venerdì 10 maggio 2024

C’è ancora speranza!





Se questo è un ministro, ho ancora speranza nel Nobel!

Viva la Contestazione



Forse ha fatto bene Mattarella a solidarizzare con la ministra. Quello che però è straordinariamente bello è questo risveglio giovanile, si la contestazione, che nasca, che si rinforzi, che abbatta questo mondo politico insulso, frutto di consociativismo, di accordi, di politichese, affossante le speranze dei giovani, che intravedono un futuro di merda. Sbraitate ragazzi, scollatevi da smarth e tv! Mandiamoli tutti a casa!

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Maria Elena Boschi: “Conte inciucia con Meloni. I bilanci in rosso del Fatto Quotidiano sanati da Viale Mazzini”di Giovanna Vitale

La vicepresidente Iv della Commissione di Vigilanza Rai: “Travaglio non esprime mai una critica verso la Rai”

Onorevole Boschi, come mai in Vigilanza ha chiesto chiarimenti sul talk condotto da Peter Gomez, direttore del Fatto online?

«Prima di tutto perché viene da chiedersi come mai tra tante professionalità e produzioni interne alla Rai si sia sentita l’esigenza di rivolgersi all’esterno e di acquistare da una società — la Loft — il format di una trasmissione televisiva. Società che, guarda caso, fa parte del gruppo del Fatto Quotidiano. Visto che i soldi con cui la Rai paga Le Confessioni di Gomez sono dei cittadini che versano il canone, la trasparenza mi pare il minimo. Ma c’è di più».

Ossia?

«Se c’è un legame economico tra l’azienda che gestisce il servizio di informazione pubblica e il Fatto deve emergere».

Crede che dietro ci sia uno scambio di favori?

«Che i conti della società Seif, proprietaria del Fatto quotidiano, si reggano sui programmi venduti dalla sua controllata al 100% Loft (che produce anche il programma di Gomez) non lo dico io: è scritto nell’ultimo bilancio approvato e nella relazione della società di revisione, che non nasconde la crisi finanziaria del gruppo. Non a caso la Loft pare stia trattando con la Rai la vendita di altri programmi. Così potrebbe far cassa grazie alla Rai e salvare il giornale dal possibile fallimento».

È la ragione per cui Travaglio insiste col dire che non c’è alcuna occupazione militare della Rai, che la destra sta facendo oggi quello che ha fatto ieri la sinistra?

«Basta sfogliarlo: quel quotidiano non esprime mai una critica verso la Rai dell’era Meloni né dice una parola sugli inciuci di Conte con la premier per le nomine. Travaglio dimentica sempre che il capo del M5S con il governo gialloverde ha trasformato l’emittente pubblica in una tv sovranista: allora, in coppia con Casalino, non ha mai fatto ostaggi in Viale Mazzini. Quanto a oggi, il direttore che non si tira mai indietro quando c’è da attaccare qualcuno, anche un innocente a cui è arrivato un avviso di garanzia, è lo stesso che è stato condannato per diffamazione e che con la Rai “gestione Fratelli d’Italia” usa i guanti di velluto. Arriva proprio a difenderla. Per carità, saranno solo coincidenze, ma io penso che il Travaglio che parla tanto di conflitto di interessi per gli altri dovrebbe prima guardare a casa sua».

Lei ha chiesto anche di sapere quali altri programmi e conduttori dell’orbita Fatto entreranno nei prossimi palinsesti Rai. Ritiene che il giro di affari possa ampliarsi?

«Mi piacerebbe saperlo. Vorrei sapere se i soldi dei contribuenti vanno a salvare dal possibile fallimento Travaglio & Co. Solo che a queste domande l’ad Sergio e il dg Rossi non hanno risposto. Hanno detto di non saperne nulla e di dover approfondire. Non penso ci voglia molto a fare una telefonata e verificare. Anche perché la trasmissione di Gomez va in onda da tempo».

Rientra in questo quadro, secondo lei, la sponda che spesso il M5S offre ai vertici meloniani della Rai, sia in Cda sia in Vigilanza?

«Non spesso. Sempre. Del resto, il patto per assegnare al M5S la presidenza della Commissione parlamentare di controllo lo hanno fatto Meloni e Conte. I grillini hanno votato addirittura a favore del nuovo contratto di servizio e, dopo essersi accordati su varie nomine in Rai, sono pronti all’intesa anche sul nuovo Cda, vedrete. Del resto è lo stesso Conte che pone la questione morale in Puglia e poi salva la giunta Emiliano, votando a favore della fiducia».

Dopo l’affondo della presidente Soldi pensa che i vertici Rai abbiano mentito al Parlamento? E se così fosse, potrebbero restare al loro posto?

«Dobbiamo ascoltare in Vigilanza anche Serena Bortone, il direttore degli Approfondimenti Paolo Corsini e la stessa presidente Soldi. Lo avevo chiesto, insieme alle altre opposizioni, già prima dell’audizione di ad e dg, ma la maggioranza si è opposta. Ora diventerebbe gravissimo non farlo. Occorre andare fino in fondo e capire chi sta mentendo e perché».

Prima Pagina

 



La Storia va studiata

 

Famo Casino Day
di Marco Travaglio
Ormai non c’è più festa nazionale che non venga usata da questo o quel partito per farsi propaganda, confidando nelle telecamere in piazza e nella smemoratezza storica generale. Accade dal 2022 col 25 Aprile, festa della Liberazione dal nazifascismo, dove si imbucano le delegazioni ucraina e palestinese, che storicamente c’entrano come i cavoli a merenda. L’Ucraina nel 1941 accolse i nazisti come liberatori in funzione anti-sovietica e nei tre anni di controllo hitleriano sterminò un milione di ebrei e deportò gli altri due in Germania, fino alla liberazione da parte dell’Armata Rossa. Negli stessi anni la dirigenza palestinese intorno al Gran Muftì di Gerusalemme, devoto fan e alleato di Hitler e Mussolini, reclutava SS musulmane e progettava stermini di ebrei, mentre la Brigata ebraica combatteva i nazifascisti. Le colpe dei padri non ricadono sui figli, e neppure i meriti, ma ci sarà un motivo se il 25 Aprile non lo festeggiamo coi tedeschi (mentre dovremmo farlo con gli americani, gli inglesi e i russi). Anche il Primo Maggio, col governo Meloni, è diventato tutt’altro che la Festa dei Lavoratori: una passerella per approvare i “decreti 1° Maggio”, che non fanno nulla per i lavoratori, ma infilano le solite mance nelle tasche dei padroni, mentre a chi lavora si nega pure il salario minimo e a chi cerca lavoro si ruba il reddito di cittadinanza.
Ora tocca al 2 Giugno, Festa della Repubblica nell’anniversario del referendum del 1946 che abolì la monarchia perché, dopo i meriti acquisiti con l’Unità d’Italia, si era macchiata della ventennale complicità col fascismo. Il Pd annuncia che la trasformerà in una manifestazione contro il premierato meloniano. Che è una boiata pazzesca e va contrastata con ogni mezzo lecito. Ma non il 2 Giugno, che c’entra col premierato quanto la Sagra della porchetta ad Ariccia e la Fiera del bue grasso a Carrù. A parte il fatto che l’aveva già proposta l’Ulivo nella Bicamerale del 1997, l’elezione diretta del premier non ripristina la Monarchia né altera la forma repubblicana dello Stato. Usa la procedura prevista dalla Costituzione per stravolgere gli equilibri fra governo, Parlamento, capo dello Stato e poteri di controllo. Ma il 2 Giugno è anche la festa dei presidenzialisti, come di tutti quelli che scelsero Repubblica contro Monarchia (che, se avesse vinto, dopo il più che degno Umberto II, ci avrebbe regalato sul trono Vittorio Emanuele IV e ora Emanuele Filiberto). Perciò dovrebbe accomunare tutti i partiti repubblicani, da destra a sinistra, esclusi solo i monarchici, che invece festeggiano a buon diritto il 25 Aprile perché sedettero nel Cln e contribuirono alla Liberazione. Ma questi politici dove l’hanno studiata la Storia: su Tiramolla?

L'Amaca


Una democrazia molto inclusiva
DI MICHELE SERRA
Che ci facevano i cantanti Amedeo Minghi, Iva Zanicchi e Pupo, l’attrice Claudia Gerini, il nuotatore Filippo Magnini e la fiorettista Elisa Di Francisca a un convegno alla Camera dei Deputati sulle riforme istituzionali fermamente volute dal governo Meloni? A giudicare dalle brevi e imbarazzate frasi rilasciate ai cronisti (con l’eccezione di Pupo, che ha parlato da costituzionalista ed è molto favorevole a «un premier forte, anzi fortissimo»), nemmeno loro avevano un’idea plausibile della loro presenza in quel luogo.
Per quanto imponente sia la lunga e spumosa scia (post-berlusconiana) della politica spettacolo, dentro la quale le competenze, gli ambiti, l’autorevolezza contano zero, e l’unico requisito scientifico richiesto è essere noti o semi noti, vedere Pupo laddove ti aspetteresti di incontrare Zagrebelsky desta pur sempre un certo spaesamento. E viene anche da pensare, pur non avendone le prove, che Zagrebelsky non ci sia andato non perché vede la riforma Meloni come il fumo negli occhi, ma perché temeva di incontrare Pupo.

Roma, del resto, ha questa sua travolgente promiscuità tra alto e basso, tra istituzioni e pop, tra grisaglia e caciara, che la rende, da un certo punto di vista, un caso unico di democrazia applicata. Una specie di seconda Atene con il solo svantaggio (o vantaggio, a seconda dei punti di vista) che se parlano Pericle o Demostene rischi di non sapere che cosa hanno detto perché stavi chiacchierando con Pupo. È una città buttadentro. Inclusiva come nessuna. 

giovedì 9 maggio 2024

Mariangela è per sempre



Mariangela Lupetto Lupi, dal 2001 stipendiato lautamente da noi, abbandona per un attimo il suo status bradipo per esternare un concetto figlio della sua borotalcante politica, sempre a rimorchio di quello che un tempo fu il meandro del Putranesimo. Mai fuori dalle righe, solo una volta incappato in una vicenda scomoda del Rolex per il figliolo, accondiscendente ogni bravata fuoriuscita dalla casa dei mestieranti, abita da sempre micro ambienti che gli permettono di rimanere nei luoghi del potere, pur accontentandosi da tempo immemore delle briciole. 
Diligente con attorno il clientelismo, ricorda lo studente sfigato invitato alle feste per apparecchiare e, mentre gli altri si dileguano, ripulire da scout l’ambiente procedendo con scrupolo allo smaltimento dei rifiuti. 
Teme Mariangela Lupi il mostro dell’antipolitica, ovvero il vortice di aria fresca in grado di spazzare quelli come lui. Da qualche tempo anche Toti fa parte del suo micro partito, Noi Moderati, ed il ricorso affannato al garantismo ne è prova inconfutabile. Ora che si è espresso, Lupetto attende le reazioni, pronto a modificarne il senso in caso di poco gradimento da parte dei suoi superiori, che sono tutti gli altri della coalizione. 
Lupetto attende sereno e placido l’evolversi degli accadimenti, consapevole che un panda come lui troverà sempre una collocazione.