martedì 4 febbraio 2025

L'Amaca

 

Resistere alla tempesta
DI MICHELE SERRA
Un branco di radicali lunatici” secondo Trump, “un verminaio” secondo Musk. Si riferiscono a Usaid, l’agenzia americana fondata nel 1961 da John Kennedy per aiutare i Paesi poveri. “Usaid deve morire”, ha twittato il presidente con il suo gergo da gangster (lui parla spiccio: è ora di essere spicci anche parlando di lui). Usaid è uno dei tanti rami da tagliare, ramo particolarmente odioso per i nuovi padroni d’America perché ha il dna del solidarismo e della cooperazione internazionale.
Sicurezza interna, Difesa e poco altro, questo rimarrà di pubblico e di finanziato nel paese di Trump: uno Stato armato, e al resto — sanità e istruzione in primo luogo — ci pensano le carte di credito di chi può, e chi non può si arrangi perché è finita la pacchia, come direbbe il trumpetto di casa nostra.
Ho pensato ai funzionari di Usaid, che per metà saranno burocrati impigriti, per metà gente appassionata e competente che cerca di aiutare il prossimo. Immagino i loro sentimenti quando il loro presidente, come un imperatore che mostra il pollice verso, annuncia la morte non solo e non tanto del loro lavoro, quanto del loro impegno, delle loro idee, della loro storia, che è anche uno dei tanti pezzi nobili della storia americana.
Trump e Musk vogliono radere al suolo qualunque istituzione, nazionale e internazionale, che cerchi di tenere vive parole e opere di cooperazione e di pace. Oms, Fao, Unesco, le ogm di ogni ordine e grado, il solidarismo cristiano, il volontariato laico, qualunque cosa puzzi di gentilezza, di sovranazionalità, di operativo esercizio di fratellanza, è il loro nemico. In molte stanze, arredate molto diversamente da Mar-a-Lago, donne e uomini di buona volontà stanno cercando di capire come resistere alla tempesta. Sono loro, per ora, la sola vera opposizione a Trump.

lunedì 3 febbraio 2025

Il vil minerale

 

Il sociologo Fabien Lebrun: “I colonialisti di smartphone e pc finanziano le mattanze in Congo”
LE MANI SULLE MINIERE - “Da 30 anni faide tra miliziani al soldo dei colossi estrattivi che vogliono cobalto, tungsteno & C. per l’hi-tech. L’offensiva del gruppo M23 sostenuto dal Ruanda è per non perdere il mercato”
DI MICHAEL PAURON
Abbiamo tutti dei minerali macchiati di sangue in tasca e siamo tutti complici indiretti di crimini abominevoli commessi in nome del regno del digitale. È la tesi che il sociologo Fabien Lebrun difende nel suo saggio Barbarie numérique, une autre histoire du monde connecté (pubblicato da L’Échappée, 2024), in cui rivisita la “rivoluzione digitale” alla luce della storia del capitalismo globale e del caso specifico della Repubblica Democratica del Congo. Secondo il sociologo, gli abitanti della RDC – dove la situazione umanitaria è peggiorata per l’offensiva dei ribelli dell’M23 sostenuti dal Ruanda – sono sempre stati sfruttati per alimentare il frenetico processo della globalizzazione. “Scandalosamente” ricche, queste terre sono sempre state sfruttate a scapito dei loro abitanti. Prima per gli schiavi, poi per i minerali usati nella fabbricazione delle armi (tra cui l’uranio usato per costruire la bomba atomica sganciata su Hiroshima il 6 agosto 1945), oggi per il cobalto, il tantalio, il tungsteno e altre terre rare necessarie per la costruzione degli smartphone e delle batterie elettriche. Fabien Lebrun parla dunque di “tecno-colonialismo”, che utilizza gli stessi metodi del colonialismo e del neocolonialismo: lavoro forzato, frode, finanziamento di gruppi armati.
Nel suo libro, traccia un legame tra le guerre che da trent’anni dilaniano l’est della RDC e lo sfruttamento dei minerali necessari per costruire i dispositivi…
Le risorse necessarie per la “rivoluzione digitale” sono distribuite in modo molto disomogeneo nel mondo e la Repubblica Democratica del Congo è probabilmente l’unico Paese che presente nel suo sottosuolo quasi tutti gli elementi della tavola di Mendeleev. Da trent’anni centinaia di milizie operano nella regione. Chi le finanzia? Le potenze capitalistiche e il settore estrattivo mondiale. Dal mio punto di vista, questo è l’elemento centrale dei ripetuti conflitti nella regione. Ogni anno vengono venduti circa 1,5 miliardi di smartphone, 500 milioni di televisori, 500 milioni di PC, 200 milioni di tablet e 50 milioni di console per videogiochi, per non parlare dei miliardi di schermi e oggetti connessi che dipendono da minerali e metalli, molti dei quali si trovano in Africa centrale, almeno quelli più strategici.
Secondo lei, è dunque possibile che il gruppo M23, che sta per rovesciare Goma, sia legato ai minerali…
Nel 2021, il presidente della RDC, Félix Tshisekedi, ha firmato un accordo con l’Uganda per facilitare la costruzione di strade e il trasporto di prodotti minerari, forestali e agricoli. Quasi allo stesso tempo, diversi rapporti hanno mostrato che il fabbisogno di tantalio e minerali strategici per il 5G e le auto elettriche sarà in crescita. In questo contesto, diversi osservatori ritengono che il Ruanda, che non vuole perdere la sua parte in questo mercato, abbia rilanciato il gruppo M23 in reazione appunto agli accordi tra Uganda e RDC. Un’ipotesi plausibile soprattutto perché l’M23 ha messo rapidamente le mani sulla miniera di Rubaya, a Rutshuru, che contiene il 15% delle riserve mondiali di coltan.
Lo scorso dicembre, la RDC ha presentato diverse denunce in Francia e in Belgio contro le filiali di Apple accusandole di sfruttare “minerali sporchi di sangue”. Apple nega. Quali potrebbero essere le conseguenze?
C’era già stata una denuncia nel 2019, presentata negli Stati Uniti da un gruppo di avvocati contro Apple, Dell, Microsoft e Tesla per complicità nella morte di bambini nelle miniere di cobalto congolesi, poi archiviata nel marzo 2024. Ma il fatto che ora sia uno Stato a sollecitare la giustizia è senza precedenti e potrebbe determinare una più ampia presa di coscienza del problema.
Lei denuncia una continuità del capitalismo, dalla tratta degli schiavi all’estrazione dei metalli usati nei nostri dispositivi connessi. Cosa hanno in comune il commercio triangolare e l’estrazione mineraria in RDC?
Attraverso la storia della tecnologia e del Congo, riesamino il concetto di capitalismo, le sue radici e il suo sviluppo. Il mio punto di partenza è il concetto di “accumulazione primitiva del capitale” ​ studiato da Karl Marx nel Capitale, ovvero il lungo periodo, dal XVI al XIX secolo, della tratta degli schiavi e del commercio triangolare, che ha unito Europa, Africa e America. È l’inizio della mondializzazione, che ha contribuito ai primi profitti, o capitali, soprattutto in Europa attraverso i conquistadores e i coloni. Assistiamo alla nascita dell’estrattivismo, prima dell’oro e dell’argento, estratti in modo massiccio nel continente americano a partire dal XVI secolo. Guardando alla storia, notiamo che esiste una continuità tra l’emergere di una rivoluzione industriale e la necessità di estrarre risorse naturali. Il Congo ne è un esempio: uomini, donne e bambini sono stati “sfruttati” come schiavi per soddisfare la domanda europea di zucchero, caffè e cacao. Tra la fine dell’800 e l’inizio del ‘900, è la foresta a essere stata sfruttata, in modo intensivo, soprattutto per il caucciù , sulla scia dell’espansione dell’industria automobilistica. Durante le guerre del XX secolo, sono stati estratti metalli per l’industria degli armamenti, tra cui l’uranio del Katanga, mentre negli anni ‘90, la ricchezza del sottosuolo del Paese è servita per fa fronte all’informatizzazione del mondo.
Lei spiega che il concetto di estrattivismo era praticamente scomparso. Quando è ricomparso?
È tornato venticinque anni fa, durante il cosiddetto “boom minerario”, che corrisponde allo sviluppo della tecnologia digitale, ma anche alla forte domanda dei Paesi emergenti (India, Cina…). Questo periodo è paragonabile al XVI secolo, il “secolo dell’oro”. C’è una continuità.
Cosa intende per “tecno-colonialismo”?
Le pratiche e la mentalità delle istituzioni coloniali perdurano nella divisione internazionale del lavoro e la produzione globalizzata: estrattivismo, frode e lavoro forzato che può essere paragonato alla schiavismo. Per alimentare la nostra globalizzazione, dobbiamo far lavorare uomini e donne congolesi.
Lei mette in discussione il linguaggio dell’attuale capitalismo digitale che parla di “dematerializzazione”. Perché?
Il termine “dematerializzazione” è centrale nell’ideologia capitalista contemporanea. Oggi si parla di cloud, di cyberspazio. In realtà, per costruire uno smartphone servono sessanta metalli, settanta per un’auto elettrica. Quanto più miniaturizziamo, tanto più utilizziamo elementi della tavola di Mendeleev. Nei prossimi venti o trent’anni dovremo estrarre più metalli di quanti ne abbiamo estratti in tutta la storia dell’umanità. Non abbiamo mai vissuto in una società così materiale. Parlare di “dematerializzazione” allora è falso. E lo stesso vale per l’intelligenza artificiale, che richiede l’elaborazione e lo stoccaggio di un’enorme quantità di dati. Ciò vuol dire costruire ancora data center, che richiedono l’uso di cemento, vetro, acciaio e acqua per il raffreddamento. Le energie rinnovabili si basano sullo stesso tipo di risorse. L’ideologia del capitale parla di “transizione”, ma non c’è transizione, c’è solo accumulazione. Elon Musk sa che i minerali si stanno esaurendo e vuole trovarli sulla Luna e su altri pianeti. Emmanuel Macron e altri vogliono cercarli nei fondali marini. La Russia e la Cina sotto i poli. Tutti sanno che il XXI secolo sarà un secolo estrattivista e che questi nuovi settori eviteranno il collasso del capitalismo. Ma il suo crollo è già iniziato.
Nel suo libro difende la disconnessione. Come raggiungerla in un mondo ultraconnesso?
Molti pensano che sia impossibile. Ma se consideriamo il posto che i dispositivi connessi stanno prendendo nelle nostre vite e le conseguenze che il nostro modo di vita sta avendo in Congo, mi sembra ovvio che bisognerà rivedere le nostre tecnologie e il modo in cui sono progettate, ed esigere che siano meno potenti e meno efficaci, in modo che ci sia una minore pressione sulla terra, sulla geologia, sulla terra e sulle persone. Bisogna reintrodurre la nozione di limite, non abbiamo scelta, iniziare una decrescita minerale e numerica, interrogarci sulle nostre reali esigenze e non su quelle create dall’industria.
Traduzione di Luana De Micco
* di Afrique XXI (giornale online partner di Mediapart)

Attorno alla vergogna

 

Giù le armi. La prima causa di fame al mondo sono le guerre
DI BARBARA NAPPINI*
In Ucraina, oggi, più di 7 milioni di persone vivono in condizioni di insicurezza alimentare, per via dell’inflazione, dell’impossibilità di coltivare i campi disseminati di mine e per mancanza di mano d’opera. La Russia, terzo maggiore produttore di grano dopo Cina e India, l’anno scorso ha visto la sua produzione di derrate vegetali crollare del 14%. In Sudan, altro scenario di guerra, ben 17,7 milioni di persone sono in uno stato di grave insicurezza alimentare. L’esercito israeliano è responsabile di ben 8.660 ettari di terreno agricolo palestinese devastato: frutteti, oliveti, campi di ortaggi e cereali.
In Italia la spesa militare complessiva per il 2025 è di 31,2 miliardi: l’aumento decennale in termini assoluti è stato pari al 61%. Una ricerca tedesca ha studiato il prezzo della fame nel mondo: debellarla entro il 2030 costerebbe circa 280 miliardi di euro. Una cifra ridicola rispetto alla spesa militare globale quotidiana: 6,7 miliardi. In 50 giorni di pace globale avremmo quel valore.
Abbiamo una trave nel piatto, anzi un kalashnikov: la guerra è infatti la prima causa di fame al mondo. Lo scorso anno i conflitti armati hanno trascinato 135 milioni di persone in più verso la fame. Il futuro è quantomai incerto perché viviamo una fase nella quale il potere è frammentato: una sorta di sistema anarchico confuso e rischioso, un nuovo medioevo. E nonostante la dirompente innovazione istituzionale che ha rappresentato l’Europa, oggi essa stessa e la democrazia che incarna, sono messe in discussione, anche a mezzo guerra: i conflitti sono infatti oggi utilizzati per creare instabilità, non stabilità. D’altronde la democrazia è complessità e la semplificazione ne è la prima crepa.
Il ritorno alle logiche di forza, all’imperialismo, una cultura marziale diffusa e disinvolta, sono una preoccupante deriva della semplificazione. Il multilateralismo ha prodotto accordi, carte d’intenti, regole che non hanno funzionato perfettamente, ma che esistono ed esprimono valori. Non saranno i singoli Stati a poter affrontare una crisi tanto trasversale, ma federazioni di Stati forse sì, l’Europa sì: se sarà capace di immaginare un’idea di mondo – senza guerra, né fame – e trasformarlo in concretezza.
*Presidente Slow Food Italia

domenica 2 febbraio 2025

L’Amaca



Tutto il potere ai followers

di Michele Serra

“Qualsiasi cosa faccio diventa virale su TikTok”, dice Fabrizio Corona, “siamo a 320 mila iscritti, il mio obiettivo è arrivare a un milione. Può essere antesignano di un partito politico che, come hanno fatto i 5 Stelle, vinca le elezioni”. Non si può dire se il programma dell’ormai stagionato paparazzo avrà successo. Ma si può dire che è legittimo, plausibile, perfettamente dentro l’epoca. Potrebbe farcela, e molto meglio e ben prima di lui potrebbe farcela chi di followers ne ha milioni, per qualunque motivo, per qualunque merito, o anche senza alcun motivo, e per zero meriti.

Chiunque cerchi di capire l’epoca, di afferrarne il senso, non può ignorare che QAnon, il sito più paranoico tra i paranoici, quello che sostiene che il mondo sia retto da un complotto di pedofili e di ebrei, ha milioni di followers. E che Trump è diventato presidente degli Stati Uniti anche, se non soprattutto, in virtù dell’appoggio entusiasta di quel genere di seguaci. Trump non è molto diverso da Corona (se non per i quattrini, che Corona vorrebbe avere ma non ha), non lo è per cultura né per ideologia, l’ideologia della forza e del denaro come unica leva, il resto è merda da disprezzare e da sottomettere.

Un sacco di gente adora questo culto della sopraffazione, specialmente i sopraffatti, i deboli e i frustrati che sperano di vendicarsi per interposta persona. È un culto senza radici e dunque destinato al deperimento e alla morte, senza amore e dunque destinato alla meschinità e all’abbrutimento. Ma funziona, nel breve fa sfracelli, e danni incalcolabili. Corona ha presentato il suo “libro” a Milano in una libreria importante. Il suo editore (importante) non è nemmeno il mandante, o il complice. È solo lo spettatore impotente, come noi tutti.

Grande gioia


Mamma è tornata a casa finalmente! Una grande gioia.. con alcuni impercettibili problemini.. il rapporto con la badante, dopo due soli giorni, è molto simile, e forse un zinzinino peggiore, a quello di Trump con un illegale nero colto a spacciare. Dopo la spesa fatta secondo un canovaccio che ricorda la procedura di distacco del Lem dalla Luna durante la missione Apollo 11 - le cipolle non troppo piccole né troppo grandi e non più di quattro; le dimensioni delle arance devono essere tali da stare nella fruttiera; le mozzarelle non troppo grandi che poi non le mangio; guarda la scadenza del latte; i kiwi devono essere morbidi ma non troppo - è arrivato l’infausto momento di metterla in frigo, momento topico, con lei dietro seduta su una seggiola con l’espressione di un docente della Normale incazzato  mentre sta interrogando un sessantottino col fazzoletto rosso al collo. Il posizionamento delle cibarie nel frigo, di una precisione simile a quella in auge nei laboratori orafi di Arezzo, avrebbe irritato oltremodo il Papa Buono e portato alla scurrilità il Mahatma Gandhi, e, visto il tempo trascorso, al completo sbrinamento dell’elettrodomestico, infarcito naturalmente da frequentissimi inviti a lavarsi le mani tipico di una tendopoli sanitaria installata in una zona africana colpita dall’Ebola. Ma tutto questo passa in secondo piano, naturalmente! Gulp!

Un’idea



Come definire l’antipatia, il subitaneo attacco alle gonadi, la foruncolosi incipiente per il smargiasso, per il continuo travalicamento di regole? Un’idea ce l’avrei…

Ha stato



Ha stato Conte 

di Marco Travaglio 

Problema: come nascondere lo scandalo di un governo che libera un torturatore ricercato dalla Cpi e dice di averlo fatto perché è un criminale pericoloso, dopo aver sempre detto che i delinquenti pericolosi vanno arrestati buttando via la chiave per evitare che continuino a delinquere? Soluzione: si segue la linea Ferragni sventolando al posto delle corna le idee politiche del pm Lo Voi e dell’avvocato Li Gotti per non parlare delle loro azioni (una denuncia legittima e un atto dovuto). Problema: come trasformare Li Gotti e Lo Voi, uomini di destra, per giunta incensurati, in due comunisti sfegatati? Soluzione: si cercano scudi umani che non hanno una faccia e dunque non temono di perderla, e li si sguinzaglia nei media. Così Li Gotti, ex militante del Msi e di An, poi dipietrista e sottosegretario nel Prodi-2, diventa un amico di Prodi, anche se non l’ha mai frequentato (i sottosegretari non partecipano ai Cdm). E Lo Voi, da sempre esponente e dirigente della corrente destrorsa MI, diventa una toga rossa anche se le correnti di sinistra l’han sempre osteggiato in ogni nomina. Infatti divenne procuratore di Palermo e di Roma coi voti al Csm dei laici e dei togati di destra.

Si poteva andare sul sicuro urlando “Ha stato Putin”, o “la Wagner”, o “gli hacker russi”, che si portano su tutto. Ma poi si doveva spiegare come mai la Cpi vuole arrestare pure Putin. Meglio un altro classico del complottismo, non solo meloniano, ma trasversale: “Ha stato Conte”. Funziona sempre benissimo. Frana a Ischia? Colpa del condono edilizio di Conte, che naturalmente non ha mai fatto condoni edilizi. Il governo non ha soldi per la Finanziaria perché ha firmato il Patto di stabilità che ci fa partire ogni anno da -13 miliardi? Colpa di Conte che ha fatto il Superbonus (volàno del boom post-Covid, applaudito e sostenuto per quattro anni dalle destre). Il governo non riesce a spendere i 209 miliardi del Pnrr? Colpa di Conte che ha strappato troppi soldi dall’Europa: doveva battere i pugni per non ottenere neppure un euro. Il Messaggero lo tirò in ballo persino su una strage di quattro donne a Roma: “Il killer aveva il reddito di cittadinanza”. Rep svelò un “record di ladri acrobati grazie alle impalcature del Superbonus”. Poi Conte fu linciato persino per due giorni di ferie a Cortina e perché d’inverno indossa financo un maglione dolcevita. Possibile che non c’entri anche col caso Almasri? Certo che c’entra: quel gran genio di Fazzolari l’ha sgamato l’altroieri: nel 2021 pensò di nominare Lo Voi alla Cpi. Il classico processo alle intenzioni, peraltro presunte visto che non lo nominò. L’unica nomina Lo Voi la ebbe nel 2010 a Eurojust grazie al governo B.. Dov’era ministra la Meloni. Quindi non si scappa: ha stato Conte.