Povera Elly, alle prese con la consapevolezza di essere alla guida di un covo immarcescibile di serpi, dedite a quel “professionismo da cadrega” tipico di tutte le pluto-oligarchie! Un coacervo di dinosauri, alcuni sventolanti buste paga da migliaia di euro quali simboli di ristrettezze di ‘sta ceppa, altri già in procinto di tessere nuove ragnatele per il futuro, alla Franceschini, per l’ennesima volta stantio ed obsoleto. Bene ha fatto l’Uomo per Bene a scuotersi anche la polvere dai calzari! Se dovrà essere alleanza cara Elly, occorrerà prima di ramazzare gli acari abnormi presenti nel partito, il guerrafondaio Guerini - nomen omen - ad esempio, e tutta la ciurma da decenni pascolante sulle miserie eclatanti della maggior parte della popolazione. Buone pulizie di primavera Elly!
Un luogo ideale per trasmettere i miei pensieri a chi abbia voglia e pazienza di leggerli. Senza altro scopo che il portare alla luce i sentimenti che mi differenziano dai bovini, anche se alcune volte scrivo come loro, grammaticalmente parlando! Grazie!
sabato 6 aprile 2024
Olè!
Editoriali che danno lustro al Giornalismo! Da far leggere nelle scuole!
Colpa d’Alfredo
di Marco Travaglio
È da quando si chiamava ancora Pds e sinistra Dc che il Pd trova sempre il modo di battere il mea culpa sul petto degli altri. Invece di tagliare una volta per tutte il nodo politica&affari, che tanti suoi compagnucci ha portato in tribunale e nella vergogna, il centrosinistra riesce sempre a inventarsi una scusa per scaricare barile. Passa da uno scandalo all’altro e, per non cambiare prassi e classi dirigenti, cambia un segretario a biennio. In Tangentopoli era colpa delle mele marce all’insaputa del partito (tipo Greganti, per chi ci credeva). Dopo, dei pm giustizialisti e allergici al “primato della politica” (lo dicevano pure i pidiessini ben nascosti dietro B.). E comunque la destra era molto peggio, quindi toccava tenersi i meno peggio. Quando i 5Stelle posero fine al finto bipolarismo destra-sinistra, il rosso e il nero sulla roulette truccata dove vinceva sempre il banco, i progressisti votarono i barbari grillini. Apriti cielo: antipolitici, fascisti, qualunquisti. Intanto, con Renzi, il Pd era diventato la copia sfigata di FI, imbarcando di tutto, abolendo l’articolo 18, scassinando la Costituzione, occupando la Rai, votando contro il Reddito, la Spazzacorrotti, il dl Dignità. Ogni primaria, locale e nazionale, era impreziosita da banchieri, riccastri e file di cinesi e magrebini reclutati un tanto al chilo dai capibastone: però vuoi mettere l’unico partito veramente democratico che fa decidere gli elettori. Vinceva sempre il casinò, almeno fino a un anno fa, quando gli elettori ribaltarono il Risiko dei capicorrente e scelsero Elly Schlein per cambiare davvero.
Il Pd poteva fare finalmente pulizia del marciume, invece i Gattopardi usarono l’ingenua segretaria per l’ultimo gioco di prestigio: fingere di cambiare tutto per cambiare solo lei. Tanto c’era il nuovo babau – il fascismo alle porte – da sventolare per occultare le magagne di casa con l’aiuto dei giornaloni, che danno sempre la colpa a Conte: perché è morto, perché non è morto, per la pochette, per il dolcevita, perché non vuole il campo largo, perché lo vuole ma aspira financo ad arrivare primo. Ora, con due retate in due settimane a Bari, il Pd è nudo: a furia di inglobare pezzi di destra in Regione con Emiliano e in Comune con Decaro (gli Scilipoti sono brutti solo se fanno il percorso inverso), s’è messo in casa i cavalli di troia che hanno portato voti sporchi e comprati. Comodi per vincere le elezioni, scomodi quando un pm li scopre. E di chi è la colpa? Del Pd locale e nazionale (Boccia, fedelissimo di Elly, viene di lì) che lorda chiunque ci si allei? No, di Conte che diserta le primarie per evitare altri mercati delle vacche, mentre il Pd non trova di meglio che il capo di gabinetto di Decaro. Come se il Pd non fosse la malattia, ma la cura. Fino alla prossima retata.
Commenti e risposte
L’Italia è in Caste “Siamo preda di lobby che pensano a se stesse”
di Francesco Provinciali
Il libro “La Casta” ha raggiunto negli anni un alto indice di gradimento, descrivendo della politica i difetti più radicati, dall’incompetenza all’autoreferenzialità, dai cambi di casacca dei voltagabbana ai privilegi, alle immunità, alle prebende, ai vitalizi. Oggi quel libro dovrebbe volgere al plurale il suo titolo poiché nel frattempo si sono accreditate altre categorie negli anni sempre più spesso al centro della cronaca, in una dimensione di spettacolarizzazione di ruoli e funzioni, a cominciare dalla magistratura, per proseguire nel mondo dell’informazione fino ai cenacoli sindacali che trovo svuotati di indipendenza e autonomia e collocati in una sorta di collateralismo ai partiti a livello centrale-nazionale.
Innovazione e sviluppo economico hanno creato una differenziazione nel mondo del lavoro, ma le crisi aziendali e le chiusure delle piccole e medie imprese sono all’ordine del giorno, presto si aggiungeranno l’intelligenza artificiale, la digitalizzazione e la diffusione delle tecnologie e la specializzazione delle mansioni sarà compensata in negativo da una drastica riduzione degli organici: uno studio del Centres for European Policy Network (Cep) ha ipotizzato una perdita secca di 20 milioni di posti di lavoro nel breve termine in Europa. Dopo Enrico Berlinguer non ho più sentito altri politici di rango parlare di “masse lavoratrici”. Forse perché le masse lavoratrici non esistono più nemmeno in una dimensione iconografica. Nel frattempo cresce il divario che separa la gente dalle istituzioni, lontane anni luce dai problemi del popolo. La politica non recluta i migliori perché vuole degli yes-man, mentre i partiti sono diventati congreghe proprietarie di capi e capetti che non mollano l’osso: politici a vita. I siparietti televisivi serali dei soliti noti che recitano giaculatorie mandate a memoria la dicono lunga sulla capacità progettuale e la lungimiranza che nessuno possiede.
di Antonello Caporale
Una società divisa in caste è esattamente la misura della retrocessione della politica a potentati che scambiano, come fossero figurine, favori e concessioni con i gruppi sociali di riferimento. Quando la classe dirigente perde la reputazione pubblica, scivola cioè nell’assoluta disistima, la sua autorevolezza, proprio in ragione della considerazione generale di essere giudicata casta, si perde nel buio delle vergogne più o meno irriferibili. Il dramma che lei scorge dal fatto che negli anni sono proliferate le lobby, che chiama assai opportunamente caste, senza che il Paese sia riuscito a fare mezzo passo in avanti è un sentimento che ci accomuna. Non è servita a nulla la consapevolezza di subire le scelte della Casta, c maiuscola, sempre più simile a una cupola infrangibile. L’effetto collaterale del ridimensionamento della capacità, della responsabilità, dell’immagine (in una sola parola: della reputazione) della classe dirigente produce la proliferazione di gruppi sociali che esercitano pressioni a tutela del proprio status e, generalmente, a danno degli altri gruppi, specie se concorrenti. Cosicché ogni ceto ha cercato di costruirsi una referenza politica, un collegamento privatistico con questo o quel partito.
I bonus cosa sono se non l’effetto della pressione vittoriosa di innumerevoli e distinti gruppi sociali? Cioè, appunto, delle caste?
venerdì 5 aprile 2024
Ahh però!
Per Matteo&C. il giornalista buono è quello fatto a pezzi
DI DANIELA RANIERI
A voler credere che la bislacca idea della vicepresidente della Vigilanza Boschi di applicare ai giornalisti le stesse regole sulla par condicio cui sono soggetti i politici fosse autoprodotta e non dettata dal pigmalione Renzi (principalmente per vendicarsi di Travaglio e dei pochi altri giornalisti che lo trattano per quello che è, e contro i quali ultimamente sta perdendo tutte le cause intentate al fine di spillare soldi, tanto che i tribunali l’hanno redarguito di non usarli come bancomat), si deve dedurne che la ex incredibilmente ministra abbia ancora l’uzzolo di modificare la Costituzione, stavolta senza l’autorevole aiuto di Verdini, attualmente impossibilitato a prestare i suoi servigi in quanto carcerato.
“Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione”, purché sia in linea coi criteri di valutazione di Italia Viva, il partito-canaglia col 2% di consensi presso gli italiani e il 50% presso i media; “la stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure”, ma può essere soggetta al gusto di Renzi e Boschi, e se un opinionista ha “una chiara connotazione politica”, cioè se pensa, vota e non fa il pendolare con l’Alaska dove risiede, non può partecipare ai talk della Rai prima delle Europee.
Obbligatorio il contraddittorio: se, per esempio, un giornalista va in tv a dire che Renzi si sta alleando con il condannato per concorso esterno in associazione mafiosa Totò Cuffaro e/o il di lui genero per fare il farsesco partito “Stati Uniti d’Europa”, in studio dev’essere presente anche un picciotto, con tanto di coppola e lupara; se uno dice che Renzi da presidente del Consiglio ha venduto armi a Putin nonostante l’embargo e prende soldi da un tagliagole, bisogna invitare anche un soldato del battaglione Azov e un sicario del regime saudita, etc.
Una proposta talmente illiberale che persino Gasparri l’ha bocciata, compresi tutti gli altri membri della Vigilanza Rai, che pure campano, mediaticamente parlando, grazie ai giornalisti fiancheggiatori. “Idea ragionevole”, l’ha definita a Otto e mezzo Bocchino, ex politico ora giornalista imparzialissimo, ma purtroppo c’è la Costituzione…
Questione chiusa. Resta l’impressione che per certa gente l’unico giornalista buono è quello fatto a pezzi nei consolati sauditi. (Che poi, detto tra noi: ma come fa Mohammad bin Salman a fidarsi di uno come Renzi?).
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