martedì 24 settembre 2024

Cascano dal pero!

 

Andreotti? Non mi dire
di Marco Travaglio
Siccome non c’è nulla di più inedito del già pubblicato, la deputata FI Rita dalla Chiesa, appena 42 anni dopo l’assassinio del padre Carlo Alberto e di sua moglie Emanuela, allude ad Andreotti come il politico che i mafiosi volevano favorire. E la cosa fa grande scalpore sui media, come se fosse una novità dell’ultim’ora. Peccato che sia già tutto scritto nero su bianco nelle sentenze su Andreotti, assolto in primo grado, poi mezzo assolto e mezzo prescritto in appello e in Cassazione. Sentenze che nessuno osa citare, tantomeno Rita dalla Chiesa, devota a B. che definì i pm di Palermo “matti, antropologicamente diversi dalla razza umana” proprio per quel processo. Già nel 1971 il giovane Dalla Chiesa, capo della legione Carabinieri di Palermo, denuncia le collusioni mafiose di andreottiani tipo Lima e Ciancimino. E appena ci torna come prefetto nell’aprile 1982, solo e abbandonato senza poteri reali, scrive sul suo diario parole più dure di qualsiasi condanna: “Ieri anche l’on. Andreotti mi ha chiesto di andare e, naturalmente, date le sue presenze elettorali in Sicilia, si è manifestato per via indiretta interessato al problema; sono stato molto chiaro e gli ho dato però la certezza che non avrò riguardi per quella parte di elettorato alla quale attingono i suoi grandi elettori; sono convinto che la mancata conoscenza del fenomeno… lo ha condotto e lo conduce ad errori di valutazione di uomini e di circostanze; il fatto di raccontarmi che intorno al fatto Sindona un certo Inzerillo morto in America è giunto in una bara e con un biglietto da 10 dollari in bocca, depone nel senso: prevale ancora il folklore e non se ne comprendono i messaggi…”.
Nel 1986, testimone al Maxiprocesso, Andreotti nega di aver mai chiesto di incontrare Dalla Chiesa (che dunque avrebbe mentito al suo diario) e di avergli parlato del mafioso Inzerillo. Peccato che il generale l’abbia raccontato al figlio Nando, aggiungendo che Andreotti “è sbiancato in volto”. Il 2.4.1982 scrive al premier Spadolini: “I messaggi già fatti pervenire a qualche organo di stampa da parte della ‘famiglia politica’ più inquinata del luogo hanno già fatto presa là dove si voleva”. E il 30 aprile, giorno del delitto La Torre, annota nel diario: “La Dc a Palermo vive con l’espressione peggiore del suo attivismo mafioso, oltre che politico… Lo Stato affida la tranquillità della sua esistenza non già alla volontà di combattere e debellare la mafia e una politica mafiosa, ma allo sfruttamento del mio nome per tacitare l’irritazione dei partiti… pronti a buttarmi al vento non appena determinati interessi saranno o dovranno essere toccati o compresi”. Quattro mesi dopo, la lugubre profezia si avvera con una raffica di mitra in via Carini. Serve altro?

L'Amaca

 

Da che pulpito, Musumeci!
DI MICHELE SERRA
La nomina di Irene Priolo, presidente ad interim della Regione Emilia-Romagna, a commissario per l’alluvione, è quasi un’ovvietà: tecnica, amministrativa, operativa.
Ma rende ancora più grave, con il senno di poi, la scelta governativa opposta, nel maggio del 2023, quando il governo Meloni approfittò dell’alluvione (espressione orrenda, “approfittò dell’alluvione”, ma difficile da smentire) per “punire” l’allora presidente della Regione, Stefano Bonaccini, scavalcandolo nella gestione dei soccorsi, e commissariando di fatto un territorio politicamente “nemico”.
Si parlò di sciacallaggio. Con un eufemismo si potrebbe definirlo basso, anzi bassissimo spirito istituzionale, uso fazioso della catastrofe, speculazione politica sul fango.
Se uguale metro dovesse essere usato per la ben più catastrofica gestione territoriale della Sicilia, l’attuale ministro della Protezione Civile, Musumeci, in quanto ex presidente di quella Regione (dal 2017 al 2022), dovrebbe essere interdetto a vita, lui e l’intera classe dirigente siciliana, alla luce della pessima condizione del territorio, della fallimentare gestione delle acque, della scadente tutela del paesaggio.
E invece Musumeci ha inteso approfittare del suo ruolo per chiedere conto agli amministratori emiliani di come hanno speso i (non tanti) quattrini fin qui erogati dal governo. Pessimo gusto e soprattutto: da che pulpito. A differenza dell’Emilia, la Regione Sicilia gode di uno statuto di autonomia che rende impossibile attribuire ad altri, se non ai governanti siciliani in prima persona, la responsabilità del dissesto. E dello sperpero di miliardi.
Basterebbe questo per suggerire a Musumeci, siciliano di potere, estrema prudenza nell’esercizio del suo nuovo ruolo.

lunedì 23 settembre 2024

Riassunto di duemila anni




Bel pezzo!



«Allora, mentre tutto il mondo era concentrato a guardare quei due che poggiavano i piedi sulla Luna, Michael si allontanò a bordo del Columbia. In quel momento il satellite era distante 390.000 chilometri dalla Terra. Piú solitario di qualsiasi altro viaggiatore, Michael si inoltrò verso il lato oscuro della Luna. Verso la parte che ostinatamente ci viene negata a causa di un sortilegio, quello che i pianeti, muovendosi in un certo modo in ragione dei loro rapporti di forza, ordiscono tra loro. Michael, in quel momento, divenne remoto a tutti: l’unico uomo dell’intero sistema solare a essere separato da ogni cosa. L’unico alle prese solo con se stesso e con la gioia, irripetibile, che sentiva. Neppure Buzz o Neil, laggiú sulla Luna, erano soli. Neppure loro erano privi di un canale di comunicazione con chi era rimasto sulla Terra. Solo lui, per quarantasette minuti, conobbe quel rovescio di universo, quella vertiginosa quiete universale. Solo lui, da lí, non entrò in contatto con nessuno. Né con la base. Né con Buzz né con Neil. Solo lui riuscí a sentire il silenzio cosmico piú assoluto e sorprendente».

(Federico Pace, La più bella estate, Einaudi)

Auguri!!


Tantissimi auguri Fatto Quotidiano, unica fonte di stampa libera che non ha padroni né prende finanziamenti pubblici, cosa questa che dovrebbe essere normalità e che invece, qui ad Alloccalia, è purtroppo un cammeo unicum!

Noi, 15 anni di notizie e mai nessun padrone

di Antonio Padellaro

Costituzione, coerenza e comunità dei lettori. Sono i pilastri sui quali, al compimento dei primi 15 anni, noi del Fatto abbiamo edificato la nostra e la vostra casa. Lo ricordiamo tutti quando il giornale doveva ancora uscire e i cari colleghi scommettevano su quanto saremmo durati (un paio di mesi secondo i più caritatevoli). Convinti che con i primi (e gli ultimi) vagiti questo esserino, nato già morto, avrebbe invocato la protezione di qualche toga giustizialista. Si sussurrava che Antonio Di Pietro sarebbe stato il nostro editore ombra, in combutta con Beppe Grillo. Pensa tu. Sulla nostra prematura dipartita i tapini ancora aspettano, mentre sono le loro testate a sanguinare per l’inarrestabile emorragia di copie.
Quanto ai nostri presunti protettori, il primo editoriale sul primo numero, datato 23 settembre 2009, comincia con queste parole: “La linea politica del Fatto è la Costituzione italiana”. Con la mia firma che le rappresenta tutte: quelle della “sporca dozzina”, come Carlo Freccero chiamò il nucleo fondativo del giornale (a cominciare da Marco Travaglio, Peter Gomez, Marco Lillo, Cinzia Monteverdi). Sommate a quelle dei trentacinquemila eroici volontari che avevano sottoscritto l’abbonamento al giornale senza averne letto neppure una riga. Semplicemente sulla fiducia, circostanza unica e forse irripetibile nella storia del giornalismo italiano.
Che in questo quindicennio la Costituzione sia stata la nostra stella polare lo dimostrano l’archivio del giornale e le epiche battaglie, combattute e vinte da noi e da voi, per impedire gli stravolgimenti tentati dai governi Berlusconi, Letta e Renzi. Pronti come siamo a mobilitarci contro i nuovi strappi su autonomia differenziata, premierato e separazione delle carriere togate perpetrati dal governo Meloni-Salvini-Tajani. Quanto alla coerenza, è presto detto. Quindici anni fa ci siamo impegnati a fare un giornale libero, senza padroni e a cui nessuno avrebbe potuto dire mai cosa andava scritto o non scritto. È il testimone che ci siamo passati con Marco Travaglio quando nel 2015 ha assunto la direzione del giornale. Che Marco guida da par suo garantendo la convivenza delle opinioni e delle storie professionali più diverse. Lo abbiamo fatto ogni giorno pagando un prezzo salato, ma di cui andiamo orgogliosi. La nostra bandiera sventola sotto la testata ed è quella piccola e gigantesca frase che dice: “Non riceve alcun finanziamento pubblico”. C’è nessun altro giornale che possa dichiarare lo stesso, in una sistema dove le mammelle statali sono disposte a sfamare perfino dei fogli clandestini?
Quanto alle pagine pubblicitarie delle grandi aziende pubbliche e private che foraggiano questo e quello, perché mai dovrebbero rivolgersi a noi, sapendo che in presenza di una notizia ad essi sgradita il Fatto la pubblicherà comunque? Ma ilFatto è anche un’impresa e come ogni impresa che si rispetti garantisce la propria libertà mantenendo i conti in ordine. È stata la grande lezione che ci ha lasciato il nostro amato Giorgio Poidomani e che Cinzia Monteverdi ha ripreso e sviluppato diversificando le attività e dando vita a quello che rappresenta oggi un network modellato su una moderna e articolata domanda d’informazione. Perché il Fatto Quotidiano ha generato il Fatto quotidiano.it, ai vertici delle classifiche dei siti, e un’ampia gamma di proposte digitali. E poi un mensile (Millennium). E poi una casa editrice di successi (PaperFirst) E poi Loft che produce contenuti televisivi e macina ascolti (La Confessione di Peter Gomez, Accordi&Disaccordi di Luca Sommi e Andrea Scanzi). E poi la Scuola di cittadinanza del Fatto, concepita dal compianto maestro Domenico De Masi: “Per formare cittadini consapevoli e coltivare la democrazia attraverso la conoscenza e il pensiero critico”.
L’elenco dei nostri gioielli non nasce da inutile vanteria, ma dalla consapevolezza che per creare un giornale occorre una risorsa che non si trova in banca, ma nella passione civile di voi lettori. La vostra spinta inesauribile ci ha permesso di creare una comunità straordinaria. Quella stessa comunità che pochi giorni fa era la folla che ha riempito con presenze da record la Casa del Jazz a Roma per celebrare la nostra quindicesima Festa. Tutto nasce da quel primo numero che oggi potete rileggere. Da quelle edicole prese d’assalto che espongono un cartello che resta per tutti noi indimenticabile, commovente: “Il Fatto è esaurito”.

Già Tomaso!

 

Soldi, regole a parte e politici: il virus delle università online
MUTAZIONE GENETICA DEGLI ATENEI - “For profit”. I patron delle telematiche offrono cospicui finanziamenti alla destra e vengono “ricambiati” con provvedimenti (tasse e & c.) ad hoc: cortocircuito perfetto
DI TOMASO MONTANARI
La distanza delle ‘università a distanza’ dall’idea stessa di università è sempre più grande. E non solo perché “le università sono fra i pochi luoghi in cui le persone si incontrano ancora faccia a faccia, in cui giovani e studiosi possono capire quanto il progresso del sapere abbia bisogno di identità umane reali, e non virtuali” (Umberto Eco, 2013). Ma anche per la loro drastica mutazione genetica, innescata dal parere del Consiglio di Stato del 14 maggio 2019 che ha aperto le porte alla possibilità che le università possano appartenere a società di capitali. Poche settimane dopo, la telematica Pegaso si trasformava in una srl, e in quello stesso anno il fondo britannico CVC, con sede in Lussemburgo, entrava nella proprietà della società Multiversity di Danilo Iervolino (che possedeva Pegaso e Universitas Mercatorum), prendendone poi il controllo nel 2021, e formando, con l’acquisizione dell’Università telematica San Raffaele di Roma e dell’85% del Sole 24 Ore Formazione, il più grande polo universitario italiano in assoluto, con 140.000 iscritti (trentamila in più della Sapienza di Roma…), oggi presieduto da Luciano Violante. Un’idea dell’influenza di questo colosso for profit in mano a un fondo di investimento estero può essere data da alcuni dei nomi del suo advisory board: Maria Chiara Carrozza, già ministra dell’Università e attuale presidente del CNR; Pierluigi Ciocca, già vicedirettore generale di Bankitalia; l’ex capo della Polizia, e già ai vertici dei Servizi, Gianni De Gennaro; Monica Maggioni, già presidente Rai; Alessandro Pajno, presidente emerito del Consiglio di Stato; Giovanni Salvi, già pg della Cassazione. Non è difficile immaginare che anche per questo le università telematiche riescano di fatto a eludere i rigidi controlli che Ministero e Agenzia nazionale per la valutazione della ricerca impongono invece alle università in presenza. Come ha rilevato la FLC CGIL in un puntuale rapporto dell’aprile 2024, le telematiche praticano “soluzioni organizzative e dinamiche di funzionamento che snaturano la stessa funzione di verifica degli apprendimenti delineata dalla normativa italiana per gli esami di profitto… Ad esempio, diversi atenei nel corso del 2023 e anche del 2024 permettono di fare esami di profitto on line, sostenendo la prova da casa, o da altro luogo privato, tramite l’uso del pc o di altre piattaforme… anche se tale possibilità normativa è venuta meno il 31 marzo 2022, con la fine dello stato di emergenza”. E non sono solo gli esami: il rapporto medio studenti-docente negli atenei a distanza è di 384,8 a 1, mentre nelle università ‘vere’ è di 28,5 a 1 (dati 2022); e nella principale telematica l’83,5% dei docenti è a contratto. Che formazione è, questa? Eppure, una laurea su dieci è ​ oggi a distanza: nate come funghi (ben 11, di cui 9 private) tra 2004 e 2006, in seguito a una legge del secondo governo Berlusconi, le telematiche intercettano l’11,5 % degli studenti italiani.
Ma si può davvero parlare di ‘università’? Un ateneo for profit ha una natura diversa: non forma cittadini, ma vende a clienti; non ha come fine ultimo la ricerca e la cultura, ma il profitto dei padroni; deve stabilire una gerarchia tra l’interesse economico e la libertà accademica, e non è difficile capire come si risolva questa gerarchia; vive di un rapporto lobbistico con la politica che inquina alla radice il processo legislativo. La destra italiana ha una particolare simpatia per questa mutazione genetica: e non solo per ragioni, diciamo, di personale politico (per dire, il ministro Francesco Lollobrigida ha preso nel 2014, quarantaduenne, una laurea in giurisprudenza presso Unicusano di Stefano Bandecchi, il quale ora è entrato direttamente nella maggioranza di governo), ma anche per la cospicua entità dei finanziamenti (leciti, e in chiaro) che i patron delle telematiche versano alla destra e ai suoi vari partiti. È un fatto che il ministro della PA Paolo Zangrillo abbia esteso alle telematiche il provvedimento che addossa alle casse pubbliche il 50% delle tasse universitarie per i dipendenti pubblici che intendano laurearsi, per non parlare dello sfacciato vantaggio che è stato accordato alle università virtuali nel campo cruciale della formazione degli insegnanti. E non ci sarà un nesso con l’inerzia dei governi nel promuovere una vera attuazione del diritto allo studio investendo in mense e studentati, visto che uno degli argomenti più ricorrenti nella pubblicità delle telematiche è che “non dovrai pagare affitto, spese da fuori-sede né materiale didattico”? L’immaterialità delle telematiche comporta l’assenza di comunità studentesche capaci di manifestazioni di dissenso, e l’erogazione del ‘pezzo di carta’ (sul quale non è scritto, come invece dovrebbe essere, se lo si è preso in una università reale, o in una virtuale…) diventa di fatto l’unica missione, il profitto l’unico fine: per questo le ‘università’ virtuali sono la perfetta compagnia di un potere che odia il pensiero critico.

domenica 22 settembre 2024

Incontro con la sorte



Mentre sogni la fragranza dell’Intercity che con la sua accoglienza ti cullerà per prepararti a salutare le vacanze, e ti prepari con cura musica, letture e posizioni per canoniche penniche, ecco che accanto al tuo lindo posto di prima, proprio accanto, s’erge sontuosa, immarcescibile, statuaria, la fobia dei viaggiatori solitari: la mitica Cagacaxxi! Con tutte le valige raccolte attorno a sé e formanti un baluardo contro gli eventuali attacchi visigoti, la signora tenta di intavolare la discussione con un “scusi ma le sembra tagliata questa bottiglietta? L’ho presa in stazione e non vorrei mai…” ma ad uno scafato come me, con già inforcate le sante cuffiette - sempre ti lodino Steve - il rigore finisce alto in curva: fingendomi un mix tra Bernardo il servo di Zorro, Gerry dei Brutos, e Torquemada spengo meglio di un Canada Air il mortale tentativo di scassarmi gli zebedei per tre ore; ma lei essendo molto più scaltra di Donzelli, affila la spada e, dopo aver ingurgitato biscotti con una voracità ricordante i fratelli Trinità e Bambino con la mega padella di fagioli, e tracannato tè e liquidi vari come se fosse sul Mortirolo con una Graziella con ruotine, mi chiede, come se fossi il capotreno, la collocazione del vagone bar, ed io, scartando la canonica, sacrosanta, inconfutabile “e io che caxxo ne so?” ho optato indicando la direzione, sicuro di non sbagliare essendo nella prima carrozza; e quando è ritornata con un bicchiere fumante, in un lampo, ho cercato su Google “come curare le ustioni di primo grado ai testicoli in treno” certo del versamento sbadato della gaglioffa. 
Al momento mentre sono teso come se uno della famiglia Cerchi fosse seduto accanto ad un Donati, ella urla al cellulare come se non ci fosse un futuro, imbizzarrendosi perché in galleria cade la comunicazione - e io diligentemente evocò la gloria dei santi enunciandoli ad uno ad uno per scansare il dovuto “ma in galleria la linea cade porcaccia miseria lo sa pure Gasparri!!”- osservo davanti a me il posto libero accanto ad una ragazza in divisa FS, non operativa, che deve aver vinto Miss Capotreno nel 2018/19/20/21/22/23 e, sfanculando il sistema di assegnazione dei posti, medito sul destino che aleggia sopra a noi, divertendosi pedissequamente…