Un luogo ideale per trasmettere i miei pensieri a chi abbia voglia e pazienza di leggerli. Senza altro scopo che il portare alla luce i sentimenti che mi differenziano dai bovini, anche se alcune volte scrivo come loro, grammaticalmente parlando! Grazie!
mercoledì 3 aprile 2024
Inspiegabile
Dovrebbero scherzare!
Pesci d’aprile
di Marco Travaglio
Il Pd è in vena di pesci d’aprile. Dopo quello dell’altroieri sulle dimissioni della Santanchè, corre voce che ne abbia in serbo un altro fuori tempo massimo: la candidatura di Ilaria Salis, l’insegnante e attivista monzese arrestata 13 mesi fa a Budapest e tuttora detenuta in custodia cautelare con l’accusa di aver pestato a bastonate alcuni neonazisti con un gruppo di compagni. Sacrosante le proteste per le condizioni disumane delle carceri ungheresi (simili a quelle italiane) e la lunghezza del processo e del carcere preventivo (simile a quella italiana). Ma che c’entra tutto ciò col Parlamento europeo? Che senso ha chiedere gli arresti domiciliari per un’imputata in attesa di giudizio e poi candidarla per farla uscire con l’immunità senza neppure conoscere le eventuali prove a carico? E siamo sicuri che politicizzare il caso a un tale punto indurrà i giudici e il governo ungheresi a usarle il guanto di velluto anziché il pugno di ferro?
Il terzo pesce d’aprile sguazza da un bel po’: la candidatura di Marco Tarquinio, ex direttore di Avvenire, con furiose polemiche. Che girano intorno alla questione senza mai centrare il punto. Tarquinio non piace agli eurodeputati uscenti perché da capolista “ruberebbe un posto” (ma non sanno che ci sono le preferenze?). Non piace a femministe e Lgbtq+ perché è cattolico, antiabortista (ma va?) e contestò quel pastrocchio della legge Zan. Come se fosse l’unico: il Pd è nato proprio dall’unione degli ex comunisti Pci-Pds-Ds e degli ex democristiani Ppi-Margherita, quindi dov’è il problema? Tarquinio non piace neppure agli atlantisti, ex Pci ed ex Dc, perché è un cristiano vero. Fra Biden&Zelensky e Gesù&papa Francesco, sceglie sorprendentemente i secondi: condanna l’invasione russa dell’Ucraina, ma predica il negoziato e contesta l’invio di armi e l’escalation verso la terza guerra mondiale. Il guaio è che i cattolici pidini trattano il Vangelo, la dottrina della Chiesa, le parole del Papa e la Costituzione come optional. Infatti – a parte un paio – han sempre votato in Italia e in Europa, anche sotto la segreteria Schlein e il governo Meloni, per la guerra fino all’ultimo ucraino senza uno straccio di iniziativa negoziale. Sì ai due decreti Armi della Meloni (gennaio ’23 e febbraio ’24); sì al piano europeo Asap per usare fondi del Pnrr in armi e munizioni per Kiev (13.7.’23); sì alla risoluzione Von der Leyen per destinare almeno lo 0,25% del Pil a nuovi armamenti all’Ucraina fino alla “vittoria contro la Russia” e alla “riconquista di tutti i territori occupati, Crimea inclusa”, cioè per i prossimi due o tre secoli (29.2.’24). Salvo che non sia un pesce d’aprile o il Pd non non inverta la rotta con tante scuse, la candidatura di Tarquinio nel Pd sarebbe una tripla truffa: a Tarquinio, al Pd e agli elettori.
Robecchi!
Cantiere o esercito? La sostituzione etnica funziona solo coi lavori di m.
di Alessandro Robecchi
Ma chissà perché con salari fermi da trent’anni, l’inflazione che si mangia il carrello della spesa, i giornali che invocano la guerra, i diritti in ritirata, la sanità pubblica gravemente ammalata e un dieci per cento della popolazione che balla intorno alla soglia di povertà, gli italiani fanno sempre meno figli. È davvero un mistero, porca miseria, chi l’avrebbe mai detto? Vabbè, comunque auguri ai 379.000 piccoletti nati nel 2023, pochi ma buoni, benvenuti! E mentre loro se ne stanno beati e ignari nelle loro culle e carrozzine, noi, qui, dobbiamo fare i conti con i giovani italiani che mancano, dannazione.
Questo è un problema che ci esporrà a enormi rischi, per esempio quello di leggere altri tweet del ministro Valditara, una specie di incontro di wrestling con la grammatica e la sintassi, dove la grammatica e la sintassi hanno la peggio. Oppure – altro rischio molto sbandierato – di essere vulnerabili ad assalti stranieri all’arma bianca. Nel caso qualcuno ci attaccasse, il nostro esercito è fatto quasi tutto da graduati adipe-muniti, età media altina, reddito basso ma sicuro. Perché, come pare si stia riflettendo negli ambienti della Difesa, non ricorrere ad arruolamenti tra gli immigrati? Una specie di legione straniera, insomma. Non saranno gli “otto milioni di baionette” del Puzzone, d’accordo, ma qualcosa si può fare, e già si ventila – secondo numerose indiscrezioni – di attirare volontari con la promessa della concessione della nazionalità italiana. Insomma, ai “patrioti” che ci governano, che i soldati di truppa abbiano un’altra patria non importerebbe granché. E così assisteremmo al divertente paradosso che se imbracci un fucile ti facciamo diventare italiano, mentre se sei uno straniero – anche nato in Italia – e frequenti le elementari, o le medie, o le superiori, o ti laurei e diventi dottore no, non sei pronto.
Naturalmente non è una cosa nuova, questa di prendere stranieri e di fargli fare i lavori che gli italiani non vogliono più fare, basta dare un’occhiata a qualunque cantiere, a qualunque consegna di cibo a domicilio, a qualunque lavoro sottopagato, senza formazione e meno ancora diritti. Insomma, al fronte gli stranieri li mandiamo già, fronte interno, basti vedere i funerali dei lavoratori caduti al cantiere Esselunga di Firenze poco più di un mese fa: per quattro quinti di provenienza straniera (Tunisia e Marocco), alcuni fuori da ogni regola, che meriterebbero almeno una lapide: “Caduti sul fronte appalti & subappalti”.
Insomma, la “sostituzione etnica” tanto temuta dal ministro cognato è in atto, e riguarda soprattutto i lavori di merda, rischiosi e sottopagati. Un vero peccato che non si possano mettere gli stranieri a fare anche altre cose che gli italiani non vorrebbero fare. Per esempio i malati. Quel 6,6 per cento di italiani che hanno dovuto chiedere prestiti per pagarsi cure che la Costituzione gli garantirebbe gratis, oppure quei 9 milioni che si dichiarano in difficoltà perché non riescono ad accedere alla sanità pubblica, non potrebbero essere sostituiti da pazienti stranieri? In cambio potremmo dargli la cittadinanza, dopo il funerale. O ancora, oltre al soldato, o all’operaio edile, o al consegnatore di pizze, agli stranieri potremmo affidare anche lavori che gli italiani non sono in grado di fare con i necessari requisiti di “dignità e onore”, come per esempio il ministro del Turismo. È possibile che tra Ghana, Togo e altri Paesi esotici se ne trovi uno non iscritto al registro degli indagati. Proviamo!
L'Amaca
Un uomo che fa il Papa
DI MICHELE SERRA
Papa Bergoglio piace sempre di meno ai cattolici tradizionalisti e forse è per questo che piace sempre di più a un miscredente come me. La sua idea che un Papa vada vegliato “non sui cuscini ma già chiuso nella bara, come in tutte le famiglie”, è l’ennesimo colpo inflitto alla pompa regale che circonda da secoli il capo della Chiesa romana. Nel suo nuovo libro (già bestseller in mezzo mondo) giudica “troppo impegnativo” l’attuale rituale, e dice di avere dato disposizione, per i suoi funerali, che il suo corpo non sia esposto.
Sia semplice pudore, sia un gesto “politico” contro il culto materiale di una figura che dovrebbe esercitare soprattutto un magistero spirituale, ma nei secoli è stato soprattutto un regnante e un potente, l’idea che ne deriva è comunque la restituzione del Papa a una dimensione tipicamente umana, un prete nella sua bara (o un frate, come il Francesco dal quale prende il nome), un uomo che scompare e non intende dare troppo disturbo, anche se ringrazia per l’affetto e la vicinanza di tanti.
Questa dimensione “dimessa” e formalmente “povera” di Bergoglio è rivoluzionaria quanto lo fu il francescanesimo. Chi detesta Bergoglio perché lo considera eterodosso e poco dogmatico, deve spiegare prima di tutto a se stesso che cosa c’entra Dio con i troni, gli ori, la forma (controriformista) che fa della religione una replica del potere. Ogni volta che ascolto o leggo Bergoglio mi domando che cosa direbbe di lui, oggi, Ermanno Olmi, e ripenso ai suoi Cento chiodi, testamento antidogmatico, e umanistico, di un cattolico molto eterodosso.
Se Dio esiste, non siede su un trono: è il solo punto fermo, a proposito di religione, sul quale possiamo convenire anche con questo Papa.
martedì 2 aprile 2024
C'è solo da capire... capendo!
La poltrona perpetua di Emma: lotte, Silvio, Renzi e lady Mastella
BONINO - “Lista di scopo” L’ultima invenzione per raccogliere i disperati più disparati. “Io mi candido comunque...”. Dal pacifismo senza se e ma ai conflitti “umanitari”, da Prodi a B. a Matteo
di Pino Corrias
Con molto rispetto e a salvaguardia dell’età, bisognerebbe affidarla alle compassionevoli cure di Amnesty International, invece di palleggiarla tra una lista di disperati e l’altra, infilandola nella polvere della lunga marcia iniziata per contendersi una fetta di torta che tra un paio di mesi verrà servita sulla tavola grande di Bruxelles. Invece facendo tutti finta di occuparsene – i giannizzeri della politica e i faccendieri del commento – della povera Emma Bonino non se ne vuole occupare nessuno di utile. Né uno psichiatra a dirne il marasma da solitudine. Né un politologo a spiegarle la regressione politica e anche culturale che da una quarantina d’anni va praticando e che ha finito per vanificare quel tanto di buono che aveva fabbricato nei gloriosi anni Settanta: le battaglie per il divorzio, l’aborto, l’autodeterminazione delle donne, eccetera. Passando da Ernesto Rossi, l’intransigente, al furbacchione saudita Matteo Renzi. Dal cosmopolita Altiero Spinelli a Sandra Mastella, signora di Ceppaloni.
Tutto mandato a ramengo da quando a lei e a Marco Pannella, detto “il mio scimmione”, apparve il venditore di preziosissime spazzole Silvio Berlusconi, che offriva specchi televisivi e collegi elettorali, come mai si erano sognati, condannati fino a quel fatidico incontro, alla militanza pulviscolare della strada e dell’ideale, con contorno di digiuni, bavagli, marce contro “lo sterminio per fame”. Tutte cose che al Cavaliere fregavano meno di zero, concentrato com’era a salvarsi la pelle dalla giustizia, dai debiti, dalle seriali bugie. Per incassare più soldi possibile e più pupe possibile, che per lui erano quantità di cose inanimate equivalenti.
La politica del baratto la condusse sull’arca di Romano Prodi, poi di Berlusconi, poi di Monti, il super partes, poi di Gentiloni, il genio dell’attesa, poi di Letta, il genio della sconfitta, poi di Draghi, il genio dei banchieri. Alternando candidature in Italia e in Europa con quelle al Quirinale, qualche bagatella negli intermezzi, compresa una corsa per la presidenza della Regione Lazio, anno 2010, dove riuscì nella formidabile impresa di perdere con una tale Renata Polverini, diplomata ragioniera, nata sui divani dei talk show e poi tornata nel nulla, dopo il solito scandaletto della casa a prezzi stracciati.
È stata vicepresidente del Senato. Commissario europeo, designata personalmente da Silvio. Tre volte ministro. Tre volte eletta in Europa. Otto volte al Parlamento italiano, dall’anno di grazia 1976 coi radicali, l’Ulivo, Forza Italia, fino alla lista onomastica, convinta che non contino mai troppo i compagni di viaggio, ma solo la sua inderogabile libertà di dire o disdire, purché con campagna elettorale garantita, fosse anche da un fesso di turno.
A tal proposito, brillano le schermaglie di oggi nate nel nuovissimo partitello di scopo “Stati Uniti d’Europa” dove il contendere polemico s’aggira intorno al bel nome di Totò Cuffaro, riabilitato dopo la pena di anni sette per favoreggiamento a Cosa nostra, che vorrebbe appendere la sua coppola accanto al sorriso di Emma. Cosa che a lei non muove un sopracciglio, ma che non sta bene al presidente del suo stesso partito, “Più Europa”, Federico Pizzarotti, che Emma neanche calcola: “Telefonargli io? Mica sono la Tim”. Figuriamoci se si abbassa a interloquire con l’ultimo arrivato: “Veda lui cosa fare. Io intanto mi candido visto che sono libera da impegni istituzionali”.
Quella di Emma – la pacifista istituzionale che tutte le guerre Nato votò, certificandole “umanitarie” – è una sprezzatura speciale coltivata insieme al suo demiurgo Pannella che accusando i Palazzi di incorporare “l’orrendo Regime” dei “ladri di libertà, ladri di democrazia”, ci hanno sempre abitato benissimo, uno acquartierato nella mansarda alcova di anime in cerca di un padre, l’altra nella casetta celibe di Campo dei Fiori.
Cento volte hanno litigato in pubblico, come si addice al teatro radicale, l’ultima quando Marco le rinfacciò, a vene gonfie d’invidia, che i voti, i seggi, i ministeri, gli incarichi internazionali li aveva incassati grazie a lui. E senza neanche un grazie. Accuse che lei liquidò come fanno le figlie col babbo invadente: “Ma sei scemo?”
In quell’eloquio senza fronzoli, Emma Bonino ci è nata, anno 1948, cascina agricola dalle parti di Bra, provincia di Cuneo, padre contadino “che parlava solo in dialetto” e madre casalinga “che non parlava mai”. Seconda di tre figli. Insofferente “al soffocante caldo dell’estate” e al freddo dell’inverno, chilometri a piedi nella neve per andare a scuola. Poi il liceo nell’aria cupa di provincia. E finalmente un treno per Milano, Università di Lingue, lasciandosi dietro l’orrenda adolescenza. Per aprirsi all’anno di grazia 1968, quando un po’ di cielo cadde sulla terra e Emma incontrò la sua prima regina madre, Adele Faccio, già veterana radicale, “che mi ha insegnato l’abc della politica”, perfezionata sui tavoli dell’aborto clandestino finalmente portato alla luce del sole.
È su quell’onda che nel 1976 arriva alla Camera, eletta con la prima pattuglia radicale, reduci tutti dalla battaglia vinta del divorzio per che per la verità era farina del sacco di Loris Fortuna, socialista di era pre-craxiana, e che Pannella si è intestato da allora, spingendolo a gomitate fuori dall’inquadratura.
Da quei giorni gloriosi non hanno più smesso di pattinare sul palcoscenico delle Istituzioni, sul quale hanno issato il grano e il loglio: la clamorosa innocenza di Enzo Tortora e la discutibile candidatura politica di Toni Negri. Il dramma di Luca Coscioni, la grandezza di Leonardo Sciascia, la farsa di Cicciolina, rivestita un attimo prima di entrare in Parlamento. Giocando per mezzo secolo la carta politica dei referendum, moltiplicati fino a renderli irrisori, 110 in tutto, per lo più senza quorum, senza criterio, senza senso, ma buoni per tenere accesa una politica diventata sempre di più autoreferenziale. Ritualizzata, alla maniera delle sette, da insonni guerre intestine, più psichiatriche che politiche, più sentimentali che ideologiche, davanti a una sfilata perpetua di giovani e lucenti segretari, via via assunti amati e licenziati per noia da Pannella, fino all’ultimo giorno utile. Lui tumulato in salma, con tutti gli onori, ci mancherebbe. Lei prosciugata nel solo salmo che ancora la illude: “Io intanto mi candido”.
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