Un luogo ideale per trasmettere i miei pensieri a chi abbia voglia e pazienza di leggerli. Senza altro scopo che il portare alla luce i sentimenti che mi differenziano dai bovini, anche se alcune volte scrivo come loro, grammaticalmente parlando! Grazie!
martedì 23 aprile 2024
Pagelle amare
Le pagelle
Serata per noi dal sapore istanbuliano: dopo aver visto il pallonetto di Salamella all’Olimpico e De Kagheler con il Liverpool, occorrerebbe fustigare i nostrani talent scout, il direttore sportivo e quello tecnico, al massimo destinati a bocciofile periferiche.
Maignan 5
Il panterone s’agita, indirizza e motiva ma sul secondo gol si fa trovare impreparato come uno a cui parte l’audio del cell mentre sta gustandosi un’orgia youporniana durante un meeting tradizionalista sul sesto comandamento.
Calabria 3
L’unica positività è che l’espulsione ce lo toglierà dalle palle per almeno due giornate. Sorgono intanto novene e digiuni sulla sua agognata vendita.
Tomori 6-
Prestazione nella norma, incazzoso come sempre. Peccato per quella respinta flaccida come un budino scaduto, che poteva generare un’altra rete
Gabbia 6
Ha fatto il suo. Solo che bisogna capire se trattasi di prestazione standard.
Theo 6
Una progressione delle sue. Altre azioni normali e l’espulsione per aver preso per il collo l’iroso Durban. Quando ce vò, ce vò!
Adli 6,5
Ha sbagliato all’inizio due o tre palle da fustigazione. Poi ha fatto il suo, reggendo il centrocampo come il pianista del Titanic.
Reijnders 4
Ha giocato come se fosse a Milanello a registrare uno spot della Kukident
Musah 5
Sembrava un iperattivo rupofobico dentro ad un hangar di abiti usati. Faceva solo vento.
Loftus - Cheek 4
La risposta vivente alla domanda “ma come ha fatto il Chelsea a venderlo?”
Pulisic 4
Impalpabile. Un Braccio di Ferro senza spinaci a cui Olivia propina cardo lesso.
Leao 2
Giocare al centro dell’attacco equivale a invitare il macellaio Cecchini ad un raduno di vegani incalliti.
Pioli 1,5
La fine del Piolismo, l’essicazione del mono schema, la dissolvenza della goduria maxima del 2022, il cilicio rossonero, l’afonia di un tenore, un ebete al Cern, l’impalpabilità personificata. Cerca di recuperare gradimento con esperimenti tattici che neppure Cassano progetterebbe. Pare stia pensando per le ultime partite di riesumare Calloni, Chiarugi e Lapadula. Adieu Stefano! Per un certo periodo è stato bello!
L'Amaca
In meno di un minuto
DI MICHELE SERRA
Le spiritosaggini udite in tivù a proposito dei grandi vantaggi che la censura avrebbe procurato ad Antonio Scurati (“una pubblicità formidabile!”) sono tipiche di un popolo, prima ancora che cinico, frivolo. Non è frivolezza, invece, è volgarità spiccia quella che la premier Meloni (dispiace per lei e per noi: presiede il governo del Paese), e in generale la vulgata di destra, hanno messo in campo imputando a “beghe economiche” la vicenda. Ah, l’avido scrittore di sinistra che voleva rapinare i soldi dei contribuenti!
La premier e i tre principali quotidiani di destra (spesso indistinguibili, come Qui Quo Qua) hanno finto indignazione, o sghignazzo, per il presunto compenso — fonte Rai, dunque fonte loro — di “1.800 euro per un minuto”.
Come se la prestazione di Scurati fosse quel minuto (volendo essere precisi: tre minuti) e non il lavoro che lo precede; nel caso di Scurati i tre libroni su Mussolini e sul fascismo, lunghi anni di studio e di scrittura. Se lo chiamano a parlare del 25 Aprile non è per estrazione a sorte, o per raccomandazione: è perché gli autori della trasmissione presumono che ne abbia speciale competenza.
È come dire a un cantante: possibile che ti paghino così tanto, per tre minuti di canzone? Ma quei tre minuti non sono tre minuti. Sono centinaia di ore di lavoro, la composizione, gli arrangiamenti, il fare e rifare, gli errori e la correzione degli errori, la costruzione lenta di una capacità professionale e di una figura pubblica.
Niente è più demagogico di questi calcoletti, falsi nei presupposti. Volendo, suggeriamo a Meloni e ai suoi centurioni di calcolare quanti milioni ha perso la Rai trasformandosi, in meno di un minuto, da servizio pubblico inhouse-organ del governo.
Come dargli torto?
Andate al mare
di Marco Travaglio
Ieri e domenica in Basilicata ha votato il 49,8% degli elettori: -3,7% sul 2019, quando si votò solo un giorno. Ma l’astensionismo è ancora troppo basso: per favorirlo si può fare molto di più. Il Pd si porta avanti in otto mosse.
2. Dopo aver lapidato giustamente B., Salvini, Meloni per i loro cognomi sui simboli dei loro partiti personali che trasformano surrettiziamente la Repubblica parlamentare in semipresidenziale, la Schlein tenta di infilare il suo cognome al logo Pd (poi, visto il putiferio, rinuncia ringraziando “chi l’ha proposto”, cioè se stessa). Il tutto mentre contesta il premierato di Meloni&C. Così gli elettori si rassegnano: cambiare il Pd vuol dire cambiargli ogni tanto il nome e il segretario.
3. Dopo aver votato in Italia tutti i decreti per le armi a Kiev e in Europa tutte le risoluzioni per il riarmo anche con i soldi del Pnrr, il Pd candida i pacifisti Strada, Tarquinio e Cristallo da sempre contrari a tutto ciò che il Pd approva sul tema. Così gli elettori si sentono carne da cannone.
4. Mentre denuncia trasformisti e voltagabbana, ma solo dopo le indagini di Bari, Torino e Catania, la Schlein candida Eleonora Evi, che in due anni ha cambiato tre partiti: M5S, Avs e Pd. Tanto gli elettori mica se ne accorgono.
5. Mentre si dice “irritata” da Michele Emiliano e gli chiede di azzerare la giunta pugliese intonsa da inchieste giudiziarie, la Schlein candida alle Europee il sindaco barese Antonio Decaro che ha appena avuto l’assessore al Bilancio indagato per truffa e la municipalizzata dei trasporti commissariata per mafia, per sostituirlo col suo capo di gabinetto. Tanto gli elettori mica ci badano.
6. Mentre Draghi e Letta programmano per l’Europa un radioso futuro di economia di guerra prim’ancora che votino gli elettori europei, gli unici commenti del Pd (Gentiloni e Fassino) sono eccitatissimi. Così gli elettori capiscono che votare è inutile.
7. Mentre strilla contro TeleMeloni, anche con appositi sit-in in viale Mazzini, Elly candida Lucia Annunziata, che sette mesi fa lasciò la Rai giurando “Non mi candiderò mai e poi mai alle Europee né col Pd né con nessun altro partito”. Così gli elettori pensano: toh, prima c’era TelePd e le bugie fanno curriculum.
8. Mentre difende giustamente la libertà di parola di Antonio Scurati che voleva attaccare la Meloni a Che sarà, il Pd chiede di cacciare la vicedirettrice del Tg1 Incoronata Boccia che ha attaccato l’aborto a Che sarà. Così agli elettori viene la labirintite.
Opinione condivisibile
LO STORICO
Antifascismo, la parola che la destra non può dire senza tradire i camerati
DI MIGUEL GOTOR
Il caso Scurati è emblematico perché rivela che quanti oggi governano l’Italia non hanno ancora risolto il loro rapporto con il fascismo e, di conseguenza, con l’antifascismo. Ciò è grave per due ragioni. Anzitutto dimostra che la presidente del Consiglio e Fratelli d’Italia hanno compiuto dei passi indietro rispetto a quelli fatti tra il 1994 e il 1995 da Fini, insieme con il decisivo contributo di Tatarella, ai tempi della nascita di Alleanza nazionale. L’allora leader della destra post-fascista scandì che era «giusto chiedere alla destra italiana di affermare senza reticenze che l’antifascismo fu un momento storicamente essenziale per il ritorno dei valori democratici che il fascismo aveva conculcato». In continuità con questo ragionamento Fini l’anno scorso ha chiesto a Meloni di vincere la ritrosia a pronunciare l’aggettivo «antifascista ». Perché di ritrosia bisogna parlare, che ricorda da vicino quella di Fonzie quando doveva ammettere di avere sbagliato. In secondo luogo, è ancora più grave se consideriamo che Fini era il delfino di Almirante, il fondatore del Msi, legato a doppio filo al fascismo storico.
Inoltre, per ragioni generazionali aveva vissuto negli anni Settanta gli scontri di piazza tra rossi e neri e aveva giovani camerati uccisi da piangere, spesso caduti letteralmente ai suoi piedi come ad Acca Larenzia nel gennaio 1978. Meloni invece è nata nel gennaio 1977 e, pur essendo fuori da quella vicenda storica (sia quella del fascismo mussoliniano, sia quella del neofascismo) non riesce - per un misto di calcolo elettorale e di inadeguatezza - a compiere quel salto politico, culturale e civile che avrebbe tutte le possibilità di realizzare.
Vogliamo essere chiari. Il caso Scurati è una spia del fatto che l’Italia rischia una deriva illiberale che non guarda al passato, né tantomeno, figuriamoci, al ritorno del fascismo, bensì alla democratura dell’Ungheria di Orbán di oggi. Proprio per questa ragione la polemica intorno al valore dell’antifascismo non è secondaria, ma costituisce un indice rivelatore dello stato civile dell’Italia e di quanti la governano. Infatti, per professarsi antifascisti non è sufficiente pronunciarsi contro le leggi razziali del 1938 e l’abominio della Shoah, ma significa condannare anche le violenze squadriste che accompagnarono l’instaurazione di un regime liberticida, i delitti di don Minzoni nel 1923 e di Matteotti nel 1924, la chiusura dei partiti e dei sindacati, la riduzione del Parlamento a un simulacro, la persecuzione degli oppositori rinchiusi nelle carceri e degli omosessuali mandati al confino, le guerre coloniali con l’utilizzo delle armi chimiche, l’alleanza con Hitler, la collaborazione sul suolo nazionale allo sterminio degli ebreitra i campi di Fossoli e quelli della Risiera di San Saba e la cinica e sciagurata scelta della guerra con i nazisti.
Vogliamo essere chiari. Il caso Scurati è una spia del fatto che l’Italia rischia una deriva illiberale che non guarda al passato, né tantomeno, figuriamoci, al ritorno del fascismo, bensì alla democratura dell’Ungheria di Orbán di oggi. Proprio per questa ragione la polemica intorno al valore dell’antifascismo non è secondaria, ma costituisce un indice rivelatore dello stato civile dell’Italia e di quanti la governano. Infatti, per professarsi antifascisti non è sufficiente pronunciarsi contro le leggi razziali del 1938 e l’abominio della Shoah, ma significa condannare anche le violenze squadriste che accompagnarono l’instaurazione di un regime liberticida, i delitti di don Minzoni nel 1923 e di Matteotti nel 1924, la chiusura dei partiti e dei sindacati, la riduzione del Parlamento a un simulacro, la persecuzione degli oppositori rinchiusi nelle carceri e degli omosessuali mandati al confino, le guerre coloniali con l’utilizzo delle armi chimiche, l’alleanza con Hitler, la collaborazione sul suolo nazionale allo sterminio degli ebreitra i campi di Fossoli e quelli della Risiera di San Saba e la cinica e sciagurata scelta della guerra con i nazisti.
La reazione di queste ore continua a essere opaca e strumentale, con una mescolanza di vittimismo e arroganza tipica, duole dirlo, siadella cultura fascista sia di quella neofascista. Ancora una volta l’alfiere famigliare di queste posture è il ministro Lollobrigida che si rifiuta di dirsi antifascista perché la definizione di «antifà» - così si è espresso - non è rappresentativa di tutti in quanto quel concetto «ètroppo generico e purtroppo ha portato in tanti anni a morti» e per rafforzare le sue parole ha ricordato lo studente Sergio Ramelli, militante dell’organizzazione giovanile del Msi, «sprangato dagli antifascisti » a Milano e deceduto nel 1975.
Il ragionamento è semplice: dal momento che in nome dell’antifascismo militante ci sono stati dei morti negli anni Settanta, allora noi oggi non possiamo dirci antifascisti e condannare il fascismo storico del Ventennio. Si tratta di una confusione delle lingue e di una comparazione inaccettabili sia nel metodo sia nel merito tanto più se pronunciate da un ministro della Repubblica. Nel metodo perché è sbagliata la sovrapposizione tra i due antifascismi in quanto la storia non mescola mai fatti e tempi diversi, deve fuggire l’anacronismo e contestualizzare le cose come sono accadute. Nel merito poiché Lollobrigida finge di ignorare che, negli anni Settanta, la violenza armata dei giovani neofascisti è stata feroce: oggi sappiamo che, tra il 1969 e il 1975, la stragrande maggioranza delle azioni violente ebbe origine nel variegato mondo neofascista: tra il 1969 e il 1973 addirittura il 95 per cento degli attentati (1011 contro 50) che scesero al 61 per cento nel 1975. La violenza di sinistra, invece, subì una brusca impennata tra il 1976 e il 1977 e solo allora divenne prevalente rispetto a quella nera.
Il ragionamento è semplice: dal momento che in nome dell’antifascismo militante ci sono stati dei morti negli anni Settanta, allora noi oggi non possiamo dirci antifascisti e condannare il fascismo storico del Ventennio. Si tratta di una confusione delle lingue e di una comparazione inaccettabili sia nel metodo sia nel merito tanto più se pronunciate da un ministro della Repubblica. Nel metodo perché è sbagliata la sovrapposizione tra i due antifascismi in quanto la storia non mescola mai fatti e tempi diversi, deve fuggire l’anacronismo e contestualizzare le cose come sono accadute. Nel merito poiché Lollobrigida finge di ignorare che, negli anni Settanta, la violenza armata dei giovani neofascisti è stata feroce: oggi sappiamo che, tra il 1969 e il 1975, la stragrande maggioranza delle azioni violente ebbe origine nel variegato mondo neofascista: tra il 1969 e il 1973 addirittura il 95 per cento degli attentati (1011 contro 50) che scesero al 61 per cento nel 1975. La violenza di sinistra, invece, subì una brusca impennata tra il 1976 e il 1977 e solo allora divenne prevalente rispetto a quella nera.
Ma non è neppure possibile tacere il ruolo svolto dallo stragismo neofascista proprio nell’anno in cui ricorrono i cinquant’anni della strage di Piazza della Loggia a Brescia e del treno Italicus. Per l’attentato di Brescia nel 2017 sono stati condannati gli esponenti di Ordine nuovo Carlo Maria Maggi e Maurizio Tramonte, il quale era anche un informatore dei servizi e aveva militato nelle file del Msi. Una sentenza fondamentale nella storia dell’Italia repubblicana perché ha suggellato le responsabilità neofasciste nel periodo 1969-74, ma anche le collusioni con apparati e uomini dello Stato come riconosciuto dai presidenti della Repubblica Napolitano e Mattarella negli ultimi anni. In verità, la confusione delle lingue e la mistificazione della realtà storica del nostro Paese da parte di chi oggi lo governa è funzionale a nascondere che questa destra non ha solo un problema con il fascismo storico, ma soprattutto con il neofascismo degli anni Settanta e per questo fatica a dirsi antifascista.
Meloni ha recentemente visitato a Roma la mostra sul segretario del Pci Berlinguer ed è stato un gesto importante e apprezzato, ma l’aspettiamo a Palazzo Braschi dove è in corso una esposizione su Matteotti. Lo dovrebbe fare perché oggi non è il capo di una fazione, ma la presidente del Consiglio di tutti gli italiani.
Meloni ha recentemente visitato a Roma la mostra sul segretario del Pci Berlinguer ed è stato un gesto importante e apprezzato, ma l’aspettiamo a Palazzo Braschi dove è in corso una esposizione su Matteotti. Lo dovrebbe fare perché oggi non è il capo di una fazione, ma la presidente del Consiglio di tutti gli italiani.
lunedì 22 aprile 2024
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