martedì 26 marzo 2024

Prefazione matematica

 

Evitiamo gli inganni da Gaza a Mosca
UNA BUSSOLA NEL CAOS - La gente non teme più di essere tacciata di antisemitismo quando critica Israele. Ma c’è chi deduce che, essendo imperativo schierarsi contro Netanyahu, lo sia anche essere antisemiti
DI PIERGIORGIO ODIFREDDI
Anticipiamo una parte della prefazione di Piergiorgio Odifreddi al libro di Alessandro Di Battista da oggi in libreria
Per combinazione, Alessandro Di Battista mi ha inviato il manoscritto di questo libro mentre ero in partenza per la Russia.
L’ho letto in viaggio tra Tallinn e San Pietroburgo, perché in seguito alle sanzioni da due anni non ci sono più voli diretti tra i Paesi europei e la Russia: chi vuole recarvisi deve giocare di sponda, per esempio con la Turchia, o strisciare per terra, come ho fatto io. Anche superare il confine non è immediato, perché il ponte di collegamento tra l’Estonia e la Russia è chiuso al traffico. Bisogna prendere un mezzo fino al confine estone, passare il ponte a piedi e tra i fili spinati, e poi prendere un altro mezzo dal confine russo a San Pietroburgo. E naturalmente, una volta in Russia, non si possono più usare carte di credito occidentali: una delle sanzioni ha bandito il Paese dal circuito Swift, e gli europei sono costretti a portare con sé direttamente la carta moneta, che va cambiata in rubli in banca prima di poter essere usata.
Si potrebbe pensare che queste e altre sanzioni abbiano messo in ginocchio la Russia, e che i russi vivano in un’economia di guerra, ma niente è più lontano dal vero. San Pietroburgo continua a essere la solita ribollente metropoli che era; la stessa descritta in maniera incomparabile nel romanzo Pietroburgo dal poeta e scrittore simbolista Andrej Belyj (Adelphi, 2014). Il teatro Mariinskij continua a offrire i suoi famosi balletti, il Museo Russo a esibire le sue straordinarie icone e i quadri di Malevi, i ristoranti e i negozi sulla Prospettiva Nevskij a rivaleggiare con quelli della Quinta Strada di New York, e la Russia a vivere esattamente come prima: solo con meno turisti europei e americani (il che, detto tra parentesi, non guasta).
Cos’è andato storto nelle misure politico-economiche contro la Russia, che erano state annunciate come strumenti per mettere in ginocchio il Paese e il suo presidente, che i nostri giornali chiamano zar (il che, di nuovo detto tra parentesi, è tanto corretto quanto chiamare duce la Meloni)? E, soprattutto, cos’è andato storto al fronte e sui campi di battaglia, nei quali l’enorme superiorità militare della Nato (che spendeva ogni anno il sessanta per cento delle spese mondiali degli armamenti) avrebbe dovuto sconfiggere l’esercito russo (che ne spendeva il 3 per cento) in men che non si dica? Non si doveva così ripristinare l’ordine mondiale del dopo 1989, quando cadde il Muro di Berlino, e soprattutto del dopo 1991, quando si dissolse l’Unione Sovietica e gli Stati Uniti rimasero l’unica superpotenza al mondo? A queste domande risponde Di Battista in questo libro, nel quale rifulgono le sue note qualità personali. Per chi lo conoscesse solo come efficace polemista televisivo e youtuber, ricordiamo che la sua compassione verso i deboli l’ha portato a lavorare per anni da giovane in Guatemala con la Caritas. La sua passione per l’impegno l’ha fatto emergere in Parlamento come uno dei due leader del Movimento 5 Stelle. E il suo idealismo l’ha spinto a non ricandidarsi dopo un solo mandato, mentre i suoi compagni più realisti coglievano i frutti del loro impegno al governo, e ponevano le basi per la loro successiva sopravvivenza politica.
Alessandro infonde ora in questo libro le rare doti della compassione, della passione e dell’idealismo per raccontarci la discrepanza tra la fantasiosa narrazione della nostra politica e dei nostri media, e la prosaica realtà dei fatti: non solo per quanto riguarda la guerra in Ucraina, alla quale abbiamo già accennato, ma anche a proposito dell’ultimo capitolo della storia infinita del massacro dei palestinesi da parte di Israele. E non a caso le parole “massacro”, “menzogne”, “pretesto” e “verità” compaiono già nei titoli dei primi capitoli di questo libro. (…) Giustamente Di Battista critica anche quella che i militari e i politici israeliani chiamano “dottrina Dahiya”, che prende il nome dal quartiere di Beirut dove Israele la applicò per la prima volta nel 2006. La dottrina prevede una guerra asimmetrica basata su una letterale “risposta sproporzionata”, che va contro ogni ragionevole regola etica o giuridica. Non solo la legge del taglione, che prevedeva invece una risposta uguale e contraria: “occhio per occhio” (o tit for tat, come viene chiamata in teoria dei giochi). Ma persino la proporzione “dieci a uno”, adottata dai nazisti come rappresaglia all’attentato di via Rasella, che portò alla strage delle fosse Ardeatine.
Oggi Israele è già arrivato alla sproporzione “trenta a uno”, e non si fermerà, perché nessuno ha il coraggio di fermarlo, e di trattare Netanyahu e Israele come vengono trattati Putin e la Russia: con sanzioni sempre più forti agli aggressori, e armamenti sempre più potenti agli aggrediti. Il paradossale risultato che la dottrina Eban ha oggi ottenuto è che la gente non teme più di essere tacciata di antisemitismo quando critica Israele. Piuttosto, deduce logicamente che, poiché è diventato imperativo essere antisionisti, allora è diventato imperativo anche essere antisemiti. Da cui l’insorgere di un nuovo antisemitismo in Europa e negli Stati Uniti, frutto diabolico del subdolo gioco di Abba Eban, al quale troppi hanno giocato furbescamente e troppo a lungo in Israele e in Occidente. (…) La domanda cruciale, che Di Battista ci pone nell’ultimo capitolo, è cosa dobbiamo fare noi, e da che parte dobbiamo stare. Il suo libro ci aiuta a scegliere con cognizione di causa, e dobbiamo tutti essergli grati per gli strumenti che ci offre per poter effettuare coscienziosamente la nostra scelta.

Bari e dintorni

 

Due veri mafiosi
di Marco Travaglio
L’errore di Michele Emiliano non è stato raccontare (per l’ennesima volta) un episodio di vita vissuta col giovane Antonio Decaro nella Bari Vecchia degli anni 2007-2008. È stato non prevedere che, col caso Bari su tutti i giornali, il suo racconto sarebbe finito in pasto a chi quella storia (sua e della città) non la conosce e può persino credere alle panzane di politici e giornali di destra. L’attuale presidente della Regione è stato il pm che più di tutti, prima da Brindisi poi da Bari, ha ripulito la Puglia dalla Sacra Corona Unita ottenendo arresti, condanne e confische per centinaia di mafiosi. Nel 2003 prosegue l’opera da sindaco: il Comune inizia a costituirsi parte civile nei processi di mafia, confisca i beni alle famiglie e avvia protocolli e progetti di legalità e antimafia sociale (“Il magistrato trova i vasi già rotti, il sindaco cerca di evitare che si rompano”). Il Far West di Bari Vecchia, la Scippolandia dove si spara ad altezza uomo, cambia volto. Nel 2004, con assessore al Traffico il novellino Decaro, Emiliano la svuota dalle auto, scatenando la rivolta dei residenti, famiglie mafiose in testa. Il clima è rovente: il Sindaco Sceriffo e l’assessore, contestati e minacciati, girano per i quartieri, riuniscono i comitati, spiegano che la musica cambia per il bene di tutti.
In quelle assemblee infuocate e nei tour per le piazze dove si vive e si mangia per strada e si rincasa nei “sottani” solo per dormire, Decaro è un pesce fuor d’acqua, mentre l’ex pm conosce a uno a uno i parenti dei boss che ha fatto arrestare e condannare. “Dove prima si sparava nascosti dietro le auto, ora mettiamo le fioriere e i vostri figli possono giocare senza rischi”, è il suo refrain. E alle mogli e madri dei detenuti (per mano sua) o dei caduti nelle faide aggiunge: “Volete che i vostri ragazzi finiscano in galera o al cimitero come i vostri mariti e i vostri figli?”. È in questi giri nei vicoli più inquinati che Michele lo Sbirro, privato della scorta appena lasciata la toga, copre con le sue spalle larghe quelle gracili di Decaro e fa quel discorsetto alla sorella di Antonio Capriati (lei incensurata, lui ergastolano per omicidio), come ad altri parenti “eccellenti” che presidiano il territorio con aria bullesca di sfida: qui l’aria è cambiata, rassegnatevi; se avete qualcosa da dire all’assessore, fatelo col rispetto che portate a me. L’ex pm se lo ricorda perché sa con chi parlava e l’ha fatto infinite volte. Decaro no, perché non ha in testa l’albero genealogico dei clan. Tant’è che ieri è uscito un suo selfie del 2022 con due donne imparentate con i Capriati alla festa di San Nicola davanti alla loro boutique. E lui ha dovuto chiedere al parroco chi fossero (non lo sapevano neppure i carabinieri). Peccato non avere in casa un esperto del settore, tipo Dell’Utri o Mangano.

L'Amaca

 

Le parole povere di un capo
DI MICHELE SERRA
Le interviste a Trump, i discorsi di Trump, i tweet di Trump, insomma le parole di Trump, fanno sempre una certa paura.
Non perché è di destra (ma è “di destra”, poi, quella tronfia vacuità? O è qualcosa che arriva “dopo”, dopo tutte le categorie fino a qui conosciute?), ma perché è stato presidente degli Stati Uniti e potrebbe ridiventarlo; e siamo abituati a pensare, da generazioni, che un capo, qualunque siano le sue idee, sia tenuto a una postura e a un linguaggio non al di sotto della media.
Se leggete la recente intervista di Trump su Israele e Gaza, la rudezza dei concetti e al tempo stesso la loro banalità, da chiacchiera mentre si fa la coda a un fast-food («gli ebrei democratici odiano Israele», «a Gaza Israele deve finire il lavoro») vi sembreranno indegni di un leader così importante; e vi sembreranno tali perché lo sono, perché quell’uso basico e presuntuoso delle parole non appartiene ad alcuna delle tradizioni politiche del passato.
Sono “nuove”, nel senso che non esprimono, nemmeno nelle virgole, qualcosa che riveli una riflessione, un pensiero, un’elaborazione dei dati. Al massimo contengono degli istinti, delle simpatie e delle antipatie. Dei giudizi sommari, degli insulti, delle minacce. Un ragionamento, mai. Nemmeno per sbaglio.
Molte cose sono migliorate, nei decenni. Non mi considero un nostalgico. Ma l’idea che pezzi importanti della classe dirigente si sentano esentati dalla cultura, dallo studio dei problemi, dalla riflessione, è un peggioramento secco. Che sia avvenuto per via dei social, o del populismo, o per un collasso culturale collettivo, è oggetto di dibattito.
L’unico dato certo è che quando parla Trump si ha l’impressione che almeno un paio di gradini, nella scala della civilizzazione, li abbiamo scesi.

lunedì 25 marzo 2024

Non riesce a dirlo!

 


Arte incassante

 

Fuori i bimbi, dentro chi paga. Il museo bipartisan di Firenze
LA CITTÀ “SPREMI IL TURISTA E BASTA” - Quale cultura? Gli Uffizi di Schmidt e i musei targati Pd sono stati governati nello stesso modo per essere abbandonati al mercato: le scuole non sono gradite
DI TOMASO MONTANARI
Se davvero sarà l’ex direttore degli Uffizi Eike Schmidt a guidare la destra fiorentina contro la candidata del renzianissimo Pd fiorentino, sul piano della politica del patrimonio culturale si tratterà di un derby in famiglia. E non solo perché Schmidt reca impresso il “bacio della morte” che gli dette Dario Franceschini scegliendolo come uomo-simbolo della sua scellerata riforma dei musei (quella che Gennaro Sangiuliano continua ad attuare entusiasticamente), ma anche perché (al di là delle schermaglie di potere) gli Uffizi di Schmidt e i musei comunali di Nardella sono stati governati nello stesso modo: malissimo. Questo “modello Firenze”, che unisce destra-destra e sinistra-destra, prevede che i musei siano visti, e gestiti, come “macchine da soldi” (parole con cui Renzi sindaco illustrò il suo progetto per gli Uffizi), e dunque abbandonati al mercato e al turismo intensivo che ha fatto sparire Firenze come città.
La conseguenza è che i fiorentini sono espulsi dal loro patrimonio, e che la prima relazione a saltare è proprio la più vitale, democratica e carica di futuro: quella con la scuola. Le scuole, nei musei fiorentini, non sono oggi ospiti graditi.
Nei musei (comunali e statali) non sono ammessi gruppi più grandi di 15-20 persone: il che non permette la visita a una classe media. E i musei più frequentati, come gli Uffizi, accolgono prenotazioni per gruppi scolastici di sole 15 persone ogni 30-45 minuti. Dividere una classe in due gruppi a 45 minuti di distanza significa dover utilizzare due guide, uscire con 4 o 6 docenti e non poter spiegare le stesse cose a tutti, lasciando un gruppo ad attendere per strada per tre quarti d’ora. E per di più i musei rendono obbligatorio l’uso degli auricolari, che costano 1,5 euro l’uno e impediscono una vera lezione collettiva con i bambini. E, d’altra parte, non si può più far sedere educatamente per terra, a gambe incrociate e davanti alle opere, i bambini piccoli: perché “non è decoroso”, e perché i turisti non possono farsi selfie davanti ai quadri. A saltare è dunque quella relazione sentimentale – tra corpi, collettività, spazio museale e opere – la cui costruzione è di gran lunga più importante delle poche parole appiccicate ad ogni quadro visto. Alcuni (il Museo del Novecento, per esempio) aprono la mattina alle 11: ma i bambini della primaria alle 12.30 al massimo devono essere a mensa! Nelle chiese ormai musealizzate (alcune dello Stato ma date in gestione al Comune) si paga anche sopra gli 11 anni (6 euro a bambino!). A Palazzo Vecchio le prenotazioni dalle 9.45 alle 12.00, e dalle 14 alle 15.30 (le sole utilizzabili dalle classi della scuola primaria) da quest’anno sono riservate a coloro che fissano percorsi a pagamento con MuSE, la cooperativa renziana che gestisce le attività educative nei musei civici. E siccome per fissare il pulmino comunale e per avere il permesso di uscita dalla scuola serve indicare una data certa e un luogo certo da visitare, non si può neanche uscire di scuola per tentare la fortuna di accedere senza prenotazione nel palazzo di tutte e tutti.
Tanti anni fa, una anziana insegnante mi raccontò come il padre, contadino anarchico mugellano, ogni domenica mattina si mettesse il vestito della festa, caricasse la figliola sul calesse e la portasse non alla messa, ma agli Uffizi, dicendole: “Sono tuoi, e sono sacri”. Qualcosa di non molto diverso l’ha scritto Antonio Tabucchi, rivolgendosi proprio ai giovani fiorentini: “Mio zio mi prendeva per mano, e mi faceva camminare nel corridoio del Vasari. Questo è un luogo sacro, mi diceva, ricordatelo bene”.
L’articolo 3 della Costituzione affida alla Repubblica il compito di “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana…”. Il patrimonio storico e artistico della nazione (menzionato – caso unico al mondo – tra i principi fondamentali della Carta) è precisamente uno degli strumenti che permettono di rimuovere quegli ostacoli. Ebbene, pensate ai bambini fiorentini che appartengono alle famiglie dei nuovi italiani: ospiti tollerati a stento nella città del lusso, e che proprio nella scoperta che i famosi musei di Firenze appartengono anche a loro potrebbero trovare una qualche fiducia in un futuro di giustizia e inclusione. È a questo che dovrebbero servire i musei: alla costruzione di una nuova coesione sociale, non ad alimentare un turismo di puro, rapacissimo, consumo. Ma mentre i musei di Nardella tenevano fuori le scuole, gli Uffizi di Schmidt diffondevano le foto di Chiara Ferragni davanti alla Venere di Botticelli, per “raggiungere i giovani”, trattati come compratori di pandori.
La morale è inquietante: nei musei di Firenze bisognerebbe cambiare tutto, ma visto il pensiero unico che vede il patrimonio non come ossigeno, ma come petrolio, il rischio concreto è che, chiunque vinca le elezioni, non cambi nulla.

domenica 24 marzo 2024

Tiè!


Intrapresi or dunque l’ausculto della Commedia del prode Alighieri… ehm.. si ho iniziato, estasiato, ad ascoltare la Divina Commedia e nel canto VIII dell’inferno ecco già comparire un prototipo di tutte le liti condominiali, Filippo Cavicciuoli, soprannominato Argenti perché aveva lo sfizio di ferrare il cavallo con ferri d’argento, che oggi lo possiamo equiparare agli Argenti che in baldanza, smargiassi ed epuloni, mostrano la loro tracotanza credendosi padroni della sfera; pare che l’Argenti parcheggiasse il cavallo davanti all’abitazione del suo vicino di casa, gli Alighieri, che andarono in causa con la famiglia degli Adimari. Continuarono le liti tra loro ed il poeta lo citò ad imperitura memoria nel poema, conficcandolo nella melma degli iracondi, confermando che l’opera sua è si Divina, ma anche occasione per togliersi sassolini dalla scarpa. E che sassolini! Tiè!

Bari vs bari