mercoledì 8 gennaio 2025

L'Amaca

 

L’efficienza e la libertà
DI MICHELE SERRA
Anche se Elon Musk non fosse — e lo è — uno dei leader e dei finanziatori dell’estrema destra mondiale, nonché un caso clinico diagnosticabile anche da uno studente di psichiatria fuori corso, non cambierebbe di una virgola il problema che sta di fronte ai governi europei (primo tra tutti il nostro): possiamo affidare a un monopolista privato il delicatissimo settore delle comunicazioni pubbliche e private, la gestione di dati civili sensibili, di dati militari nevralgici?
Io vivo su un cocuzzolo e l’idea di passare dalla fibra e dai ripetitori terrestri al satellitare mi entusiasma.
Sarebbe come il salto dalla lampada a petrolio all’elettricità. Ma appaltare questo notevolissimo salto di qualità funzionale a un autocrate che per giunta userebbe i nostri quattrini per ingrassare fascisti e ceffi consimili di ogni landa, è etico? È giusto? E alla fine, è davvero così funzionale, se il prezzo rischia di essere il controllo algoritmico della società nelle mani di una sola persona, dunque il massimo della strozzatura della libertà?
Si legge con ansia, anche con pena, che l’Europa avrebbe messo in campo già anni fa un suo disegno di autonomia satellitare, chiamiamola così. Che arranca al ritmo dei tempi della democrazia, che sono quasi artritici rispetto al dinamismo senza freni di Musk oggi, di Google e di Bezos ieri. Più efficienza in cambio di meno libertà, questo il dilemma del nostro futuro?

martedì 7 gennaio 2025

E' tornato!

 



In memoria

 



Alta visione

 

La “tecno-destra” l’ha creata chi ora piange
DI ELENA BASILE
Non so se i lettori più avveduti si siano accorti che c’è una nuova parola d’ordine sui giornali mainstream. I cosiddetti “public opinion makers” rispondono efficacemente a misteriose direttive. Le liberal-democrazie vanno difese e presentate come un’alternativa alla “tecno-destra” di Elon Musk e Donald Trump. Duole osservare che anche analisti seri si pieghino al diktat di Repubblica per far credere al lettore che gli Stati Uniti sarebbero oggi di fronte alla catastrofe a causa dell’influenza di miliardari come Musk sulla politica.
Di fatto, sappiamo bene che dai remoti anni 80 di Reagan e Thatcher, del trionfo della deregulation e del monetarismo, la politica ha ceduto il passo ai grandi interessi delle corporation in una fase del capitalismo, quella finanziaria, nella quale il lavoro ha perso potere negoziale e la grande evasione dalle tasse della “società dell’1%” è stata la base della trappola del debito in cui siamo immersi. Decenni di prevalenza degli interessi del capitale nelle società affluenti, di distruzione dei corpi intermedi, di riduzione della politica a spettacolo e populismo. Le liberal-democrazie non sono una alternativa a Trump e ad altre destre impresentabili: ne sono la necessaria preparazione. Come negli anni 30: il lavoro sporco fu eseguito dai nazisti, ma gli artefici erano i grandi gruppi industriali che hanno permesso e finanziato l’ascesa di Hitler. Con le dovute proporzioni, anche oggi il nazionalismo, la libertà sfrenata della belva capitalistica e l’uso brutale della forza contro le parvenze dello Stato di diritto sono lo sbocco naturale di decenni di arretramento della politica e della democrazia, a cui i moderati di destra e di centrosinistra ci hanno preparato. Lo conferma il triste spettacolo di questa Europa neoliberista, che ha dimenticato l’aggettivo sociale, pur declinato in tutte le sue forme nei documenti europei; esercita la censura; e ha dimenticato Montesquieu nella sua architettura costituzionale snaturando la funzione legislativa e dando alla Commissione, organo esecutivo senza responsabilità davanti agli elettori, il compito di tradurre il volere della finanza per gli Stati nazionali, alla larga dalle noie dello scontro sociale e del gioco democratico.
L’Europa che stringe le mani sanguinanti di Netanyahu balbettando senza pudore melense e retoriche parole di dispiacere per la strage di palestinesi, l’Europa che ha approvato la carneficina degli ucraini per una guerra per procura contro la Russia, l’Europa militarista e bellicista che smantella lo Stato sociale per costruire il braccio armato europeo della Nato, per interessi non europei ma statunitensi, questa Europa ha causato la nascita del movimenti della destra attuale, neofascista e neonazista, populista, isolazionista e razzista. Se siamo ritornati ai discorsi del colonialismo e del suprematismo bianco non è colpa di Trump o di Le Pen, ma dei cosiddetti progressisti, dei finti difensori dei diritti umani che praticano doppi standard come respirano.
Sul Fatto ho difeso la modernità occidentale, la tradizione politica e culturale che a partire dalla rivoluzione illuministica, grazie a Locke e a Voltaire, ha modellato la società dei diritti individuali contro la ragion di Stato, la democrazia delle minoranze. Oggi tuttavia chi è incapace di comprendere la grandezza e la legittimità di culture e storie differenti come quella russa, cinese o persiana, poco ha a che vedere con la più alta espressione dell’Occidente. Rappresenta la barbarie dell’impero bullo e apolitico, a-culturale, orwelliano a cui ci stiamo assuefacendo. Il populismo oggi, come rammentai a Paolo Mieli in un programma di La7 che raggiunse un’audience senza precedenti, è di coloro che condannano la violenza terroristica senza vedere e denunciare il terrorismo di Stato. Purtroppo, passo dopo passo, i valori alla base delle democrazie occidentali sono stati calpestati, sepolti dietro retoriche imperialistiche e vergognosi doppi pesi.
Ora, in prima pagina su Repubblica, il “partito Belloni” riemerge. Non so se sia formato solo da pietose connivenze giornalistiche, da una rete di relazioni pubbliche. L’ex diplomatica, mai stata ambasciatrice all’estero, cooptata dalla politica in una rapida carriera interna, ha incarnato (a differenza del commis d’Etat, funzionario che oppone i valori costituzionali alle contingenze politiche) il compromesso quotidiano con tutti gli esponenti di partito: Salvini, Renzi, Gentiloni, Di Maio, Meloni. È stata candidata a tutto, senza che nessuno ne abbia mai conosciuto il pensiero. È un altro piccolo indizio della morte della democrazia. Se il pluralismo democratico esistesse, voci come la mia o di altri diplomatici verrebbero chiamate in tv a dibattere con Belloni, beniamina del provinciale potere nostrano. In fondo, come diplomatiche, abbiamo interpretato il nostro ruolo in modo opposto.

Todde

 

Pasticcio di sardi
di Marco Travaglio.
La prima cosa da dire sul caso Todde è che gli errori che l’hanno innescato sono una prova di dilettantismo, pressappochismo e cialtroneria così sconfortante da imporre le scuse della presidente: anche se non fossero colpa sua, ma del comitato elettorale (scelto da lei). Di Maio e poi Conte avevano sudato più delle canoniche sette camicie per scollare di dosso ai 5Stelle la taccia di scappati di casa. E ora proprio lei, che non è stata raccolta per strada, ma ha una storia manageriale di tutto rispetto, li ripiomba in quel ridicolo stereotipo per la gioia di avversari, alleati e commentatori “indipendenti”. Per giunta su una storia di rendicontazioni elettorali che sono da sempre il pallino del “movimento degli scontrini”. Il secondo paradosso è che non c’è un solo motivo che giustifichi i pasticci: se fossero serviti a nascondere fondi opachi o addirittura tangenti, avrebbero almeno un movente. Ma le spese elettorali sono state rendicontate al centesimo sul sito del M5S. E, a parte 12 mila euro di microcontributi di cittadini, la campagna costata 90 mila euro è stata finanziata solo da 5Stelle e Pd, senza aiuti esterni: in proprio, la candidata non ha ricevuto né speso soldi (se non i suoi). Il che spiega perché non nominò il “mandatario” e non aprì il conto dedicato: due delle 10 scelte che le contesta il Collegio elettorale di garanzia presso la Corte d’appello per decretarne addirittura la decadenza. Cioè la sanzione estrema prevista per legge in due soli casi: sforamento di oltre il doppio del tetto alle spese elettorali; e omesso rendiconto. Ma nessuna delle due contestazioni figura nell’ordinanza del Collegio, che dunque non si capisce a che titolo voglia mandare a casa la presidente appena eletta. Fra l’altro le ha pure inflitto una multa di 40 mila euro, ben inferiore al massimo previsto: quindi per la pena pecuniaria le infrazioni sono lievi, ma per quella amministrativa diventano così gravi e insanabili da meritare la sanzione massima della decadenza (prevista solo per due irregolarità escluse dal Collegio).
Diversamente dal centrodestra, che copre qualunque porcheria e ora le dà lezioni di competenza, trasparenza e morale, la Todde si difende nel procedimento (amministrativo, non penale). E Conte tace per rispetto istituzionale. Se fossero di centrodestra, farebbero l’analisi del sangue ai membri del Collegio e scatenerebbero l’inferno: la presidente è la sorella del leader sardo di Italia Viva e uno dei sei membri – un commercialista molto loquace con i media sull’ordinanza appena emessa – è il padre di un candidato di Forza Italia alle ultime Regionali. Noi non crediamo ai complotti, ma una domanda la poniamo: la sorella e il padre di due avversari politici della Todde non dovevano astenersi dal giudizio sulla Todde?

L'Amaca


Una ragazza e la storia
DI MICHELE SERRA
Enrico Toti che lancia la sua stampella contro il nemico, Balilla che tirando un sasso contro gli austriaci dà l’abbrivio alla rivolta di Genova, Amatore Sciesa che dice ai suoi gendarmi, pronti a risparmiargli la vita in cambio di una delazione, “tiriamo avanti”: i nostri sussidiari delle elementari (non saprei dire quelli di adesso) erano pieni di azioni eroiche e gesti esemplari. La piccola vedetta lombarda di Edmondo De Amicis è un derivato letterario di quella narrazione edificante.
Mi sono sempre chiesto come mai proprio quei gesti, tra i tanti, siano diventati “storici”. Quelli e non altri. E quanto ci sia di vero, quanto di aggiunto dalla fantasia popolare e dalle necessità della propaganda patriottica. Probabilmente si tratta di una elaborazione politica di episodi realmente accaduti, e poi trasformati in pagina di storia dai vincitori.
Meriterebbe comunque la stessa fortuna di Balilla e di Enrico Toti il video della ragazza di Teheran, rimproverata da un mullah (un prete) perché non indossava il velo, che strappa il turbante al suo censore e poi lo indossa, sciolto sulle spalle, come un trofeo di guerra. È un gesto di rivolta semplice e perfetto, brutale come una sassata, emozionante come un “basta!” gridato in faccia all’oppressore, che in quel magnifico e infelice Paese è la teocrazia, arma di distruzione di massa dei maschi contro le femmine. Certo, perché quel gesto diventasse storia, bisognerebbe che vincessero le donne, e perdesse la dittatura.

Per ora possiamo solo sperare che la ragazza, della quale non si sa neppure il nome, non sia finita in galera o peggio. Possiamo solo dire che ci ha emozionato vederla combattere. 

Evento da ricordare