martedì 6 maggio 2025

Lollo è per sempre!

 

Il “barometro Lollobrigida” e il dress code di Trump-Papa


Di Selvaggia Lucarelli 

 

Quando Lollobrigida va a una fiera rilascia sempre qualche dichiarazione lisergica. L’anno scorso a Vinitaly se ne venne fuori con questa perla: “Vorrei imporre un piatto dedicato al formaggio nei menu degli esercizi di ristorazione”. Allora gli trovammo la scusa del vino, ma quest’anno, che la fiera è il TuttoFood di Milano e più che bere si mangia, a cosa ci possiamo attaccare? Forse allo stand dei “funghi”, o agli effetti collaterali di una marmellata al botulino, perché la risposta a chi gli ha domandato “Quando ha visto l’immagine di Trump vestito da Papa cos’ha pensato?” ha rotto persino lo strumento universale della misurazione delle cazzate: il famoso Barometro Lollobrigida. “Abbiamo visto leader di tante nazioni, dalla Cina all’India all’Africa, che vestono in tanti modi. Non condividiamo le loro scelte di abbigliamento, ma ragioniamo di temi concreti nell’interesse della nostra economia”, ha risposto lapidario. E così scopriamo, nell’ordine, che: 1) per lui quello di Trump con il vestito da papa non era un meme, ma proprio il dress code ufficiale della Casa Bianca; 2) per lui un presidente che si fa un fotomontaggio vestito da papa e uno che indossa abiti tradizionali del suo Paese sono la stessa cosa: in pratica Narendra Modi, con la sua lunga tunica, non è il presidente indiano, ma un tizio rimasto fuori alle selezioni per i Village People; 3) l’Africa è una nazione (forse Lollo ha studiato geografia con Luigi Di Maio); 4) nel suo immaginario i leader cinesi indossano ancora abiti tradizionali: secondo Lollo, il presidente Xi Jinping va al G20 vestito da guerriero di terracotta.

A questo punto Lollobrigida è un viaggiatore del tempo e ha partecipato alla spedizione di Marco Polo: non ci sono altre spiegazioni. E forse, in solidarietà a Trump, al prossimo Fieracavalli a Verona arriverà vestito da Re Artù.

L’Amaca


Tra la Sorbona e Mar-a-Lago

di Michele Serra 

Si sa che i francesi sono molto francesi, e dunque può anche darsi che il vertice europeo alla Sorbona per promuovere l’accoglienza dei ricercatori americani in fuga da Trump fosse un poco franco-centrico; tanto da spingere la ministra italiana dell’Università e della ricerca, Bernini, a disertare l’appuntamento, molto offesa. 

Sta di fatto che il tema — la libertà di ricerca; l’autonomia delle università; e la libera circolazione dei dati nella comunità scientifica, che è transnazionale per definizione — è talmente rilevante che non esserci espone al sospetto di anteporre un problema minore (il bon ton tra i Paesi membri della Ue) al problema maggiore, che è organizzare una risposta europea, unitaria e forte, alla stretta censoria e nazionalista di Trump.

Natangelo

 



Prima Pagina

 



Daje Andrea!

 

Attacco ai Patagarri: in Italia non c’è gusto a essere intelligenti
DI ANDREA SCANZI
La polemica che ha travolto i Patagarri, rei di essersi “schierati troppo” durante il Concertone del Primo Maggio, è tanto noiosa quanto deficiente. Di fronte a un artista che si schiera, il potere deve (dovrebbe) fare una sola cosa: tacere.
Come ricordava senza sosta (e senza speranza) Fabrizio De André, l’artista è una sorta di anticorpo: si espone in prima persona, spesso al posto della persona comune, e fa sì che attraverso il suo esempio – per certi versi il suo sacrificio – la società civile acquisisca più anticorpi e dunque più difese immunitarie nei confronti del potere (che, sempre per De André, non può mai essere buono. Dunque l’artista non può non opporsi).
Ogni volta che un artista si schiera in Italia, e accade sempre più di rado, c’è sempre qualche babbeo pronto a scattare con effetto pavloviano, gridando allo scandalo e al sacrilegio. Tutto questo non stupisce, ma mette parecchia tristezza. Purtroppo a reagire così non è solo il potente di turno, che se potesse censurerebbe anche l’aria, ma pure lo spettatore/ascoltatore medio, convinto che gli artisti debbano soltanto intrattenere. Come no. Una società piena di Eros Ramazzotti e Laura Pausini e vuota di Roger Waters e Francesco Guccini farebbe felici i Gasparri (cioè nessuno), ma sarebbe una sorta di nowhere depravato, distopico ed eticamente esangue, dentro il quale va bene tutto e l’indignazione non esiste (più o meno come l’Italia attuale, in effetti). Ve lo immaginate il Bob Dylan dei Sessanta privo di afflati sociali, e quindi mai rivoluzionato? Che cosa avrebbe cantato nei Settanta (e non solo nei Settanta) la musica d’autore italiana senza l’impegno sociale? È ovvio poi che questo non è un obbligo, anzi la storia d’Italia è piena di artisti bastonati dalla critica più ebete per un impegno “non spiccato” quando non disallineato (Battisti, Gaetano, Graziani, Baglioni, etc). Ognuno si esprime come vuole e come può. Stupirsi e inorridirsi di fronte a chi si schiera è però una delle tante forme di demenza contemporanea. Oltretutto i Patagarri lo hanno fatto all’interno di un concerto che nasce politicizzato, come ben sanno tra i tanti Elio e le Storie Tese (censurati nel 1991 senza pudore dalla Rai) e quattro anni fa Fedez: se non il Primo Maggio su quel palco, quando? La verità è che siamo così anestetizzati, e così disabituati alla protesta, che basta un appello minimo di Ghali o una provocazione oltremodo pertinente dei Patagarri per andare in cortocircuito. Ormai persino schierarsi in difesa dei bambini morti a Gaza è ritenuto sconcio. Se Waters (da sempre lapidato per il suo troppo impegno politico) scrivesse oggi Animals coi Pink Floyd, e peggio ancora se Gaber incidesse ora Io se fossi Dio, verrebbero entrambi arsi in pubblica piazza tipo Giordano Bruno.
Il rincoglionimento è pressoché totale e il “tengo famiglia” una regola di vita che piace ormai a destra e (certa) sinistra. Se non altro, ogni tanto si scorge ancora vita. A scagliarsi con prevedibile veemenza sionista contro i Patagarri è stato David Parenzo, noto democratico pro-Israele senza se e senza ma. La spalla morbida di Cruciani ha tuonato: “Confesso che prima di oggi non avevo la minima idea di chi fossero i Patagarri, poi ho ascoltato la loro performance in Piazza San Giovanni per il concerto del 1º Maggio e, ferma restando la loro libertà di dire e cantare quello che vogliono, rivendico la mia libertà di dire loro che prendere una nota canzone ebraica e storpiarla con una bieca propaganda pro Pal e contro Israele è semplicemente raccapricciante”. Gli ha risposto magistralmente Valerio Lundini: “Con tutta la mia non conoscenza dei Patagarri possiamo pure dire che, allo stesso tempo, la performance di Israele di prendere una nota terra palestinese e storpiarla ammazzandoli tutti non è manco ’sto capolavoro”. Semplicemente perfetto, ma temo anche inutile: in Italia, come ammoniva Freak Antoni, non c’è gusto a essere intelligenti.

Quello che molti non dicono

 

Solo sul Fatto: 

L’Ue dice ancora sì al riarmo e ferma ogni dibattito su Bibi
DI WANDA MARRA
Il Parlamento boccia la discussione su Israele mentre passa l’iter accelerato per dirottare i fondi di Coesione: esulta Fitto
Il Parlamento europeo non vuole neanche parlare di Israele, ma per il piano del Commissario europeo Raffaele Fitto, che permette tra le altre cose di dirottare i Fondi di coesione anche sulla Difesa, dice sì alla procedura d’urgenza, con il voto ieri sera della Commissione Regi (Affari Regionali). La giornata fa registrare la spaccatura della maggioranza Ursula, con le destre che votano compatte sia su Israele sia sui Fondi di coesione e i Socialisti che votano con The Left.
Da inizio legislatura è la seconda volta che l’Eurocamera vota su Israele (la prima era stata il 17 luglio, per chiedere un dibattito: anche in quel caso disse di no) e ieri ha votato contro una doppia richiesta di dibattito. Ovvero, per inserire un dibattito sull’attacco alla nave Freedom Flotilla e uno sul piano israeliano di occupare la Striscia di Gaza. L’aula ha respinto con 164 sì e 256 no. Neanche l’annuncio di Benyamin Netanyahu di un attacco massiccio a Gaza ha convinto Strasburgo che fosse il momento quantomeno di affrontare l’argomento. Per dirla con la delegazione M5S: “Lo stesso Parlamento europeo che commemora Papa Francesco con belle parole, vieta di parlare dell’orrore che i cittadini palestinesi stanno vivendo a Gaza. Quanta ipocrisia”. Zingaretti, capo delegazione dem, denuncia: “Netanyahu va fermato. Bombardamenti continui, blocco aiuti umanitari: getta Israele verso il baratro e uccide palestinesi innocenti”. Ma a compattarsi sono stati Ppe, Ecr, Patrioti e Ecn. In Italia, il silenzio di Giorgia Meloni è in linea.
Una manciata di ore dopo tocca alla Commissione Regi riunirsi per votare sulla richiesta di affrontare la riforma dei Fondi di coesione con procedura d’urgenza. Il testo offre condizioni più favorevoli nei co-finanziamenti per gli investimenti nell’industria della difesa, ma anche per la competitività, la resilienza idrica e le politiche abitative. In aula, al momento del voto, c’è tutta la delegazione di Fratelli d’Italia, tanto per chiarire il significato politico della questione. E dire che Meloni si è più volte detta contraria alla possibilità di usare i Fondi per le armi. Fitto si è rifugiato nel concetto di “volontarietà”, eppure ci sono anche una serie di facilitazioni per chi decide di farlo. La seduta della Regi non dura più di dieci minuti. I Socialisti, con lo spagnolo Ros Sempere, cercano l’accordo: parlando della salvaguardia delle prerogative del Parlamento, offrono alle destre (e a Fitto) la possibilità di dare tempi certi per l’esame della riforma, pur di andare avanti con la procedura ordinaria. Non è abbastanza. Alla fine i sì sono 22, i no 14, gli astenuti 4. Dicono di sì Popolari, Ecr e Patrioti, dicono di no Socialisti, Verdi e The Left. Si astengono quelli di Renew che alla fine risultano determinanti per salvare Fitto. Insieme a Kabilov dei non iscritti e a Omarjee, francese di The Left, che rompe il fronte. Voti clamorosamente determinanti. “Passa la linea della destra e della commissione Von der Leyen che va avanti a colpi di procedure d’urgenza bypassando le prerogative e i poteri dell’unico organo elettivo europeo, il Parlamento”, denuncia Valentina Palmisano (M5S). Mentre l’europarlamentare dem, Lello Topo sottolinea: “Hanno rifiutato la mediazione. Evidentemente non si fidano del Parlamento”. Oggi Roberta Metsola, la Presidente dell’Eurocamera, annuncerà il voto di domani della plenaria per la procedura d’urgenza. Questo sì che entra nell’agenda, mentre per Israele l’ordine del giorno non si modifica.
Secondo l’articolo 52 del Regolamento, che prevede la procedura semplificata, il presidente della Commissione competente o il relatore del testo possono elaborare una serie di emendamenti. Ma in realtà, il relatore potrebbe proporre anche di procedere senza emendamenti. Insomma, le modifiche sono più teoriche che effettivamente possibili. Di fatto, l’Eurocamera ne esce fortemente ridimensionata. Ancora una volta.

Riepilogo

 

Gli auto-incaprettati
DI MARCO TRAVAGLIO
L’“incaprettamento” è la sevizia mortale inflitta dalle mafie al traditore: cappio al collo e corda che lega mani e piedi dietro la schiena, così la vittima si strangola cercando di liberarsi. Ma è anche la geniale strategia dei vecchi partiti europei che, tentando di combattere le forze anti-sistema, si incaprettano da soli. Funziona così. I partiti sgovernano con politiche inique, classiste, antisociali e consociative. I cittadini li schifano e si rifugiano nell’astensione o in nuove forze che promettono di cambiare. I partiti, anziché fare autocritica e cambiare politica, insultano gli elettori per convincerli che sbagliano loro: ignoranti, scappati di casa, barbari, antipolitici, populisti, giustizialisti, sovranisti, estremisti, antieuropei, razzisti, fascisti, nazisti. E soprattutto putiniani: dietro ogni voto sbagliato c’è sempre Putin che lava il cervello a decine di milioni di persone a suon di hacker e fake news. Gli elettori, anziché scusarsi per aver sbagliato a votare, si rafforzano nell’idea che sbaglino i partiti: astenuti e anti-sistema crescono. E, quando hanno i numeri per governare, si escogitano mosse antidemocratiche per fermarli e “salvare la democrazia”.
In Italia si buttano giù con colpi di palazzo e ammucchiate “tecniche”: così la gente pensa che sono tutti uguali, che votare non serve e gli astenuti aumentano. In Francia il presidente di se stesso perde tutte le elezioni contro destra&sinistra e sforna governi centristi di minoranza guidati da carneadi senza voti che durano 2-3 mesi, per tirare a campare fino alle Presidenziali, ma ora forse le anticipa a prima del processo d’appello che potrebbe ridare l’eleggibilità alla favorita Le Pen. In Germania, Cdu&Spd si rimettono insieme, ma la destra Afd è contro il loro riarmo, che rischia di non passare: così lo fan votare dal Parlamento scaduto (sempre meglio della Von der Leyen, che il Parlamento lo salta a piè pari); l’Afd balza dal 20 al 26% in due mesi e s’inizia a discutere di metterla al bando perché i Servizi scoprono che è “estremista”. In Romania si annulla il primo turno delle Presidenziali vinto dal nazionalista Georgescu col 20%, per misteriose “interferenze” (Putin, o TikTok, o i rettiliani: è tutto segreto); poi lo si arresta e bandisce con accuse ancor più misteriose; così nel nuovo primo turno vince col 40% un nazionalista più estremista, Simion, e annuncia che Georgescu sarà il suo premier. Gli europeisti, anziché domandarsi perché la gente preferisca i peggiori mostri a loro, ripetono che “ha stato Putin”, sabotano i negoziati sull’Ucraina per non darla vinta a Putin e si riarmano contro Putin, impoverendo vieppiù i popoli europei che continuano a fuggire verso gli anti-sistema. È l’ultima fase dell’euro-autoincaprettamento: una prece.