Un luogo ideale per trasmettere i miei pensieri a chi abbia voglia e pazienza di leggerli. Senza altro scopo che il portare alla luce i sentimenti che mi differenziano dai bovini, anche se alcune volte scrivo come loro, grammaticalmente parlando! Grazie!
domenica 20 aprile 2025
L'Amaca
Non ci avevamo pensato
di MICHELE SERRA
Non c’è niente di particolarmente riprovevole nel fatto che il governo italiano, per convincere l’Europa di quanto sia irrinunciabile il Ponte sullo Stretto, ne abbia sottolineato l’importanza strategico-militare. Diciamo che non era richiesto: è implicito che i ponti, ognuno a modo suo, abbiano la loro importanza militare, che debba passare una colonna di carrarmati o un soldato con la carriola si fa molto prima.
Non per caso le prime infrastrutture a essere bombardate, o minate, sono i ponti e le ferrovie. Poi si passa, specie negli ultimi tempi, ad altri obiettivi: ospedali, fermate d’autobus, condomini civili, tendopoli di profughi. Là dove si annidano gli esseri umani, che sono tutti potenziali terroristi, soprattutto i bambini che sono potenziali per antonomasia.
Dobbiamo ammettere, però, che non ci avevamo pensato, al Ponte sullo Stretto come urgente sostegno alla difesa della Patria. La lunga (presto secolare) mitologia del Ponte ce l’aveva ammannito in cento maniere, perfino, su una vecchia copertina dellaDomenica del Corriere, attraversato da un carretto siciliano, perché da noi il pittoresco è un genere che va molto. Ma un corteo di autoblindo, nei numerosi plastici e simulazioni allestiti fino a qui (l’opera può vantare, a tutt’oggi, zero mattoni, ma milioni di modellini e disegnini, e una quantità di scartoffie che, rovesciata in mare, basterebbe a colmare lo Stretto e consentire il passaggio a secco di qualunque mezzo), non si era mai visto.
Nella prossima occasione deputata alla magnificazione del Ponte — non può che essere da Bruno Vespa — ci piacerà vedere su quell’ardita struttura anche qualche soldatino. Così da rassicurarci: in caso di conflitto, le nostre divisioni di stanza in Sicilia potranno risalire lo Stivale in un baleno. Solo una breve sosta in autogrill.
sabato 19 aprile 2025
Grazie!
Bacio Meloso
Il primo bacio
DI MARCO TRAVAGLIO
Per capire se la visita della Meloni a Trump sia andata bene, o benino, o male, bisognerebbe sapere cosa ci sia andata a fare. Ma nessuno lo sa perché lei non l’ha detto. A occhio, l’unico successo è che Trump, diversamente da quanto aveva fatto con Zelensky e Netanyahu, non l’ha menata. Ma, se voleva diventare il ponte fra Usa e Ue nel negoziato sui dazi, non ci è riuscita: Trump aveva già dichiarato di voler trattare con l’Ue tutta insieme e, quando lo farà, non sarà certo con lei, ma con la Commissione von der Leyen. Se voleva invitarlo a Roma per un’altra passerella a ruoli invertiti, bastava telefonargli. Se voleva ottenere elogi per quanto è brava, eccezionale, miglior alleata in Ue, li aveva già ricevuti ed erano pure prevedibili: a parte Orbán, l’unica premier europea di destra che conta è lei. Se voleva strappare trattamenti di favore sui dazi, per ora ha fallito. L’ha detto Trump: non lo ha convinto. Anzi, è Trump che ha ottenuto di tutto e di più dall’Italia. Molto più dell’auspicato bacetto sul culone: 10 miliardi di investimenti italiani in Usa, più spese militari, più gas e armamenti americani. La Meloni ha ceduto molto sugli interessi Usa senza ottenere nulla su quelli italiani.
L’unica volta in cui, nello Studio Ovale, i due piccioncini sono usciti dalla vaghezza dei convenevoli è stato quando Giorgia, con lo sguardo terrorizzato dalla possibile reazione di Donald, ha ribadito la sua versione pubblica della guerra in Ucraina: la solita tiritera su aggressore e aggredito, come se dopo tre anni il problema fosse chi ha iniziato questa fase della guerra, e non come finirla. Infatti Trump ha subito dissentito, ribadendo le corresponsabilità di Biden e Zelensky (“Non sono un suo fan, ha fatto un pessimo lavoro, la guerra non doveva iniziare”). E lei ha taciuto: gli archivi della Casa Bianca conservano la foto di Biden che le bacia il capino proprio per la sua fedeltà canina alla linea pro Kiev senza se e senza ma. Il bello è che sulla guerra la Meloni la pensa come Trump (e come chiunque conosca la storia e la possa raccontare perché non c’entra). Lo disse il giorno dell’invasione russa nelle chat pubblicate da Giacomo Salvini: “La strategia dei democratici americani era sbagliata. I risultati parlano da soli… Ma ora che la guerra è iniziata non è più il momento dei distinguo: con l’Occidente e la Nato senza se e senza ma”. E lo ribadì l’1.11.23 al comico russo scambiato per il leader dell’Unione Africana: “La controffensiva ucraina non sta andando come ci si aspettava… Serve una via d’uscita accettabile per entrambe le parti”. Ma non può dirlo pubblicamente, sennò dovrebbe smettere di tenere il piede in due scarpe: l’asse bellicista Ue-Kiev e i negoziati promossi dagli Usa. E scegliere finalmente gli interessi dell’Italia.
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