Un luogo ideale per trasmettere i miei pensieri a chi abbia voglia e pazienza di leggerli. Senza altro scopo che il portare alla luce i sentimenti che mi differenziano dai bovini, anche se alcune volte scrivo come loro, grammaticalmente parlando! Grazie!
giovedì 4 luglio 2024
Manicomio
Il sintomo e il virus
di Marco Travaglio
Parlare di alleanze per le Politiche del 2027, con questo caldo e queste piogge, non è il massimo. Ma, visti i messaggi, lettere e commenti giunti dopo il mio pezzo di ieri, forse è il caso di riprovarci. Il guaio, temo, è il malvezzo di analizzare i risultati elettorali guardando sempre agli eletti e mai agli elettori. Che in democrazia, come i clienti al ristorante, hanno sempre ragione. Non nel senso che il loro voto sia sempre giusto, anzi: infatti poi quasi sempre lo cambiano. Ma nel senso che sono gli unici titolati a decidere. E chi cerca consensi duraturi deve guadagnarseli armandosi di umiltà e provando a mettersi nei loro panni. Non per applaudirli o per fischiarli, ma per capirli. Perché mezzo milione di italiani esce di casa di domenica per recarsi al seggio e votare Vannacci? Perché, con i disastri combinati fin qui, le destre non calano, anzi salgono? Perché più i grandi media demonizzano i “populisti” e più gli elettori li premiano? Perché dopo Obama arrivò Trump e dopo Biden può tornare Trump? Perché, dopo sette anni di Macron, vince la Le Pen, che ci provava da 13 anni e non ha neppure l’aura della novità? Possibile che gli elettori del “mondo libero”, bravi e saggi finché votavano “bene”, siano diventati tutti fascisti?
Mentre i fini analisti giocano a Risiko spostando un carrarmatino un po’ più al centro e un plotoncino da destra a sinistra o viceversa, la gente normale pensa a tutt’altro. E se ne frega dei ferrivecchi di centro, destra e sinistra che – intendiamoci – esistono nel cuore e nella mente di tante brave persone, ma sono ormai usurati e sputtanati dall’abuso che i partiti ne fanno da troppo tempo. Le destre illiberali e cialtronesche italiane, francesi, tedesche, spagnole, americane, distanti mille miglia da quelle liberaldemocratiche del vecchio conservatorismo, non sono il virus: sono il sintomo dei tradimenti e dei fallimenti delle socialdemocrazie che, travestite da “riformismo”, hanno abbandonato centinaia di milioni di esclusi, invisibili, nuovi poveri, ceti medi impoveriti da globalizzazioni, automazioni, diseguaglianze, intelligenze artificiali, guerre e sanzioni a senso unico, e spaventati da tutto ciò che sentono più grande di loro e vivono come ostile: immigrazione incontrollata, tecnocrazie globaliste, austerità selettive, establishment elitari e castali. E chi dovrebbe prendersi cura delle loro paure – la cosiddetta sinistra – li criminalizza come zotici populisti. Parla di astruserie, tipo cambiare nome alla Festa dell’Unità in Festa dell’Unit* per non offendere le “a” accentate. E, invece di inventare idee e linguaggi popolari per comunicare con loro con un populismo sano e giusto, medita un bel fronte popolare antifa (anzi antif*) per trattarli da fascisti. Quando arriva l’ambulanza?
L'Amaca
Giorgia Meloni ha un alibi
DI MICHELE SERRA
Per sciogliere una volta per tutte il dubbio che il suo partito sia in vetrina conservatore, e nel retrobottega (laddove batte il cuore di ogni negozio) fascista, Meloni ha sottomano un’occasione storica: il Salvini.
Più fascista di lui, in Europa, non c’è nessuno, tranne forse nel profondo Est, laddove il comunismo ha lasciato il peggio di sé: l’odio per la democrazia.
Il fascismo, nel Salvini, è un dono naturale. È un fascista in purezza, lo è nei modi, nell’eloquio, nello sbrigativo disprezzo per ogni forma di gentilezza e di ascolto. Il rispetto delle persone da lui difformi deve sembrargli una forma di effeminatezza. Si rende conto, Meloni, che nessun altro leader di destra, in Europa, ha la fortuna di poter dire: ma perché ve la prendete con me? Se è il fascismo, che vi preoccupa, prendetevela con il Salvini. Io sono nel gruppo dei conservatori, io sto con l’Ucraina, lui briga con il peggio dell’estrema destra antieuropeista e filorussa.
È lui che ha candidato Vannacci, mica io.
Non c’è nemmeno bisogno di scomodare Fanpage, tutto è già scritto, tutto già in chiaro, le frasi di Mussolini nei social, la caterva di fascisti e nazisti simpatizzanti, candidati, sodali della Lega del Capitano (ve lo siete già scordato, Savoini?) nel silenzio obbrobrioso e vile dei Fedriga, degli Zaia, dei Giorgetti.
Quelli che non condividono, che sono “per bene”, ma tacciono per comodità.
Invece di espellerli dal suo partito, Meloni inviti i Sieg Heil e le teste calde della Gioventù Nazionale a cambiare ditta. Vadano con il Salvini, che non ha avuto nessun bisogno di Colle Oppio, Atreju e tutti quei faticosi tentativi di darsi una cultura, delle radici, un metodo. Basta una domenica in una curva di stadio. Basta un ordinario disprezzo per gli altri.
mercoledì 3 luglio 2024
Long Form
Cina Underground
Così miliardi di euro spariscono dall’Italia (e dall’Europa) e arrivano a Pechino
di Carlo Bonini (coordinamento editoriale), Giuliano Foschini, Antonio Fraschilla.
Nel porto di Napoli un container che dondola nell’aria, sollevato da una gru. Un portellone che si apre all’improvviso, per errore. E i cadaveri di cittadini cinesi, pronti a ritornare in patria per essere seppelliti, che si frantumano al suolo. Roberto Saviano scelse, era il 2006, di cominciare così il racconto di Gomorra, il libro che sconvolse il mondo.
Quasi venti anni dopo quei container sono ancora lì. Al porto di Napoli, come a quello di Ancona, Gioia Tauro, La Spezia, Venezia, Catania. Ma sono anche dove il mare non c’è: a Milano, a Roma, a Firenze, o magari nel Veneto ricco o tra le fabbriche della pianura padana. Non sono però più pieni di cadaveri. Sono invece pieni zeppi di denaro. Un fiume di soldi, miliardi di euro, che ogni anno dall’Italia, di nascosto, corrono verso le banche di stato cinesi che garantiscono impunità a evasori, truffatori. E anche mafiosi.
Secondo i dati della Banca d’Italia dal 2010 sono letteralmente “spariti” dieci miliardi di rimesse ufficiali della comunità cinese italiana verso la Madrepatria, passate da quasi 2 miliardi del 2012 a una manciata di milioni lo scorso anno. I numeri non lasciano spazio a diverse interpretazioni: intermediari cinesi hanno trovato la maniera per far transitare illecitamente il denaro dall’Italia a Pechino. E così decine di indagini delle procure di tutta l’Italia, da Catania a Milano, stanno alzando il velo su una enorme rete guidata da alcuni cinesi che ricicla non solo il nero fatto dalle miriade di imprese siniche in Italia (gli apri e chiudi che non pagano tasse e imposte e importano prodotti evadendo l’Iva e dazi), ma anche soldi delle mafie e dei grandi truffatori ed evasori italianissimi che hanno letteralmente rubato miliardi di euro di crediti fiscali tra superbonus e bonus facciate: sì, una parte dei soldi stanziati dallo Stato italiano per l’edilizia, e che hanno creato una voragine nei conti del bilancio, è finita in Cina.
Il sistema underground
Repubblica con una inchiesta del marzo 2023 aveva raccontato il sistema della banca “underground” cinese: una rete che emergeva in controluce da alcune inchieste su evasione, ‘ndrangheta, riciclaggio e che opera esattamente come un istituto di credito, garantendo pagamenti all’estero oppure ripulendo denaro con transazioni vere per finti acquisti di materiale. Ma le ultime indagini, e un dossier riservato che gira nelle procure e che abbiamo potuto leggere, sta facendo emergere il salto di qualità e come la rete, vastissima, non può essere derubricata solo a malavita cinese “occasionale”: dietro c’è qualcosa di più grande che tiene le fila di tutto. Con un’ambizione, su scala europea, più ampia: fare concorrenza sleale alle piccole aziende europee di manifattura e drenare tutto il guadagno di questo sistema per riportarlo in Cina non reinvestendo un euro nell’economica europea.
L’Italia sembra aver un ruolo cruciale in tutto questo. Giovanni Melillo, procuratore nazionale antimafia, prima da procuratore di Napoli e poi appena arrivato sulla poltrona che fu di Giovanni Falcone in via Arenula, ha sempre tenuto i riflettori accesi sul “fei chien”. “Letteralmente – spiega a Repubblica – significa “denaro volante” ed è una modalità molto diffusa di underground banking. Attorno a questo metodo si realizza un circuito parallelo di trasferimento all’estero di grandi quantità di denaro, per conto di persone che non vogliono apparire né come ordinanti né come destinatari di questi flussi di denaro. Il metodo – continua Melillo – è assai utilizzato sia da imprenditori che vogliono ripulire e trasferire all’estero il denaro fraudolentemente sottratto al fisco sia da grandi organizzazioni criminali, interessate a trasferire clandestinamente all’estero il denaro necessario al finanziamento di traffici di stupefacente o a reinvestirne i proventi. Il fei chien consente molte diverse applicazioni, che rendono evidente anche la connessione profonda che in molti casi esiste fra frodi fiscali e interessi mafiosi”.
La creazione del denaro in nero
“Le indagini della nostra polizia economico-finanziaria, la guardia di finanza, dimostrano – continua Melillo - come il fei chien sia utilizzato grazie a broker cinesi attivi in varie aree del mondo, i quali ricevono denaro contante ed assicurano il trasferimento dello stesso in altre aree del mondo, dietro, naturalmente, il pagamento di commissioni. In pratica, il denaro raggiunge il destinatario dell’operazione senza lasciare traccia. In cambio del denaro, chi dispone il trasferimento riceve un token - spesso è la foto del numero di serie di una banconota scelta a caso - e trasferendo il token consente al destinatario di ritirare il denaro in un altro paese, presentando le proprie credenziali ad un altro broker”.
Ma, in partenza, come si crea questa mole enorme di denaro nero nelle mani di alcuni gruppi di cinesi? Il sospetto degli inquirenti coinvolti nelle indagini in corso è che ci sia dietro un “sistema” replicato ovunque. In primis le aziende cinesi impiegano manodopera composta da connazionali e spesso non rispettano le normative contrattuali. E i prodotti che rivendono nella vastissima rete commerciale sono realizzati in Madrepatria e entrano nel mercato europeo anche facendo frodi sull’Iva: l’Italia su questo fronte è un avamposto, nel 2023 ben oltre un terzo delle indagini della Procura europea sulle frodi Iva negli Stati comunitari ha riguardato l'Italia. Sui 6,6 miliardi di euro di somme sottratte all’erario europeo, ben 5,2 miliardi riguardano l’Italia. Il valore di queste frodi nel nostro Paese è cresciuto del 300 per cento tra il 2022 e il 2023.
Alcune indagini sulle frodi sul pagamento dei dazi doganali (altro elemento che consente ai prodotti cinesi di essere venduti a prezzi inferiori) portano poi in Ungheria: il paese guidato da Viktor Orbán è considerato la quinta colonna di Pechino in Europa. A due passi da Budapest sarà inaugurata la città universitaria del Fudan, unica sede “estera” dell’ateneo che in Cina forma la classe dirigente e burocratica del Paese. Alcune infrastrutture ferroviarie e su strada in Ungheria saranno costruite attraverso accordi con la Cina per migliorare i collegamenti tra l’oriente e l’Europa. E qui insiste l’unico hub fuori Pechino di Huawei, il colosso del 5G. L’Ungheria è il primo Paese per investimenti cinesi in Europa: secondo il rapporto del Rhodium Group e di Merics fino al 2021 l'investimento medio annuo di Pechino in Ungheria è stato di soli 89 milioni. Nel 2022 è salito a 1,5 miliardi di euro e ha raggiunto i 3 miliardi di euro nel 2023.
Ma l’ingresso di prodotti senza il pagamento di dazi e imposte avviene anche dai porti europei. Dal 2013 il governo cinese ha investito in 14 porti dell’Ue: possiede quote in quelli di Dunkerque, Le Havre e Nantes e ha il 67 per cento del porto del Pireo, il 35 per cento di Rotterdam, il 25 per cento di Anversa e ha investito in Italia a Vado Ligure e vuole investire a Genova con il colosso di Stato Cosco. Oggi d’altronde il tasso massimo di controlli sulle merci fissato dall'Europa per ragioni di fluidità del traffico è solo del 5 per cento.
Altro meccanismo che fa creare una grande quantità di nero è quello dell’elusione di tasse e imposte attraverso il sistema degli “apri e chiudi”. Un sistema che si è molto raffinato: in Italia si assiste a decine di aperture di partite Iva da parte di cinesi con il meccanismo del “rappresentante fiscale di soggetto non residente”. La denominazione di questi apri e chiudi a volte è soltanto un insieme senza senso di lettere, tanto è la rapidità con la quale si aprono nuove piccole imprese e si chiudono allo stesso tempo. Quelle che chiudono magari hanno presentato anche la dichiarazione dei redditi e rilasciato pure lo scontrino fiscale: così il reato è anche minore, al massimo solo quello di mancato pagamento dell’Iva.
Qualche esempio? Un laboratorio cinese del comparto tessile Vicenza tra il1996 e il 2020 ha aperto e chiuso per ben 16 volte la partita Iva intestata sempre a cinesi che poi scomparivano nel nulla. La Finanza ha scoperto che nel marzo 2023 nell’arco di tre giorni sono state aperte all’Agenzia delle entrate venti partite Iva riconducibili a soggetti cinesi dai nomi che sembrano un elenco di lettere come “shenzenzenenenenee”. Per dare una idea del fenomeno che la Finanza si sta trovando a gestire: il generale Bruno Buratti, ex comandante dell'area Triveneto della Finanza, che negli anni scorsi ha coordinato alcune importanti operazioni sulla movimentazione di denaro in Cina, nell'ultima relazione che ha firmato per il Veneto ha affermato che “tra il 2008 e il 2020 solo nel Nord-Est sono state aperte da cinesi 15 mila partite Iva e il 55 per cento ha dichiarato zero euro, il 20 per cento tra 6 mila e 0 euro di fatturato”. E che in Veneto “gli interventi ispettivi nei confronti di ditte individuali cinesi hanno consentito agli inquirenti di scoprire un debito tributario pari a 2 miliardi di euro a fronte di un recupero di appena 50 milioni di euro”. Un altro elemento di creazione del nero è quello poi dello sfruttamento della prostituzione o di altre attività illecite.
Così grandi quantitativi di contante vengono intanto creati. Ma questo denaro non viene reinvestito in qualche modo nel territorio italiano o in Europa. Le indagini in corso stanno facendo emergere un “sistema” che consente di riportare in Patria questi soldi fornendo servizi anche alle mafie, che devono fare pagamenti ai cartelli della droga di mezzo mondo, oppure agli evasori e truffatori italiani che esattamente come i cinesi hanno grandi quantità di denaro da riciclare.
La banca segreta e altri “metodi”
Le procure di mezza Italia hanno messo nel mirino la “Undeground bank of china” raccontato da Repubblica lo scorso marzo. “A dare forza al sistema” spiega ancora il procuratore nazionale Melillo, “è da un lato l’assoluta mancanza di cooperazione internazionale del sistema bancario cinese e, dall’altro lato, sulle grandi masse di denaro contante accumulate, sovente a loro volta frodando il fisco dei paesi di residenza, da imprese cinesi operanti all’estero. A dimostrazione della flessibilità del sistema del fien chien, è ben possibile che denaro originato da traffici di droga, una volta trasferito all’estero, venga poi destinato a finanziare imprese europee – non solo italiane - dedite a valle a sistematiche frodi iva coperte da vorticosi giri di false fatturazioni. Insomma, il denaro frutto di frode fiscale viene impiegato per gli scopi criminosi di narcotrafficanti, ma anche il denaro di narcotrafficanti può servire al finanziamento di reti di evasione fiscale. Una straordinaria alleanza criminale”.
Tre grandi indagini sono in corso a Milano, altre tre a Brescia, due a Bologna, due a Firenze, una a Prato, tre a Roma, due a Napoli e una a Catania. Il vero “oro” di questa banca è proprio l’enorme quantità di nero a disposizione. In una indagine della Guardia di finanza di Pordenone sono stati fotografati sacchi di denaro che uscivano da un negozio cinese del centro commerciale padovano cinese. E da questa indagine per la prima volta è “emersa” l’esistenza di una sorta di banca segreta, che si pensava essere solo un fenomeno locale di pochi riciclatori cinesi del padovano, e invece si è scoperto essere ramificata in tutto il Paese e, come vedremo, anche all’estero. Come dicevamo questo fenomeno viene scoperto per la prima volta dall’ex comandante della Finanza di Pordenone, il colonnello Stefano Commentucci. Le Fiamme nel 2021 gialle stavano seguendo i movimenti di Stefano Cossarini, un imprenditore di Pordenone sospettato di aver messo su una rete per smaltire illecitamente scarti da metallo prodotti dalle fabbrichette di Lombardia e Triveneto, evadendo milioni di euro di Iva e altri imposte. Scrivono i finanzieri nel loro report investigativo che ha fatto scattare l'indagine della Direzione distrettuale antimafia di Trieste: "Stefano Cossarini si reca spesso in corso Stati Uniti a Padova, entra nel negozio ad insegna Pier Monì e ne esce con buste dalle quali si evince il recupero, all'interno del negozio, di qualcosa". La Guardia di finanza da giorni aveva piazzato lì delle telecamere: in quei sacchi c'è del denaro contante. È la chiusura del cerchio.
Ma lo schema è complesso: centinaia di aziende della Lombardia, del Veneto e dell'Emilia Romagna per smaltire gli scarti metallici da produzione senza pagare le imposte e senza garantire il controllo dell'origine dei materiali, hanno venduto in nero 150 mila tonnellate di rame, ottone, alluminio e altri metalli a delle società (Metal Nordest, Femet ed Ecomet) create da tre imprenditori. Quest'ultimi facevano finta poi di acquistare lo stesso quantitativo di materiale da tre società in Repubblica Ceca e in Slovenia, intestate o controllate da loro: la Kovi Trade, la Steel distribution e la Biotekna. In questo modo, con delle carte fasulle si certificava l'origine di questo materiale dall'estero. Ma l'operazione non finisce qui: formalmente le tre società della Slovenia e della Repubblica Ceca ricevevano i bonifici e quindi incassavano soldi veri, circa 150 milioni di euro. A questo punto le tre società estere facevano finta di acquistare a loro volta il materiale ferroso in Cina, facendo quindi ulteriori pagamenti veri accreditati in diversi conti di banche cinesi. Una volta accertatisi del bonifico fatto in Cina, i cinesi restituivano i soldi in contanti agli italiani trattenendo una percentuale per il disturbo.
E la scoperta dell’oro per la Finanza e poi per le procure e per tutte le forze investigative del nostro Paese, che hanno cominciato a vedere, oltre ai reati di mafia droga, evasione, riciclaggio, se dietro c’erano cinesi coinvolti e se c’era del trasferimento di denaro in Cina.
Nel porto di Napoli un container che dondola nell’aria, sollevato da una gru. Un portellone che si apre all’improvviso, per errore. E i cadaveri di cittadini cinesi, pronti a ritornare in patria per essere seppelliti, che si frantumano al suolo. Roberto Saviano scelse, era il 2006, di cominciare così il racconto di Gomorra, il libro che sconvolse il mondo.
Quasi venti anni dopo quei container sono ancora lì. Al porto di Napoli, come a quello di Ancona, Gioia Tauro, La Spezia, Venezia, Catania. Ma sono anche dove il mare non c’è: a Milano, a Roma, a Firenze, o magari nel Veneto ricco o tra le fabbriche della pianura padana. Non sono però più pieni di cadaveri. Sono invece pieni zeppi di denaro. Un fiume di soldi, miliardi di euro, che ogni anno dall’Italia, di nascosto, corrono verso le banche di stato cinesi che garantiscono impunità a evasori, truffatori. E anche mafiosi.
Secondo i dati della Banca d’Italia dal 2010 sono letteralmente “spariti” dieci miliardi di rimesse ufficiali della comunità cinese italiana verso la Madrepatria, passate da quasi 2 miliardi del 2012 a una manciata di milioni lo scorso anno. I numeri non lasciano spazio a diverse interpretazioni: intermediari cinesi hanno trovato la maniera per far transitare illecitamente il denaro dall’Italia a Pechino. E così decine di indagini delle procure di tutta l’Italia, da Catania a Milano, stanno alzando il velo su una enorme rete guidata da alcuni cinesi che ricicla non solo il nero fatto dalle miriade di imprese siniche in Italia (gli apri e chiudi che non pagano tasse e imposte e importano prodotti evadendo l’Iva e dazi), ma anche soldi delle mafie e dei grandi truffatori ed evasori italianissimi che hanno letteralmente rubato miliardi di euro di crediti fiscali tra superbonus e bonus facciate: sì, una parte dei soldi stanziati dallo Stato italiano per l’edilizia, e che hanno creato una voragine nei conti del bilancio, è finita in Cina.
Il sistema underground
Repubblica con una inchiesta del marzo 2023 aveva raccontato il sistema della banca “underground” cinese: una rete che emergeva in controluce da alcune inchieste su evasione, ‘ndrangheta, riciclaggio e che opera esattamente come un istituto di credito, garantendo pagamenti all’estero oppure ripulendo denaro con transazioni vere per finti acquisti di materiale. Ma le ultime indagini, e un dossier riservato che gira nelle procure e che abbiamo potuto leggere, sta facendo emergere il salto di qualità e come la rete, vastissima, non può essere derubricata solo a malavita cinese “occasionale”: dietro c’è qualcosa di più grande che tiene le fila di tutto. Con un’ambizione, su scala europea, più ampia: fare concorrenza sleale alle piccole aziende europee di manifattura e drenare tutto il guadagno di questo sistema per riportarlo in Cina non reinvestendo un euro nell’economica europea.
L’Italia sembra aver un ruolo cruciale in tutto questo. Giovanni Melillo, procuratore nazionale antimafia, prima da procuratore di Napoli e poi appena arrivato sulla poltrona che fu di Giovanni Falcone in via Arenula, ha sempre tenuto i riflettori accesi sul “fei chien”. “Letteralmente – spiega a Repubblica – significa “denaro volante” ed è una modalità molto diffusa di underground banking. Attorno a questo metodo si realizza un circuito parallelo di trasferimento all’estero di grandi quantità di denaro, per conto di persone che non vogliono apparire né come ordinanti né come destinatari di questi flussi di denaro. Il metodo – continua Melillo – è assai utilizzato sia da imprenditori che vogliono ripulire e trasferire all’estero il denaro fraudolentemente sottratto al fisco sia da grandi organizzazioni criminali, interessate a trasferire clandestinamente all’estero il denaro necessario al finanziamento di traffici di stupefacente o a reinvestirne i proventi. Il fei chien consente molte diverse applicazioni, che rendono evidente anche la connessione profonda che in molti casi esiste fra frodi fiscali e interessi mafiosi”.
La creazione del denaro in nero
“Le indagini della nostra polizia economico-finanziaria, la guardia di finanza, dimostrano – continua Melillo - come il fei chien sia utilizzato grazie a broker cinesi attivi in varie aree del mondo, i quali ricevono denaro contante ed assicurano il trasferimento dello stesso in altre aree del mondo, dietro, naturalmente, il pagamento di commissioni. In pratica, il denaro raggiunge il destinatario dell’operazione senza lasciare traccia. In cambio del denaro, chi dispone il trasferimento riceve un token - spesso è la foto del numero di serie di una banconota scelta a caso - e trasferendo il token consente al destinatario di ritirare il denaro in un altro paese, presentando le proprie credenziali ad un altro broker”.
Ma, in partenza, come si crea questa mole enorme di denaro nero nelle mani di alcuni gruppi di cinesi? Il sospetto degli inquirenti coinvolti nelle indagini in corso è che ci sia dietro un “sistema” replicato ovunque. In primis le aziende cinesi impiegano manodopera composta da connazionali e spesso non rispettano le normative contrattuali. E i prodotti che rivendono nella vastissima rete commerciale sono realizzati in Madrepatria e entrano nel mercato europeo anche facendo frodi sull’Iva: l’Italia su questo fronte è un avamposto, nel 2023 ben oltre un terzo delle indagini della Procura europea sulle frodi Iva negli Stati comunitari ha riguardato l'Italia. Sui 6,6 miliardi di euro di somme sottratte all’erario europeo, ben 5,2 miliardi riguardano l’Italia. Il valore di queste frodi nel nostro Paese è cresciuto del 300 per cento tra il 2022 e il 2023.
Alcune indagini sulle frodi sul pagamento dei dazi doganali (altro elemento che consente ai prodotti cinesi di essere venduti a prezzi inferiori) portano poi in Ungheria: il paese guidato da Viktor Orbán è considerato la quinta colonna di Pechino in Europa. A due passi da Budapest sarà inaugurata la città universitaria del Fudan, unica sede “estera” dell’ateneo che in Cina forma la classe dirigente e burocratica del Paese. Alcune infrastrutture ferroviarie e su strada in Ungheria saranno costruite attraverso accordi con la Cina per migliorare i collegamenti tra l’oriente e l’Europa. E qui insiste l’unico hub fuori Pechino di Huawei, il colosso del 5G. L’Ungheria è il primo Paese per investimenti cinesi in Europa: secondo il rapporto del Rhodium Group e di Merics fino al 2021 l'investimento medio annuo di Pechino in Ungheria è stato di soli 89 milioni. Nel 2022 è salito a 1,5 miliardi di euro e ha raggiunto i 3 miliardi di euro nel 2023.
Ma l’ingresso di prodotti senza il pagamento di dazi e imposte avviene anche dai porti europei. Dal 2013 il governo cinese ha investito in 14 porti dell’Ue: possiede quote in quelli di Dunkerque, Le Havre e Nantes e ha il 67 per cento del porto del Pireo, il 35 per cento di Rotterdam, il 25 per cento di Anversa e ha investito in Italia a Vado Ligure e vuole investire a Genova con il colosso di Stato Cosco. Oggi d’altronde il tasso massimo di controlli sulle merci fissato dall'Europa per ragioni di fluidità del traffico è solo del 5 per cento.
Altro meccanismo che fa creare una grande quantità di nero è quello dell’elusione di tasse e imposte attraverso il sistema degli “apri e chiudi”. Un sistema che si è molto raffinato: in Italia si assiste a decine di aperture di partite Iva da parte di cinesi con il meccanismo del “rappresentante fiscale di soggetto non residente”. La denominazione di questi apri e chiudi a volte è soltanto un insieme senza senso di lettere, tanto è la rapidità con la quale si aprono nuove piccole imprese e si chiudono allo stesso tempo. Quelle che chiudono magari hanno presentato anche la dichiarazione dei redditi e rilasciato pure lo scontrino fiscale: così il reato è anche minore, al massimo solo quello di mancato pagamento dell’Iva.
Qualche esempio? Un laboratorio cinese del comparto tessile Vicenza tra il1996 e il 2020 ha aperto e chiuso per ben 16 volte la partita Iva intestata sempre a cinesi che poi scomparivano nel nulla. La Finanza ha scoperto che nel marzo 2023 nell’arco di tre giorni sono state aperte all’Agenzia delle entrate venti partite Iva riconducibili a soggetti cinesi dai nomi che sembrano un elenco di lettere come “shenzenzenenenenee”. Per dare una idea del fenomeno che la Finanza si sta trovando a gestire: il generale Bruno Buratti, ex comandante dell'area Triveneto della Finanza, che negli anni scorsi ha coordinato alcune importanti operazioni sulla movimentazione di denaro in Cina, nell'ultima relazione che ha firmato per il Veneto ha affermato che “tra il 2008 e il 2020 solo nel Nord-Est sono state aperte da cinesi 15 mila partite Iva e il 55 per cento ha dichiarato zero euro, il 20 per cento tra 6 mila e 0 euro di fatturato”. E che in Veneto “gli interventi ispettivi nei confronti di ditte individuali cinesi hanno consentito agli inquirenti di scoprire un debito tributario pari a 2 miliardi di euro a fronte di un recupero di appena 50 milioni di euro”. Un altro elemento di creazione del nero è quello poi dello sfruttamento della prostituzione o di altre attività illecite.
Così grandi quantitativi di contante vengono intanto creati. Ma questo denaro non viene reinvestito in qualche modo nel territorio italiano o in Europa. Le indagini in corso stanno facendo emergere un “sistema” che consente di riportare in Patria questi soldi fornendo servizi anche alle mafie, che devono fare pagamenti ai cartelli della droga di mezzo mondo, oppure agli evasori e truffatori italiani che esattamente come i cinesi hanno grandi quantità di denaro da riciclare.
La banca segreta e altri “metodi”
Le procure di mezza Italia hanno messo nel mirino la “Undeground bank of china” raccontato da Repubblica lo scorso marzo. “A dare forza al sistema” spiega ancora il procuratore nazionale Melillo, “è da un lato l’assoluta mancanza di cooperazione internazionale del sistema bancario cinese e, dall’altro lato, sulle grandi masse di denaro contante accumulate, sovente a loro volta frodando il fisco dei paesi di residenza, da imprese cinesi operanti all’estero. A dimostrazione della flessibilità del sistema del fien chien, è ben possibile che denaro originato da traffici di droga, una volta trasferito all’estero, venga poi destinato a finanziare imprese europee – non solo italiane - dedite a valle a sistematiche frodi iva coperte da vorticosi giri di false fatturazioni. Insomma, il denaro frutto di frode fiscale viene impiegato per gli scopi criminosi di narcotrafficanti, ma anche il denaro di narcotrafficanti può servire al finanziamento di reti di evasione fiscale. Una straordinaria alleanza criminale”.
Tre grandi indagini sono in corso a Milano, altre tre a Brescia, due a Bologna, due a Firenze, una a Prato, tre a Roma, due a Napoli e una a Catania. Il vero “oro” di questa banca è proprio l’enorme quantità di nero a disposizione. In una indagine della Guardia di finanza di Pordenone sono stati fotografati sacchi di denaro che uscivano da un negozio cinese del centro commerciale padovano cinese. E da questa indagine per la prima volta è “emersa” l’esistenza di una sorta di banca segreta, che si pensava essere solo un fenomeno locale di pochi riciclatori cinesi del padovano, e invece si è scoperto essere ramificata in tutto il Paese e, come vedremo, anche all’estero. Come dicevamo questo fenomeno viene scoperto per la prima volta dall’ex comandante della Finanza di Pordenone, il colonnello Stefano Commentucci. Le Fiamme nel 2021 gialle stavano seguendo i movimenti di Stefano Cossarini, un imprenditore di Pordenone sospettato di aver messo su una rete per smaltire illecitamente scarti da metallo prodotti dalle fabbrichette di Lombardia e Triveneto, evadendo milioni di euro di Iva e altri imposte. Scrivono i finanzieri nel loro report investigativo che ha fatto scattare l'indagine della Direzione distrettuale antimafia di Trieste: "Stefano Cossarini si reca spesso in corso Stati Uniti a Padova, entra nel negozio ad insegna Pier Monì e ne esce con buste dalle quali si evince il recupero, all'interno del negozio, di qualcosa". La Guardia di finanza da giorni aveva piazzato lì delle telecamere: in quei sacchi c'è del denaro contante. È la chiusura del cerchio.
Ma lo schema è complesso: centinaia di aziende della Lombardia, del Veneto e dell'Emilia Romagna per smaltire gli scarti metallici da produzione senza pagare le imposte e senza garantire il controllo dell'origine dei materiali, hanno venduto in nero 150 mila tonnellate di rame, ottone, alluminio e altri metalli a delle società (Metal Nordest, Femet ed Ecomet) create da tre imprenditori. Quest'ultimi facevano finta poi di acquistare lo stesso quantitativo di materiale da tre società in Repubblica Ceca e in Slovenia, intestate o controllate da loro: la Kovi Trade, la Steel distribution e la Biotekna. In questo modo, con delle carte fasulle si certificava l'origine di questo materiale dall'estero. Ma l'operazione non finisce qui: formalmente le tre società della Slovenia e della Repubblica Ceca ricevevano i bonifici e quindi incassavano soldi veri, circa 150 milioni di euro. A questo punto le tre società estere facevano finta di acquistare a loro volta il materiale ferroso in Cina, facendo quindi ulteriori pagamenti veri accreditati in diversi conti di banche cinesi. Una volta accertatisi del bonifico fatto in Cina, i cinesi restituivano i soldi in contanti agli italiani trattenendo una percentuale per il disturbo.
E la scoperta dell’oro per la Finanza e poi per le procure e per tutte le forze investigative del nostro Paese, che hanno cominciato a vedere, oltre ai reati di mafia droga, evasione, riciclaggio, se dietro c’erano cinesi coinvolti e se c’era del trasferimento di denaro in Cina.
Peccato!
Sentite un po'...
Se avanzano i neofascismi l’Europa si chieda perché
DI ELENA BASILE
La Francia profonda, la Francia provinciale e piccolo borghese, la Francia razzista dei No-where insorge e conquista il primo posto. L’ascesa dei cosiddetti populismi di destra non è una novità. È una tendenza consolidata delle democrazie affluenti. In Scandinavi, Germania, Olanda, ma anche nei Paesi mediterranei, dal fenomeno Meloni ad Alba Dorata in Grecia a Vox in Spagna, si assiste alla ribalta di movimenti che ripropongono miti razzisti, il valore particolaristico contro l’umanesimo universalista. I partiti della destra radicale tuttavia danno rappresentanza ai ceti penalizzati dalla globalizzazione, alle classi svantaggiate e ineducate, quelle che non prendono l’aereo per essere every where, appunto i “no where“.
Gli emarginati che un tempo votavano a sinistra insieme a una classe ormai scomparsa, il proletariato, come è scomparsa la manifattura, ora votano per un nuovo fascismo. Il blocco sociale della sinistra è scomparso. Prevale nella società del terziario il lavoro precario e dequalificato, cangiante anche geograficamente nella società globale e incline a votare contro – contro l’Europa neoliberista e illiberale – rispolverando antichi miti antisemiti. Naturalmente questi fenomeni che abbiamo già conosciuto e con cui conviviamo da anni sono dovuti anche alla cecità della classe dirigente europea che non è stata capace di un progetto alternativo. Il centrodestra e il centrosinistra hanno fatto a gara a smantellare la solidarietà, le politiche sociali e industriali, gli investimenti nei beni comuni. Hanno applicato politiche razziste contro i migranti. Hanno ucciso l’universalismo umanista che era alla base dell’humus europeo e nasceva con la dichiarazione dei diritti universali. E hanno tradito i diritti umani con la più sfrontata applicazione di doppi pesi e doppie misure.
Macron, che respingeva i derelitti al confine con l’Italia e nella Manica, ora vorrebbe essere credibile nella sua indignazione per il fascismo che avanza. Macron che solidarizza con Israele più o meno come fa la Le Pen vorrebbe far credere agli elettori che lui rappresenta il diritto contro la violenza. L’Europa degli Scholz e dei Macron, giù giù fino ai Renzi, ai Calenda, ai Minniti che hanno fatto accordi ignobili sulla pelle dei migranti e sono complici di Israele nel suo programma di pulizia etnica, non hanno alcuna credibilità contro il fascismo. Hanno rinnegato persino la pace inventando il nazionalismo occidentale e tradendo la cultura della mediazione e della diplomazia che, dopo i disastri delle due guerre mondiali, era stata una componente essenziale dell’antifascismo. La “sinistra” ha abbandonato i diritti sociali rifugiandosi dietro il paravento di quelli civili, pompati fino al parossismo dei cambiamenti di sesso e delle cure ormonali per minori, dell’utilizzo del genere neutro per rinnegare nell’infanzia l’identità sessuale. Ripulire il linguaggio, creare slogan senza senso cancellando la complessità e la cultura è stato e rimane il programma dei miliziani del “progressismo” che non si accorgono di imitare in questo modo i metodi dittatoriali. Borrell e Von der Leyen demonizzano la Russia, ma abbracciano la Turchia o l’Arabia Saudita e chiudono entrambi gli occhi di fronte al massacro di Gaza. Si permettono di stigmatizzare la reazione russa di censura dei media occidentali affermando che i media occidentali sono liberi e i russi dovrebbero abbeverarsi a questa fonte oggettiva di informazione, mentre noi europei dobbiamo combattere la disinformazione del Cremlino oscurando giornali, siti, televisioni e radio russi. Ci sarebbe da ridere, se tutto non fosse tragico. I liberali, i popolari e il centrosinistra sono i primi responsabili della degenerazione che ha sconfitto le identità collettive e fatto emergere nella società liquida, atomizzata – in cui morale e felicità non superano la dimensione individuale – blocchi di individui incattiviti, non di comunità, che cercano la riscossa dalle loro miserie nell’odio e nell’ostilità contro gli ebrei, i migranti, i musulmani.
Se non si compie un’analisi lucida delle trasformazioni sociali e culturali coniate dal neoliberismo illiberale e da una sinistra a immagine dei dem statunitensi, le attuali tendenze di una destra rozza, violenta e senza cultura non si arresteranno. Non si può difendere la cessione di sovranità acriticamente a questa Europa che ha un evidente deficit democratico se non a prezzo di fomentare il nazionalismo. Né si può continuare a sostenere la difesa europea quando è divenuta l’arma di interessi statunitensi e non europei. Non si possono vittimizzare soltanto gli ebrei senza chiedersi con Moni Ovadia, Ilan Pappé e Gideon Levy chi siano gli ebrei di oggi e rispondere in coro: i palestinesi, i migranti sottopagati e torturati, i rom, gli islamici oggetto di islamofobia. Così si recupera un umanesimo ebraico, cristiano, liberale e di sinistra.
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