venerdì 15 novembre 2024

L'Amaca

 

Se la realtà abita altrove
DI MICHELE SERRA
Immagino che i tanti che hanno chiuso il proprio account su X, luogo politicamente tossico da quando lo possiede Musk, si saranno fatti qualche scrupolo: andarsene non significherà abbandonare il campo ai “cattivi”? Avendo ignorato quel campo fin dal suo nascere (molto web, zero social la mia piccola ricetta per godere del nuovo mondo senza effetti collaterali) sono il meno indicato per dare una risposta. Ma mi sembra che sia giusto rifiutare le regole del gioco se il gioco è truccato. E uscire da un locale se nel locale prevalgono i bulli. Non è per la stessa ragione che certi talk, se si preferisce parlare con calma e ascoltare con calma, vanno evitati come la peste?
C’è, più in generale, un “andarsene” che viene scelto non solamente per preservare se stessi, ma per tutelare le proprie parole, il proprio lavoro, il proprio pensiero, la propria presenza sociale. La si indirizzerà altrove, in altri luoghi e magari altri social, si cercherà di fare di necessità virtù traslocando là dove non si misura il mondo con la clava. Non è una resa, semmai una prosecuzione della lotta con altri mezzi.
Confidando nel fatto che, da qualche parte, si troveranno altri modi di socializzare, di parlare, di scambiarsi opinioni e perfino di litigare. Se lo strumento di dominio e di controllo, su X, è la sostituzione della realtà con una sua versione semplificata (e semplificare una cosa complessa equivale a falsificarla), la realtà tocca andare a cercarsela altrove.
In fondo è un bel viaggio.

Frenesia

 



Blurp!

 


Natangelo

 



Barbero!

 

La mosca di Alekseeve l’avanguardia
ROMANZO RUSSO - Negli anni della lunga decadenza dell’Urss nella Capitale gli studenti universitari impazzivano per il “culto” della Madre Terra, dell’umido vitale, del mondo sotterraneo
DI ALESSANDRO BARBERO
Quando si atterra a Mosca col buio, mentre l’aeroplano vira lentamente sulla città in attesa che trasmettano il segnale di via libera, è facile che l’occhio incontri dal finestrino il grattacielo dell’università, sui Monti dei Passeri.
Le luci sono accese dietro innumerevoli finestre, fioche, è vero, ma nella notte brillano; e sulla guglia più alta brucia ancora la stella rossa, come una volta. Per adesso il grattacielo sta lì; può anche darsi che un giorno lo facciano saltare con la dinamite e al suo posto scavino, chissà, una piscina, ma non mi pare che se ne sia ancora parlato seriamente, e del resto sarebbe un peccato. Una volta un forestiero immaginoso lo paragonò a un castello medievale, irto di alambicchi e osservatori astronomici, ma nelle cui segrete pulsano i computer, e dove gli alchimisti portano il camice bianco. Fra i suoi merli fanno il nido i corvi e sotto le cuspidi dormono i pipistrelli appesi a testa in giù, e forse davvero in qualche ripostiglio dimenticato, in un laboratorio di chimica fuori uso, o fra le teche polverose del museo di storia naturale abitano, annoiandosi, le streghe e le fate. A molti non piace: lo considerano un incubo architettonico e per di più un monumento reazionario, “la quintessenza”… come diceva? Ho qui un ritaglio di giornale; aspettate un momento, era detto così bene! Ecco: “la quintessenza della schizofrenia urbanistica cui si è arrivati da noi in altri tempi”. Sorokin, invece, dice che questo edificio non è stato creato dagli uomini né per gli uomini, ma piuttosto dallo Stato e per lo Stato: che peccato che la gente ci studi! Sarebbe meglio se esistesse soltanto per se stesso, senza essere abitato da nessuno se non dal fantasma di Hegel: la Cosa in Sé… Be’, certo, Sorokin è uno che sa scrivere, chapeau. Eppure, provate un po’ a guardare una fotografia dei grattacieli che gli americani costruivano allora, e ditemi un po’ se non si assomigliano! Potresti sostituire la guglia centrale del nostro grattacielo con quella, diciamo, del Chrysler Building, e la maggior parte della gente non se ne accorgerebbe neppure. E allora spunta il dubbio, accidenti a lui: forse, quello stile che per noi ha sempre portato l’impronta inconfondibile di Stalin era semplicemente un prodotto del gusto del tempo, uguale in tutto il mondo; da noi come a New York, in Svezia e chissà, in Australia…
Al grattacielo dell’Università si trova sempre qualcosa da fare. Se non avete un libro da cercare in biblioteca, potete andare a trovare un conoscente, sedervi al caffè a prendere un succo di frutta, mettervi in coda per farvi tagliare i capelli dal barbiere, e persino fare il bagno in piscina; o ancora, curiosare per i corridoi dei dormitori, appoggiando l’orecchio alle porte chiuse per sentire che cosa succede nelle stanze, soprattutto in quelle dove una coppia è appena entrata tenendosi per mano. Io pure ho abitato lì, per tre o quattro anni; dividevo la stanza con Alekseev, lo conoscete, no? il pittore. Sulla parete di fondo, proprio dietro le nostre brande, stava appeso uno dei suoi quadri, di un metro per due; a quei tempi, era l’unico posto in tutta l’Unione Sovietica dove gli fosse permesso di appenderli. Rappresentava un uomo seduto sulla tazza del cesso, intento a leggere la Pravda; dell’uomo si vedevano soltanto le gambe pelose, con le brache calate fino alle caviglie, e sopra il foglio spuntava la tesa del cappello… E il giornale era a grandezza naturale, realizzato con la tecnica del collage: volendo potevi pure leggerlo, non mancava proprio nulla! C’era la fotografia della tessitrice uzbeka diciottenne, al suo primo giorno di lavoro nella fabbrica di tappeti, e quella del capobrigata ucraino che s’era impegnato ad assicurare un contratto di 16,3 quintali di grano per ettaro; e perfino l’intervista al comandante d’una squadriglia di Mig-23 di stanza in DDR. (…). Ricordo bene quando Alekseev dipinse quel quadro, proprio lì nella nostra stanza al dormitorio; eravamo tutt’e due studenti del primo anno, e lui sedeva al cavalletto con accanto una pila di giornali vecchi, alla ricerca dei pezzi giusti. Era nata perfino una discussione fra i nostri, per stabilire se l’artista faceva bene a ricomporre una pagina con articoli ritagliati da copie diverse, o se non avrebbe dovuto piuttosto incollare lì tutt’intera una pagina presa a caso: tanto il risultato, sostenevano i più, sarà lo stesso, non puoi migliorare l’opera della natura…
Questo, però, è un guazzabuglio, non ci si capisce nulla, dirà qualcuno. Che c’entra per esempio Alekseev? C’entra, c’entra.
È lui che un paio d’anni fa ha avuto l’idea di andare a Zjuzino. Era ancora il periodo in cui l’underground moscovita andava preso alla lettera: tutti impazzivano per questa faccenda della Madre Terra, dell’umido vitale, del mondo sotterraneo. Miscia Rošal metteva in scena all’aperto una performance in cui si faceva seppellire, e il titolo era proprio Underground. Monastyrskij si credeva uno sciamano, e scriveva versi alla sua donna invitandola a venire a trovarlo nella tomba, a mordicchiare le sue ossa. E lui, Nikita, Alekseev voglio dire, dipinse un quadro che rappresentava un colonnello in uniforme, con le zampe di gallina, e lo intitolò La Madre-Terra umida. E poi organizzò l’esposizione del club “Avant-garde” per il mondo sotterraneo. Andammo a Zjuzino in corteo, un triste pomeriggio, sotto un cielo plumbeo che prometteva la prima neve: naturalmente era il giorno dei Morti. Nikita era riuscito a convocare un bel po’ di gente con la macchina, e perfino dei giornalisti: un happening così, diceva, non c’è mai stato neanche in America… Qualcuno portò le pale, probabilmente fregate in un cimitero. Arrivati a Zjuzino scavammo una grande fossa in mezzo a un campo e seppellimmo decine di quadri e di manoscritti. Miscia Sukhotin aveva portato tutte le sue bozze, sistemate in un classificatore di cartone, con l’etichetta “Da correggere”. All’ultimo momento voleva farsi seppellire anche lui: così, diceva, avrò finalmente il tempo di correggerle! Aveva bevuto, ci volle tutta l’autorità di Alekseev per farlo smettere…
Esattamente sei mesi dopo, il 1º maggio, tornammo a disseppellire le nostre opere. Dopo una lettura pubblica dei manoscritti, sporchi di terra e inzuppati dall’acqua del disgelo, tutto il materiale venne portato via e classificato negli archivi del club. Tutti quelli che avevano portato qualcosa ritrovarono le loro opere, e in più saltò fuori un manoscritto che nessuno conosceva. Era un grosso pacco di fogli extra-strong, battuti a macchina a spazio uno, in duplice copia, ben protetti nel loro imballaggio di cartone. Non c’era il nome dell’autore, né il titolo. Che fare? Alekseev se lo ficcò sotto il giaccone e se lo portò via; poi un mattino, come se niente fosse, ecco che mi telefona, ordinandomi di raggiungerlo subito allo studio. Rispetto ai tempi del dormitorio, si sa, le nostre condizioni sono cambiate parecchio; per qualcuno magari anche in peggio, ma per lui senz’altro in meglio, con tutti i dollari che gli rifilano gli americani! S’è fatto lo studio sull’Arbat, il nostro Nikita; e pensare che io tiro avanti ancora adesso in coabitazione, una stanza con uso di cucina… Eh, lasciamo perdere. Comunque, arrivo e me lo trovo lì seduto sulla sedia a dondolo, la sigaretta in bocca, il portacenere pieno di cicche; nell’aria il fumo si taglia col coltello. “Non è mica male, sai”, borbotta appena mi vede entrare. “Di cosa diavolo stai parlando?”. “Il manoscritto, quello senza titolo. Leggi un po’!”. Io protesto; non ho tempo, dico, ed era vero, dovevo vedere un tizio dall’altra parte della città; oggi, si sa, non è mica più come una volta, che se non avevi voglia di andare a lavorare, non ci andavi e basta: adesso da noi c’è il capitalismo, tocca sbattersi tutto il giorno per mettere insieme pranzo e cena.

Paragonando

 

L’allievo e il maestro
di Marco Travaglio
C’è qualcosa di commovente, ma anche di irresistibilmente comico, in un Paese che scopre all’improvviso le ingerenze straniere e i conflitti d’interessi dei padroni dei media nella politica. Soprattutto se quel Paese è l’Italia. A leggere le migliori gazzette, sembra che fino al 5 novembre, cioè alla rielezione di Trump con Musk incorporato, i magnati della finanza e dell’informazione fossero esiliati nello spazio su apposite astronavi impermeabili a qualsiasi contatto con i politici; che i governi occidentali decidessero in assoluta autonomia dalla Casa Bianca, seguendo l’esclusivo interesse dei propri cittadini; e che tutte le tv, i giornali e i social fossero in mano a editori puri interessati solo alla libera informazione, finché un brutto giorno Elon Musk acquistò Twitter chiamandolo X (volete mettere Facebook: provate a scrivere “Gaza”, o un aggettivo poco carino che non sia contro i russi, e vedrete che fine fanno). Per 30 anni abbiamo avuto premier o capo dell’opposizione un plurimputato e finanziatore della mafia, proprietario di tre tv, di una banca-assicurazione, del primo gruppo editoriale (peraltro rubato al legittimo proprietario con una sentenza comprata), che legiferava sui suoi reati, processi e affari; e quando qualcuno chiedeva di dichiararlo ineleggibile in base alla legge del 1953, si sentiva rispondere che “le tv non spostano voti” dai liberali alle vongole che ora scoprono i conflitti d’interessi di Musk (sufficientemente lontano per poterne parlar male).
Il presidente dell’Anm e il Pg di Napoli, nel denunciare giustamente le norme e gli attacchi del governo contro i magistrati, dicono che “è peggio che ai tempi di Berlusconi”. Una scempiaggine che si spiega solo con la pandemia da amnesia: sennò qualcuno ricorderebbe le 80 leggi ad personam e ad aziendam, i magistrati paragonati alla banda della Uno Bianca, alle Br e al cancro, definiti “matti, antropologicamente diversi dalla razza umana”, minacciati con assalti di ministri e parlamentari al Palazzo di Giustizia di Milano, spiati, dossierati (con giornalisti e politici sgraditi) dal Sismi, insultati, calunniati, pedinati e messi alla berlina a reti Mediaset (e poi Rai) unificate, le epurazioni di Montanelli dal suo Giornale e di Biagi, Santoro, Luttazzi&C. dalla Rai. Nei primi anni qualcuno, di sinistra ma soprattutto liberale (Montanelli, Sartori, Cordero e pochi altri), denunciava quel regime pluto-mediatico. Poi passò la linea del “dialogo”, delle “riforme insieme” e infine dei “governi insieme” (Monti, Letta e Draghi). Il monumento vivente al conflitto d’interessi continuò a salire e a scendere dal Quirinale anche da pregiudicato. E ora chi lo rimpiange dà lezioni di conflitto d’interessi a Musk: che cos’è, uno scherzo?

Al centopercento!