giovedì 9 maggio 2024

Concordo!

 

Dio non esiste
di Marco Travaglio
Per 15 mesi abbiamo sperato che Elly Schlein cambiasse nel Pd qualcosa oltre al segretario, criticandola perché non lo faceva. Ora, dimenticando per un attimo l’incredibile candidatura finta alle Europee, merita solo applausi per aver firmato il referendum Cgil contro il Jobs Act. Mossa che comprensibilmente terremota il partito, perché vi ha lo stesso effetto che avrebbe sulla Chiesa un’enciclica del Papa dal titolo: “Dio non esiste”. Da quando nacque con Veltroni, peggiorò con Napolitano e Letta, s’infettò con Renzi e defunse con ri-Letta al seguito della fantomatica Agenda Draghi, il Pd ha sempre venerato la trimurti Lavoro precario-Sussidi alle imprese-Paghe da fame: dalla legge Treu al Jobs Act, dall’abolizione dell’articolo 18 ai voucher di Gentiloni, dai no al Reddito di cittadinanza e al dl Dignità del Conte-1 alla restaurazione draghiana che smantellò il dl Dignità, attaccò il Rdc e levò il salario minimo dal Pnrr contiano. Lo chiamavano “riformismo”, parolaccia che nasconde il più ciclopico fallimento della storia e che la gente perbene ha imparato a neutralizzare dotandosi di mutande di ghisa e da camminare rasente al muro. Infatti la setta degli adoratori superstiti della Trimurti, accampati fra Azione e Iv, veleggia fra il 5 e il 6% ni sondaggi.
Il guaio, per la Schlein, è che il 99% del Pd, anche quello che sta con lei, dieci anni fa votò il Jobs Act senza fare un plissé. Il che spiega, con tutte le altre scelte demenziali, perché i dem non si schiodano dal 19-20% e hanno ancora i 5Stelle alle calcagna: perché il M5S diceva 10-15 anni fa ciò che il Pd dice solo ora (su Rdc, dl Dignità, salario minimo, Jobs Act, spesa militare) o dirà domani. A proposito di domani: ora che persino il Corriere, con un ottimo commento di Massimo Nava, invita tutti (in primis il Corriere) a non “zittire come filorusse le voci critiche” su Kiev, a smetterla di “riempire di armi l’Ucraina prolungandone l’agonia” e a scoprire “un po’ di realismo che tenga conto dei rapporti di forza” (Orsini, è lei?), forse prima o poi il Pd smetterà di votare con le destre per la guerra a oltranza fino all’ultimo ucraino (salvo ammettere di aver candidato Tarquinio, Strada e Cristallo come foglie di fico). Poi forse la pianterà di astenersi sulle schiforme della giustizia, di fare inceneritori e opere inutili da Calce&Martello e di negare ai giudici le prove contro Renzi&C. Se poi prendesse a prestito dai 5Stelle le regole che vietano di candidare voltagabbana e poltronari con sei, sette, dieci mandati, Elly si libererebbe gratis di tutti i famosi cacicchi ed eviterebbe pure scandali tipo Puglia, Sicilia e Piemonte. Ma soprattutto scioglierebbe il famoso nodo del rapporto con Conte: a quel punto 5Stelle e Pd sarebbero la stessa cosa e potrebbero tranquillamente fondersi.

L'Amaca

 

Le ore sprecate della Liguria
DI MICHELE SERRA
Il romanzo La speculazione edilizia del grande sanremasco (non si dice sanremese) Italo Calvino è del 1957, e già disegna un destino. Quello di un aspro, meraviglioso, irripetibile territorio di contadini e pescatori, di migranti e naviganti, di piccoli commercianti e di piccole città (Genova fa storia a sé), stretto tra monti e mare, che sale sul treno del boom economico nella maniera più istintiva, anche se meno previdente: vendendo la sua bellezza ai milanesi e ai torinesi.
Nato come legittima fuga dalla miseria, il vorticoso sviluppo ligure non ha però conosciuto limite, esitazione, possibile riforma di se stesso. Vendersi (se preferite l’eufemismo: “riqualificarsi turisticamente”) sembra l’unico core-business possibile per una regione che, nel frattempo, a Genova, Savona, La Spezia, ha perduto una fetta enorme di fabbriche e di cantieri, i padroni e gli operai. La sostanza solida del Novecento che cede definitivamente il campo al santanchismo delle “spiagge eleganti” e al frou-frou totiano della “nuova Florida”: con il territorio più dissestato d’Europa.
Leggendo la storia del nuovo insediamento turistico di Celle Ligure che (tra le altre cose) ha disarcionato Toti, ho pensato: ma è possibile che siamo sempre lì, ancora lì? In quasi ottant’anni – larga parte dei quali con governi regionali di sinistra – possibile che non sia mai stata messa in campo un’idea di Liguria più saggia, più amorosa di sé, più sostanziosa e meno di vetrina? Più prudentemente ligure?
Adesso è l’ora della magistratura, e significa che tutte le altre ore sono state sprecate.
Cementificare: possibile che non esista un altro verbo da coniugare?

mercoledì 8 maggio 2024

Parodia

 





L'ora è giunta!

 



Robecchi e Val Val

 

Egemonie. La storia che si farà a scuola e il passato immaginario di Valditara
di Alessandro Robecchi
Seduto sul bordo del fiume, aspetto che passi la famosa contro-egemonia culturale della destra che viene ogni giorno annunciata con grande dispiego di mezzi. Per ora è una faccenda di parolette in libertà, la Patria nominata con il famoso metodo “a cazzo” a ogni piè sospinto, i “patrioti”, dolorosamente impossibilitati a chiamarsi “camerati” come piacerebbe a loro, la parola “Nazione” che sostituisce “Paese”. Ma insomma, tomo tomo, cacchio cacchio, ecco il nuovo Italiano che avanza, spinto dalle avanguardie culturali (mi scuso) della destra meloniana.
Ha fatto (flebilmente) notizia l’intenzione del ministro Valditara, titolare dell’Istruzione e persino del Merito (ehm…) di voler mettere mano alle linee guida per la scuola elementare e media, insomma, cambiare un po’ i programmi, ripristinare un po’ di orgoglio nazionale tra i ragazzini delle elementari perché così, contessa, dove andremo a finire. Si metterà in piedi un comitato di esperti, e a presiederlo sarà la professoressa Loredana Perla, che ci sarebbe francamente sconosciuta (colpa nostra, per carità) se non come co-autrice di un libro scritto a quattro mani con Ernesto Galli della Loggia, Insegnare l’Italia. Dove si legge, tra le altre cose, che bisogna insegnare “l’identità italiana”, che sarebbe “un tema visto negli ultimi decenni con profonda diffidenza, soprattutto per ragioni ideologiche”. Urca!
In attesa di un ritrovato nazionalismo didattico e magari, che so, di qualche lezione sul “suicidio Matteotti”, la gloria dell’Impero e “quando c’era Lui, caro lei”, si torna sempre lì, alla bizzarra lettura di un passato immaginario: un’Italia in cui la mefitica e staliniana sinistra ha manipolato storia e cultura per opprimere e sminuire l’identità della nostra bella patria e dei nostri bei patrioti. E del resto, questa visione storica degli italiani fieri di esserlo e baciati dagli dei ma oppressi dal “comunismo” (eh? ndr), risuona qui e là in discorsi e dichiarazioni pubbliche, lanciate nell’etere o sui giornali con un cospicuo sprezzo del ridicolo. Tra le più divertenti, la recente uscita (in un’intervista) del ministro della Cultura Sangiuliano per cui in Italia ci sarebbe stata, nel dopoguerra, una “dittatura comunista”. Roba da fare un salto sulla sedia, non tanto per la fesseria storica conclamata, ma per la dabbenaggine di una tale dittatura. Brutta cosa le dittature comuniste, capaci di tutto davvero: in Unione Sovietica di mandare Solgenitsin in Siberia, e in Italia di mandare Sangiuliano alla direzione del Tg2, quando si dice non azzeccarne una. Ma insomma, poi Sangiuliano ha tentato di metterci una pezza, ha scritto un pezzo sul Corriere per dire che sì, vabbè, non c’è stata veramente una dittatura comunista, però Togliatti… però il Komintern… però Stalin… Insomma, palla in tribuna e ritirata strategica. Tutto da ridere.
Il problema è che per fare revisionismo storico e per creare una contro-egemonia, ci vorrebbe qualcosa di solido da contrapporre all’egemonia, e questo qualcosa la destra meloniana al potere non ce l’ha. Chi come me è affezionato al profilo Twitter del ministro della Cultura e segue i suoi consigli “un libro al giorno”, capisce che non basta consigliare l’opera omnia di Prezzolini o Il libro nero del comunismo per costruire una base culturale alternativa a quella – solidissima – della cultura antifascista italiana del Novecento. Ci provano lo stesso, certo, rapidi e invisibili, come i sommergibili della canzone, ma come diceva De Gaulle “Vaste programme”. Auguri.

L'Amaca

 

Il protocollo delle dichiarazioni
DI MICHELE SERRA
Esiste un vero e proprio protocollo della dichiarazione politica sui fatti giudiziari.
Primo punto, uguale per tutti: si esprime fiducia nella magistratura. Secondo punto, uguale per tutti: si dichiara di non voler commentare gli atti giudiziari.
Terzo punto, sempre uguale per tutti: si commentano gli atti giudiziari. Quarto punto, diversificato: se l’inquisito o il condannato è della tua parte politica, esprimi perplessità su modi e tempi dell’inchiesta; se è della parte avversa, denunci la gravità dello scandalo e ne chiedi le immediate dimissioni.
Quinto punto, ancora uguale per tutti: denunci con sdegno il comportamento degli avversari politici, che hanno la pessima abitudine di accanirsi contro le grane giudiziarie del nemico e di considerare irrilevanti quelle dell’amico. La stessa precisa critica potresti rivolgerla a te stesso, per simmetria, ma non lo fai perché ti manca il tempo materiale per ragionare su quello che stai dicendo e capire che non è possibile rimanere inchiodati a parole così risapute, così ovvie che prima ancora di aprire bocca chi ascolta sa già quello che stai per dire.
Ecco, quest’ultima terribile cosa (chi ascolta sa già quello che stai per dire) basterebbe da sola, se fosse percepita, a cambiare radicalmente il linguaggio politico.
Ci si sforzerebbe di essere almeno un poco sorprendenti, almeno un poco inediti.
Basterebbe uno scarto di pochi centimetri per spalancare intere praterie.
Per esempio, esordire dicendo: “Piuttosto che dire le cose che vi aspettate che io stia per dire, non dico niente. Ne approfitto per salutare la mamma a casa”.

Toti Toti Toti!

 

Toti e le malefemmine
di Marco Travaglio
Ora che Giovanni Toti s’è guadagnato il meritato terzo mandato (quello di cattura), l’unico stupore è che fosse rimasto a piede libero così a lungo. Mancava solo lui nella foto di gruppo degli ex-allievi della scuola berlusconiana di furto con scasso e/o mafiosità finiti in manette: Previti, Formigoni, Galan, Brancher, Verdini, Dell’Utri, Cuffaro, Cosentino, Matacena, D’Alì (altro che rimpiangere B.). Chiunque in questi nove anni abbia frequentato, anche di sfuggita, la sua Liguria, il sistema di potere che gli girava intorno l’ha respirato nell’aria. Il Fatto ha pubblicato decine di inchieste sul Sistema Liguria, che si è retto e ha prosperato anche grazie al silenzio più o meno prezzolato della stampa nazionale e locale e al consociativismo del principale partito di cosiddetta opposizione: il Pd. A parte i 5Stelle, l’unico esponente del centrosinistra che l’ha denunciato (anche in Procura) è Ferruccio Sansa, che prima di candidarsi contro Toti scriveva per noi dopo aver provato invano a farlo su vari giornaloni. Intanto i ras “progressisti” liguri lo deridevano come un “Don Chisciotte” solitario e velleitario.
La nuova questione morale partita dalla Puglia e proseguita a Torino e in Sicilia fa ora tappa in Liguria. Il comune denominatore, al di là del folklore delle fiches da casinò e delle escort da casino, sono i voti comprati (anche mafiosi); le mazzette elettorali di imprenditori che un tempo dovevano svenarsi per comprarsi i politici e adesso allungano loro mancette da straccioni; e il trasversalismo che tutto copre. E si esprime in due forme diverse: al Sud (vedi Puglia e Sicilia) trasformisti e voltagabbana si mettono all’asta migrando da destra a sinistra o viceversa per stare sempre con chi comanda, senza mai incontrare un buttafuori che li cacci sull’uscio; al Nord (vedi Piemonte e Liguria) il consociativismo centrodestra-centrosinistra garantisce i comuni affari e malaffari secondo la regola “una mano lava l’altra”, senza neppure la fatica dei traslochi. Mollata FI, Toti si era piazzato nella morta gora del “centro” per alzare il suo prezzo e far pesare meglio i voti raccattati come ora sappiamo. Un “centro” sempre osannato dai media come paradiso dei “moderati” e “riformisti” per nascondere la mangiatoia dei voti comprati e clientelari che lo alimentano artificialmente. Una mangiatoia che molti cittadini, anzi sudditi conoscono benissimo per averne ricevuto le briciole o perché sperano di assaporarle, il che spiega il successo nel voto locale di questi centrini senza capo né coda. Ora naturalmente il centrodestra, mentre cavalca le retate sul Pd in Puglia, strilla alla “giustizia a orologeria”. Ma qui l’unico rilievo che si può muovere all’orologio dei magistrati è quello di portare qualche anno di ritardo.