domenica 20 ottobre 2024

Rimpianti

 


Rimettere in frigo

 


L'Amaca

 

Infierire non è elegante
DI MICHELE SERRA
Sarebbe meglio un poco di fairplay , da parte dei politici di opposizione, quando commentano i flop della Rai.
Si tratta pur sempre di esprimere giudizi su un lavoro che non conoscono, e sul rischio professionale altrui. Come si usa dire proprio nel gergo politico, servirebbe discontinuità: è da decenni che emeriti fessi, solo perché sono deputati o senatori, passano il loro tempo a soppesare palinsesti, sputare sentenze ed emettere comunicati su questo o quel programma, questo o quel conduttore. Di televisione non capiscono un’acca. Non saprebbero neanche dire correttamente “signore e signori buonasera”. Eppure il commentino acido, o la tirata indignata, del politico di turno sulla Rai, è un vero e proprio classico. Abitudine greve e indelicata, puro tifo politico applicato alla televisione, scavalcamento del ruolo e delle competenze professionali di chi alla Rai ci lavora, e quando va in onda mette in gioco se stesso e il proprio lavoro.
Non fa eccezione il catastrofico ascolto, su Raidue, di Antonino Monteleone, giovane meloniano proiettato in video forse incautamente. Un sobrio “no comment”, se richiesti di un’opinione nel merito, basterebbe e avanzerebbe. Chiedere dimissioni, oscuramenti, autodafé non è cosa che compete a chi fa un altro mestiere, che è la politica. Lo fece la destra contro trasmissioni di grande successo, farlo ora contro trasmissioni di grande insuccesso è un’aggravante: la nuova governance della Rai sa come farsi del male da sola, infierire non è elegante.

Intervista

 

Ci stiamo mangiando la Terra
di Elvira Naselli
Stefano Mancuso - per chi non lo conoscesse - dirige il Labor atorio di Neurobiologia vegetale all’università di Firenze, ma è anche saggista e i suoi inter venti sul web sono tr a le cose più pop che possa capitare di ascoltare. Quando ancor a non si parlava di Onehealth, Mancuso stava lì a sottolineare come una specie numericamente irrilevante sul pianeta, come l’uomo, stesse predando con sistematica meticolosità tutte le risorse della Terr a. Cominciando dall’acqua, dal suolo, dalle piante e dagli animali. Come se non ci fosse domani. E cer tamente domani non ci sar à per chi verr à dopo di noi, perché il cambiamento climatico a cui stiamo assistendo - e di cui siamo responsabili - cambier à dr asticamente il volto del pianeta come oggi lo conosciamo.
Che cosa dovrà succedere perché ci si renda conto che stiamo andando a sbattere?
«Bisogna che si acquisisca una consapevolezza che non c’è, a cominciare dalla politica: lanciare messaggi che banalizzano l’aumento delle temperature relegando il caldo record alla normalità della stagione estiva non è solo fuor viante ma è un messaggio antiscientico e pericoloso. Negli ultimi due secoli abbiamo tagliato duemila miliardi di alberi, una super cie pari a due volte gli Stati Uniti, abbiamo eliminato la foresta primaria nell’Unione europea, in più il 2021 è stato uno spartiacque nella storia dell’umanità: sul pianeta c’è una maggiore quantità di materiali sintetici che di vita. E’ la constatazione della distruzione del nostro pianeta: agli inizi del 900 il materiale sintetico - principalmente cemento, asfalto e plastica - era inferiore all’1%.
Stiamo cambiando la faccia del pianeta, crede che si poss a invertire la tendenza?
«Stiamo cambiando la storia climatica del nostro pianeta, e oltre al danno enorme all’ambiente e alle piante stiamo distruggendo gr an par te del mondo animale.
Oggi il 97 % dei mammiferi sulla terr a è composto da uomini e animali d’allevamento, gli animali selvatici sono soltanto il 3%, abbiamo str avolto la vita del pianeta. Ma la nostr a vita dipende ed è indiscutibilmente connessa alla vita di tutto il sistema. La vita non è di una singola specie ma è una rete di connessione con altre forme di vita. E dalle piante dipende la vita stessa del pianeta, non solo per l’ossigeno che respiriamo ma perché qualunque cosa mangiamo arriva dalle piante. Persino chi mangia solo carne dipende dalle piante che quegli animali mangiano. E che forniscono il 70% dei principi medicinali con cui ci curiamo ».
La vita come una rete di connessioni. Ma che cos a succede se alcuni componenti di quest a rete vengono meno perché li distr uggiamo?
«Succede quello che accade a una rete da pesca quando un nodo si rompe. Ogni volta che una specie scompare si rompe un nodo, ad un cer to punto però la rete non si tiene più insieme e collassa. E noi siamo a un punto estremamente critico ».
Azioni scriteriate che sembra quasi entrino in conflitto con quell’istinto di sopravvivenza che contraddistingue tutti gli animali. L’Homo s apiens forse non è poi così sapiens...
«Parto da una considerazione sulla vita delle specie: le piante possono sopr avvivere anche dieci milioni di anni, ma se guardiamo la vita media di tutte le specie, ci attestiamo sui 5 milioni di anni. Consider ato che Homo sapiens ha circa 300mila anni, se fossimo come le altre specie avremmo davanti ancor a 4 milioni e 700 mila anni. Ma guardando gli eetti delle nostre azioni direi che siamo totalmente incapaci di sopr avvivere a lungo, se non cambiamo direzione. Così sopravviveremo altri diecimila anni, forse anche molto meno. Siamo all’interno della sesta estinzione di massa ».
Dopo i dinosauri toccherà anche agli uomini?
«Anche i dinosauri non sono mica scomparsi per il meteorite che si è schiantato sullo Yucatan. Quella è la versione cinematografica. Quella scientica è che il meteorite ha contribuito all’innalzamento della temperatura del pianeta e che nei due milioni di anni successivi è scomparso il 75% delle specie viventi. Oggi è diverso: non si è mai visto prima un aumento di un gr ado e mezzo di temper atur a con questa velocità. E la quantità di anidride carbonica prodotta è talmente elevata che è di ile prevedere dove ci fermeremo. Soltanto l’Unione europea è riuscita a ridurrla, dimostr ando l’insussistenza del dogma che proteggere l’ambiente riduce la ricchezza delle nazioni ».
C’è qualcosa che possiamo fare personalmente?
I famosi piccoli gesti per cambiare il mondo.
«Si può cominciare da quello che si por ta a tavola, per esempio. Il sistema alimentare è responsabile del 30-40% dell’anidride carbonica del pianeta. Se riducessimo del 25% il consumo di tutti i prodotti animali, non solo la carne, la nostr a dieta non ne risentirebbe e avremmo un incredibile impatto sull’ambiente. Come collettività dovremmo poi stabilire un costo ambientale da calcolare nel prezzo di ogni bene, il costo dell’ambiente che si è sciupato per quella produzione. Chi lo paga? Le generazioni future. Stiamo ammazzando i nostri nipoti ».
Egoismo o miopia?
«In ogni caso è una cosa aberr ante della nostr a specie. E bisogna difendere gli interessi di chi ancora non c’è. Serve una gura speci ca: una sorta di guardiano del futuro che ha come unico scopo quello di difendere i diritti di coloro che ancora non esistono. E di por tare in tribunale chi quei diritti li calpesta in nome del “qui e ora”. Abbiamo il dovere morale di pensare a chi verrà».

A pensarci però...

 

L’Iphone e l’incubo aggiornamento
L'ODISSEA - Dopo avere riavviato il cellulare, non funziona più come prima l’app delle Note. Gli assistenti virtuali suggeriscono “spenga e riaccenda”, quelli umani pure. La soluzione? “Scriva note più corte”
DI DANIELA RANIERI
Ogni mattina l’individuo iperconnesso, che agisce, compra e in definitiva vive online, si sveglia e sa che dovrà correre più veloce del Servizio clienti dei colossi digitali a cui ha affidato la sua vita.
Il capitalismo sta lì per aiutarci a vivere, gratis peraltro. L’iPhone mi avvisa da settimane della disponibilità di un “aggiornamento” del sistema operativo: una notifica rimarca la novità con pertinacia scintillante. Resisto, anche se scaricare questo aggiornamento renderà il mio rapporto col device (che solo in minima parte è un telefono: è il nostro portale di relazione col mondo) più fluido, rapido, divertente. Alcune app hanno già cominciato a non funzionare: bisogna fare l’aggiornamento. La prassi è nota, in tanti anni di savana.
Cedo al download, che è tecnicamente un upgrade, cioè si sale di grado: il cellulare sarà più efficiente. Completata la procedura, l’iPhone ti ri-accoglie come la prima volta dopo l’acquisto: ti dice “Ciao” in tutte le lingue del mondo, poi ti impone di scegliere tra opzioni cervellotiche relative alla sicurezza, tipo se vuoi mettere le password o lasciare che ti riconosca dalla faccia, come ormai è prassi da quando hanno tolto il pulsante per il riconoscimento dell’impronta digitale. Sei dentro una questura ogni santo giorno, decine di volte al giorno, ma tu non lo sai. L’iPhone aggiornato pare quello di prima, se non fosse per alcuni dettagli. Qualche app ha cambiato aspetto; le foto sono disposte secondo un ordine bizzarro; le barre di ricerca si sono spostate dal basso all’alto o viceversa (la sensazione è che qualcuno ti sia entrato in casa e abbia spostato i mobili). Mi accorgo subito che Note, l’app che serve per prendere appunti e su cui scrivo tutto, dalla lista della spesa alle password ai Pin al diario (affido a un’app la mia civiltà personale con fiducia demente), non funziona; o meglio, funziona, ma solo se non provo a inviare le note alla mia mail, cosa che faccio più volte al giorno per “salvarle”, nel caso si rompesse il telefono o gli hacker (russi) distruggessero i server su cui riposa il Cloud, la nuvola digitale che contiene i dati di tutti gli utenti del mondo. L’invio si blocca, l’app si chiude bruscamente, le note “crashano” e spesso si cancellano, suscitando il noto horror vacui di quando non ci funziona il telefono. Google non ha soluzioni: l’aggiornamento è fresco, gli utenti non hanno ancora trovato l’antidoto a questo bug. 

Bisogna chiedere aiuto all’Assistenza Apple. Si entra sul sito, inserendo ID e password e superando l’autenticazione a due fattori (arriva un codice sul telefono che bisogna inserire sul Mac). Dialogo col bot, che screma il problema chiedendomi di scegliere tra diverse opzioni di disgrazie. Dico no a tutte. Domando (a chi?) se posso parlare con un operatore. Il bot non contempla questo caso. Entro dalla app Supporto Apple sul telefono e mi ritrovo a chattare con un’operatrice, Aisha. Ora, chi ha fatto questa esperienza sa che è chiarissimo fin dalle prime battute se la persona dall’altra parte ha o non ha idea di cosa si stia parlando. Aisha non ce l’ha. Mi fa la domanda più vecchia da quando esiste il computer: “Hai provato a riavviare il sistema?”, il caro “spegni e riaccendi” con cui gli zii riparavano i televisori negli anni 80. Dico che prima dell’aggiornamento tutto funzionava bene (mi appello al logos); Aisha insiste. Riavvio. L’app non funziona lo stesso. Rientro nella chat: “Ciao, sono Aisha, come posso esserti utile?”. Dico: “Ciao, forse abbiamo parlato prima”. Lei: “No, sono un’altra Aisha”. Ovviamente, nessuna delle due era Aisha. Hanno nomi finti: il capitalismo ti dà del “tu” e impone ai suoi uscieri di fingersi persone amichevoli. È la recita dell’empatia. Spiego il problema ad “Aisha”, la quale mi molla e mi passa a un suo collega “del livello superiore”. Sono un caso ostico. Anche costui mi chiede di riavviare, però non “normalmente”, bensì nella modalità “riavvio forzato”. È una procedura delicatissima: “Devi premere e rilasciare rapidamente il tasto per alzare il volume, poi premi e rilascia rapidamente il tasto per abbassare il volume, poi tieni premuto il tasto laterale. Rilascialo quando compare il logo Apple. E aspetti”. Lo faccio. Ho smesso di vivere, di lavorare, di alimentarmi. Sto lavorando per Apple, che finge di lavorare per me. Dopo il riavvio l’app non funziona. Riapro la chat, spiego la situazione al nuovo operatore, chiedo di essere dirottata al secondo livello (ormai parlo come loro, ho acquisito il gergo), dice: “Posso farti chiamare”. L’alternativa è portare l’iPhone all’Apple Bar: astronave di puro splendore con arredi in legno chiaro e pareti bianche, dove ti accolgono assistenti che sembrano reclutati personalmente da Steve Jobs: giovani, efficienti, in pochi secondi sfornano una “diagnosi”. Il paradiso. La California.
Mi chiama un umano, dall’accento si direbbe africano, è assertivo, informato; mi consiglia il riavvio forzato; dico che l’ho appena fatto; dice che lui farà “altri passaggi” e che mi richiamerà subito dopo. Io, per pura acribia, chiedo: “E se non mi richiami?”. È semplicemente scandalizzato: “Daniela, ti richiamo, ok?”. Faccio la domanda più oscena che un operatore Apple può sentirsi rivolgere: “Ma non posso togliere l’aggiornamento e tornare al sistema precedente?”. Come avessi bestemmiato in chiesa. Resta interdetto due secondi, poi dice: “No”. Eseguo. Il telefono si riaccende, le note ancora crashano. Intanto mi arriva una mail da Apple: “Stiamo cercando di contattarti, ma la linea è occupata. Se hai ancora bisogno di assistenza, puoi richiamarci o scegliere un’altra opzione di supporto”. Solo che il mio telefono NON è affatto occupato. Chiamo, parlo con Silvayn, gli racconto tutto; è affranto; mi chiede di riavviare; lo fermo, esausta. Il capitalismo conta sul tuo sfinimento psico-fisico. Silvayn ha un guizzo di lucidità analogica: “Hai notato se lo fa con le note lunghe?”. Dico che in effetti succede perlopiù con le note lunghe. La soluzione che mi presenta, inopinatamente, è: “Scrivi note più corte”. L’upgrade è un downgrade. Ormai si sa: l’aggiornamento non serve a rendere il dispositivo più performante, ma più obsoleto. Le vecchie app col nuovo sistema non funzionano, è come tenere un ruotino di scorta col motore di una Ferrari; così devi comprarti l’ultimo modello, anche se il tuo telefono funziona(va) ancora benissimo.
“C’è un’app per tutto”, recitava uno dei primi slogan di Apple; chissà se ne esiste una in grado di contare le ore, i giorni, le settimane di vita che perdiamo dietro a questa follia collettiva che chiamiamo progresso.

Ducetta comics

 

I pagliacci eversivi
di Marco Travaglio
Dopo 30 anni di berlusconismo con o senza B., è probabile che i clown della cosiddetta destra siano davvero convinti delle castronerie eversive che dicono. Se un giudice dà loro torto su qualunque tema dello scibile umano, vuol dire che è comunista, fa politica, “esonda” (Mezzolitro Nordio) e complotta con la Schlein (capace di cose serie come i complotti: come no). Segue il solito armamentario di slogan berlusconiani prêt-à-porter, tipo che “i magistrati hanno solo vinto un concorso” (e che dovevano fare: perderlo?) e, “se vogliono fare politica, devono farsi eleggere” (infatti fanno indagini e sentenze, riservate per legge a chi non si fa eleggere). Il povero Tajani spiega il diritto, ma soprattutto il rovescio, ai giudici di Roma che hanno bocciato il trattenimento dei 16 migranti in Albania: “La separazione dei poteri è uno dei principi fondamentali dello Stato di diritto”. Già, ma lui non sa cosa sia: separazione dei poteri significa che quello giudiziario è indipendente dal legislativo e dall’esecutivo, non che è ai loro ordini. Il tapino vuole pure regalare a Elly “l’opera omnia di Montesquieu”, che lui o non ha letto o non ha capito. Poi c’è il Corriere che, come ai bei tempi di B., spaccia l’aggressione sovversiva dei melones alla magistratura per uno “scontro governo-toghe”. Come titolare sulla donna di San Severo uccisa dal marito a pistolettate “Scontro fra coniugi”.
La verità è che la campagna d’Albania, oltre a costare un occhio e servire a nulla, era già nata illegale. E lo è ancor di più dopo la sentenza della Corte di giustizia europea del 4 ottobre, che ha ristretto il concetto di “Paese sicuro” per i rimpatri. Sentenza vincolante per tutta la Ue, che nessun decreto Nordio potrà ribaltare o aggirare, a meno di uscire dall’Ue (ma neanche: la magistratura inglese ha respinto varie volte le deportazioni di migranti in Ruanda decise dal governo Sunak). Dal 4 ottobre i giudici di tutta Italia ed Europa non fanno che bocciare i trattenimenti di migranti per rispedirli in Paesi esclusi dalla (minuscola) lista di quelli “sicuri”. Strano che i giuristi per caso del governo non lo sapessero: sennò si sarebbero risparmiati il tragicomico viaggio di andata e ritorno dei famosi 16 in Albania. E ora, anziché annunciare inutili decreti votati al fiasco, smantellerebbero i due centri di raccolta albanesi, destinati a restare semideserti.
P.s. Giulia Bongiorno, al processo Open Arms, racconta che l’Ong nell’agosto 2019 non voleva far sbarcare i migranti, ma “far cadere Salvini. E Salvini è caduto”. Qualcuno – magari Salvini – dovrebbe informarla che il suo leader e cliente non cadde: sfiduciò il governo Conte per “andare alle elezioni anticipate a settembre” e governare con “pieni poteri”. L’ennesimo autocomplotto.

sabato 19 ottobre 2024

Dixit


Non smettete mai di protestare.
Non smettete mai di dissentire,
di porvi domande, di mettere in discussione l’autorità, i luoghi comuni, i dogmi.
Cercate la verità!
Non smettete di pensare.
Siate voci fuori dal coro.
Siate il peso che inclina il piano.
Siate sempre in disaccordo perché il dissenso è un’arma. 
Siate sempre informati e non chiudetevi alla conoscenza perché anche il sapere è un’arma.
Forse non cambierete il mondo,
ma avrete contribuito a inclinare il piano nella vostra direzione e avrete reso la vostra vita
degna di essere raccontata.
Un uomo che non dissente è un seme che non crescerà mai.

Bertrand Russell