mercoledì 18 settembre 2024

Diabolicamente


Ultima deriva Pd: votare Fitto “perché è italiano”

di Tomaso Montanari

Errare humanum est, perseverare diabolicum. Se il sì del Partito democratico (e dei Socialisti europei) al secondo mandato di Ursula von der Leyen è stato, a luglio, un gravissimo errore, un nuovo sì alla vicepresidenza di Raffaele Fitto rappresenterebbe ora un diabolico accanimento, e soprattutto certificherebbe l’incapacità del Pd di elaborare una prospettiva politica – e, prima, culturale – alternativa a quella che ha condotto l’Europa alla negazione stessa della sua ragione di esistere.
L’Europa nacque con una missione su tutte: sradicare la guerra dal continente, spegnendo per sempre il fuoco dei nazionalismi europei. Rinnegando tutto questo di fronte all’invasione russa dell’Ucraina, invece di imporre subito le inevitabili trattative di pace (e di farsene sede e promotrice) l’Unione si è trasformata in una succursale della Nato, ha messo la guerra e le armi in cima alle sue ragioni sociali, e la sua presidente tedesca ha rispolverato una atroce retorica della vittoria che ha ridato diritto di cittadinanza a fantasmi osceni, che credevamo esorcizzati per sempre, almeno in Europa. Confermando Von der Leyen, i socialisti, e con loro il Pd, si sono schierati dalla parte della guerra, del tradimento dell’idea stessa di Europa: nel migliore dei casi, un chiaro segnale di impotenza politica.
Se ora il Pd decidesse di votare anche per il commissario Fitto “perché è italiano”, l’intera operazione assumerebbe un colore anche più nero, perché significherebbe soddisfare “lo stupido sentimento patriottico che guarda ai colori dei pali di confine ed alla nazionalità degli uomini politici che si presentano alla ribalta, invece che al rapporto delle forze ed al contenuto effettivo”. Sono, queste, parole del Manifesto di Ventotene (1941), altissimo programma morale per l’Europa che sarebbe nata dopo la guerra. Un suo passaggio centrale prendeva atto che “la linea di divisione fra i partiti progressisti e partiti reazionari cade perciò ormai, non lungo la linea formale della maggiore o minore democrazia, del maggiore o minore socialismo da istituire, ma lungo la sostanziale nuovissima linea che separa coloro che concepiscono come campo centrale della lotta quello antico, cioè la conquista e le forme del potere politico nazionale, e che faranno, sia pure involontariamente, il gioco delle forze reazionarie, lasciando che la lava incandescente delle passioni popolari torni a solidificarsi nel vecchio stampo e che risorgano le vecchie assurdità, e quelli che vedranno come compito centrale la creazione di un solido stato internazionale, che indirizzeranno verso questo scopo le forze popolari e, anche conquistato il potere nazionale, lo adopereranno in primissima linea come strumento per realizzare l’unità internazionale”. Sembravano parole antiche: oggi tornano attualissime. A proposito del risorgere di “vecchie assurdità” abbiamo una presidente del Consiglio che parla solo di nazione (non di Repubblica e, con buona pace dell’amato Giovanni Gentile, nemmeno di Stato). È una nazione barbarica, genetica, brutale: per via di sangue, come ha ben chiarito lungo tutta l’estate la violenta chiusura alle (certo strumentali) proposte di Antonio Tajani sullo ius scholae. Ed è il centro di una retorica identitaria e nostalgica che serve insieme a deportare o ad affondare i migranti, e a reprimere violentemente il dissenso di chi intralci grandi opere di interesse ‘nazionale’. In un mondo in cui i nazionalismi (si pensi a quello israeliano) tornano a essere il primo pericolo, che futuro potrebbe avere una sinistra impantanata nella retorica nazionale e nazionalista del commissario da votare “perché è italiano”? Qual è il vero interesse dell’Italia: avere un commissario italiano (peraltro dalle deleghe pressoché irrilevanti, con le quali Von der Leyen punisce Meloni per il mancato voto di luglio), o avere una opposizione capace di costruire un’alternativa europea e internazionale al ritorno della guerra come unica forza ordinatrice dei rapporti tra nazioni?
A ogni tornata elettorale ci si duole dell’astensione crescente, che consente la vittoria di una destra minoritaria nel Paese. Ma questo sempre più diffuso disincanto non è forse il frutto del tradimento sistematico di ogni decenza da parte della ‘sinistra’? Se i democratici votassero tranquillamente un uomo che è slittato attraverso tutte le sfumature di destra – da un’estrazione democristiana a una ortodossia berlusconiana fino ad arrivare a Fratelli d’Italia –, uno che nel 2008 acconsentiva entusiasta alle affermazioni di Berlusconi e Dell’Utri sul fatto che lo stalliere Mangano fosse un “eroe”, dicendo ai giornalisti che gliene chiedevano conto, di “farsene una ragione”; ebbene se oggi il Pd si dicesse rappresentato da tutto questo in nome dell’interesse nazionale, non sarebbe il segno dell’ennesima bancarotta morale, culturale, politica?

Mesi e mesi


Gli ininfluencer

di Marco Travaglio 

Mesi e mesi a leggere che “l’Italia è isolata in Europa” perché la Meloni non ratifica il Mes e FdI&Lega non votano la Von der Leyen, dunque non avremo un commissario di peso né tantomeno una vicepresidenza, anzi forse ci sbattono fuori dall’Europa e ci annettono all’Africa. Poi Ursula annuncia i commissari e Fitto di FdI diventa commissario alla Coesione (non male, per chi ha votato l’Autonomia differenziata) e vicepresidente esecutivo (uno dei sei).
Mesi e mesi a leggere che mai e poi mai il Pd, ma neanche gli altri del Pse, ma anche Verdi e Liberali, voteranno una commissione Ue con dentro un pericoloso “sovranista” come Fitto (un flaccido democristiano salentino). Poi il Pd, ma anche gli altri del Pse, ma anche Verdi e Liberali, votano la commissione con dentro Fitto e tutto il cucuzzaro.
Mesi e mesi a leggere che in Italia è rinato il bipolarismo fra il diavolo Meloni e l’acqua santa Schlein (“o di qua o di là”). Poi, sulle questioni importanti – dall’Ue alla guerra – la diavolessa e l’angioletta votano sempre insieme (“di qua, ma anche di là”). Anzi, sui missili a lungo raggio per colpire la Russia, le destre italiane e americane sono un po’ meno belliciste dei partiti democratici.
Mesi e mesi a ripetere che il vero discrimine fra sovranisti e democratici è l’immigrazione. Poi a Londra il laburista Starmer sbaraglia il conservatore Sunak e la prima cosa che fa è volare a Roma a elogiare la Meloni per le sue politiche migratorie e a chiederle consigli su come fermare i migranti (che, per inciso, nei primi due anni di melonismo sono raddoppiati). Intanto negli Usa la democratica Harris (l’ultimo faro da cui il Pd vuole “ripartire” dopo la dipartita di tutti gli altri) respinge come un’infame calunnia l’accusa di Trump di non voler respingere i clandestini alla frontiera.
Mesi e mesi a discettare di Ius Scholae e Ius Soli, esaltando i compagni Marina, Pier Silvio e Tajani che “aprono sui diritti” e gliela fanno vedere loro ai fasci oscurantisti di Palazzo Chigi. Poi, al momento del voto in aula, Forza Italia dice no: era lo Ius Sòla.
Mesi e mesi a invocare il ritorno di Renzi e a magnificare il “ritorno di Draghi” e della celebre Agenda in pelle umana, unico argine al sovranismo e al populismo e unica salvezza per l’Ue. Poi Renzi viene subissato di fischi e Draghi con tutta l’Agenda da boati di indifferenza nel mondo reale.
Settimane e settimane a leggere che “il caso Boccia-Sangiuliano non è chiuso” e a esaltare la ininfluencer pompeiana che inchioda irrimediabilmente il governo alle sue responsabilità. Poi escono i sondaggi e, dopo il caso Boccia, il governo cresce e il Pd cala.
Dal Derby della Coglionaggine governo-opposizione è tutto, linea allo studio.

martedì 17 settembre 2024

Gattopardo



Fattore endemico, caratteristica umana, da sempre e per sempre; allora giocavano fattori di crudeltà, sopraffazione, dispotismo, condito da varie angherie dei signori sui sudditi poi deboli. La foto semplifica il tutto: fuori dalle mura di Avila il quartiere degli scalpellini, lascito in balia degli assalitori. Dentro la creme. E oggi? Credo non sia cambiato nulla, proprio nulla. Solo il tutto molto più sofisticato, subdolo, mumble… cardinalizio!

Daniela e la Grilleide


I 5S delle “origini” e il re-Dio Grillo

Il fondatore si comporta come i sovrani assoluti: richiama Conte a fare l’“alternativa ai partiti tradizionali”, ma è lui ad avere commesso l’errore di conficcare i Cinque Stelle dentro il governo Draghi

di Daniela Ranieri 

“Un partito rivoluzionario, nel momento in cui smette di essere rivoluzionario, è niente”, disse in merito al Pci Concetto Marchesi, deputato dell’Assemblea costituente.
Per il M5S, che di certo nella società italiana rivoluzionario lo è stato (vedi Reddito di cittadinanza, decreto Dignità contro il lavoro precario, legge Spazza-corrotti, etc.) mai come adesso, dopo essere andato sotto al 10% alle Europee, si configura la scelta tra tornare rivoluzionario o diventare niente.
Il fondatore Beppe Grillo, che quella spinta dal basso contestataria e clamorosa ha convogliato e guidato, sente la sua creatura snaturata dalla volontà di Conte di rivedere lo Statuto e la Carta dei Valori, e reagisce come ha sempre fatto in questi anni, cioè da suo proprietario e demiurgo (il titolo di Garante – a vita!, altro che due mandati – è infatti un’autoinvestitura: uno messo da sé a garanzia di ciò che professa).
Restando alla superficie, alla scocca della contesa: Giuseppe Conte, capo politico e presidente del movimento, pensa che il M5S resti rivoluzionario cambiando, e perciò ha annunciato per fine ottobre un’assemblea costituente per “dare la parola a tutti gli iscritti e ai simpatizzanti per elaborare nuove soluzioni e nuovi obiettivi strategici ai quali il Movimento si dedicherà negli anni a venire”; Grillo (con Raggi), pensa che essere rivoluzionario voglia dire restare, anzi tornare, il movimento delle origini. Quindi: rifiutarsi di dirsi partito, rifiutare l’alleanza col Pd, tutelare il sacro nome e il santo simbolo (peraltro già cambiati nel tempo, vabbè), venerare il feticcio dei due mandati (che però, quando gli fece comodo, reggenza Di Maio, diventarono tre con l’espediente vagamente perculatorio del “mandato zero”), in definitiva cristallizzarsi nel proprio mito. Grillo contesta finanche la genuinità del processo evolutivo, da cui Conte trarrebbe vantaggio: l’assemblea costituente non sarebbe che “una farsa per farmi fuori”.
Grillo si comporta come i sovrani assoluti, esenti da responsabilità. Con quale credibilità oggi può richiamare Conte alla fondativa essenza del movimento quale “unica alternativa ai partiti tradizionali” quando lui ha commesso l’errore che fu la bizzarra posticipazione di un peccato originale (infatti per tutti i media padronali è stata l’unica cosa buona fatta da Grillo)? Assecondando tutto l’establishment che tifava per la destituzione di Conte, sotto pandemia, per mano di un politico dedito alla pirateria parlamentare come Renzi, ha appoggiato il governo Draghi, credendo (davvero) alla panzana del “governo dei migliori” e della “transizione ecologica” e arrivando a chiamare uno come Cingolani (un nuclearista, quando l’ambiente era una delle 5 stelle del movimento) un “grillino della prima ora”. Non avendogli ciò provocato alcuna dissonanza cognitiva, si è dunque calato nelle vesti del creatore il cui verbo è spesso oscuro, contraddittorio e tuttavia incontestabile: quando le cose per lui, sul piano semantico o politico, si mettono male, infatti, solleva una specie di Mose ontologico: ma io sono un comico! Strategia un po’ comoda e paracula per non assumersi mai nessuna responsabilità politica, stando a capo di un partito politico. Una visione teologica della politica che Grillo non ammetterebbe mai se non in chiave ironica (si definisce “l’Elevato”), ma che pure è evidente: il carisma delle origini deve colare su ogni decisione futura; lo spettro di Casaleggio, che quella visione originaria fatta di contestazione, insofferenza popolare e desiderio di pulizia trasformò in software politico, deve guidare dall’aldilà ogni mossa di Conte, mero sacerdote del sacro fuoco primevo. Del resto nel 2021 Grillo disse apertamente cosa pensava di Conte: “Un incapace”, uno che “non ha visione politica né capacità manageriali”; e però è il terzo leader più popolare dopo Meloni e Tajani e prima di Schlein.
Adesso, geloso come il Dio della Bibbia, Grillo fa rivoluzioni di retroguardia e puramente autoreferenziali: alla gente non frega niente se Conte è andato alla “birrata” di Avs con la Schlein e nemmeno se vuole cambiare le regole interne al movimento, se non nei termini di ciò che gli consentono di fare in Parlamento. Oggi gli ambiti su cui fare la rivoluzione sono la Sanità pubblica, il lavoro dignitoso, il salario minimo, il diniego a ogni bavaglio all’informazione, il rispetto e l’applicazione della Costituzione in ogni ambito della vita collettiva, primo fra tutti il principio per cui l’Italia ripudia la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali e in base al quale si dovrebbe smettere di inviare armi all’Ucraina, declinare il diktat Nato per l’aumento delle spese militari, rifiutare il destino di essere una colonia americana e di fare la guerra alla Russia, ciò che è autolesionista e rovinoso oltre che appunto incostituzionale. O Grillo pensa davvero che i “principi non negoziabili” siano il simbolo, i due mandati (“la politica come servizio e non professione”, alla faccia di Max Weber) e altra chincaglieria vintage alla stregua dei meet-up e della sacralità della Rete? (Invero, propone altre cose, ma non sembrano grandi battaglie per l’umanità). Se Grillo garantisce l’aderenza allo spirito originario, non dovrebbe assecondare l’innovazione, che del M5S è stata il motore?
La soluzione parrebbe facile: intanto togliere a Grillo il contratto di consulenza per 300 mila euro per curare la “comunicazione” del M5S, anche alla luce del fatto che la lotta antropologica che ha intrapreso con Conte (e che ricalca il mito dell’uccisione dei “re sacri” e della successione al potere raccontata ne Il ramo d’oro da Frazer) è disastrosa sul piano della comunicazione. Ma chi decide: Grillo o il partito, nella persona di Conte? Se Conte non ne ha diritto in quanto presidente e non proprietario, allora si chieda agli iscritti, in base al principio primigenio della democrazia diretta. Oppure decide Grillo? È una disputa teologica: chi c’è sopra il Garante? Se non c’è nessuno, e se quindi lui è Dio, perché ne è anche un consulente? Di chi? Si consulta da sé, al costo di 300 mila euro? Grillo è uno e bino?
Ora si affida alle Pec, ai cavilli, minaccia di mettere in mezzo gli avvocati (per dirimere la contesa con un avvocato), senza accorgersi di contraddire palesemente la natura spontanea e corsara delle origini che professa di incarnare come vertice platonico del movimento. Non sarebbe più nobile limitarsi a esserne amorevole padre, magari gratis?

Daje Krosetto!




Dorellik


È tornato Dorellik

di Marco Travaglio 

Non so a voi, ma a me il video di Salvini travestito da attore shakespearian-brechtiano è piaciuto un sacco. Mi ha ricordato Johnny Dorelli in Dorellik e Raimondo Vianello con la calzamaglia nera nella parodia della Ballata di Mackie Messer. Alla pochade si unisce un altro caratterista, ’Gnazio La Russa, che per dimostrare l’innocenza del vicepremier su OpenArms tenta di provare la colpevolezza di Conte: “Dice che della decisione di Salvini non era tanto convinto. Ma, se era un reato così grave da far rischiare 6 anni di carcere, doveva dimettersi e far cadere il governo, altrimenti vuol dire che era d’accordo”. Quindi il 14 agosto 2019, quando l’Open Arms giunse a Lampedusa e chiese di sbarcare i migranti, La Russa era in ferie su Marte: in Italia tutti sapevano che il Conte-1 era caduto l’8 agosto per mano di Salvini, con tanto di mozione di sfiducia. Il 9 agosto i legali dell’Ong chiesero al Tribunale dei minori di Palermo di far sbarcare i ragazzini. Il 12 il Tribunale chiese spiegazioni al governo. Il 13 Conte scrisse a Salvini di far scendere almeno i minori, invano. Il 14 il Tar Lazio sospese il divieto di sbarco e la nave giunse in Italia, ma Salvini rifiutò di indicare il porto sicuro e attaccò il premier: “Mi ha scritto per lo sbarco di alcune centinaia di migranti (163, ndr). Gli risponderò che non si capisce perché debbano sbarcare in Italia”.
Il 15 Conte gli inviò un’altra lettera durissima: “Ier l’altro… ti ho invitato, ‘nel rispetto della normativa in vigore, ad adottare con urgenza i necessari provvedimenti per assicurare assistenza e tutela ai minori’… Comprendo la tua ossessiva concentrazione nell’affrontare il tema dell’immigrazione riducendolo alla formula ‘porti chiusi’. Sei… proteso a incrementare i tuoi consensi. Ma parlare come Ministro dell’Interno e alterare una chiara posizione del tuo Presidente del Consiglio, scritta nero su bianco, è… un chiaro esempio di sleale collaborazione, l’ennesimo, che non posso accettare”. Tantopiù che “Francia, Germania, Romania, Portogallo, Spagna e Lussemburgo mi hanno appena comunicato di essere disponibili a redistribuire i migranti… Siamo agli sgoccioli di questa nostra esperienza di governo… ho sempre cercato di trasmetterti i valori della dignità del ruolo che ricopriamo e la sensibilità per le istituzioni che rappresentiamo. La tua foga politica e l’ansia di comunicare, tuttavia, ti hanno indotto spesso a operare ‘slabbrature istituzionali’, che a tratti sono diventate veri e propri ‘strappi istituzionali’”. Cinque giorni dopo, Conte gli diede il resto in Senato. Salvini, colpito e affondato, ritirò la mozione di sfiducia. Conte replicò: “Se ti manca il coraggio, ce lo metto io”. E salì sul Colle a dimettersi. La Russa, vicepresidente del Senato, era lì: dormiva?

lunedì 16 settembre 2024

Faticosamente




Anche se a volte mi costa fatica…cerco sempre di rispettare le tradizioni locali…