mercoledì 4 settembre 2024

Sbugiardato



Oh Giuly! Si che tira più… ma avevi detto che non c’erano mai state proposte… beh! 
Buona vita Giuly!

Lugubre aggiornamento




Incredibile!

 

Se non lo avessi letto su Repubblica non ci avrei creduto. Su Alibaba trovi tutto questo! Resto senza parole!
Dai droni marini ai robot cingolati La guerra fai-da-te in vendita su Alibaba
DI GIANLUCA DI FEO
Volete procurarvi alcuni degli strumenti più innovativi e devastanti messi a punto nei conflitti che oggi insanguinano il mondo? Un drone d’attacco marittimo uguale a quello con cui gli ucraini hanno spazzato via la flotta russa del Mar Nero? O un barchino telecomandato identico a quelli usati dagli Houti yemeniti per affondare i mercantili nel Mar Rosso? O, per restare con i piedi per terra, preferiteun robot cingolato pronto a sparare con la mitragliatrice? Non c’è bisogno di ingaggiare trafficanti o imbastire operazioni di contrabbando: basta cliccare su Alibaba ed entrerete nella grotta degli infiniti droni.
Il portale cinese di vendite online permette infatti di acquistare tutti i sistemi unmanned – senza pilota – che dominano le guerre del presente: esclusi esplosivi e armi, gli altri equipaggiamenti sono disponibili per essere spediti quasi ovunque, senza divieti espliciti nei confronti di Paesi che pullulano di terroristi. Un esempio? Mentre per alcuni apparecchi hitech il sito avvisa che “non è possibile la consegna in Italia”, ciò non accade se si richiede l’invio in Yemen, Libano e Libia, dove miliziani e jihadisti sono attivi da decenni. E, stando alla denuncia diWired ,a gennaio era stata commercializzata a 57mila dollari persino una copia degli Shahed iraniani che fanno strage a Kiev.
Ovviamente l’offerta di quadricotteri e altri dispositivi teleguidati volanti è sterminata, ma su questo portale lo era già prima che venissero modificati in killer per le carneficine del Donbass. Sorprende molto di più trovare nel catalogo digitale un mezzo d’assalto navale copiato dai prototipi degli incursori ucraini: viene chiamato USV Type 101 ed è costruito dalla CETC Ningbo Maritime Electronics che promette “la tecnologia di guida remota più avanzata, inclusi i sensori e gli apparati di comunicazione. Questo garantisce la possibilità di catturare e trasmettere informazioni in tempo reale. Il sistema di pilotaggio è semplice e intuitivo”. Realizzato in acciaio, è lungo 10 metri e costa 100mila dollari.
Fino a pochi giorni fa – come ha rivelato l’analista H.I. Sutton – su Alibaba c’era pure il battello senza equipaggio della Wuhan Greenbay Marine Technology USV-I600 lungo sei metri, estremamente simile aquelli dei commando di Kiev: adesso però l’azienda è scomparsa dalla pagina web. La Quindao Grandsea Boat invece presenta un motoscafo telecomandato: dal confronto delle foto, appare identico al primo modello scagliato dagli Houti contro petroliere e portacontainer a largo dello Yemen. Sono 7,3 metri di vetroresina, con un motore da 300 HP che lo spinge a 75 chilometri orari. Esteriormente si confonde tra gli scafi da diporto: viene 210mila dollari, che scendono a 88mila se l’ordine supera i cento esemplari. Conveniente, no? Non vengono trascurati neppure gli abissi marini. Tra tantidroni che arrivano a 150 metri di profondità, inclusi robot con braccia meccaniche, spiccano quelli della Shenzhen Guanghengfeng Technology Co: mini sottomarini utili per monitorare tubature e cavi. Facili però da trasformare in guastatori per minare gasdotti e pozzi petroliferi.
Impressionante il catalogo di robot terrestri, alcuni dichiaratamente militari: la Hongyun esibisce una gamma completa. Per 49.999 dollari grazie ad Alibaba si può avere un mini-tank, con la predisposizione per una mitragliatrice: trasporta 200 chili a 15 chilometri l’ora, chi lo dirige può restare a 200 metri. Russi e ucraini adottano mezzi simili per colpire le trincee, ma anche per trasferire feriti e rifornimenti. L’autoblindo controllata da dieci chilometri di distanza è assai più cara: 300mila dollari. Ha visori all’infrarosso e telemetri laser: la premessa per installare missili controcarro.
Forse però il campionario più straordinario esposto su Alibaba riguarda le apparecchiature per fermare i droni dei cieli. Ci sono strumenti grandi come uno smartphone che scoprono l’arrivo dei silenziosi velivoli senza pilota e indicano la loro posizione in un raggio di duemila metri: costano 5.800 dollari ma nelle battaglie di Chasiv Yar o Vuhledar fanno la differenza tra la vita e la morte. Con un investimento maggiore si ottiene uno scudo di impulsi che fa cadere i quadricotteri nemici: con 20mila euro l’efficacia arriva a tre chilometri; con 35mila c’è l’immunità fino a 15 chilometri.
L’arsenale in mostra è illimitato: radar per sorvegliare terra e cielo; mezzi da sbarco; addirittura motori a reazione da 36mila euro, ufficialmente per aerei giocattolo ma adatti a spingere i missili cruise degli “Stati Canaglia”. C’è praticamente tutto, dall’elmetto al veicolo blindato: solo ordigni e armi da fuoco restano fuori dagli scaffali online. Questo schieramento bellico a portata di click fa capire quanto siano fragili gli embarghi proclamati contro Russia, Iran o Yemen. Le sanzioni appartengono al passato mentre oggi basta un portale come Alibaba per mettere in contatto diretto produttori e consumatori. E poco importa se questi ultimi sono anche spietati dittatori.

Vai Daniela!

 

Schlein parla come milita, con la sloganite aristodem
AMBIGUITÀ POLITICA E COMUNICAZIONE - Linguaggio. Quando discute dell’assegno unico (per i figli), che Meloni vuole stravolgere, dice: “Sbagliato minarne la dimensione universalistica”
DI DANIELA RANIERI
Elly Schlein, che è giovane, moderna, cosmopolita, sveglia, fresca e attenta all’armocromia (la scienza di abbinare i vestiti alla carnagione), non sa parlare. O meglio: sa parlare benissimo ai suoi pari, ai vecchi del suo partito con Isee da alta borghesia residenziale, ai coetanei laureati al Dams con master a Boston, alle decorose signore aristodem che vanno alla Festa della cosiddetta Unità ad applaudire persino uno come Renzi, perché bisogna fermare la Meloni e i suoi ministri fascistoni e chi meglio di un senatore prezzolato da un dittatore saudita per onorare i partigiani; Schlein, però, non sa parlare alla gente normale, cioè al 90% dei suoi potenziali elettori, che per una che fa il suo lavoro – la segretaria di un partito popolare di asserita sinistra – rappresenta decisamente un problema.
Uno degli slogan della sua campagna elettorale è stato “Estate militante”: a fine estate, è legittimo chiedersi per cosa abbia militato. Apprendiamo da una cervellotica intervista a Repubblica che la priorità della comandante Schlein è “la questione sociale”; interpellata sul merito, imbastisce due rispostine di compostezza frigorifera: l’indicizzazione delle pensioni e opzione donna, cose da addetti ai lavori, che bisogna googlare. Quando parla dell’assegno unico (per i figli), che Meloni vuole stravolgere, dice: “Ha semplificato la frammentazione dei sussidi precedenti”, e pure chi ha letto Heidegger fatica a capire se pensa che sia una cosa giusta o no. Dice: “Sarebbe sbagliato minarne la dimensione universalistica”. Eh? Ma non può dire “bisogna darlo a tutti”, posto che darlo a tutti è una misura di destra, visto che due genitori medici che vivono sul lago di Como ne hanno meno bisogno, e dunque meno diritto, di due disoccupati di Scampia? Del resto il Pd votò contro il Reddito di cittadinanza, salvo poi fingere di rimpiangerlo.
Le ambiguità della Schlein si riflettono sul suo linguaggio, ma (e perché) sono anzitutto ambiguità politiche. Dal sito del Pd risulta che “l’estate militante” constava delle seguenti battaglie: contro l’Autonomia differenziata, accidentalmente voluta dal Pd (è stato il centrosinistra, con la riforma del Titolo V del 2001, ad aprire la strada all’obbrobrio di una legge ordinaria che modifica una materia costituzionale) e richiesta anche dalla Regione di cui lei era vicepresidente; per il salario minimo, battaglia del M5S a cui il Pd era contrario o capziosamente ostile, salvo poi farla propria vista la malaparata; per portare la spesa sanitaria al 7,5% del Pil. Peccato che il suo partito abbia perpetrato o assistito con connivenza, tra il 2010 e il 2019, al più grande crimine contro il Sistema sanitario nazionale, a cui tra tagli e definanziamenti sono stati sottratti 37 miliardi di euro. Solo nel 2019, governo Conte-2, il ministro Speranza contò di investire sulla Sanità 10 miliardi, sopra al 7% del Pil; poi scoppiò la pandemia, e i sindaci del Pd Gori e Sala assieme a Nicola Zingaretti stavano con i Confindustriali di “Milano non si ferma”. E sapete qual è stato il governo che, d’accordo con le Regioni, ha danneggiato di più il Ssn col truffaldino “Patto per la Salute”, tagliando 16,6 miliardi promessi e mai erogati e rendendo a pagamento 208 esami diagnostici prima gratuiti? Il governo Renzi, e non uno del Pd si dissociò dalla criminale operazione.
Schlein è bravissima a produrre slogan croccanti sui diritti civili (“Il punto non è cambiare lo sguardo sulle donne, ma integrare lo sguardo delle donne”), ma non dice nulla sul fatto che il ministro dell’Economia Giorgetti ha firmato un Patto di Stabilità che ci spingerà alla recessione incaprettandoci con tagli per 12,5 milioni l’anno fino al 2031, soldi che non verranno sottratti agli armamenti (ci siamo impegnati con la Nato per l’aumento al 2% del Pil per le armi, 13 miliardi l’anno: Schlein ha pigolato qualche remora, subito redarguita dai maschi del partito), ma alla Sanità pubblica e al welfare.
Sulla guerra in Ucraina Schlein alterna vuotezza ad ambiguità. “Non critico il governo sulla prudenza per l’uso delle nostre armi in Russia”, ha detto, dal che par di capire che non vuole siano usate le nostre armi fuori dall’Ucraina, ma “l’Ucraina va sostenuta nella sua autodifesa”: fino a quando? E ancora: “Dal Pd pieno supporto all’Ucraina, ma nessuna delega in bianco al governo”. È il suo stile: un colpo al cerchio, uno alla botte; una parolina ai pacifisti per tenerli buoni, un cenno d’intesa coi falchi del suo partito. Il 63% degli italiani è contrario all’invio di armi: devono sperare in Salvini per fermare la guerra?
Schlein dovrebbe spiegare come fa a portare avanti una battaglia per la Sanità quando accetta che la prima voce nella Finanziaria sia quella per gli armamenti; quando, esattamente come Meloni, intende continuare a foraggiare di armi un Paese non democratico, il cui esercito è infarcito di nazisti e che non fa parte della Ue né della Nato, per perpetuare la guerra alla Russia che sta depauperando l’Europa e arricchendo la Russia e gli Usa. La guerra a Gaza è un affare più grande di lei, che si trova più a suo agio a parlare di Ius soli o Ius scholae; non è un caso che alla festa dell’Unità, che dura 20 giorni, non si parli nemmeno per sbaglio del genocidio di palestinesi a Gaza da parte del governo israeliano.
Sulla coesistenza di Conte e Renzi nel farlocco “campo largo”, il politichese di Schlein ricalca quello dei più vecchi e corrotti (in senso spirituale) del suo partito: “Le alleanze non si fanno da nome a nome, ma da tema a tema. Dobbiamo fare fronte unito per le nostre battaglie: sanità, lavoro povero, scuola…”. E queste battaglie le porta avanti con uno che ha depauperato la Sanità, distrutto lo Statuto dei Lavoratori (col Jobs Act, la patacca che ci è costata 20 miliardi), rovinato la Scuola (con la Buona Scuola, grazie alla quale i ragazzini ancora lavorano gratis nell’alternanza scuola-lavoro), ovvio.
Immaginate Berlinguer dire una cosa come: “Non è più il tempo di essere respingenti verso le energie più fresche attraverso meccanismi di cooptazioni correntizie”. Ma a chi parla? (Epica Lilli Gruber a Otto e mezzo: “A proposito di immigrazione lei ha detto, parlando di Lampedusa: ‘è la dimostrazione del fallimento delle politiche delle esternalizzazione del governo’. Ma chi la capisce se parla così?”).
Il punto è politico: il Pd ha perso il voto di operai, insegnanti, studenti, precari, pacifisti, poveri e disoccupati a causa di Jobs Act, Buona Scuola, guerra al Rdc, “armi, armi, armi” e altre misure di destra varate con la scusa di non lasciarle alla destra. Schlein è solo il rebranding parolaio di un partito in bancarotta.

A proposito

 

Tramonto pompeiano
di Marco Travaglio
Sarebbe davvero bizzarro se il primo ministro del governo Meloni a cadere, fra tutti quelli che dovrebbero esserne già usciti o non avrebbero dovuto proprio entrarci, fosse Gennaro Sangiuliano. Non siamo, com’è noto, suoi ammiratori. Ma, al netto di gaffe agghiaccianti e provvedimenti perniciosi (l’ultimo, quello sul tax credit, rischia di affossare l’intero comparto cinema), non possiamo certo dire che sia il peggiore. Né che sia un poco di buono: ha le sue idee, che non sono le nostre, ma prima di toccare vette inarrivabili tipo Santanchè, Lollobrigida, Salvini, Nordio&C., deve farne di strada. Però deve valutare seriamente se lasciare il ministero della Cultura. Non per avere frequentato platealmente Maria Rosaria Boccia da Pompei fino al punto di perdere il controllo di lei e di sé e di arrivare a un passo dal nominarla consigliera (gratuita, pare) del ministero per i grandi eventi: questi sono fatti suoi, almeno finché non si dimostrerà che l’ha messa a parte di segreti di Stato o di dati sensibili per la sicurezza nazionale (ma al ministero della Cultura ne circolano pochi) o che ha speso denaro pubblico per ospitarla nelle comuni trasferte (ma questo lui lo nega e non è stato smentito: se lo fosse, trascinerebbe nella sua bugia la premier Meloni, che l’altra sera in tv l’ha negato). No, ciò che dovrebbe far riflettere Sangiuliano è un aspetto che soltanto lui, oltre all’esuberante signora, può conoscere: che cosa sa Rosaria Boccia in più del B-movie che sta postando a rate sui social con l’aria spavalda di chi tiene in pugno lui e non solo lui?
A pagina 4 raccontiamo che la “influencer culturale” s’aggirava da mesi in Parlamento filmando tutto e tutti, anche dove è proibito, con occhiali Ray-Ban muniti di telecamera. Una piccola parte di quei video sono già usciti nelle storie Instagram della donna: ma gli altri? Ci sono filmati o foto che rendono Sangiuliano ricattabile, perché ritraggono comportamenti non consoni a un ministro o che il ministro non potrebbe spiegare o difendere pubblicamente? Ci sono editori, magari vicini a partiti di governo, in possesso di immagini compromettenti? Il dilemma è tutto qui e riguarda la condizionabilità del personaggio pubblico, non certo i suoi legami privati. Lo dicemmo per le foto di Sircana, portavoce di Prodi, per il video di Marrazzo con trans e coca, e a maggior ragione, anzi all’infinita potenza, per B., circondato per anni da battaglioni di Papi Girl, anche minorenni, di cui talvolta ignorava pure il nome. Mentre sceglieva i ministri e Silvio Berlusconi faceva allusioni su Andrea Giambruno (“Il suo uomo è un mio dipendente”) per forzarle la mano su giustizia e tv, Giorgia Meloni tagliò corto: “Io non sono ricattabile”. Sangiuliano può dire altrettanto?

L'Amaca

 

La dittatura del miliardo
DI MICHELE SERRA
Il Cristo più grande del mondo dovrebbe sorgere in Armenia, in cima a un monte, alto una settantina di metri (30 di statua, 40 di piedistallo) e fosforescente, così che di notte si veda da quasi tutto il Paese. Dalle simulazioni si capisce che sarà un Cristo zeffirelliano (il contrario del Cristo pasoliniano, che per rispetto della storia aveva il volto semita). Non lo ha deciso un governo, non lo ha deciso un’istituzione pubblica, non lo ha deciso la Chiesa armena, lo ha deciso una persona sola, di quelli che chiamiamo oligarchi, o magnati. L’uomo più ricco dell’Armenia.
Ha comperato tutto, il monte, il paesaggio, i giornalisti portati in gregge ad ammirare i lavori in corso. Il governo armeno (vedi l’articolo di Luna De Bartolo su Repubblica )sta sostanzialmente patteggiando con questo signore per non sembrare troppo sottomesso, e proteggere quello che resta di un sito archeologico (pre-cristiano) che il riccone ha già spianato per metà.
Ogni governo, in teoria, dovrebbe rappresentare un popolo. Un miliardario cafone (esistono anche i miliardari signori, ma sono in netta minoranza) rappresenta solo se stesso. Eppure in tutto il mondo, non solo in Armenia, il potere di singoli individui maschi imbottiti di soldi è in costante ascesa, e sembra in grado di bypassare qualunque vincolo pubblico o interesse collettivo, per la serie: decido io, e voi non contate un (chissà come si dice cazzo in armeno).
Una soluzione facilitante è stata trovata in Russia, dove oligarchi e governo, grazie a Putin, sono attori coincidenti, o quasi.
Chissà se nel resto del mondo esistono ancora margini per contenere la dittatura del miliardo.

Da sempre lo sospetto

 



La lobby occidentaleche difende “Bibi”

POLITICA OPACA E PULIZIA ETNICA - Chi critica Israele viene diffamato come “antisemita”. La strategia colonizzatrice del Paese è storicamente sostenuta da una lobby sionista danarosa e attiva soprattutto in Usa e GB

DI BARBARA SPINELLI

Per la seconda volta nell’ultimo decennio l’accusa di antisemitismo si abbatte su politici di primo piano e li trasforma in appestati.

Nel 2018 toccò a Jeremy Corbyn, leader del Laburismo che difendeva i diritti dei palestinesi senza mai mettere in questione l’esistenza di Israele. Oggi tocca a Jean-Luc Mélenchon, capo del primo partito di sinistra in Francia, politicamente demolito in piena guerra di Gaza per aver sostenuto i palestinesi e messo in guardia contro tutti i razzismi, sia islamofobi sia antisemiti. Mélenchon è considerato ben più minaccioso di Marine Le Pen. Jacques Attali, già consigliere del presidente socialista Mitterrand, lo ha accusato di “genocidio simbolico”, in occasione dell’attentato alla sinagoga del 24 agosto nel sud della Francia a La Grande-Motte.

La diffamazione scatta in automatico, come un tic. È brutale e può distruggere un’ambizione politica. Ha dietro di sé la forza dei giornali mainstream, dei talk show in Tv, dell’establishment politico ed economico. Il linguaggio dei diffamatori è ripetitivo, se di linguaggio si può parlare quando vengono reiterate compulsivamente formule e aggettivi mai spiegati. È il lessico propagandistico (hasbara, in ebraico) di uno dei più potenti e antichi gruppi di pressione: la lobby sionista israeliana.

Non importa quel che accade a Gaza: più di 41.000 morti, soprattutto bambini e donne. Da tempo ha cessato di essere una rappresaglia. Non importano le proteste sempre più diffuse in Israele – parenti degli ostaggi, sindacati, giornali come Haaretz – e nelle università europee e statunitensi. Il sionismo inteso come progetto coloniale vacilla ma la lobby, finanziariamente molto influente, non se ne cura. Se osteggi le politiche di Tel Aviv, difendi i palestinesi e chiedi di metter fine all’invio di armi a Israele, vuol dire che sei antisionista, dunque automaticamente antisemita, dunque indifferente al genocidio subito dagli ebrei nel Novecento: questo il sillogismo ricorrente, arma della lobby. Il peso abnorme esercitato dai gruppi di pressione israeliani, specie negli Stati Uniti, è un dato difficilmente confutabile. È una delle tante verità israeliane mai ammesse, sempre opache.

È opaca la denominazione dello Stato, definito ebraico pur essendo abitato per oltre il 25 per cento da non ebrei (arabo-palestinesi musulmani e cristiani, cristiani non arabi, drusi, beduini, ecc.). È opaca la formula che descrive Israele come “unica democrazia in Medio Oriente”, perché la democrazia non si concilia con l’occupazione coloniale o l’assedio dei palestinesi. È opaca la forza militare di Israele, che dagli anni 60 dispone di un armamento atomico senza mai ammetterlo. Secondo il giornalista Seymour Hersh, Tel Aviv ha già minacciato una volta l’uso dell’atomica, nella Guerra del Kippur del 1973 (The Samson Option, 1991).

Ma più opaca di tutte le politiche è l’esistenza di una lobby sionista estremamente danarosa e attiva – soprattutto in Usa e Regno Unito – che fin dalla nascita dello Stato di Israele sostiene le sue politiche di colonizzazione, e che oggi appoggia l’ennesimo tentativo di svuotare la Palestina dei suoi abitanti. Si dice che Netanyahu sta spianando Gaza e attaccando anche la Cisgiordania solo per restare al potere, senza un piano per il futuro. Quasi un anno è passato dalla strage perpetrata da Hamas il 7 ottobre, e una rettifica si impone. È vero che Netanyahu teme di perdere il potere, ma un piano ce l’ha: la pulizia etnica in Palestina.

La lobby sionista ha istituzioni secolari negli Stati Uniti e Gran Bretagna e filiali ovunque. Influenza i giornali e li monitora, finanzia i politici amici. Denuncia regolarmente l’antisemitismo in aumento, mescolando antisemitismo vero e opposizione alle guerre di Israele. Nei Paesi europei operano vari gruppi di pressione tra cui l’Ong Elnet (European Leadership Network).

È chiamata a volte lobby ebraica, ma con l’ebraismo non ha niente a che vedere. Ha a che vedere con il sionismo, che è una corrente politica dell’ebraismo e che dopo molti conflitti interni ha finito col pervertire la religione. È nata nella seconda metà dell’800 e culminata nei testi e negli atti fondatori di Theodor Herzl e Chaim Weizmann. Per il sionismo politico, l’ebraismo non è una religione ma una nazione, uno Stato militarizzato, edificato in Palestina con uno slogan che falsificando la realtà era per forza bellicoso: la Palestina era “una terra senza popolo per un popolo senza terra”, data da Dio agli ebrei per sempre. Secondo il filosofo Yeshayahu Leibowitz, che intervistai nel 1991, Israele era preda di un “nazionalismo tendenzialmente fascista”. Non stupisce che Netanyahu e i suoi ministri razzisti si alleino oggi alle estreme destre in Europa e Usa.

Non tutti gli ebrei approvarono la ridefinizione della propria religione come nazione e Stato. In parte perché consapevoli che la Palestina non era disabitata, in parte perché la lealtà assoluta allo Stato israeliano imposta dalla corrente sionista esponeva gli ebrei della diaspora a sospetti di doppia lealtà.

Indispensabile per capire questa fusione tra religione e Stato militarizzato è l’ultimo libro di Ilan Pappe (Lobbying for Zionism on Both Sides of the Atlantic, 2024). Lo storico racconta, proseguendo lo studio di John Mearsheimer e Stephen Walt sulla lobby (2007), la nascita del sionismo nella seconda metà dell’800, e cita fra gli iniziatori le sette messianiche evangelicali negli Stati Uniti. Sono loro che con più zelo promossero e motivarono il movimento sionista. L’idea-guida del sionismo millenarista è che Israele ha un diritto divino a catturare l’intera Palestina. Se il piano si realizza, giungerà o tornerà il Messia. Questo univa nell’800 sionisti ebrei e cristiani. C’era tuttavia un tranello insidioso: per i sionisti cristiani, il Messia arriva a condizione che gli ebrei alla fine si convertano in massa al cristianesimo.

Il sionismo colonizzatore è oggi in difficoltà. “Non in mio nome”, è scritto sugli striscioni degli ebrei che manifestano contro la nuova Nakba (“Catastrofe”, in arabo) che il governo Netanyahu infligge a Gaza come nel 1948. E che infligge in Cisgiordania dal 28 agosto.

Ciononostante i governi occidentali accettano l’equiparazione fra antisemitismo e antisionismo, per timore delle denigrazioni e manipolazioni della lobby. Quasi tutti hanno fatto propria la “definizione operativa” dell’antisemitismo adottata nel 2016 dall’International Holocaust Remembrance Alliance (cosiddetta Definizione IRHA, legalmente non vincolante). Tra gli esempi indicati, l’antisionismo e le critiche di Israele. Il governo Conte-2 si è allineato nel gennaio 2020.

Difficile in queste condizioni monitorare e combattere l’antisemitismo. L’unica cosa certa è che la politica di Israele non solo svuota la Palestina e crea nuove generazioni di resistenti più che mai agguerriti, non solo rende vano l’appello ai “due popoli due Stati”, ma mette in pericolo gli ebrei in tutto il mondo. Nel lungo termine può condurre Israele stesso al collasso.