! Certo! Quindi ricapitoliamo: dall’autunno noi indigeni controlliamo le terre destinate ad altri, appena arriva maggio cediamo spazi perché arrivano lor signori, con navi immense e fumiganti, Airbnb come se piovesse, code nell’unica strada mare, poi ci vengono preclusi luoghi ameni della provincia, assaliti da psicopatici selfisti ammassati come acciughe, e ora la lungimirante Frija che cogita? Una volta dismesso il S.Andrea - ciao core! - una bella collina con cliniche e oasi per ricconi! E noi in via Veneto ad aspettare le brioche! Mavaf###!

Rx



La vera droga 

di Marco Travaglio 

Dopo 38 mesi di invasione russa, le migliori menti d’Occidente sono giunte alla sorprendente conclusione che noi, pacifinti putiniani, sostenevamo dal primo giorno: la guerra Russia-Ucraina si chiude con un negoziato di compromesso fra Russia e Ucraina. Quanti oggi plaudono alla resa di Zelensky alla realtà e la spacciano per un geniale “contropiede” (in realtà è Putin che l’ha invitato ed è Trump che l’ha pressato) sono gli stessi che hanno passato tre anni a demonizzare la diplomazia come “resa”, a vaneggiare di “vittoria ucraina” (contro la prima potenza militare e nucleare), ad allestire summit con tutti i paesi tranne la Russia, a ripetere idiozie tipo “non si tratta col nemico” e “si tratta solo se i russi si ritirano”, a spingere Zelensky a disertare il tavolo di Istanbul il 15.4.22, a vietarsi per decreto di negoziare con Mosca, a mandare al macello i suoi nella controffensiva del ’23 (il cui esito catastrofico era previsto dal generale Milley sin dalla fine del ’22), e a perseverare anche dopo aver ammesso il 18.12.24 di non poter riprendere le regioni occupate. È questa la vera droga che intossica l’Europa, non la coca che qualche svalvolato ha visto sul treno di Macron, Merz e Starmer: il fentanyl del bellicismo che s’è impossessato delle classi dirigenti e intellettuali europee. Questi pazzi criminali travestiti da amici di Kiev hanno sempre fatto il gioco di Mosca allungando una guerra che ogni giorno assottiglia l’Ucraina. E hanno drogato gli ucraini illudendoli a suon di propaganda, miliardi, armamenti e riarmi di potersela tirare da vincitori che lanciano ultimatum a Putin e dettano condizioni a Trump: tutto per non ammettere di essere i primi sconfitti.
Non sappiamo se lo storico incontro Putin-Zelensky si terrà e porterà a qualcosa. Dipenderà dal tasso di bellicismo nel sangue degli sconfitti e dalla loro capacità di ascoltare gli appelli dei due Papi a “disarmare le parole e le menti”. L’unica “pace giusta” è quella possibile in base al campo di battaglia e ai rapporti di forza. Si spera che Zelensky si presenti nel formato realistico di quando Trump lo disintossicò, avvisandolo che aveva perso la guerra e doveva salutare i territori occupati e firmare l’accordo sui minerali. Se invece è quello drogato dai finti amici che non cede nulla, detta condizioni, chiede tregue asimmetriche e spera pure di recuperare col negoziato le regioni perdute sul campo, il tavolo resterà subito deserto. E crescerà il rimpianto per l’altro negoziato di Istanbul, sabotato dalla Nato tre anni e centinaia di migliaia di morti fa, quando Putin non chiedeva territori, ma solo la rinuncia ucraina alla Nato. Quelli che lo fecero saltare dovrebbero evitare di minacciare nuove Norimberga, perché i primi a meritarne una sono loro.

lunedì 12 maggio 2025

Alla faccia!

 

Conflitti d’interesse, Trump re di denari: 3 miliardi in 4 mesi
DI NICOLA BORZI
Cripto, immobili, aziende: il secondo mandato del presidente Usa batte già tutti i suoi record negativi
Tra i vari prodotti che ha esportato nel mondo, ora l’Italia può vantare un nuovo successo planetario: quello del conflitto d’interessi tra affari e politica. A 31 anni di distanza dalla “discesa in campo” grazie alla quale Silvio Berlusconi risolse il rebus di 7.140 miliardi di lire di debiti del suo gruppo, lo schema è stato replicato da Donald Trump. Dopo il rodaggio del suo primo mandato, il 47esimo presidente Usa ha perfezionato l’arte di fare soldi grazie alla sua carica pubblica: nei primi 110 giorni dall’elezione il suo patrimonio è balzato da 2,3 a 5,1 miliardi di dollari grazie alle criptovalute, ma anche a immobiliare, commercio, finanza, turismo. Tutta la numerosa famiglia dell’inquilino della Casa Bianca e il vasto club dei miliardari vicini al presidente partecipano alla cuccagna, mentre le proteste degli avversari politici e delle organizzazioni civili cadono nel vuoto anche perché Trump sta cacciando chiunque potrebbero ostacolarlo.
Un simile cortocircuito non si era mai visto negli Usa. Unica eccezione, non casualmente, il primo mandato di Trump. Durante il quale, secondo la Ong Citizens for Responsibility and Ethics in Washington (Crew) “il rifiuto di Trump di disinvestire dalle sue attività globali al suo insediamento ha creato il potenziale per conflitti di interesse senza precedenti, che da allora sono diventati una delle caratteristiche distintive della sua amministrazione”. Nei 1.461 giorni del primo mandato, Crew ha calcolato 3.740 casi di conflitto di interesse divisi in cinque categorie: 831 visite alle proprietà di Trump da parte di dignitari di governi stranieri, membri del Congresso, funzionari dell’amministrazione tra cui lo stesso Trump (il tutto ne ha reclamizzato e aumentato il valore); 242 eventi a pagamento organizzati nelle stesse proprietà da lobby, enti politici e governi stranieri, per ingraziarsi l’amministrazione; innumerevoli casi in cui il presidente e altri funzionari della Casa Bianca hanno usato il loro ruolo per promuovere le proprietà della Trump Organization; 72 marchi di aziende di Trump che hanno ottenuto vantaggi da Paesi stranieri; altre “interazioni” tra Governi stranieri e la Trump Organization.
Medie già battute nei primi 110 giorni dal secondo insediamento. La Casa Bianca, secondo Crew, è ormai l’ufficio pr del capo: “La presidenza offre a Trump una piattaforma di marketing illimitata per promuovere le sue proprietà”. Ma gli utili realizzati con il vecchio schema, tra i quali i soggiorni pagati da funzionari e delegazioni nazionali ed estere negli hotel di Trump, erano quisquilie rispetto al salto garantito dalle criptovalute. Gli investimenti di Trump nel settore blockchain hanno aumentato il patrimonio della sua famiglia di 2,9 miliardi in sei mesi, portandolo a 5,1 anche grazie al fatto che la sua amministrazione continua ad allentare l’approccio normativo sul comparto e a cacciare tutti coloro che negli enti di controllo si sono opposti. Secondo la Ong State Democracy Defenders Action, le criptovalute rappresentano quasi il 40% del patrimonio netto di Trump, grazie al lancio di memecoin quali $Trump e $Melania (la moglie), oltre alla quota del 60% detenuta in World Liberty Financial, un exchange di criptovalute lanciato a ottobre 2024 nel quale una società di Abu Dhabi, Mgx, investirà 2 miliardi di dollari per creare la stablecoin Usd1, agganciata al dollaro Usa che sarà usata per comprare altre cripto attraverso l’exchange Binance, tra i maggiori al mondo.
Poi ci sono le operazioni immobiliari, come la tenuta di Trump a Mar-a-Lago, in Florida, dove eventi del Partito Repubblicano e di altri organismi gli fruttano denaro: secondo Reuters, 24 milioni di dollari nel solo 2024. I suoi campi da golf hanno registrato ottimi rendimenti. Poi ci sono gli annunci di operazioni immobiliari a marchio Trump a Dubai, in Arabia Saudita, Oman, VietNam e l’idea di trasformare la Striscia di Gaza in un resort balneare internazionale, lanciata dal genero Jared Kushner, ex consigliere della Casa Bianca che ora dirige una società di private equity alimentata da investimenti provenienti da Qatar, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti.
Ma non mancano i soldi realizzati nei social media grazie alla piattaforma Truth, quotata al Nasdaq e della quale Trump detiene più della metà delle azioni. X, l’ex Twitter di Elon Musk, ha pagato 10 milioni di dollari a Trump per chiudere una causa. Anche Meta ha pagato 25 milioni di dollari poco dopo l’insediamento di Trump per chiudere una causa per la sospensione dei suoi account Facebook e Instagram dopo l’assalto a Capitol Hill del 6 gennaio 2021. Ma Trump ha fatto causa anche a Cbs News per 20 miliardi di dollari, sostenendo che non sarebbe stata imparziale in campagna elettorale. Poi ci sono gli incassi come i 40 milioni pagati da Amazon per fare un documentario sulla first lady Melania. Non mancano le sue pubblicità a pagamento di prodotti di largo consumo, tra cui sneaker e persino la Bibbia pubblicata da un cantante country.
L’ultima saga riguarda i figli. Il 17 aprile il Financial Times ha raccontato che due azioni semisconosciute quotate al Nasdaq (Unusual Machines, azienda produttrice di droni, e Dominari Holdings, gruppo fintech con sede nella Trump Tower di New York) sono aumentate vertiginosamente (+200% e +580%) nelle settimane precedenti l’annuncio, da parte delle due società, dell’assunzione come consulenti di Donald Jr ed Eric, figli di Trump. Segno che avere un Trump a bordo porta bene: alla faccia delle norme contro i conflitti d’interesse.

I marchesi del Grillo

 

Piazza in ostaggio per lo spot di Gucci (però puliscono, eh!)
DI TOMASO MONTANARI
Nuovo signorsì ai privati. Ai residenti consegnata una comunicazione sugli accessi limitati a Santo Spirito e dintorni. Dall’amministrazione nessuno fiata
I residenti del quartiere di Santo Spirito, a Firenze, si sono visti recapitare nei giorni scorsi questa curiosa letterina, dal tono vagamente coloniale: “Oggetto: Eventi Gucci in data 14 e 15 maggio 2025 – informazioni riservate per i residenti. Gentili residenti, siamo lieti di condividere con Voi, in via strettamente confidenziale, che il nostro cliente, Guccio Gucci S.p.A., organizzerà una serie di eventi e riprese cinematografiche a Firenze in data 14 e 15 maggio 2025, che, interesseranno diverse aree della città e anche alcune aree del quartiere Santo Spirito, tra cui Piazza Santo Spirito, Via delle Caldaie, Via Sant’Agostino e Via Mazzetta. Insieme al nostro cliente stiamo lavorando a stretto contatto con le autorità competenti e la polizia locale per garantire che l’evento si svolga nel modo più ordinato e agevole possibile, riducendo al minimo i disagi per i residenti. In accordo con il Comune, il nostro cliente realizzerà inoltre alcuni interventi di pulizia straordinaria della Piazza Santo Spirito, anche a beneficio della collettività, e supporterà inoltre il Comune con altre iniziative a beneficio della cittadinanza. Il giorno 14 maggio 2025 la circolazione sarà regolare. Il giorno 15 maggio 2025, dalle ore 07:00 alle ore 21:00, l’accesso a Piazza Santo Spirito sarà consentito esclusivamente ai residenti (e ai loro ospiti), nonché a coloro che lavorano all’interno dell’area interessata. Nella stessa giornata, dalle ore 17:00 alle ore 20:00, la medesima limitazione sarà estesa anche alle altre vie sopra indicate. Siamo certi che apprezzerete la scelta del nostro cliente di ambientare un evento di prestigio nella Piazza Santo Spirito, valorizzando in questo modo l’intero quartiere”. Insomma, tutta l’insula agostiniana viene privatizzata: e non per una festa in onore del papa figlio di Sant’Agostino, macché. Si tratta qui non di Dio: ma dell’avversario, Mammona (cioè il denaro del lusso, un potere che apre ogni porta): la sfilata della collezione Cruise 2026 nel palazzo di Gucci proprio lì.
La grottesca pretesa della ‘stretta confidenzialità’ di una lettera che riguarda l’intera città va perfettamente d’accordo con l’arrogante sicumera che ne trasuda: sono gli eventi di Gucci che darebbero prestigio e valore a Firenze, mica il contrario. Brunelleschi, Filippino Lippi, Michelangelo, Sansovino, e voi tutti artisti di Santo Spirito, baciate le mani a Gucci che vi permette di entrare nella storia! E i padroni della piazza sono certi che anche la plebe d’oggigiorno sarà grata, e farà ala plaudente.
È davvero dura a morire la pretesa dei grandi brand della moda di mettere le mani sullo spazio pubblico: una pretesa, del resto, sempre soddisfatta da un potere politico, in questo caso quello della giunta comunale della sindaca Sara Funaro, che si genuflette, e dà via ciò che non è suo, ma di ogni cittadino e di ogni cittadina, in cambio del piatto di lenticchie di qualche miglioria (che del resto al popolo bue non viene nemmeno indicata con precisione: fidatevi, bambini…). Quasi comica, tanto è scoperta, appare poi l’ipocrisia della pulizia straordinaria della vissutissima e amatissima piazza Santo Spirito: che sarà effettuata “anche a beneficio della collettività” (seguiranno distribuzioni di specchietti, perline e sveglie da collo). Interessante scelta lessicale: se sapete che esiste una dimensione collettiva, come potete travolgerla con l’abusiva prepotenza degli interessi privati? Privati, e da un pezzo manco più fiorentini, o italiani: visto che Gucci è un marchio del gruppo Kering di François Pinault: che sa bene che gli italiani straccioni sono sempre in vendita, con il cappello in mano e le pezze al culo. Cappello e pezze, griffatissimi: s’intende. Oh, tutto così pittoresco, signora mia…
Ora, sarebbe bello se negli orari e nei luoghi gentilmente indicati nella letterina (sia chiaro: in modo strettamente confidenziale) questo popolino d’Oltrarno tanto disprezzato e preso in giro, si facesse sentire e vedere: svuotando copiosi pitali dalle finestre, accendendo impianti stereo a tutto volume, recandosi per strada con pentole, campanacci e trombe da stadio della Fiorentina e incedesse in corteo intonando caratteristici stornelli, e variopinti improperi. Un po’ di colore locale degli indigeni non potrebbe, in fondo, che sottolineare le radici fiorentine, perente e tradite, di Gucci-che-prezzucci. Ma quando, quando, si capirà che lo spazio pubblico è prezioso, e che va amministrato con amore e rispetto? Che la città non è una quinta di cartone a disposizione del ricco signorotto di turno? Che le piazze non servono a produrre i bisogni indotti dei marchi di lusso (che già ne hanno in pugno le vetrine, avendo espulso ogni altra attività dalle strade centrali), ma semmai a trascorrere un tempo di liberazione? Che Firenze non deve produrre clienti e consumatori, ma accogliere cittadini, e persone? Quando? Niente paura, ce lo dirà Gucci, in una prossima lettera: strettamente confidenziale.