mercoledì 1 maggio 2024

Ahh se è così!




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tranquilli domani è il 2 maggio....

 


Tutto all'inverso

 

Rovescio internazionale
di Marco Travaglio
Un anno fa la Corte penale internazionale (Cpi) spiccò un mandato di cattura per Putin, accusato di crimini di guerra per circa 19 mila bambini ucraini trasferiti in Russia: grande giubilo da Usa e Kiev, che però non riconoscono la Cpi per non dover ammettere i propri crimini. In sei mesi Netanyahu ha sterminato a Gaza circa 35 mila civili, di cui 15 mila bambini (su una popolazione di 2,5 milioni, contro i 10 mila civili morti in 26 mesi in Ucraina su 40 milioni di abitanti), ma per lui niente mandati di cattura. Anzi, si legge che la Cpi sarebbe pronta a spiccarne uno, ma potrebbe soprassedere se Bibi firmasse la tregua voluta da Usa e Uk. È l’ennesima prova che la Cpi è un organo politico travestito da tribunale, che processa solo chi fa comodo agli Usa. E il diritto internazionale è pura fiction per nascondere la legge del più forte. Gli Usa inviano altri 61 miliardi a Kiev, per un totale di 322 sborsati in due anni da Nato&Ue; e Blinken intima a Pechino di non aiutare la Russia. Resta da capire perché mai noi possiamo armare e finanziare un Paese in guerra (nei due anni di invasione russa e negli otto di aggressione ucraina al Donbass) e la Cina no. Ora l’Occidente studia nuove sanzioni contro l’Iran per la rappresaglia senza vittime su Israele, ma non sanziona Israele che per primo attaccò l’Iran bombardando la sua ambasciata a Damasco e uccidendo almeno 13 persone.
La ciliegina sulla torta del diritto internazionale divenuto rovescio è la reazione ipocrita alla decisione di Mosca di nazionalizzare temporaneamente le filiali russe dei marchi europei Bosch e Ariston (che peraltro ha sede legale in Olanda, tant’è che i russi ci sbeffeggiano: “Non sapevamo fosse un gruppo italiano…”). Anche qui sembra di stare nella fiaba del lupo e dell’agnello: i primi a infrangere il diritto internazionale sulla proprietà privata e l’inviolabilità degli asset degli Stati siamo stati noi occidentali con le sanzioni a Mosca del 2022. Oltre ai soliti embarghi commerciali, abbiamo bloccato e preso in ostaggio oltre 300 miliardi di dollari della Banca centrale russa – beni di Stato e di privati – che ora Usa, Uk, Canada, Giappone e mezza Ue vorrebbero pure espropriare per armare e ricostruire l’Ucraina. Lo scippo di Putin è un fallo di reazione alla nostra mega-rapina. Quattro secoli prima di Cristo, Alessandro Magno interrogò il famigerato pirata Diomede che, appena catturato, attendeva la condanna a morte: “Chi ti dà il diritto di navigare depredando cose non tue?”. E il pirata: “E a te, imperatore, chi dà il diritto di fare altrettanto, dalla Persia all’Egitto all’India? Poiché uso solo la mia barca, io sono chiamato pirata. Tu invece usi la tua flotta e sei chiamato imperatore”. Alessandro, touché, lo graziò.

In ricordo

 

L’ANNIVERSARIO
Trent’anni senza Ayrton l’eroe perduto e il più amato
DI MAURIZIO CROSETTI
Quanto corrono veloci trent’anni nella curva del tempo, quanto sono insopportabilmente lenti. Come se quello schianto durasse ancora, e ripetesse sé stesso all’infinito. Lo estrassero dall’abitacolo, ed era già una deposizione: un compianto per il figlio morto. Perché di Ayrton Senna eravamo tutti padri e fratelli. Il casco giallo ebbe come un fremito, una leggera ondulazione. Un battito d’ali, la vita che svanisce.
Era il pilota più veloce, più emotivo, più rabbioso, più malinconico, più amato. Aveva negli occhi il lampo triste della premonizione, come Coppi, come Pantani. E non solo quel giorno, il primo maggio 1994. Sempre, l’aveva. Ma quel giorno Senna non voleva correre,forse sentiva il vento della morte che a volte romba ma più spesso sussurra. Quel vento, poche ore prima, si era portato via l’austriaco Roland Ratzenberger che aveva 34 anni come Ayrton ma non era un dio della velocità, in vita sua aveva corso veramente un solo Gran Premio, era una comparsa, un’apparizione del destino. Gli altri lo videro morire. Per Senna fu come passare accanto a uno specchio senza poter abbassare lo sguardo.
Trent’anni sono niente e sono tanto, sono il ciuffo di capelli che sfugge alla cuffia mentre Ayrton infila l’elmo oppure se lo leva, a battaglia finita. Quel casco che un pezzo dell’auto, il puntone della sospensione anteriore, un giorno trafiggerà come una spada medievale. Così può morire il cavaliere, più è circondato d’amore e più la morte lo invidia e lo pretende.
La morte adesso è un’asta di ferro, un bastoncino da nulla. C’è un cartellino, attaccato alla morte, e sopra sta scritto “1994 PIANTONE FW16”. Lo hanno esposto al Museodell’Automobile di Torino, nella mostra che racconta un uomo attraverso le cose, gli oggetti, le autovetture, le tute, gli orologi, i guanti, i caschi, le fotografie affogate d’ombra. Dunque, hanno portato lì anche il piantone dello sterzo che era stato saldato la notte precedente il Gran Premio di Imola, perché le nocche di Ayrton andavano a sbattere contro l’abitacolo della sua Williams («È talmente stretto che se mangio un panino non entro»), e perché il volante troppo vicino al cruscotto ne complicava la lettura. Venne dunque aggiunto un pezzo, una specie di prolunga. Avrebbe però ceduto, perché la sorte ha molti corpi e forme da assumere, quella di Senna si incarnò in due parti della vettura che hanno pure un nome simile, il puntone, il piantone. La morte abita dappertutto, anche nel vocabolario. Trent’anni sono il dolore per l’eroe perduto, per quel paio d’occhi romantici e scuri come l’orizzonte che d’improvviso si gonfia di nuvole e poi diluvia: Ayrton adorava momenti così, perché nessuno al mondo sapeva guidare come lui dentro il nubifragio. In questo modo s’annunciò Senna nel 1984 a Montecarlo, dentro svariati spessori di pioggia, i muri che lui sapeva attraversare con estrema grazia. Arrivò secondo, quel giorno, dietro Prost, e aveva una faccia da bimbo. Il francese, invece, appoggiava sguardi adulti su ogni cosa: forse avrà capito in quel momento che creatura fosse apparsa, per lui a combattere e per noi cuori travolti.
Ed è stata tutta una tormenta, lampi nel cielo e senso di pienezza. Più che un campione del volante, forse il più grande di ogni tempo, Ayrton Senna è stato un uomo a forma di temporale. Dieci anni è durata la grande avventura sui bolidi, ma prima lui aveva governato i go kart come se fossero astronavi per le stelle, un fuoriclasse della messa a punto, pignolo come nessuno. Tanto si dimenava nel combattimento con la macchina, Ayrton, da scrostare con le suole la vernice dal telaio. Perché è così che funziona, finché non hai dato tutto non hai dato niente, e pazienza se poi quel tutto svanisce di colpo. Prima, è stata solo vita.
Trent’anni sono un passaggio, un passo, una cadenza. Già, il 1994. Quel rigore di Roberto Baggio (il suo addio al calcio, a proposito, giusto vent’anni fa), le tangenti del malaffare, il primo governo Berlusconi. E infine un pomeriggio di maggio, quando i lavoratori non faticano ma festeggiano, solo la morte non si riposa mai. Il Gran Premio era al 7° giro, le 14.17. Ayrton Senna appoggiò il capo di lato, dolcemente, come un bambino quando s’addormenta.

L'Amaca

 

Il lungo cammino verso la bellezza
DI MICHELE SERRA
«Bisognerebbe vietare i pantaloncini corti nelle città d’arte», mi dice un’amica al telefono mentre transita nel centro di Roma. In che senso?, le chiedo. «Nel senso che non ne posso più di turisti con le chiappe di fuori». Seguono considerazioni in buona parte tacciabili di body-shaming, che ometto per tutela (non dei turisti con le chiappe di fuori, ma della mia amica).
La mia amica è una persona evoluta, tollerante, lucidamente consapevole che la liberalità dei costumi, con annessi contraccolpi, fa parte delle conquiste della modernità. Il problema è che la società di massa mette a durissima prova anche la più democratica delle coscienze. È capitato anche a me, a Venezia, a Firenze, a Roma, di desiderare che una carica di carabinieri a cavallo disperdesse i bivacchi di turisti accosciati, con le ciabatte infradito anche a Natale, ruminanti ogni sorta di cibo a ogni ora del giorno e della notte. L’idea che “la bellezza salvi”, in quelle occasioni, diventa una patetica illusione, o peggio un alibi a tutela della nostra bilancia commerciale.
La bellezza, con ogni evidenza, è solo un consumo distratto e compreso nel prezzo, come i cartocci distreet-food che le comitive in visita alternano al cellulare, con la speranza che smettano di masticare almeno quando si fotografano. È uso dire che se anche uno solo di loro, folgorato da Rialto, o dalla cupola del Brunelleschi, o da Trinità dei Monti, sarà salvo, allora sarà salva, per suo tramite, l’umanità intera. Resta da capire se questa salva umanità, al prossimo tour, si presenterà con le infradito e le braghe corte, come i bambini di otto anni, avendone almeno, nella media, sessanta.