Un luogo ideale per trasmettere i miei pensieri a chi abbia voglia e pazienza di leggerli. Senza altro scopo che il portare alla luce i sentimenti che mi differenziano dai bovini, anche se alcune volte scrivo come loro, grammaticalmente parlando! Grazie!
mercoledì 17 aprile 2024
Boooom!!!
Uno smemorato Nato
di Marco Travaglio
Dopo giorni di tregenda e notti insonni per la dipartita di Amadeus dalla Rai, stavamo quasi per perderci le clamorose rivelazioni di Sergio Mattarella nel 75° compleanno della Nato. Che “non ha mai tradito l’impegno di garanzia per i 32 Paesi che ne fanno parte: uniti nella difesa della libertà e della democrazia”. Possono ben testimoniarlo i giornalisti e gli oppositori arrestati, i manifestanti repressi e i curdi bombardati nella Turchia dell’alleato Erdogan. Il Presidente, in vena di scoop, ha aggiunto che la Nato “non è mai venuta meno” alla “funzione deterrente di garanzia della pace in Europa” e a “regole e principi che trovano ancoraggio nella Carta dell’Onu” per “il diritto di tutti gli Stati all’autodifesa”, “a dispetto della retorica bellicista russa tesa ad attribuirle inesistenti logiche aggressive ed espansionistiche”. Certo, come no: la Nato è un’alleanza difensiva che attacca solo chi aggredisce un suo membro. Infatti nel 1999, senz’alcun mandato Onu, attaccò la Serbia di Milosevic che non aveva attaccato nessun membro Nato: oltre 2 mila morti, quasi tutti civili. Nel 2001, senza mandati specifici dell’Onu, invase l’Afghanistan dei talebani, che non avevano attaccato nessun membro Nato: oltre 200 mila morti, più 80 mila in Pakistan. Nel 2003, sempre senza avallo preventivo dell’Onu, Usa, Uk, Italia e Spagna invasero l’Iraq di Saddam Hussein, che non aveva attaccato nessun membro Nato: dagli 800 mila al milione di morti. Nel 2011, aggirando ancora l’Onu, la Nato bombardò la Libia di Gheddafi, che non aveva attaccato nessun membro Nato, ma fu messo in fuga dalle bombe e brutalmente trucidato.
Milosevic, Saddam e Gheddafi erano i migliori alleati della Russia in Europa, Golfo Persico e Nordafrica: infatti quei bellicisti dei russi si fecero l’idea che la Nato fosse un’alleanza offensiva contro di loro, che avevano sciolto il Patto di Varsavia nel 1991. Nel 1990 la Nato aveva pure promesso a Gorbaciov di non allargarsi di un palmo oltre il confine tedesco dopo la riunificazione delle Germanie. Poi purtroppo passò da 16 a 32 membri e nel 2008 annunciò l’ingresso di altri due vicini di casa della Russia: Ucraina e Georgia. Forse, mentre tutto ciò accadeva, Mattarella risiedeva su un altro pianeta o si occupava di giardinaggio? Macché: dal 1983 al 2008 fu deputato, poi giudice costituzionale e infine, dal 2015, capo dello Stato. Nel 1999, quando l’Italia partecipò ai 78 giorni di bombardamenti su Belgrado e il Kosovo, con 1.200-2.500 morti (quasi tutti civili) e fiumane di profughi, e chiamò la prima guerra in Europa dal 1945 “ingerenza umanitaria”, un certo Sergio Mattarella era vicepremier e subito dopo divenne ministro della Difesa. Ma magari era un omonimo.
L'Amaca
Un futuro illeggibile
DI MICHELE SERRA
Si sa che la burocrazia, in Italia, è una brutta gatta da pelare. E dunque una certa dose di solidarietà umana va destinata ad occhi chiusi alla società del gruppo Anas che dovrebbe occuparsi di costruire il famoso Ponte sullo Stretto. Non osiamo nemmeno immaginare gli espletamenti burocratici richiesti: nemmeno il pilone più alto, progettato dal più ardito degli architetti, sarebbe in grado di sorreggere l’immane scartafaccio che in caso di crollo potrebbe travolgere, da solo, Calabria e Sicilia tutte intere.
Detto questo, strappa un inevitabile sorriso scoprire che tra le richieste di chiarimento (quasi trecento…) avanzate dal solo ministero dell’Ambiente alla società Stretto di Messina, ce n’è una che recita così: “Molte tabelle dell’elaborato GER0330 relativo all’aggiornamento dello studio del traffico risultano materialmente non leggibili per problemi di caratteri”. Non abbiamo idea di che cosa sia l’elaborato GER0330, ma la sua illeggibilità ci affascina non poco.
Forse macchie di inchiostro (si è rovesciato un calamaio durante la prima stesura del progetto, che risale più o meno al governo Crispi)? Uso di un font sconosciuto, ispirato all’alfabeto dei sumeri o dei fenici? Incompatibilità tra i computer in dotazione nei diversi ministeri, tale da richiedere un interprete? O più banalmente il logorio del tempo, che ha irreparabilmente sbiadito alcune delle scartoffie che giacciono da decenni su questa o quella riva? E basterà cambiare la cartuccia della stampante, per rimediare? O sarà necessario riscrivere daccapo il GER0330, usando un font compatibile e fugando il dubbio che la sigla GER alluda all’età del progetto e sia un’abbreviazione di Gerontologia?
martedì 16 aprile 2024
Opinione
Il “bullo” occidentale fra Teheran e Israele
DI ELENA BASILE
La classe di servizio costituita da burocrati e intellettuali è all’opera. Bisogna difendere il bullo e trasformare, con un’operazione che nei rapporti interpersonali è chiamata dagli psicologi gaslighting, le vittime in carnefici. Non abbiamo alcuna simpatia per la teocrazia iraniana, siamo tuttavia costretti con onestà intellettuale a ristabilire un ritratto vero delle dinamiche internazionali.
L’Occidente, che a partire dal 1999 con i bombardamenti suBelgrado ha smarrito la sua identità, ha violato le regole da esso stesso create e si è gradualmente allontanato dalla democrazia liberale, agisce come il bullo del quartiere, pronto a punire chi non si inginocchia ai suoi atti di prepotenza e osa alzare la testa. L’abbiamo visto con la Russia. L’aggressione strategica occidentale doveva essere ingoiata dal perdente della guerra fredda (così lo chiamava Condoleezza Rice e a pappagallo alcuni nostri brillanti analisti), pena sanzioni e guerra per procura attraverso l’Ucraina. In Medio Oriente, Israele potenza occupante dal 1967, che ha violato il diritto internazionale e onusiano, in seguito al barbarico attacco di Hamas del 7 ottobre ha iniziato un’operazione di pulizia etnica (o di possibile genocidio secondo la Corte internazionale) decimando bambini e donne a Gaza. Ha avuto come unica risposta muscolare la reazione degli Hezbollah, degli Houthi e delle milizie sciite in Iraq e Siria, che del resto sono state ripetutamente attaccate da Israele. Reazioni povere e deboli che non hanno fatto gravi danni e servivano più che altro a calmare il furore delle pubbliche opinioni arabe. L’Iran non ha mai avuto intenzione di iniziare un conflitto aperto con Israele. Sarebbe stato suicida, data la disparità di forze e la prevedibile discesa in campo di Washington. È stato costretto alla reazione, a cadere nella trappola, non perché – come inventano anche i migliori editorialisti – sia un regime che considera le “insurrezioni della popolazione insurrezioni contro Dio”; ma perché ha dovuto seguire la logica di potenza che guida tutti gli Stati. Dopo aver subito l’atroce attacco terroristico che ha prodotto centinaia di vittime civili innocenti da parte di un fantomatico Isis in grado, guarda caso, di attuare operazioni che vanno a vantaggio dell’Occidente e dopo aver ingoiato continue provocazioni, attacchi in Libano e in Siria, contro le proprie milizie, fino all’indecente attentato alla rappresentanza diplomatica iraniana a Damasco, Teheran ha compreso che abbassare la testa e non reagire avrebbe incoraggiato il nemico nell’escalation cui mirava. Ha risposto consapevole di non fare danni irrimediabili. Un avvertimento e una supplica agli Usa di non scendere in guerra.
L’attacco all’Iran è perorato dalla lobby israeliana da anni. Purtroppo la tenacia del governo terrorista di Netanyahu e l’insipienza occidentale vi è pervenuta. Uno dei migliori nostri editorialisti stigmatizza Teheran che si permette di dettare regole a Israele: “Ho risposto, ora siamo pari”. Sembra di leggere i giornali che descrivevano le insurrezioni coloniali al tempo dell’Impero inglese. Come è possibile che qualche Stato, qualche popolo si rivolti contro le regole per quanto ingiuste e brutali dell’Impero bianco e colonizzatore? Sul giornale che un tempo ospitava Giorgio Bocca ed era un riferimento del socialismo riformista, si legge che l’Iran starebbe tramando contro l’Occidente per operazioni ostili: guerra ibrida delle milizie e tentativo egemonico in Medio Oriente contro Riad e i poveri Usa che con gli accordi di Abramo volevano creare una zona di sicurezza e prosperità. Il giornalista non è informato. Riad e Teheran collaborano nei Brics. Washington ha creato solo morti e disperazione in Medio Oriente “esportando la democrazia”. Gli accordi di Abramo avrebbero normalizzato la regione sulla pelle del popolo palestinese. L’Iran non è un isolato Stato canaglia, non è la Libia distrutta dall’azione scellerata di Regno Unito e Francia. Di quante morti è responsabile l’attuale ministro degli Esteri Cameron in Libia? Nella sua visita recente a Washington ha cercato di convincere i conservatori Usa a sbloccare gli aiuti finanziari in Ucraina, “operazione vincente perché neanche un americano muore in guerra”, ha affermato. Muoiono infatti solo ucraini, sacrificio necessario per la “potenza indispensabile”. Teheran non è l’Afghanistan, l’Iraq, la Libia. È legata da alleanze a due potenze nucleari: Cina e Russia. L’Arabia Saudita e gli altri Paesi arabi non si uniranno, dato il massacro in Palestina, alla guerra contro Teheran. Il bullo celebrato dai suoi cortigiani agirà isolato e contro ogni regola. L’Occidente smarrisce il suo significato e appare come forza brutale e ingiusta al “resto del mondo”. Calcoli elettoralistici, date le Presidenziali vicine, fermeranno forse queste classi dirigenti che hanno perso moralità e strategia?
Attorno agli idioti
Opposti cretinismi
di Marco Travaglio
Gli opposti estremisti, quelli che “Israele è sempre stato così criminale” e quelli che “dobbiamo allearci con Israele e i sunniti per sconfiggere l’Iran sciita”, dovrebbero studiare la storia e possibilmente capirla. Il 2 agosto 1990 l’Iraq di Saddam Hussein invade e annette il Kuwait, minacciando l’Arabia Saudita. Il 17 gennaio 1991 una coalizione fra gli Usa di George Bush senior e 34 Paesi (Nato e arabi) ottiene l’avallo Onu e scatena il Desert Storm, che in poco tempo libererà il Kuwait senza toccare Saddam. La sera stessa gli Scud iracheni iniziano a bombardare Tel Aviv e Haifa. Per cinque settimane Israele, che non fa parte della coalizione, rivive l’incubo del 1948. I cittadini barricati nelle case o nei bunker, con le maschere antigas e le finestre sigillate col nastro adesivo, mentre l’esercito distribuisce fiale di atropina nel timore di testate biologiche o chimiche. Il leader Olp Yasser Arafat si schiera con “il mio fratello Saddam”. Ma il suo appello alla mobilitazione del mondo arabo cade nel vuoto. Il premier israeliano Yitzhak Shamir, leader del Likud (il partito ora guidato da Netanyahu), si lascia convincere da Bush ad annullare il blitz già pronto contro l’Iraq. Per la prima volta nella storia, Israele non risponde a un attacco. È chiaro che Saddam tenta di avvolgere nella bandiera palestinese la sua mossa imperialista in Kuwait, trascinare Israele in guerra e sfasciare la coalizione arabo-occidentale. Missione fallita. Alla fine il bilancio delle vittime è molto più contenuto dello choc: due israeliani morti per gli Scud e alcuni per infarto. Arafat, screditato e isolato per aver puntato sul cavallo sbagliato, sarà presto costretto alla pace con Israele. Che fa tesoro del dramma dotandosi dello scudo anti-missili che l’altra notte ha neutralizzato 99 droni e razzi iraniani su 100. Si può vincere anche senza muovere un dito: lo statista Shamir lo capì; al macellaio Netanyahu non importa nulla del futuro del suo popolo. Lui bada solo della sua poltrona: anche a costo di scatenare una guerra nucleare e intanto di far apparire ragionevoli persino gli ayatollah.
Ora qualche demente invoca una coalizione occidental-sunnita per aiutare Israele a sconfiggere l’Iran, tanto è alleato solo di Cina e Russia: robetta. All’improvviso i sunniti, per i nostri atlantisti da fumetto, diventano buoni solo perché Arabia Saudita e Giordania stanno con gli Usa e Israele contro gli sciiti cattivi dell’Iran. Peccato che siano sunniti anche Hamas (e il Qatar che lo finanzia e ospita), al Qaeda, l’Isis, i Fratelli musulmani, le madrasse foraggiate da Riad che indottrinano islamisti in mezzo mondo. Quando la finiremo di fare o attizzare guerre giocando a dadi su amici e nemici del momento, forse smetteremo di spararci sui piedi.
L'Amaca
Quanto è fragile la civiltà
DI MICHELE SERRA
So che è scontato dirlo, ma le immagini dei nuovi, magnifici affreschi riportati alla luce a Pompei fanno riflettere, una volta di più, sulla raffinatezza culturale e artistica della civiltà classica, quella fiorita intorno al Mediterraneo; sulla sua capacità quasi “rinascimentale” (mi perdonino gli esperti, è per farmi capire) di raffigurare le cose umane; e di conseguenza sull’impressionante lasso di tempo, ben più di mille anni, che è stato necessario, dopo il collasso della civiltà greco-romana, per riguadagnare la stessa destrezza figurativa e concettuale. Direi: la stessa confidenza con il mondo.
Con lo stesso stupore vidi a Verghina, vicino a Salonicco, i reperti trovati nel monumentale complesso funerario di Filippo II, il padre di Alessandro Magno.
Oggetti e manufatti che sfiorano la maestria di un Cellini, ma un paio di millenni in anticipo, e in una società di contadini e di soldati molto meno sviluppata socialmente e tecnologicamente. Inevitabile pensare alla fragilità delle civiltà umane, al loro repentino decadere, al vuoto che può rimpiazzare il pieno nel battere di poche generazioni.
Viene da domandarsi se le nuove tecnologie, per prima l’Intelligenza Artificiale, sarebbero in grado di rimediare in tempi brevi a un eventuale sprofondo della nostra civiltà, o addirittura di scongiurarlo. Oppure se saranno anch’esse sepolte per essere poi disseppellite e riesumate, chissà quando, dai posteri. Siamo tentati di dare una dimensione quasi “metafisica” all’elettronica e al digitale. Ma un computer e una banca dati, nonché le loro fonti di alimentazione, possono rimanere sotto le macerie tanto quanto un affresco, un bracciale, un’anfora.
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