martedì 14 gennaio 2025

A proposito di M

 

Fascisti su Marte
di Marco Travaglio
La serie M – Il figlio del secolo è molto ben fatta. Un po’ statica, noiosa e sconnessa, forse. Ma tecnicamente impeccabile per cast, interpretazioni, regia, ambientazioni, musiche, spettacolo. Ha un solo difetto: ci racconta un uomo che non è Benito Mussolini, ma la sua macchietta, e un movimento che non è il vero fascismo, ma la sua caricatura. Si dirà: inevitabile, è una fiction di intrattenimento, per giunta ispirata a un romanzo, quello di Antonio Scurati. Ma allora era meglio precisare che è roba di fantasia, chiamando il protagonista Bonito Napoloni come nel Grande dittatore di Chaplin, Ermanno Catenacci come il personaggio di Bracardi, Gaetano Maria Barbagli come quello di Guzzanti in Fascisti su Marte. Il rischio è che chi vede la serie pensi che il duce e i personaggi storici che gli ruotano attorno fossero davvero così: marionette, parodie e sagome da teatro dei pupi o del grottesco. E vada a cercare conferme, trovandole, nel romanzo di Scurati, anziché documentarsi sui veri libri di storia di studiosi come Renzo De Felice, Emilio Gentile, Denis Mack Smith, Nicola Tranfaglia, Gianni Oliva, Angelo D’Orsi e altri, o di divulgatori alla Indro Montanelli, Giorgio Bocca, Arrigo Petacco.
Mai come in questo momento di amnesie e revisionismi, dove la boss di Afd si permette di dire a Musk senza tema di smentite che Hitler era un comunista (infatti ne sterminò a migliaia), servono precisione e profondità storica, non barzellette, scenette e banalizzazioni un tanto al chilo. Mussolini non era una macchietta, era un personaggio serio e tragico: non sporgeva il mento e la mascella quando teneva in braccio i suoi bambini, non passava tutto il tempo a trombare, a sproloquiare idee confuse e a far menare il prossimo, non faceva il dito medio in piena Camera, non diceva “Make Italy great again” perché non conosceva Trump (e, a scanso di equivoci: sua sorella si chiamava Edvige, non Arianna). Gabriele D’Annunzio a Fiume non aveva il tavolo lunghissimo di Putin per tenere le distanze da Benito al posto di Macron (purtroppo sconosciuti al Vate). Margherita Sarfatti non era solo l’amante infoiata che parla come la Vanoni, ma una intellettuale, artista e mecenate. Marinetti non era un pagliaccio vestito come Totò a Capri fra gli esistenzialisti, che siede in terra nel salotto della Sarfatti e declama Zang tumb tumb come un deficiente spiritato: è il fondatore di un’avanguardia artistico-culturale che segnò tutto il secolo e a cui tuttoggi si ispira la performance art e si dedicano studi e mostre (l’ultima a Londra). Re Vittorio Emanuele III non era il nanerottolo smarrito che si inerpica su un inesistente trono a Montecitorio con le gambette a penzoloni e parla come la Littizzetto.
È il portatore del disegno politico di cooptare i fascisti, nell’illusione di plasmarli ai suoi scopi e usarli contro le sinistre (dalla Russia arrivava il contagio di una cosetta come la Rivoluzione bolscevica): un protagonista che non firma lo stato d’assedio e non ferma la marcia su Roma (un mezzo flop), non una comparsa imbelle che subisce gli eventi. E attorno a Mussolini non c’erano solo i Dumini e i Volpi, criminali comuni e futuri assassini di Matteotti: c’erano pezzi dell’Italia profonda, magmatica e contraddittoria, delle masse uscite dalla Grande guerra che si sentivano per la prima volta protagoniste, facevano la fame per la crisi galoppante, premevano alle porte del palazzo pretendendo di votare e di contare, scuotevano le tarme dell’ancien régime notabilar-liberale anche menando le mani nella lunga e violenta guerra civile su tutti i fronti (socialisti/fascisti, agrari/braccianti, padroni/operai) o, se stava bene o benino, reclamando ordine dopo tanto caos. Ma quell’Italia, nella serie, non c’è. E, senza il senso di quella tragedia, le violenze fasciste esaltate e martellate fino allo splatter emozionano poco o nulla: arrivano a freddo, gratuite, fine a se stesse, inspiegabili perché inspiegate.
Quando si vedranno le folle oceaniche sotto il balcone di piazza Venezia, nessuno capirà perché 45 milioni di italiani fossero così entusiasticamente fascisti, più ridicoli della macchietta che li chiamava all’“Eja eja alalà”. Nessuno capirà come abbia fatto quel fenomeno da baraccone del Benito a durare 21 anni (più il truce post scriptum di Salò), ad affascinare non qualche canaglia da suburra, ma Churchill e Gandhi, a conquistare quasi tutto il meglio della futura intellighenzia, convertita all’antifascismo dopo il 25 luglio ‘43 o, per maggior sicurezza, dopo il 25 aprile ‘45 insieme agli stessi 45 milioni di italiani. Tant’è che il Duce al passo d’addio si lasciò sfuggire: “Come si fa a non diventare padroni in un Paese di servi?”. Già ora non si comprende perché, negli spot, il Mascellone ci dica “Seguitemi, anche voi diventerete fascisti” e, in lieve contraddizione, “Guardatevi intorno: siamo ancora tra voi”. Ma noi e voi chi? Già i fascisti su Marte di M non sono quelli di un secolo fa, figurarsi se somigliano a chi oggi davvero minaccia le democrazie: le big tech, i monopolisti dell’informazione, della censura e del pensiero unico, i governi tecnici e “migliori” che se ne fregano delle elezioni e, se non danno il risultato sperato dai “mercati”, le ribaltano o le annullano. L’unica, impressionante parentela sarebbe fra il Mussolini socialista che passa da neutralista a interventista e il partito della guerra dei nostri sinceri democratici atlantisti. Ma questi, siccome non indossano la camicia nera, sono bravi ragazzi.

L'Amaca

 

Quando il nemico è la città
DI MICHELE SERRA
Gli incappucciati che hanno sfasciato il centro di Bologna, e in generale chi sfascia le città, che sono di tutti, hanno come bersaglio: tutti. Indiscriminatamente: tutti. Non la polizia o il governo o i padroni. Non Israele o Trump o le multinazionali. Il loro nemico oggettivo, evidente, ciò che colpiscono e umiliano, è la comunità nel suo complesso. Sono le strade su cui tutti camminano, i negozi nei quali tutti entrano, i cassonetti che tutti usano.
Sono i luoghi e le cose che raccontano il nostro abitare, il nostro transito quotidiano, il nostro incontrarci, parlarci e sopportarci l’un l’altro.
Pochi atti sono politicamente espliciti, inequivocabili come la devastazione di una città. Se colpisco una città, se la danneggio, vuol dire che le sue condizioni e la sua sorte non mi interessano. Che non mi importa di lei, della gente che ci vive e ci lavora. Che se ci vivo e sono un indigeno, se quella città è anche la mia, non mi produce nessun rincrescimento ferirla e sottometterla; se non ci abito, e sono venuto da fuori a fare danni, sto semplicemente esercitando il mio gusto agonistico per lo scontro nel primo teatro disponibile, come un ultrà in cerca di risse, e domani andrò altrove a lasciare le mie tracce, i miei danni, l’impronta dello scarpone militare che ha preso il posto, si spera temporaneamente, del mio cervello.
Non c’è nessuna attenuante politica, per chi fa danni alla città. Il pretesto politico è semmai un’aggravante, è l’uso indebito di una causa, non importa se nobile o ignobile, per giustificare l’eccitazione che si prova a fare danni.
Tra i danni collaterali, le dichiarazioni stucchevoli degli esponenti politici, prevedibili parola per parola anche prima di udirle nei telegiornali.

lunedì 13 gennaio 2025

Finalmente!



Finalmente dopo decenni di guerra ai fianchi, con media dí proprietà, soloni a gettoni, peripatetici dell’informazione, la gran parte degli italiani si è convinta che Mani Pulite fu un golpe dei giudici comunisti, anzi come diceva il gran Ribaldo “cumunisti”! E tutto, magnificamente, è tornato a quella normalità che consente a molti connazionali di trafficare come meglio gli pare. Lo scempio culturale dei decenni del Puttanesimo presenta il conto e chissà se un giorno la verità verrà a galla! Tra uno spot e l’altro naturalmente!

Situazione web

 

La meta-verità: tutti i fake dei censori Usa
IL FLOP DEL MONITORAGGIO FACEBOOK - I danni dei ‘buoni’ Da Hunter Biden alle guerre a Gaza e in Ucraina: lo scrupolo “dem” di ripulire l’informazione ha spesso prodotto disinformazione
DI VIRGINIA DELLA SALA
Mark Zuckerberg ha annunciato che negli Usa abolirà i fact-checking su Facebook e Instagram, probabile preludio a una futura estensione anche altrove. Ha detto che le etichette poste sui contenuti che miravano a mettere in guardia dalle fake news hanno “distrutto più fiducia di quanta ne abbiano creata”. Dal lancio del programma nel 2016, Facebook ha collaborato – a pagamento, ma i contratti sono confidenziali – con oltre 100 fact-checker indipendenti in decine di Paesi, che esaminano notizie dubbie e post virali, contrassegnandoli con avvisi se risultano falsi. Tuttavia si è rivelato per sua ammissione un sistema politicamente troppo parziale, magari in buona fede ma spesso utilizzando due pesi e due misure, per lo più pressato dal controllo democrat.
Biden. Nel 2020, Facebook e Twitter hanno bloccato la diffusione di un articolo del New York Post basato su email trapelate da un portatile di proprietà del figlio Hunter. Inizialmente, Facebook ha ridotto la visibilità delle notizie perché si riteneva che il contesto non fosse chiaro, aggiungendo una nota che diceva: “Se abbiamo segnali che un contenuto è falso, ne riduciamo temporaneamente la distribuzione in attesa della revisione da parte di un fact-checker di terze parti”. Il blocco è stato poi annullato di fronte all’evidenza e Meta ha dovuto ammettere sospetti per una presunta campagna di disinformazione russa. Lo stesso ad di Meta ha ammesso: “Il dossier non era disinformazione russa, non avremmo dovuto sminuire la notizia”. L’ultimo contenuto controverso ha riguardato il video di Biden in Puglia, circolato come prova del suo stato psicofisico compromesso. Fact-checker di tutto il mondo hanno provato a rintracciare manipolazioni, ma anche a guardare le clip integrali, il dubbio restava. E infatti, non sembra essere stato censurato.
Trump. È stato invece Elon Musk, appena acquistato Twitter, a diffondere i cosiddetti “Twitter files”, che svelavano le sistematiche censure sulle notizie scomode per il Partito democratico in funzione anti-Trump. Anche Twitter, con filtri e black list, oscurò su richiesta dello staff di Biden gli scandali di Hunter e i suoi affari con l’Ucraina. Inoltre, nel 2021 Trump fu sospeso a tempo indeterminato da entrambi i social, dopo l’attacco a Capitol Hill, per istigazione alla violenza. In quel caso, il board confermò sì la decisione del social network, ma lo “sgridò” per aver imposto, testualmente, “una sanzione indeterminata e senza standard della sospensione a tempo indeterminato”. Non gli oscurarono la pagina, insomma, ma neanche stabilirono un tempo per la sospensione.
Covid. Zuckerberg ha raccontato al Congresso Usa di aver avuto le maggiori pressioni. Mentre il Covid si diffondeva, Facebook sopprimeva i suggerimenti secondo cui il virus poteva essere una creazione umana, facendo infuriare il New York Post che ne aveva parlato con un articolo di opinione. Mesi dopo un rapporto dell’intelligence Usa del 2023 affermava che le sue agenzie erano state “incapaci di determinare l’origine precisa del Covid-19”. La Cina insisteva sulla falsità dell’ipotesi. Nel dubbio, Facebook revocò il divieto.
Vaccini. Sempre Zuckerberg ha raccontato che durante la pandemia, i funzionari di Biden avevano telefonato ai dirigenti di Meta per “urlare” e “imprecare” chiedendo di rimuovere qualsiasi post antivaccino. Peccato che la moderazione di Facebook abbia talvolta bloccato anche post che cercavano di fornire informazioni utili in materia di salute, dovendo fare spesso marcia indietro. Nel 2021, invece, Meta fu accusata di aver verificato erroneamente un articolo sul vaccino anti-Covid-19. Un rapporto del British Medical Journal denunciava cattive pratiche cliniche di un appaltatore che svolgeva ricerche per Pfizer. Era stata aggiunta un’etichetta sostenendo che la storia era “mancante di contesto” e poteva “fuorviare le persone”. I redattori del BMJ protestarono.
Russia&Ucraina. Due pesi e due misure talvolta anche sulle guerre. L’11 marzo 2021, per dire, mentre partivano nuovi aiuti Usa a Kiev (6 miliardi in armi e 6 per i profughi) Facebook censurava tutti i media statali russi. Lo stesso faceva Twitter. A quel punto il gruppo americano decide di esentare gli utenti Facebook e Instagram di alcuni Paesi dal rispetto dei divieti contro il linguaggio d’odio, purché fosse rivolto contro politici e soldati russi. “A causa dell’invasione russa dell’Ucraina, siamo tolleranti verso forme di espressione politica che normalmente violerebbero le nostre regole sui discorsi violenti come ‘morte agli invasori russi”, aveva detto Andy Stone, capo delle comunicazioni Meta, specificando che però avrebbero continuato a non consentire “appelli credibili alla violenza contro i civili russi”. Circolava invece senza problemi l’allarme su Zaporizhzhia come una catastrofe nucleare tipo Chernobyl “per un miliardo di persone in 40 Paesi” anche se l’Agenzia internazionale per l’energia atomica non rilevò “alcun impatto critico sulla sicurezza”. E questo è il campo di ciò che all’apparenza non pare venga sottoposto a moderazione, come nel caso del dissidente nazionalista Aleksei Navalny, trovato morto nella sua cella nella colonia artica Ik-3. Nonostante il presidente russo sia stato definito “assassino”, non c’è stata traccia di contestualizzazione o contestazione, così come è circolata senza troppi problemi l’ipotesi del “complotto occidentale” per accusare Putin.
Gaza. Da marzo, Instagram ha creato una squadra per moderare i contenuti sulla guerra israelo-palestinese. Peccato che in migliaia da ogni parte del mondo abbiano denunciato l’oscuramento di contenuti filo-Palestina. Al punto che il portavoce di Meta, Andy Stone, aveva dovuto parlare di un “bug generalizzato”. Per fare alcuni esempi: un utente ha fatto ricorso contro la decisione di Meta di lasciare un post su Facebook in cui sosteneva che Hamas aveva avuto origine dalla popolazione di Gaza e rifletteva i loro “desideri più intimi”, paragonandola a un’orda selvaggia”. La società ha dovuto annullare la sua decisione originale e rimuovere il post. Tempo dopo, un giornalista ha fatto ricorso contro la rimozione del suo post che parlava di una intervista ad Abdel Aziz Al-Rantisi, un cofondatore di Hamas. “Questo caso evidenzia un problema ricorrente nell’applicazione eccessiva della politica aziendale sulle organizzazioni e gli individui pericolosi, in particolare per quanto riguarda i post neutrali”, recitava la decisione presa dal Consiglio di revisione.

domenica 12 gennaio 2025

Meraviglia!


Alba saturnina lunare! Wooow!



Testimonianze


Se una mattina d’inverno un viaggiatore

di Paolo Di Paolo

Sono un passeggero rimasto inscatolato nel suo Frecciarossa 9504 per un abbondante paio d’ore in più del previsto, nell’ennesima giornata di caos ferroviario. Quando sali su un treno italiano ad alta o minima velocità hai l’impressione di partecipare a una curiosa lotteria del disagio (per cui una voce umana o artificiale dirà che «ci scusiamo»).

A meno di cento chilometri da Milano eccomi prigioniero della carrozza 7, finestrino affacciato sulla stazione di Fidenza. Il fermo immagine dei primi 20 minuti di sosta che diventano 30 e 60, quando il treno verrà instradato sulla linea lenta. Ma non accenna a muoversi.

Mi raggiunge una sequela di messaggi che informano il «gentile cliente», di verifiche tecniche alla linea elettrica, distinti saluti; più tardi, si parla di problemi alla linea aerea. I saluti diventano, chissà perché, cordiali. Mi pare incongruo il tema aereo, visto che il mezzo è su rotaia, poi capisco. Al terzo messaggio si allude di nuovo a verifiche: intanto «Le ricordiamo che per il ritardo in arrivo tra 60 e 119 minuti ha diritto a un indennizzo». E al minuto 123? Saluti, stavolta, di nuovo distinti.

Nell’arco narrativo di questo tempo che da fermi pare infinito, capiamo di essere nei guai quando viene distribuita l’acqua che non spetterebbe alla seconda classe.

Il treno, immobile, bofonchia come noi, sbuffa, poi all’improvviso tace, come si fosse arreso. Un oooh lungo e nervoso, una serie di imprecazioni e di telefonate. Da aggiornare quando scopriamo che questo treno oggi non fermerà a Milano centrale, sua destinazione. Quindi dove? Fuori dallo spaziotempo? Forse ci molla a Fidenza, per quel che resta del giorno o per sempre. Non so se c’è più da ridere, da piangere, da inveire. O da limitarsi a constatare questa roulette russa senza hacker che è diventata viaggiare in treno ai tempi del ministro-dei-Trasportiche-aspira-agli-Interni.

Interno giorno, vagone fermo: quando c’era lui, si dirà, i treni non arrivavano in orario. Parla, Salvini! Di’ qualcosa! Niente. E quindi? Come da indicazioni (disperate, paradossali) di Trenitalia ieri: «Evitare spostamenti».

(Ah, per tornare a casa, giuro, ho preso l’aereo).

Coerenza



Beh è coerente! Un ritardato che sparge ritardi è in piena sintonia con se stesso!