martedì 10 settembre 2024

L'Amaca

 La guerra al cinema

DI MICHELE SERRA
Il cinema italiano non è una controparte del ministero della Cultura”, dice il presidente di Anica (una specie di Confindustria del cinema italiano), Benedetto Habib. Il solo fatto che senta la necessità di dirlo lascia intendere lo stato delle cose: un settore produttivo di questo Paese si considera trattato dal relativo ministero, che dovrebbe assisterlo e contribuire a rafforzarlo, come un avversario da piegare, un territorio ostile da bonificare.
Aggiunge Habib un altro concetto che potrebbe sembrare scontato; ma visto che ha sentito la necessità di enunciarlo, evidentemente non lo è: “i finanziamenti devono essere decisi da persone competenti”. Ogni riferimento alle nomine decise dal fu ministro Sangiuliano non è casuale.
Ora, i casi sono due. O anche produttori e distributori sono comunisti, come i registi, gli sceneggiatori, gli attori (comprese le controfigure e le comparse), oppure sono imprenditori che hanno a cuore le sorti delle loro aziende. In questo secondo caso, il più verosimile, l’intenzione punitiva di questo governo nei confronti dei luoghi e dei modi della produzione culturale italiana, Rai, teatro, cinema, editoria, musei, considerati in blocco un’illecita usurpazione della sinistra, è così sguaiata, e così maldestra, da colpire non solamente il suo presunto bersaglio ideologico, ma la struttura stessa del sistema culturale italiano. Il macro esempio è l’impoverimento della Rai grazie a epurazioni e fughe.
Il nuovo ministro della Cultura Giuli ha un enorme lavoro da fare. O da non fare, nel caso volesse lasciare le cose così come le ha lasciate Sangiuliano. Che creda in Odino, come dicono, pazienza. L’importante è che creda nel talento e nel lavoro, ché la cultura è una fatica.

lunedì 9 settembre 2024

Patta

 

Dio, patta e famiglia
di Marco Travaglio
Ora che il caso Sangiuliano-Boccia è finito come doveva finire, possiamo finalmente vomitare per questa fiera del tartufo, questo campionato del sepolcro imbiancato, quest’olimpiade dell’ipocrisia: per una settimana politici e commentatori che hanno riempito istituzioni, Rai, enti pubblici e parapubblici, persino i servizi segreti (ce l’ha detto sabato Crosetto) di parenti, amanti, amici e compari, hanno lapidato ‘o Ministro ‘nnammurato per aver pensato di dare una consulenza gratuita alla gentildonna, senza che nessuno pronunciasse il fatidico monito: “Chi è senza peccato scagli la prima pietra”. I giornalisti-storici, per trovare analogie fra presente e passato, sono ricorsi a quello remoto della coppia Mussolini-Petacci (che col caso in questione non c’entra nulla), per non dover citare casi ben più vicini e attinenti. Che però smentirebbero il negazionismo sui danni devastanti di Tangentopoli e della compianta classe digerente della Prima Repubblica.
Per esempio gli harem di Craxi e De Michelis, che sarebbero stati affari loro se non li avessimo pagati noi. Le sentenze definitive raccontano che Craxi, a una delle sue favorite, comprò “la stazione televisiva Roma Cine Tivù (di cui era direttrice generale Anja Pieroni, legata a Craxi da rapporti sentimentali) e un contributo mensile di 100 milioni di lire… Dispose l’acquisto di una casa e di un albergo (l’Ivanhoe, ndr) a Roma, intestati alla Pieroni”. Alla quale faceva pure pagare “la servitù, l’autista e la segretaria”. A spese sue? No, a spese nostre: coi soldi delle tangenti che incassava pilotando appalti pubblici verso chi lo foraggiava. De Michelis – raccontò la sua bella segretaria Nadia Bolgan – aveva uno staff di “una cinquantina di persone, molte delle quali donne incontrate di passaggio e senz’alcuna preparazione professionale; erano lì solo perché gli piacevano, e ciascuna pensava di essere la favorita dell’harem”. L’Avanzo di Balera, come lo chiamava Enzo Biagi, al crollo dell’impero lasciò un conto non pagato di 490 milioni all’Hotel Plaza di Roma, dove aveva occupato per anni una suite, che costava da 370mila lire al giorno soltanto per gli “extra”. Un altro “socialista”, Claudio Martelli, viveva in una splendida villa sull’Appia Antica (l’Appia dei Popoli, la ribattezzò Ottaviano Del Turco, anche lui poi condannato), fra quelle di Gina Lollobrigida e di Franco Zeffirelli, con servitù in livrea e guanti bianchi. Tutto ciò ovviamente non assolve Sangiuliano né tantomeno una destra che s’impiccia nelle vite degli altri al grido di “Dio patria e famiglia” e poi opta per il più pratico “Dio patta e famiglia”. Aiuta soltanto a lumeggiare il contesto contro i revisionisti del “si stava meglio quando si stava peggio”. No: si stava peggio.

Tomaso

 



Quel Guercino “strappato” e le mostre a ciclo continuo

LA “CROCIFISSIONE” VIA DALL’ALTARE - Trasloco alle Scuderie del Quirinale. Da Reggio Emilia un “prestito” assurdo: senza il suo contesto l’opera è stravolta e sacrificata. Per l’ennesimo business

di Tomaso Montanari 

Mi rendo conto che di fronte alle mirabolanti storie instagram della dottoressa Boccia; alle intemerate del signor presidente del Consiglio convinto di (ri)fare la storia (e dunque ‘niente passi falsi’: ognuno si gestisca in silenzio il suo giambruno); al rogo del povero Sangiuliano (umiliato da una pubblica ritrattazione in abitino da penitente, e poi arso vivo: nella migliore tradizione italiana, tra farsa e inquisizione); al Gramsci strattonato dal nuovo ministro Giuli, questo articolo sembri un tantino fuori dal tema della Cultura. Ma proviamoci: paulo maiora canamus. Ebbene, siamo proprio sicuri che sia una buona idea togliere dal suo altare e spedire a una mostra la Crocifissione della Ghiara di Guercino? Andiamo con ordine.

La Madonna della Ghiara è il santuario civico per eccellenza della città di Reggio Emilia. Sulla ‘ghiara’ (cioè la ghiaia) lasciata da un fiume che ivi scorreva, sorge dal Trecento un convento di Servi di Maria. Nella notte tra il 28 e 29 aprile 1596, un’immagine della Madonna qui dipinta fa un miracolo: mentre vi prega davanti, il quindicenne Marchino, garzone di macellaio sordomuto fin dall’infanzia, riesce ad articolare alcune parole. Non è un momento qualunque: pochi mesi dopo muore, senza eredi, il duca di Ferrara Alfonso d’Este, signore di Reggio. Ferrara viene devoluta allo Stato della Chiesa, e gli Este spostano la capitale a Modena, snobbando Reggio: che si attacca, come a una consolazione e a una ri- legittimazione, al culto della Madonna miracolosa. È il 1619 quando il nuovo, grandioso, santuario viene consacrato, e nel 1621 è pronto un colossale altare civico, offerto alla Vergine dal Senato e dal Popolo di Reggio: prima si pensa a mettervi un Cristone di bronzo, poi si viene a più miti consigli e si sceglie una pala d’altare.

Si è fatto ormai il 1623, e se Guido Reni è troppo caro, la morte di papa Gregorio XV Ludovisi segna la fine dell’“estate di San Martino della pittura bolognese a Roma” (Giuliano Briganti), liberando il secondo più grande pittore emiliano del momento: Guercino. Ne viene fuori un capolavoro strepitoso, un colosso alto 437 centimetri e largo 250, in cui il nuovo classicismo che Guercino va scoprendo si innesta “sul ceppo ancora traboccante di linfa dello scapestrato naturalismo giovanile” (Alessandro Brogi). Un pezzo emozionante, epico: che ha un senso pieno solo lì, montato in quell’altare, con quella luce, in quella scala grandiosa. Ancora, per fortuna, legato intimamente a quel contesto architettonico, artistico, religioso, morale che fa sì che esso non sia ‘solo’ un’opera d’arte, ma un palladio civile: un pezzo di città, proprio come una facciata o una piazza. Un organo di un corpo vivo. ​ Ma ora l’opera di Guercino lascia tutto questo: in un espianto, temporaneo sì, ma non meno insensato. Il trauma si deve a una mostra delle Scuderie del Quirinale: un ente che, se questo Paese fosse una Repubblica bene ordinata, semplicemente non dovrebbe esistere. Perché non ha alcun senso dover alimentare a getto continuo un mostrificio senza ricerca e senza pensiero, togliendo energie, soldi, idee al patrimonio vero del Paese, quello aderente al suo scheletro come una carne viva. La mostra sull’arte romana al tempo dei Ludovisi sarà (una volta tanto) affidata a ottime mani curatoriali: ecco una ragione di più per porre il problema. A Reggio Emilia si dice che il viaggio sarà l’occasione per ripulire l’opera da insetti e problemi vari: ma è ormai vero il contrario, e cioè che i restauri si fanno per le mostre, come un baratto. E infatti a Reggio, una stampa allineata o inconsapevole scrive, immancabilmente, di “un’opera che, solo al termine delle operazioni condotte grazie al finanziamento straordinario garantito dagli organizzatori della rassegna, potrà finalmente recuperare il suo primitivo splendore”. Amen, alleluja! Ma a Reggio c’è ancora chi ricorda che l’opera “venne restaurata una trentina d’anni fa sotto l’attenta, puntuale direzione scientifica di Denis Mahon: che, nella sua saggezza e per il suo amore genuino verso il maestro centese, non riteneva legittimo separare, sia pure temporaneamente, il capolavoro dal contesto d’appartenenza, consapevole del fortissimo legame intrinseco fra l’uno e l’altro”. Francis Haskell diceva che quando cadrà un aereo carico di Caravaggio o di Poussin, allora si capirà cosa stiamo facendo. Per ora vince un altro modo di fare storia dell’arte: quello incarnato da Antonio Paolucci, che da ministro di Lamberto Dini regalò il patrimonio italiano ai privati, e che da soprintendente di Firenze si definiva il “movimentatore massimo di capolavori”. È andata così, è fin troppo chiaro. Ma almeno sopra certe dimensioni, almeno per pezzi così ancora avvinti al loro contesto, almeno per i simboli civici, bisognerebbe sapersi ribellare, rinsavire, aprire gli occhi. E dire basta: muoviamo invece la gente, mandiamola alla Ghiara. Viaggiare o perire è ormai il motto delle opere d’arte del passato: e non è detto che sia un’alternativa.

domenica 8 settembre 2024

Per un ometto che va…



L’ometto inetto pochi istanti prima di lasciare il sontuoso ed immeritato incarico costellato da innumerevoli figuremmerda, si è chiuso nel suo ufficio firmando altre nomine importanti, focali, di regola affidate al subentrante ministro. 
L’ometto aveva furia, la commissione che dovrà distribuire i fondi per il cinema sarà sfacciatamente fascio destrorsa. Grazie all’ometto Lucio Lanna (ex direttore del secolo d’Italia, Dario Renzullo (ex Casapound) e Luciano Schifone (nomen omen ex deputato MSI) sceglieranno i film da irrorare con soldi pubblici. 
Grazie all’ometto, al povero ometto destinato all’oblio. Rimpiazzato da uno che un tempo creò una struttura a destra del fronte della gioventù, ritenuto troppo blando e mellifluo. Un altro ometto quindi a sostituire l’ometto infoiato.

E il fiume va!




Sia lodato il Cielo!



Dovremmo ringraziare il fato, il Cielo o chicchessia perché stanotte il mega temporale galattico, la cui presenza era certificata da innumerevoli flash, tipici del red carpet della notte degli Oscar, ha scaricato in mare a poche miglia dalla città. Viceversa ora staremmo probabilmente cercando canotti e pagaie!

Lobbysticamente

 

Eurofi, la megalobby che scrive le riforme finanziarie della Ue
PRESSIONE - Maxibudget di 5,7 mln di euro usato per “indirizzare” la politica di settore
DI NICOLA BORZI
Che Bruxelles sia una delle capitali del lobbismo globale è noto da tempo. Al 18 agosto, i professionisti incaricati di rappresentare gli interessi di terzi (vulgo lobbisti), ufficialmente iscritti al registro di trasparenza dell’Unione Europea erano 12.849, in rappresentanza di 12.883 portatori di interessi: 8.610 tutelano associazioni di settore, 3.721 sono Ong prive (almeno ufficialmente) di interessi commerciali, i restanti 551 lavorano su mandato della clientela. Poco meno di 3.500 sono belgi, quasi 1.830 tedeschi, 1.300 circa francesi, gli italiani sono 807.
Un bar di Guerre Stellari nel quale personaggi di ogni risma fanno a sportellate per agganciare e influenzare i legislatori e i membri della Commissione, in un turbinio di interessi in conflitto: da chi tutela l’ambiente e il clima a chi “spinge” le fonti fossili, dai paladini dell’industria della Difesa alle Ong per il rispetto dei diritti umani. Non tutti hanno lo stesso peso, non tutti dispongono degli stessi soldi, non tutti hanno alle spalle interessi trasparenti: il Qatargate insegna. Adesso però – e la coincidenza di tempi con le recenti elezioni europee e il rinnovo della Commissione non è casuale – la testata online Politico ha scoperto un opaco, sedicente “think tank” che offre alle aziende l’accesso ai politici e alle autorità di regolamentazione finanziaria della Ue. Il gruppo di pressione è specializzato nella rappresentanza di interessi finanziari (da cui il nome Eurofi) e ha incassato commissioni per quasi 6 milioni. Un sacco di soldi che oggi fa di Eurofi uno dei più grandi gruppi di lobbying alla Ue, nonostante abbia solo tre dipendenti a tempo pieno e non abbia conti pubblici. La sua attività principale, scrive Politico, consiste nell’organizzare due volte l’anno un evento di lobbying a porte chiuse in vista delle riunioni dei ministri delle finanze della Ue (il famoso Ecofin), che “attrae alti funzionari europei, banchieri centrali e addetti ai lavori della finanza”. Eurofi è stata fondata dall’ex governatore della Banca centrale francese Jacques de Larosière e ha forti legami con la presidenza del Consiglio della Ue, che cambia a rotazione ogni sei mesi. È capeggiata da David Wright, ex funzionario britannico della Ue, e guidata dal francese Didier Cahen. Le sue conferenze si svolgono nei giorni che precedono l’Ecofin nel Paese in carica come presidente di turno. I giornalisti non sono ammessi.
I membri più anziani del Parlamento europeo, che ricoprono ruoli influenti nella legislazione finanziaria, hanno dichiarato a Politico che Eurofi ha pagato i loro soggiorni in hotel di lusso e parte dei loro viaggi. A luglio, Eurofi ha dichiarato budget di 5,7 milioni nel 2023 grazie ai versamenti dei suoi membri, tra cui figurano grandi banche, Borse, società finanziarie, di gestione del risparmio e giganti della tecnologia come BlackRock, Goldman Sachs e American Express. “È uno dei gruppi più opachi”, ha affermato Kenneth Haar, ricercatore del Corporate Europe Observatory, un organismo senza scopo di lucro che studia il lobbismo alla Ue. “È davvero strano avere un budget così grande con così poche persone”. Per dotazione finanziaria, Eurofi è una tra le lobby maggiori a Bruxelles, subito dietro giganti della tecnologia come Google e Apple. Ha una base associativa di oltre 100 iscritti e il suo budget è aumentato di quasi il 50% dai 3,9 milioni del 2020: tra le lobby finanziarie solo Insurance Europe è più grande, Eurofi ha battuto giganti come la Federazione europea delle industrie farmaceutiche e BusinessEurope, che rappresenta le Confindustrie nazionali. “L’impostazione di Eurofi è diversa da quella di altre grandi lobby di Bruxelles, che accrescono i propri uffici per cercare di influenzare la politica e conquistare l’attenzione degli eurocrati”, scrive Politico. “Eurofi insiste sul fatto che non rappresenta gli interessi del settore finanziario e fornisce semplicemente una piattaforma per la discussione”. Ma chi paga, quanto, e che tipo di influenza acquista?
La risposta, secondo logica, può essere desunta dall’analisi della legislazione di Bruxelles sul settore finanziario. “L’influenza della finanza è stata visibile negli ultimi anni, con l’introduzione di norme più leggere per banche e assicuratori rispetto a quelle richieste dagli enti regolatori, e un notevole successo nel moderare le riforme che potrebbero danneggiare gli interessi del settore”, conclude Politico.