martedì 14 gennaio 2025

Natangelo

 



Prima Pagina

 



Ke dovremmo dire noi?

 


Verrebbe da dirle: E grazie al k... ! - se fossimo come lei, la signora, la figliola di cotanto padre, bofonchiante tra un cda di un'enorme casa editrice che non sarebbe dovuta esser sua, ma che papino sgraffignò molti anni fa mediante il magistrato sodale e la pletora di intrallazzatori ossequianti, e il controllo delle proprietà e la corsa tendente all'infinito dei suoi possedimenti.  

Definisce "pattume mediatico" un'attenta analisi compiuta da quel programma che già a papy andava indigesto e che ora il Gasparri, che tutti vorremmo avere per attenzionare il merdarello, vorrebbe chiudere, non tanto per noia, per fastidio arrecante al partito di proprietà, no: solo perché è Gasparri. 

Pattume mediatico i 250 milioni di lire pagati ogni sei mesi alla mafia di Riina almeno fino agli anni '90; pattume mediatico l'acclarata conferma dei 9000 miliardi di debito posseduti dal babbo prima della sua discesa in campo, e poi spariti, chissà da chi pagati, al tempo dell'avventura che diede inizio alla famigerata Era del Puttanesimo. 

Pattume mediatico i viaggi del fido Marcellino in Sicilia, le riunioni accertate e verificate nelle dichiarazioni dei pentiti, con boss mafiosi. 

Resta l'enigma, e probabilmente per sempre resterà, di come il Cavaliere abbia potuto costruire Milano 2 con Edilnord, chi insomma gli prestò i dinè. 

Resta l'enigma di una Sicilia completamente innamorata delle gesta politiche del milanesotto, con Emilio Fido lacrimante alla proclamazione del trionfo. 

Resta il pensiero di una probabile inchiappettata generale a tutta la comunità italiana, che siamo noi, per risanare le proprie attività. 

Ma per la figliola il pattume è tutt'altra cosa!  

Testimonianza

 

La pace spaventa quanto la guerra perché scatenerà il dolore represso
DI RITA BAROUD
DEIR-EL-BALAH — La dura realtà è che a Gaza temiamo la tregua tanto quanto temiamo la continuazione della guerra. La fine dei bombardamenti non significa necessariamente l’inizio della pace, significa affrontare la distruzione delle nostre città e il dolore che si è accumulato dentro di noi in questi lunghi mesi. La quiete tanto agognata rivelerà solo la profondità delle ferite: le rovine di quelle che un tempo erano case e i volti dei cari scomparsi per sempre.
Nelle strade della Striscia la vita continua con le sue strane contraddizioni. Alcuni già festeggiano, emettendo ululati e cantano nei vicoli, come a cercare una gioia temporanea. I bambini corrono per le piazze intonando canzoni festose e le loro madri li guardano con occhi pieni di paura: hanno il terrore che i loro cuori si spezzino di nuovo.
Allo stesso tempo, negli angoli si vedono volti cupi, carichi di sospetto e sgomento. Qui le persone hanno imparato a non fidarsi delle parole. «Questa non è la prima tregua», dice qualcuno. «La pace a Gaza è sempre il preludio a un nuovo conflitto».
Questa guerra non ha lasciato altro che distruzione, non solo nelle strade e nelle case, ma dentro di noi. Le sue cicatrici sono più profonde di quanto possa raggiungere la guarigione e sono più pesanti di quanto la memoria possa cancellare.
Anche io temo la tregua quanto la guerra. Temo di essere lasciata sola ad affrontare tutto questo dolore represso, tutte le sofferenze rimandate. Come affronterò il fatto che la mia casa non c’è più, che i miei cari non torneranno mai più? Come affronterò la notte in cui la mia mente sarà affollata dal rumore dei bombardamenti e dalle grida delle madri? Questa guerra mi ha sfigurata permanentemente. È impossibile per me rimanere una persona normale dopo aver perso la casa, il lavoro, l’università, la famiglia, gli amici e le strade della mia città. I miei principi, i miei valori e la mia visione della vita sono cambiati. La tregua aprirà in me una guerra psicologica. Ma nessuno psichiatra può capire cosa abbiamopassato. Non so cosa sarà la prima cosa che farò dopo il cessate il fuoco: voglio dormire, ma come può riposare questa mente piena di urla delle madri e delle immagini dei bambini sfigurati? La mia memoria è mutilata. Voglio cancellare tutte le foto e i video dal mio cellulare dal 7 ottobre, ma chi cancellerà da me i ricordi della guerra? Voglio andare al mare, sedermi da sola sulla riva, ma come posso mentre la gente vive ancora nelle tende? Voglio piangere tanto perché tutto il dolore, lo sento arriverà a scoppio ritardato.
Quando faccio la stessa domanda alle persone che conosco, le loro risposte sono piene di contraddizioni: «Urlerò e correrò per le strade!», «ballerò mentre piango», «tornerò nel nord di Gaza, anche se la mia casa è solo un cumulo di macerie: abbraccerò le macerie», «piangerò per rimediare a tutto quello che ho sopportato in questi 15 mesi».
Ma ci sono due gruppi che non lasciano mai la mia mente: i sopravvissuti solitari che hanno perso tutte le loro famiglie, e le famiglie dei dispersi che stanno ancora aspettando notizie dei loro cari.

A proposito di M

 

Fascisti su Marte
di Marco Travaglio
La serie M – Il figlio del secolo è molto ben fatta. Un po’ statica, noiosa e sconnessa, forse. Ma tecnicamente impeccabile per cast, interpretazioni, regia, ambientazioni, musiche, spettacolo. Ha un solo difetto: ci racconta un uomo che non è Benito Mussolini, ma la sua macchietta, e un movimento che non è il vero fascismo, ma la sua caricatura. Si dirà: inevitabile, è una fiction di intrattenimento, per giunta ispirata a un romanzo, quello di Antonio Scurati. Ma allora era meglio precisare che è roba di fantasia, chiamando il protagonista Bonito Napoloni come nel Grande dittatore di Chaplin, Ermanno Catenacci come il personaggio di Bracardi, Gaetano Maria Barbagli come quello di Guzzanti in Fascisti su Marte. Il rischio è che chi vede la serie pensi che il duce e i personaggi storici che gli ruotano attorno fossero davvero così: marionette, parodie e sagome da teatro dei pupi o del grottesco. E vada a cercare conferme, trovandole, nel romanzo di Scurati, anziché documentarsi sui veri libri di storia di studiosi come Renzo De Felice, Emilio Gentile, Denis Mack Smith, Nicola Tranfaglia, Gianni Oliva, Angelo D’Orsi e altri, o di divulgatori alla Indro Montanelli, Giorgio Bocca, Arrigo Petacco.
Mai come in questo momento di amnesie e revisionismi, dove la boss di Afd si permette di dire a Musk senza tema di smentite che Hitler era un comunista (infatti ne sterminò a migliaia), servono precisione e profondità storica, non barzellette, scenette e banalizzazioni un tanto al chilo. Mussolini non era una macchietta, era un personaggio serio e tragico: non sporgeva il mento e la mascella quando teneva in braccio i suoi bambini, non passava tutto il tempo a trombare, a sproloquiare idee confuse e a far menare il prossimo, non faceva il dito medio in piena Camera, non diceva “Make Italy great again” perché non conosceva Trump (e, a scanso di equivoci: sua sorella si chiamava Edvige, non Arianna). Gabriele D’Annunzio a Fiume non aveva il tavolo lunghissimo di Putin per tenere le distanze da Benito al posto di Macron (purtroppo sconosciuti al Vate). Margherita Sarfatti non era solo l’amante infoiata che parla come la Vanoni, ma una intellettuale, artista e mecenate. Marinetti non era un pagliaccio vestito come Totò a Capri fra gli esistenzialisti, che siede in terra nel salotto della Sarfatti e declama Zang tumb tumb come un deficiente spiritato: è il fondatore di un’avanguardia artistico-culturale che segnò tutto il secolo e a cui tuttoggi si ispira la performance art e si dedicano studi e mostre (l’ultima a Londra). Re Vittorio Emanuele III non era il nanerottolo smarrito che si inerpica su un inesistente trono a Montecitorio con le gambette a penzoloni e parla come la Littizzetto.
È il portatore del disegno politico di cooptare i fascisti, nell’illusione di plasmarli ai suoi scopi e usarli contro le sinistre (dalla Russia arrivava il contagio di una cosetta come la Rivoluzione bolscevica): un protagonista che non firma lo stato d’assedio e non ferma la marcia su Roma (un mezzo flop), non una comparsa imbelle che subisce gli eventi. E attorno a Mussolini non c’erano solo i Dumini e i Volpi, criminali comuni e futuri assassini di Matteotti: c’erano pezzi dell’Italia profonda, magmatica e contraddittoria, delle masse uscite dalla Grande guerra che si sentivano per la prima volta protagoniste, facevano la fame per la crisi galoppante, premevano alle porte del palazzo pretendendo di votare e di contare, scuotevano le tarme dell’ancien régime notabilar-liberale anche menando le mani nella lunga e violenta guerra civile su tutti i fronti (socialisti/fascisti, agrari/braccianti, padroni/operai) o, se stava bene o benino, reclamando ordine dopo tanto caos. Ma quell’Italia, nella serie, non c’è. E, senza il senso di quella tragedia, le violenze fasciste esaltate e martellate fino allo splatter emozionano poco o nulla: arrivano a freddo, gratuite, fine a se stesse, inspiegabili perché inspiegate.
Quando si vedranno le folle oceaniche sotto il balcone di piazza Venezia, nessuno capirà perché 45 milioni di italiani fossero così entusiasticamente fascisti, più ridicoli della macchietta che li chiamava all’“Eja eja alalà”. Nessuno capirà come abbia fatto quel fenomeno da baraccone del Benito a durare 21 anni (più il truce post scriptum di Salò), ad affascinare non qualche canaglia da suburra, ma Churchill e Gandhi, a conquistare quasi tutto il meglio della futura intellighenzia, convertita all’antifascismo dopo il 25 luglio ‘43 o, per maggior sicurezza, dopo il 25 aprile ‘45 insieme agli stessi 45 milioni di italiani. Tant’è che il Duce al passo d’addio si lasciò sfuggire: “Come si fa a non diventare padroni in un Paese di servi?”. Già ora non si comprende perché, negli spot, il Mascellone ci dica “Seguitemi, anche voi diventerete fascisti” e, in lieve contraddizione, “Guardatevi intorno: siamo ancora tra voi”. Ma noi e voi chi? Già i fascisti su Marte di M non sono quelli di un secolo fa, figurarsi se somigliano a chi oggi davvero minaccia le democrazie: le big tech, i monopolisti dell’informazione, della censura e del pensiero unico, i governi tecnici e “migliori” che se ne fregano delle elezioni e, se non danno il risultato sperato dai “mercati”, le ribaltano o le annullano. L’unica, impressionante parentela sarebbe fra il Mussolini socialista che passa da neutralista a interventista e il partito della guerra dei nostri sinceri democratici atlantisti. Ma questi, siccome non indossano la camicia nera, sono bravi ragazzi.

L'Amaca

 

Quando il nemico è la città
DI MICHELE SERRA
Gli incappucciati che hanno sfasciato il centro di Bologna, e in generale chi sfascia le città, che sono di tutti, hanno come bersaglio: tutti. Indiscriminatamente: tutti. Non la polizia o il governo o i padroni. Non Israele o Trump o le multinazionali. Il loro nemico oggettivo, evidente, ciò che colpiscono e umiliano, è la comunità nel suo complesso. Sono le strade su cui tutti camminano, i negozi nei quali tutti entrano, i cassonetti che tutti usano.
Sono i luoghi e le cose che raccontano il nostro abitare, il nostro transito quotidiano, il nostro incontrarci, parlarci e sopportarci l’un l’altro.
Pochi atti sono politicamente espliciti, inequivocabili come la devastazione di una città. Se colpisco una città, se la danneggio, vuol dire che le sue condizioni e la sua sorte non mi interessano. Che non mi importa di lei, della gente che ci vive e ci lavora. Che se ci vivo e sono un indigeno, se quella città è anche la mia, non mi produce nessun rincrescimento ferirla e sottometterla; se non ci abito, e sono venuto da fuori a fare danni, sto semplicemente esercitando il mio gusto agonistico per lo scontro nel primo teatro disponibile, come un ultrà in cerca di risse, e domani andrò altrove a lasciare le mie tracce, i miei danni, l’impronta dello scarpone militare che ha preso il posto, si spera temporaneamente, del mio cervello.
Non c’è nessuna attenuante politica, per chi fa danni alla città. Il pretesto politico è semmai un’aggravante, è l’uso indebito di una causa, non importa se nobile o ignobile, per giustificare l’eccitazione che si prova a fare danni.
Tra i danni collaterali, le dichiarazioni stucchevoli degli esponenti politici, prevedibili parola per parola anche prima di udirle nei telegiornali.

lunedì 13 gennaio 2025

Finalmente!



Finalmente dopo decenni di guerra ai fianchi, con media dí proprietà, soloni a gettoni, peripatetici dell’informazione, la gran parte degli italiani si è convinta che Mani Pulite fu un golpe dei giudici comunisti, anzi come diceva il gran Ribaldo “cumunisti”! E tutto, magnificamente, è tornato a quella normalità che consente a molti connazionali di trafficare come meglio gli pare. Lo scempio culturale dei decenni del Puttanesimo presenta il conto e chissà se un giorno la verità verrà a galla! Tra uno spot e l’altro naturalmente!