sabato 1 marzo 2025

Disorientato




Intervista

 

“La corsa non serve: basta bugie da Guerra fredda”
L’INTERVISTA - Direttore di “Analisi Difesa”: “Sembra che i russi debbano arrivare a Lisbona. Ma nessuno ci crede più”
DI LORENZO GIARELLI
“L’Occidente ha tutto l’interesse a ingigantire la minaccia russa per aumentare le spese militari, ma l’opinione pubblica non ci crede più”. Gianandrea Gaiani, direttore di Analisi Difesa ed esperto di sicurezza, spiega il bluff della corsa al riarmo che coinvolge l’Italia e il resto dell’Unione europea: “Anche durante la Guerra fredda si puntava sulla paura del nemico russo, ma almeno all’epoca la minaccia era tangibile”.
Gianandrea Gaiani, l’invasione russa dell’Ucraina legittima un aumento delle spese militari?
Intanto vedo una contraddizione: da una parte la Russia è stata descritta come in grande difficoltà in Ucraina, dall’altra sembra pronta ad arrivare fino a Lisbona. Ma non esiste alcun report, nemmeno della Nato – la quale avrebbe tutto l’interesse a spingere in questa direzione – che indichi una volontà o anche solo un indizio del fatto che la Russia voglia invadere un Paese dell’Unione europea. Questa minaccia però serve a tenere in piedi una narrazione che sostenga la corsa al riarmo da parte dei Paesi europei.
Una riedizione della Guerra fredda?
All’epoca l’enfasi era tutta sulla deterrenza nucleare e ha vissuto anche momenti di forte crisi, adesso siamo spostati su un terreno più convenzionale: mezzi, razzi, elicotteri, droni. Ma se oggi vado al bar e chiedo a qualcuno se ha paura dell’invasione, la maggior parte della gente mi risponderà pensando all’eccessivo arrivo dei migranti, non certo alla Russia. La minaccia sovietica invece era molto più tangibile, perciò gonfiare il nemico era un’operazione credibile.
Il tentativo è lo stesso, ma l’esito diverso?
Secondo il Censis, e quindi non parliamo di un sondaggio qualsiasi, oggi il 66 per cento degli italiani attribuisce la responsabilità delle guerre in corso in Ucraina e in Medio Oriente agli Stati Uniti o, più in generale, all’Occidente. Anche per questo credo che alla fine non arriveremo davvero alle cifre per la Difesa che ci chiede Trump. Come facciamo a mettere 20-25 miliardi miliardi in più ogni anno? E per cosa?
Sono soltanto annunci allora?
Un aumento ci sarà, ma credo che i diktat non avranno vita lunga se davvero la guerra finirà a breve, con russi e americani che penseranno ai propri interessi comuni. A quel punto, finirà questa manfrina. Anche perché c’è un grande equivoco: spendere miliardi in più, oggi, non significa armarsi di più, ma spendere di più per le stesse armi che si avevano prima.
Cioè?
Con la guerra in Ucraina i Paesi europei hanno svuotato le scorte. Nel frattempo però i costi per la produzione sono aumentati e oggi i prodotti finali costano molto di più. L’economia ci ha dimostrato che nel braccio di ferro con la Russia siamo andati a fondo noi europei, basta guardare le crisi industriali in corso. Se nel 2025 raddoppi la spesa per comprare mezzi nuovi, in realtà compri poco più di quel che compravi nel 2021 con la metà dei soldi. E poi c’è un problema, anche ammettendo un forte investimento: col nostro riarmo sosteniamo l’economia americana, non la nostra.
Perché compriamo miliardi di armi dagli Stati Uniti?
Trump ha dichiarato di voler ridurre i suoi investimenti militari, che peraltro dobbiamo ricordarci sono concentrati soprattutto sull’Indo-Pacifico, non certo sulla difesa dell’Europa. In compenso, i colossi Usa della Difesa incasseranno proprio dall’Europa, che invece dice di volersi riarmare. Portiamo soldi in America e non sviluppiamo tecnologie nostre. Alla faccia della sovranità economica. Insomma, se siamo convinti che la prossima guerra sarà convenzionale e sia necessario rinforzarsi in questa direzione, lo si faccia, ma senza la propaganda sul nemico russo: andava bene negli anni 40.
Come sta oggi la Difesa russa?
I russi stanno uscendo vittoriosi dalla guerra in Ucraina, checché se ne dica. L’Ucraina è in ginocchio dal punto di vista degli uomini e dei mezzi, e l’Ue non ha più nulla da offrirle, proprio mentre gli Usa si avviano a definire la fine del conflitto. Mosca si ritroverà perciò con un esercito testato in battaglia e pieno di veterani. Detto questo, visto anche l’andamento della guerra in Ucraina, non si può pensare a una marcia russa verso l’Europa, non è realistico.

Attorno al caos

 

Voleva essere un duro
di Marco Travaglio
A Zelensky era già accaduto di beccarsi le lavate di capo di un presidente Usa: era Biden che lo cazziava ora per la pretesa di miliardi e armi a getto continuo senza mai ringraziare, anzi rimproverando l’alleato di fare sempre troppo poco; ora per le bugie sul missile ucraino caduto in Polonia e spacciato per russo per trascinare gli Usa e il mondo nella terza guerra mondiale. Ma una scena come il match Trump-Zelensky nello studio ovale a favore di telecamere è un unicum nella storia, figlio dell’Èra Donald che sconvolge non solo la sostanza, ma anche le forme della diplomazia mondiale. Zelensky era stato avvertito: o vieni e firmi l’accordo sulle terre rare, prologo della tregua, o stai a casa. Lui è andato senza firmare nulla. Ha anteposto la sua immagine agli interessi del suo Paese, sfidando Trump perché gli ucraini intendessero. Voleva essere un duro, o almeno sembrarlo agli occhi del popolo che lo ama sempre meno, ricordando di essere il leader coraggioso che tre anni fa rifiutò un comodo esilio e restò a Kiev (anche perché Putin gli aveva garantito l’incolumità via Bennett). Forse s’è rafforzato con i nazionalisti che non vogliono sentir parlare di pace e compromessi. Ma non certo con la maggioranza non ideologizzata degli ucraini che non vede l’ora di chiudere la guerra e ci penserà bene prima di rivotare un nemico degli Usa chiamato “stupido” da Trump e cacciato dalla Casa Bianca.
Così Zelensky ha, se possibile, ancor più indebolito il suo Paese, sconfitto in guerra, spopolato da morti, profughi, disertori e renitenti alla leva, economicamente fallito e ora anche platealmente scaricato dal primo alleato. Che, se non è diventato nemico, poco ci manca. Trump gli ha sbattuto in faccia le verità scomode che tutti conoscono benissimo, ma che lui si era illuso (perché era stato illuso da Biden e continua a essere illuso dall’Ue) di poter continuare a ignorare all’infinito: Ucraina e Nato hanno perso la guerra; Kiev senza gli Usa non si regge in piedi e ora che dice di no agli Usa non ha più carte in mano; Trump non si pone nel negoziato come alleato di Kiev, ma come “arbitro” fra Ucraina e Russia, neppur troppo equidistante visti i rapporti di forza. E ora, giocandosi il rapporto con gli Usa, Zelensky si è conficcato in un vicolo cieco: o torna alla Casa Bianca, anzi a Canossa, col capo cosparso di cenere, sottoponendosi a forche caudine ancor più umilianti di quelle subìte finora e firmando qualsiasi cosa Trump gli metta sotto il naso; oppure resta solo, in balia delle truppe russe che avanzano e senza più aiuti dagli Usa, mentre Trump si accorderà con Putin. La classica alternativa del diavolo: o un disastro o un disastro. Dopo aver perso la guerra, Zelensky rischia di aver perso anche la pace.

L'Amaca

 

Cordiale e costruttivo
DI MICHELE SERRA
È semplicemente meravigliosa la storia del signor Paolo Zampolli, facoltoso italoamericano amico di Trump (ma avrà almeno un amico povero, il Trump?) che il presidente avrebbe nominato, a quanto si dice in giro, “inviato speciale per l’Italia”. Primi due incarichi del suo mandato: la partita della Lazio accanto a Lotito e un incontro “cordiale e costruttivo” con il Salvini, come da comunicato social di quest’ultimo.
Per il prosieguo, lo ha spiegato lo stesso Zampolli, non ci sono obblighi particolari.
L’agenda è libera, e quel che capita capita.
Per esempio un’intervista da Bruno Vespa.
Per il resto, Zampolli può godersi il suo soggiorno sui sette colli come Audrey Hepburn inVacanze romane .
A che titolo Zampolli sia tra noi, non è del tutto chiaro. Non risulta in alcun protocollo, non ha presentato le credenziali ad alcun ministero o istituzione italiana, la Farnesina non ha idea di chi sia costui.
Semplicemente, è qui. E questo, evidentemente, è già un buon motivo per essere gentili con lui: cordiali e costruttivi, per non essere da meno del Salvini.
Però senza esagerare, perché per quanto ufficioso sia il ruolo di Zampolli, dovrà pure compilare un rapporto, sulla via del ritorno, per informare il presidente del clima che ha trovato in Italia. Due chiacchiere con gli esportatori dei prodotti italiani in America (le famose “eccellenze italiane” che il governo cita ogni dieci secondi), per esempio, dovrebbe farle. Sarebbe interessante. Probabile che, alla luce dei dazi, siano meno cordiali e costruttivi, ma non dubitiamo che l’inviato speciale di Trump in Italia prenda sul serio il suo incarico e dunque riferisca in Patria.

Preghiera

 

Si fa per parlare chiaramente. Ma non sarebbe stato meraviglioso se al termine di questa “preghiera” una saetta fantasmagorica seguita da un enorme boato avesse incenerito ciuffi biondi e quant’altro? Personalmente avrei dato il via ad un ballo in maschera di cinque giorni a base di rhum, rigorosamente travestito da Mary Poppins!




Corroborante

 



venerdì 28 febbraio 2025

Click!



Quello che una volta guardavamo in film violenti di bassa categoria, è divenuto realtà grazie all’elezione, probabilmente manipolata dall’amico ketaminico, di un bullo psicopatico estremo divenuto, grazie ad ignoranza e babbanesimo, l’emblema di una fantomatica rinascita, in realtà imminente baratro; il saluto quasi definitivo ad educazione, rispetto, dialogo, pone davanti a noi tutti la consapevolezza del regredire, dell’assistere inermi alla dissoluzione di quel poco di buono che avevamo costruito. Un bullo circondato da idioti della peggior specie, negazionisti, fascisti, nazisti. E che dire dell’ospite iroso? Nel surreale che stiamo vivendo verrebbe da dire “finalmente questo elemosinante armi ha trovato quello giusto!” 
Ma essendo stato aggredito, di default è dalla parte della ragione, anche se, farcito di nazisti è propenso alla globalizzazione del conflitto, sta pedissequamente sfioriando il torto, avendo escluso per decreto il dialogo con l’orso assassino. Piccolezze difronte alla sfrontatezza della gentaglia guidata dallo psicopatico miliardario.