venerdì 27 dicembre 2024

L'Amaca

 

Fare caciara a casa propria
DI MICHELE SERRA
Va bene che la memoria è corta, ma sono passati meno di dieci anni da quando il Salvini, con un manipolo di ardimentosi, andò a fare caciara sotto la casa di Elsa Fornero. Un domicilio privato eletto a bersaglio pubblico; un gesto che faceva parte, a pieno titolo, del pacchetto di intimidazioni individuali e aggressioni verbali, in stile curva da stadio, che il futuro ministro dell’Interno eresse a metodo politico, anche grazie all’indimenticabile attività social della sedicente Bestia, di nome e di fatto.
Il pretesto, lo ricordiamo bene, erano le drastiche misure di contenimento della spesa pubblica che Fornero, ministro del Lavoro del governo Monti, aveva adottato, anche a costo di procrastinare, per alcune categorie, l’età della pensione. Ora che la destra, dopo anni di scomposta demagogia, ha imparato suo malgrado a far di conto, e di conseguenza ha confermato, protratto e se necessario aggravato le misure forneriane, ci si domanda sotto casa di chi il Salvini possa andare a manifestare tutta la sua iracondia. Sotto casa Meloni? Sotto casa Giorgetti? Sotto casa sua, citofonandosi e dandosi del pirla, come affettuosamente usa fare, a Milano, anche tra amici?
Si sa che la correttezza è rara, in politica, quanto il ciclismo tra le vongole; ma forse un paio di frasi di scusa, anche se non sentite, anche se ipocrite, per pura buona educazione, il Salvini potrebbe spenderle.
Sarebbe un breve interludio beneducato in un lungo percorso fatto di modi bruschi e di parole sgradevoli. Un’eccezione che non gli rovina la media.

mercoledì 25 dicembre 2024

Mistero....

 



Fragili indomiti

 


Ecco la foto di questo scorcio del 2024 che più di ogni altra fotografa la nostra attuale condizione: Fragilità.
Appare fragile il Papa in carrozzina, in grado lo stesso però di compiere un gesto da scossone globale, l’apertura, domani, della Porta Santa nel carcere di Rebibbia! Apparentemente fragile, al pari del Bimbo nella mangiatoia, Francesco, inascoltato dai cosiddetti grandi del pianeta, è in grado di portare un raggio di luce in questa oscurità culturale pullulante di idioti gradassi, convinti che la pace si possa perseguire armando pedissequamente nazioni infarcite di ribaldi; l’elenco sarebbe infinito, pure il ministrone delle nostre forze armate e, naturalmente la ducetta ieri tra l’altro presente all’apertura della porta santa in San Pietro, ne fanno parte, e quel nuovo e pusillanime capo della Nato, l’olandese Rutto-Rutte, capace di sobillare chicchessia per una corsa scellerata verso un conflitto globale.
Guardando alla fragilità di Francesco e del Bambino verrebbe dunque da impregnarci di timore, paure, remissività. Se li si osserva invece sorretti da una pur flebile fede, ci trasmettono un afflato, una brezza di speranza, portatrice di quei doni che auguro a tutti di ricevere, per un mondo migliore. Buon Natale!

martedì 24 dicembre 2024

Intanto…


Nella Notte Santa

A Gaza niente doni, se i bimbi potessero scrivere a Babbo Natale chiederebbero solo di poter morire

di Rita Baroud

DEIR AL BALAH – Più di 444 Giorni di Vita Sospesa a Gaza. Qui, il tempo ha smesso di scorrere. Niente scuole, niente lavoro, niente speranza. Solo giorni che nel loro dolore si rispecchiano l'uno nell'altro, come infinite repliche della stessa catastrofe. Giorni sospesi nel vuoto, appesantiti dall’eco delle esplosioni e dal suono incessante dei proiettili, costante promemoria che la vita qui è diversa da qualsiasi altra vita, in qualsiasi altro luogo. A migliaia di chilometri di distanza dai mercati affollati, adornati di luci scintillanti e dal suono delle campane natalizie, esiste un altro mondo—un mondo che non conosce né il calore delle feste, né la benedizione della pace. Qui a Gaza, dove il rombo degli aerei e delle esplosioni non cessa mai, la gioia del Natale è assente, sostituita da una realtà cupa che sfugge a ogni umana descrizione.

In questi giorni, mentre il mondo accende alberi di Natale e innalza preghiere per la pace, noi alziamo le mani, non in segno di festa, ma in un disperato tentativo di proteggere i nostri figli dal terrore dei missili. Nelle strade della mia città, non ci sono decorazioni, né risate—solo resti di case distrutte e sogni infranti. In mezzo a questo inferno, l'inverno arriva come un ospite indesiderato, portando solo altra sofferenza.

Gaza non è estranea al dolore, ma a dicembre diventa ancora più insopportabile. Qui, i regali non si scambiano sotto gli alberi; invece, si distribuiscono razioni di cibo scarse in lunghe file, accompagnate dalla paura che le scorte finiscano prima di arrivare a tutti. Gaza esiste ai margini della vita, isolata da un mondo che sembra perso nelle sue celebrazioni, sommerso dal bagliore delle sue festività.

In inverno, la sofferenza del popolo di Gaza si raddoppia. Le famiglie si ritrovano intrappolate tra il freddo pungente dell'inverno e muri fatiscenti che non offrono protezione. I bambini dormono sul terreno ghiacciato, i loro volti pallidi raccontano storie di fame e freddo. L'inverno qui non è solo un'altra stagione; è un'ulteriore prova di resistenza contro l'insopportabile.

I vicoli stretti, ora inondati di fango dopo le piogge, costringono i bambini scalzi a percorrere sentieri mentre i loro piccoli corpi tremano. Le famiglie vivono in tende strappate circondate da pozze d'acqua dopo le tempeste, mentre i bambini cercano di accendere fuochi usando spazzatura solo per scaldarsi le mani.

Ieri sera, mentre camminavo tra i vicoli del quartiere, cercando di comprare del cibo dal costo esorbitante e scarso fino alla disperazione, ho chiesto ai bambini che ho incontrato: “Cosa desiderate?” I loro volti erano stanchi, le loro espressioni raccontavano storie di esaurimento che non dovrebbero appartenere all'infanzia. Le loro risposte andavano dal desiderare calore, al voler morire, al desiderare la fine di questo genocidio che soffoca Gaza.

Ma c'è stata una bambina, non più grande di cinque anni, che mi ha colpito più di ogni altra cosa. Portava sulla spalla una scatola di cartone in cui raccoglieva avanzi di cibo marcio che aveva recuperato da cumuli di immondizia. La sua immagine da sola sarebbe bastata a spezzare qualsiasi cuore. Le ho chiesto: “Cosa desideri?” Si è fermata per un momento, poi ha risposto con una voce dolce che portava il peso del mondo: “Vorrei trovare cibo per nutrire i miei fratellini. Mio padre ha perso gli arti, e mia madre è stata martirizzata. Sono io la responsabile di loro.”

Non ho potuto rispondere. Le parole mi sono mancate mentre la guardavo. In quel momento, la mia ricerca di cibo non aveva più importanza. Tutto sembrava insignificante rispetto al dolore in quegli occhi piccoli.

In tutto il mondo, i bambini scrivono lettere a Babbo Natale, chiedendo giocattoli e regali. Decorano alberi di Natale e riempiono le loro case di risate e gioia. Ma a Gaza, non ci sono lettere e non ci sono feste. Qui, se i bambini scrivessero qualcosa, non sarebbe per chiedere giocattoli o regali. Chiederebbero solo una cosa: la morte, come fuga da una vita che ha rubato loro l'infanzia e distrutto i loro sogni.

A Gaza, la vita non è vita. È una serie infinita di crisi che iniziano e non finiscono mai, mettendo alla prova anche i bambini più piccoli prima che possano capire il significato dell'innocenza. Sperano che oggi sia l'ultimo giorno, perché i giorni futuri non portano altro che più fame, paura e silenzio assordante. Migliaia di chilometri lontano, i bambini accendono candele e si riuniscono intorno a tavole piene di amore e cibo. Ma qui, le candele si accendono solo per vedere cosa rimane delle nostre case, e la tavola è vuota tranne che per un'attesa dolorosa.

Ogni volta che sento parlare delle lettere che i bambini inviano a Babbo Natale, mi chiedo: e se i bambini di Gaza scrivessero lettere? Chiederebbero qualcosa di diverso dalla morte? Chiederebbero un giocattolo per riportare una gioia che non hanno mai conosciuto? Gaza esiste ai margini della vita, isolata da un mondo che sembra averla completamente dimenticata, sommerso nel bagliore delle sue festività.

A Gaza, tutto è fermo: niente elettricità, niente acqua potabile, nessuna parvenza di vita normale. Persino sognare, un tempo un rifugio semplice, è diventato un lusso che nessuno osa concedersi. Ma lontano da questo angolo di mondo, la vita va avanti. Le città si illuminano con i colori del Natale, i mercati sono affollati e le persone si scambiano regali. Altrove, il tempo vola, e il mondo si occupa delle sue routine quotidiane, mentre qui a Gaza, ogni minuto porta un peso insopportabile.

Più di 444 giorni, e il mondo non si è fermato nemmeno per un momento a chiedersi: come sopravvivono due milioni di persone senza alcun orizzonte? Come continuano a vivere in mezzo alla completa assenza di tutto?

Più di 444 giorni, senza risposte.

Tutto a posto!



Va tutto bene Madama la Marchesa, giusto?

Vigilia



La spesa della Vigilia, la sorte a volte la impone e anche se la lista, rigorosamente dettata, è a prova di light-normodotato, l’errore è sempre in agguato! Così, dotato del grande Louis e la sua divina tromba in coclea ho affrontato la prova Terrazze, con una preparazione psico fisica degna del miglior Jannik. Superate le semplici formalità di arance e farina, ecco presentarsi il primo ostacolo: il prosciutto crudo tagliato a fette larghe, che trasmesso alla signora ha avuto lo stesso effetto di chiedere “scusi c’è una fontana qui?” a Piazza di Trevi. Stava per dirmi “vado a far sgocciolare un maiale largo?” quando l’ho prevenuta con “sa è per una ricetta” ricevendo un etto di compassione; ma il clou è stata l’erba cipollina! Fingendomi Cracco non ho appositamente domandato allo chef “cosaminkiaèl’erbacipollina?” immaginandola come una verdura con attaccate delle biglie cipolline appunto, e scrutando il banco verdura meglio dell’addetto ai prezzi, ho trascorso un tempo immane nella sua ricerca, fino a quando, pietosamente, mi sono avvicinato ad una commessa con la faccia dei primi pellegrini verso Compostela dicendole “se vuole che passi delle buone feste mi indichi dove si trova l’erba cipollina!” e lei, quasi per mano mi ha indicato lo scaffale con quegli esili steli verdi che giammai avrei trovato! Infine la fesa di vitello che non compariva da nessuna parte, neppure dai conigli e dai polli! Anche qui il fato ha voluto che il macellaio, post minzione, m’indicasse il magatello, una parte simile del vitello, che io non avrei trovato neppure se fossi stato il compagno segreto di Cecchini di Panzano in Chianti! Tralascio il dubbio amletico di pasta frolla o sfoglia, risolto col lancio della monetina, vinto come da conferma telefonica della consorte, preoccupata, giustamente, per la buona riuscita degli acquisti, come la signora Armstrong il 21 luglio 1969!
Jingle Bells!