giovedì 23 maggio 2024

L'Amaca

 

Sabotarsi con le proprie mani
DI MICHELE SERRA
Il candidato Vannacci (gemello diverso del Salvini) promette «il sabotaggio di chi vuole distruggere i valori occidentali, romani e cristiani». Ci fornisca, per cortesia, l’elenco completo dei suddetti valori: così che noi si capisca se saremo o non saremo sabotati. E soprattutto possa capirlo persino lui.
Tra i valori occidentali, per esempio, c’è senza dubbio alcuno la tolleranza, fondamento delle democrazie francese e americana e per li rami di tutte le successive. Se l’intolleranza dovesse essere messa al bando con l’inflessibilità del mondo classico (ed eccoci ai valori romani: multietnici e multisessuali come pochi altri), il Vannacci, in compagnia del Salvini, sarebbe mandato in esilio in Dacia o in Bitinia a fare da servente di qualche capo barbaro, che farebbe capire a questi due vivaci omoni chi somministra gli sganassoni più forti; o in remote regioni germaniche a pescare alborelle, attività comunque ottima per mantenere vivace la pagina Instagram.
Quanto ai valori cristiani, il Vannacci e il Salvini, sbandieratore di rosari, rischiano davvero grosso. Se la parola di Cristo è quella evangelica, praticamente ad ogni rigo il duo è fuori contesto, fuori canone, fuori luogo. Il rischio, ad ogni loro passo, ad ogni loro parola, è quello dell’apostasia: con la religione cristiana, due così, c’entrano quanto Pupo con la Costituzione. Non fosse che il Nuovo Testamento (ecco i valori cristiani) è gentile anche con i meno disposti alla gentilezza. Cristianamente parlando, dunque, il duo Vannacci-Salvini può contare sul perdono. Sui valori occidentali e romani, no, non possono contare. Non ne fanno parte.

Facciamo festa!

 


mercoledì 22 maggio 2024

Dixit




Rimostranze

 


Game Over

 

Toti, il tempo è scaduto
DI STEFANO CAPPELLINI
Non saremo così ipocriti, nel suggerire le dimissioni a Giovanni Toti, da sostenere che lasciare la carica di presidente della Regione Liguria gli servirà per difendersi meglio dalle accuse che gli muovono i pm di Genova. Non è nemmeno detto che sia vero e Toti, da presunto innocente quale è, ha il diritto di difendersi come crede. Non saremo nemmeno così prosaici da consigliargli di dimettersi per ottenere la libertà personale, perché suonerebbe un po’ meschino, e molto poco rispettoso di uno Stato di diritto, accettare il principio generale che si possa barattare la fine della custodia cautelare con la rinuncia a una carica. Ovviamente ci sono casi nei quali le dimissioni, che siano da un ente pubblico o privato, possono oggettivamente far venire meno uno dei criteri che giustificano la custodia cautelare. Nel caso di Toti il motivo indicato dai pm per procedere alla restrizione della sua libertà personale è il rischio di reiterazione del reato, e francamente pareva basso anche in caso di permanenza in carica, vista la pubblicità dello scandalo, il quadro oggettivo nonché la detenzione di altri indagati.
Bisognerebbe mettersi alle spalle la lunga stagione nella quale la custodia cautelare è stata intesa troppo spesso come un mezzo per ottenere risultati di indagine o incidere sulla posizione degli indagati. La carcerazione preventiva ha — dovrebbe avere — dei confini precisi e non può mai diventare un mezzo di pressione, qualunque sia il fine perseguito.
Troppo spesso, e sempre più negli ultimi anni, si confonde il garantismo con l’innocentismo. Sono usati come sinonimi ma non lo sono. Garantismo è consentire a tutti, innocenti e non, di affrontare ogni passaggio di una vicenda giudiziaria, dalle indagini alla sentenza, potendo contare sul rigoroso rispetto delle regole e su una piena e sostanziale parità tra accusa e difesa. Risultare colpevoli alla sentenza, o anche apparire tali prima del processo, persino essere rei confessi non giustifica alcuna deroga e alcuna violazione.
Useremo invece, per auspicare le dimissioni di Toti, argomenti repubblicani ai quali un rappresentante delle istituzioni non dovrebbe essere insensibile. Toti sa bene che le accuse da cui deve difendersi non sono rivolte a lui in quanto privato cittadino. Investono il ruolo che ha ricoperto in questi anni e una amministrazione pubblica di cui lui è guida e immagine. Toti ha il diritto di difendersi come ritiene ma ha il dovere dipreservare l’istituzione. Non sappiamo, come detto, se dimettersi lo aiuterà a sostenere meglio la sua difesa, glielo auguriamo, ma non c’è dubbio che metterà la Regione, bene comune, al riparo dal discredito e dalla paralisi. C’è infatti anche da considerare quanto importante sia che la Liguria possa continuare a essere amministrata senza rallentamenti e ostacoli, e questo vale in generale e più ancora nello specifico, dato che si appresta a gestire una fetta enorme dei finanziamenti garantiti dal Pnrr. Le dimissioni non sono una ammissione di colpevolezza. Sono il gesto dovuto alla cittadinanza tutta, senza distinzioni di credo politico, per separare il proprio destino personale da quello della Regione. Un atto di responsabilità necessario.
È immaginabile che Toti proverà a spendere tutte le sue ragioni nell’interrogatorio previsto tra pochi giorni, anticipato rispetto alle previsioni. Lì dovrà ribattere alle accuse penali e soprattutto portare buoni argomenti a supporto della tesi difensiva secondo la quale i soldi versati al suo comitato elettorale dall’imprenditore Aldo Spinelli erano effettivamente erogazioni liberali e non tangenti mascherate. Ma se lascerà la sua carica, forse Toti potrà rispondere meglio a una domanda che non gli faranno i magistrati, perché non riguarda il penale e non ha a che fare con l’esito giudiziario della sua vicenda, e la domanda è: che Paese è quello nel quale chi ha e chi possiede può indirizzare la politica grazie alla forza del proprio portafoglio? Poniamo che i finanziamenti di Spinelli non siano reato: allora tutto bene? È normale che la politica funzioni così? Un comitato elettorale al servizio della plutocrazia? Va bene che ormai in Italia pare non si possa discutere e accertare nulla se non c’è l’ordinanza di un pm o la sentenza di un gip da sventolare all’interlocutore, ma forse su questo Toti, da non governatore, qualcosa dovrebbe spiegare all’opinione pubblica.
Magari sarebbe utile anche a rilanciare un dibattito sul finanziamento pubblico ai partiti non egemonizzato dai teorici della casta. Dimettersi è urgente. Ma oltre a non delegittimare le istituzioni nelle situazioni straordinarie, sarebbe utile non svilirle in quelle ordinarie. La speranza è che il destino della politica non sia definitivamente quello di elargire favori retribuiti, illeciti o meno non è qui che si decide, a chi ha facoltà di comprarseli.

Robecchi

 

Elezioni. Fatta l’Europa, convinciamo gli europei (magari a non scappare)
di Alessandro Robecchi
Credo di esprimere un sentimento diffuso se dico che le imminenti elezioni europee creano un entusiasmo paragonabile alle gare di hockey su prato, e lo dico con tutto il rispetto possibile per una cosa importante, seppur di nicchia, come l’hockey su prato.
Anche prestando qualche attenzione al cosiddetto dibattito politico, la cosa è piuttosto deprimente. Provate voi, per esempio, a seguire gli arabeschi, che so, di Giorgia Meloni. Prima si avvicina al Ppe, litiga con Le Pen, Salvini lo tirerebbe sotto con la macchina, flirta con la signora Von der Leyen. Poi – contrordine patrioti – torna a parlare agli spagnoli di Vox, che sono leggermente più a destra del generalissimo Franco, e fa comunella con quella Le Pen da cui si dissociava tre giorni prima. La sora Giorgia si sforza di sembrare parecchio atlantista e si fa dare i bacini in testa da Biden, però non nasconde la sua simpatia per Orbán, che pare più amico di Putin. Insomma, anche un camaleonte avrebbe qualche difficoltà a mimetizzarsi nelle posizioni europee dei patrioti italiani, che infatti continuano a confondere la gente parlando di pastasciutta nello spazio (il cognato) o lottando a mani nude contro i dinosauri (il ministro dell’Istruzione e del Merito, ah ah) o della feroce dittatura comunista che c’è stata in Italia (non si sa quando, forse ai tempi dei dinosauri, e questo è il ministro della Cultura, sic).
Insomma, tutto ’sto tira e molla pare non aver spiegazione, se non quella di creare un giorno un’alleanza di centrodestra in Europa, portando il Ppe ad allearsi con la parte destra invece che con quella sinistra (che, en passant, sarebbe di sinistra come io sono frate trappista) e poi contrattare il debito pubblico italiano, che tanto per cambiare aumenta. Insomma, tutta la fumosa politica di Giorgia detta Giorgia di fronte alle elezioni europee è che punta a uno sconto. Questa mobilità giorgesca tra destra moderata e destra estrema, punta anche a bastonare i suoi alleati e a trasformare le elezioni europee in una specie di referendum su di lei. Da una parte, infatti, c’è Salvini, che tappezza le città italiane dicendo che lui difenderà la nostra casa e la nostra macchina, tipo polizza cristalli. Lui punta tutto su Vannacci, il che è già satira politica, e gli piacciono i tedeschi dell’Afd, quelli che rilasciano pensose interviste per dire che insomma, le SS non erano poi brutte come le si dipinge. Dall’altra parte c’è Tajani, con un appeal rispetto al quale l’hockey su prato sembra la Champions League, e che campeggia sui muri italiani in una bella foto che lo ritrae insieme al defunto Berlusconi, per dire di quanto è vivo il progetto.
Si dirà che c’è anche una sinistra, che partecipa alle elezioni europee, e la prima reazione a questa notizia è: “Ah, sì?”. Anche qui c’è un rischio labirintite, perché si può scegliere a catalogo, nel mazzetto dei candidati, tra chi parla di pace e chi tirerebbe i dadi urlando: “Attacco la Kamchatka!”, che sennò Putin arriva a Lisbona. Si vorrebbe più Europa, insomma, pare che si intenda più soldi per le armi, mentre di sanità o welfare si parla pochissimo, quasi zero, perché è una cosa démodé e i liberali si incazzano. Si dice che andrà a votare un elettore su due, il che è brutto e deprimente, non un bel segnale per la democrazia, eccetera, eccetera. Anzi, per portarci avanti col lavoro potremmo anticipare i titoli dei giornali del 10 giugno quando tutti si stupiranno che alle elezioni europee mancava la metà degli europei. Chissà perché.

Hai capito!

 

Eversori al governo
di Marco Travaglio.
Ormai, dopo le fanfare meloniane per l’ergastolano Chico Forti, vale tutto. Il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano, magistrato in aspettativa, riceve a Palazzo Chigi l’ex generale Mario Mori, indagato dalla Procura fiorentina per le stragi politico-mafiose del 1993 a Firenze, Milano e Roma. Poi, non contento, appena si viene a sapere dell’ incredibile udienza, dirama una nota per rivendicarla e aggiungere senza pudore: “Conosco Mori da oltre 25 anni, ne ho sempre apprezzato la lucidità di analisi e la capacità operativa, nei vari ruoli che ha ricoperto, in particolare alla guida dei Ros e del Sisde (soprattutto quando trattò con Riina tramite Ciancimino, non perquisì il covo di Riina e non arrestò Provenzano che il confidente Ilardo gli aveva servito su un piatto d’argento, ndr). Gli ho manifestato per un verso vicinanza di fronte alle contestazioni che gli vengono rivolte…; per altro verso sconcerto, nonostante che decenni di giudizi abbiano già dimostrato l’assoluta infondatezza di certe accuse (che non c’entrano nulla con la nuova indagine, ndr)”.
Alla gara d’impudenza non poteva mancare il ministro della Difesa Guido Crosetto: “È stata aperta una nuova indagine contro il Gen. Mario Mori, per le stragi mafiose del 1993. Del 1993!! Stragi mafiose!! Non ci si poteva accontentare di avergli reso la vita un calvario per decenni; non si poteva accettare il fatto che fosse stato assolto… No, occorreva dimostrare che chi sfida il potere di alcuni, chi non si inchina alle logiche della casta, deve essere distrutto… Queste cose non dovrebbero accadere, nelle democrazie… Sono atti che si vedono nelle autocrazie, sono la dimostrazione che la legge non è uguale per tutti”. L’unica dimostrazione che la legge non è uguale per tutti è proprio negli sgangherati, eversivi deliri di due pezzi grossi del governo che – come gli autocrati – calpestano la separazione dei poteri, intimidiscono i magistrati che indagano a rischio della vita sui retroscena indicibili delle stragi del 1993 (sì: il delitto di strage non si prescrive mai, per fortuna) e s’improvvisano difensori d’ufficio (anzi di casta: quella vera) di un indagato per accuse gravissime di cui non sanno nulla. Che Crosetto, passato dal mercato delle armi alla Difesa senza fare un plissé, ignori le basi dello Stato di diritto ormai è cosa arcinota. Ma che li ignori anche il giudice Mantovano dà il segno dell’abisso tutto berlusconiano in cui il governo Meloni ci sta trascinando. Decidono lorsignori chi va indagato e chi no: l’azione penale dinanzi a una notizia di reato, obbligatoria contro i cittadini comuni, noi paria, non vale contro i bramini della casta e i loro amichetti. Un giorno, forse, scopriremo che cosa sapevano per avere così tanta paura.