venerdì 22 marzo 2024

La bella e la Piantedosi

 


Torbida vicenda quella di Bari, con la coppia in foto arrestata per presunti legami con la mafia: lui Giacomo Olivieri avvocato, già consigliere regionale, e poi lei: Maria Carmen Lorusso consigliera comunale di maggioranza di sinistra, prima di destra, in quel sollucchero tipico nostrano dove uno può sbandare comodamente tra l'indifferenza generale, tra le eclatanti colpe di partiti, come il PD, che arraffano personaggetti di tale risma senza decoro né dignità. 

Tra l’altro la Lorusso è figlia di Vito, primario anche lui arrestato ed espulso dall’ospedale barese per una sciocchezzuola: prendeva tangenti da malati oncologici per anticiparne interventi e a cui altri orchi vendevano medicine a prezzi alti promettendo loro guarigioni impensabili. Insomma quella che si definisce una famiglia meravigliosa. 

Ed infine Piantedosi il servo della Zorra, colui che obbedendo fantozzianamente sta pensando di sciogliere il comune di Bari per infiltrazione mafiosa a tre mesi dal voto e col sindaco Decaro sotto scorta e modello di resistenza alla malavita organizzata. Ditemi voi se questo non è un paese di merda!

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Imbelli

 


Attorno alla Ducetta


Meloni diventa buffona per nascondere la fuffa
DI DANIELA RANIERI
Al Fatto abbiamo assoldato un pool di medium per evocare l’anima di Umberto Eco e farci spiegare direttamente da lui a quale strategia politica possano mai rispondere la prossemica insulsa e l’eloquio dozzinale di cui si è resa protagonista Giorgia Meloni l’altro ieri alla Camera, incomprensibili persino con questi chiari di luna di dignità e di decoro.
Chissà se Meloni consulta qualche sondaggista o si fa bastare sua sorella Arianna per definire il piano per recuperare i voti popolari, piano che, come s’è visto, consiste nel fare la buffona nelle sedi istituzionali. Avendo fatto carriera sul contrario della temperanza e del buon gusto, ed essendo costretta ultimamente ad accompagnarsi con l’azzimata Von der Leyen piuttosto che con i camerati del Colle Oppio (i quali cantarono in lei il “coatto antico nel corpo da bambina”), è comprensibile che l’asserita underdog cerchi di ribadire la sua distanza dal “palazzo” e le sue origini modeste, a garanzia di uno stile di governo immune dalla mollezza decadente e affettata dei poteri forti. Può anche darsi che ci sia qualcuno, tra i suoi ex elettori, che si sganascia dal ridere e dunque la rivaluta politicamente, sentendola chiamare “ragazzi” gli onorevoli parlamentari e vedendola recitare tutta la sequenza delle faccette beffarde, degli ammiccamenti gaglioffi, delle risatone sarcastiche e dei gesti popolareschi mentre parlano Conte e Bonelli, così da distogliere l’attenzione generale dalle loro accuse; magari proprio tra quei poveri a cui ha tolto il Reddito di cittadinanza (contrariamente alle fandonie raccontate dai giornali padronali, infatti, il partito più votato dalle persone in difficoltà economica non è stato il M5S grazie al “voto di scambio”, ma Fratelli d’Italia) o tra coloro che si stavano giusto accorgendo che mentre gli ospedali e la Sanità pubblica collassano, la spesa per il riarmo aumenta allegramente.
Stante l’incontrovertibile fatto che Meloni non è una povera stupida e dunque non gode di attenuanti come invece molti suoi colleghi, a vederla gigioneggiare a quel modo evaporano nel nulla tutti i bei discorsi sulla “fuoriclasse”, sulla “tigre della comunicazione” sulla “nuova Merkel” o a scelta “nuova Thatcher” (stra-citata dalla stessa Meloni, che forse ignora che l’epiteto più dolce riservato a Maggie dagli inglesi era “ladra di latte” perché la signora aveva tolto il latte gratuito nelle scuole ai bambini poveri sopra i 7 anni) e sul tetto di cristallo sfondato, se poi la prima presidente del Consiglio donna, che ridicolmente si fa chiamare con l’articolo maschile distruggendo la bella lingua d’Italia di cui si dice patriota, si comporta come un leghista di quarta fila al consiglio comunale di Cazzago Brabbia. Pare che paradossalmente sia proprio il genere a concederle quello che il genere dovrebbe impedirle: degradare la propria persona pur di sminuire un avversario, non curandosi al contempo di squalificare l’istituzione che dovrebbe servire. Salvini a torso nudo al Papeete resta un iconico non minus ultra del decoro di un politico, ma era in uno stabilimento balneare, e poi era Salvini. Quando Renzi in Senato tenne il discorso di insediamento con le mani in tasca, ai raziocinanti sembrò quel che in effetti ha poi dimostrato di essere: un guascone che avrebbe portato rogne (ai fanatici della post-politica piacque invece moltissimo, per gli stessi motivi). Ricordiamo piuttosto quando un ritardo di 20 minuti di Conte alle conferenze stampa sulle misure contro la pandemia (con mille morti al giorno e 60 milioni di persone da chiudere in casa) era per i giornali d’establishment un’inaccettabile “mancanza di serietà”, anzi un “vulnus democratico” come e più dei Dpcm, uno “show” e un “Grande Fratello” che scompaginava le dirette dei tg e costringeva i giornali a deprecabili dilazioni: uno sgarbo istituzionale, insieme alla pochette, che i nostri editorialisti non gli hanno mai perdonato (ancora ieri su La Stampa, pur biasimando bonariamente lo stile macchiettistico della Meloni, si disapprovava la persistente pochette di Conte).
La comicità da Bagaglino della Meloni distrae dai fallimenti del suo governo di pericolose macchiette: voluttà di guerra, Sanità allo sfascio, favori agli evasori, famiglie sul lastrico. Meloni senza nemici non esiste: un giorno è Saviano, un giorno è la Ferragni, un altro sono i pericolosi quindicenni pro-Hamas, talvolta è chi dall’opposizione le ricorda che una volta era sovranista e populista e adesso è un’atlantista anti-popolo.

Ps. Ha risposto l’anima di Umberto Eco: dice che di solito i politici cercano di coprire con parole nobili le verità disonoranti (o, come faceva Renzi, di intortare l’interlocutore con una nube tossica di fallacie, slogan, calembour); Meloni invece abbassa ancora di più, se possibile, il livello della forma, così che la sostanza appaia al confronto tutto sommato decente. 

Bari di professione

 

I bari di Bari
di Marco Travaglio
Il Pd pugliese ha gravemente peccato e dovrebbe confessare. Ma non ciò che non ha fatto e che gli rimprovera la destra più spudorata dell’universo: e cioè le collusioni mafiose, smentite anche dalla Procura di Bari, che parla di “fenomeno circoscritto”, “marginale”, che “non incide sull’attività dell’amministrazione”, che anzi “è sempre stata nella direzione della lotta alla criminalità”. Bensì ciò che ha fatto, ma che la destra si guarda bene dal rinfacciargli perché lo pratica sempre anch’essa: il trasformismo. Sia il sindaco Decaro sia il presidente Emiliano hanno imbarcato troppi voltagabbana da destra. E, fra gl’imbarcati (in Comune), c’era anche la consigliera finita sotto inchiesta per voto di scambio con i clan. Non sappiamo se sia colpevole o innocente, ma il suo ingresso ha sporcato il Pd e ha ripulito (ove mai fosse possibile) la destra. Almeno mediaticamente. Nei fatti sappiamo bene che il detersivo in grado di ripulire la destra italiana non è stato ancora inventato. Infatti, mentre il capogruppo forzista Gasparri tuona contro le presunte collusioni del Pd, l’inventore del suo partito Marcello Dell’Utri, condannato definitivo per concorso esterno in mafia, si vede sequestrare dal gip di Firenze una decina di milioni non dichiarati dopo la sentenza, in gran parte gentilmente offerti da B. negli anni del suo aureo silenzio. E, mentre il governo di destra cinge d’assedio Bari avviando l’iter per sciogliere il Comune, saltano fuori i video della Procura che immortalano un esponente del clan Parisi mentre compra voti per la consigliera ora indagata quand’era candidata della destra nel 2019 e spiega al compare che “Decaro non dà niente”, mentre “sono quelli (gli avversari di Decaro, ndr) che stanno dando un sacco di soldi… Stanno andando tutti quelli di Bari Vecchia, perché stanno dando i soldi, capito?”.
Di qui il Pd pugliese (ma non solo) dovrebbe partire per fare tesoro dello scandalo, finirla con le pratiche consociative, piazzare dei cerberi alle sue porte e abolire le primarie “aperte” ai non iscritti sul candidato sindaco: per evitare nuovi intrusi, stavolta dal basso e non dall’alto, servono meccanismi meno permeabili e più protetti. Ma solo nel Paese di Sottosopra può capitare che il governo di chi ha candidato tutto il peggio possibile, da Dell’Utri a D’Alì, da Cuffaro a Cosentino, e impedì financo il commissariamento del Comune laziale di Fondi, inquinato fin sopra i capelli dai clan, dia lezioni di antimafia a un sindaco sotto scorta per minacce mafiose. 

Per il centrodestra dei tartufi eredi del berlusconismo, andrebbe un po’ aggiornata la famosa risposta di Alberto Sordi, ballerino in Un americano a Roma, alle pernacchie del troglodita in prima fila: “Ormai hai trent’anni, è ora che tu sappia di chi sei figlio”.

giovedì 21 marzo 2024

Esagerazione



Povero Marcello! Come poteva sottostare ad una normativa antimafia, lui che fu condannato definitamente per concorso in associazione mafiosa? Come chiedere di non usare lo zucchero a Iginio Massari!

Finalmente con Pino capisco!

 


La truffa del 1995: perché vince Putin

ALLE ORIGINI DEL POTERE - La frode dei “prestiti contro azioni” fu il vizio fondante del nuovo capitalismo russo, che consolidò lo strapotere di un’oligarchia politico-mafiosa che l’ex ufficiale del Kgb spazzò via

DI PINO ARLACCHI

Putin ha di nuovo vinto le elezioni, e il suo successo sembra essere un enigma per molti commentatori. Ho conosciuto e visitato più volte la Russia postcomunista, quella degli anni Novanta.

La Russia di Eltsin: uno Stato in agonia i cui massimi architetti e beneficiari sono stati i governi occidentali associati agli oligarchi stile Khodorkovsky e Berezovsky.

Uno Stato in eutanasia, amorevolmente assistito dalla finanza occidentale, che aveva colto l’occasione della caduta del comunismo per costruirci sopra una montagna di soldi. Sono state le banche europee e americane che hanno ricettato i danari degli oligarchi contribuendo a portare un grande Paese sull’orlo del fallimento.

L’élite criminale più vicina agli oligarchi amici di Eltsin era quella dei boss di Cosa Nostra. Stessa ferocia, stessa protervia politica mascherata, nei russi, da un grado di ricchezza, istruzione e status sociale di gran lunga superiori. Gli ex caprai di Corleone non hanno mai neanche sognato i livelli di opulenza e sofisticazione dei magnati criminali russi.

Il capo della mafia russa era Boris Berezovsky, quello che veniva intervistato nei panni di un rifugiato politico in Inghilterra. Un uomo capace di ordinare un assassinio al mattino, e di andare poi a cena con un George Soros determinato a redimerlo. Berezovsky era un matematico, membro dell’Accademia russa delle scienze, e lo stesso Khodorkovsky era un importante dirigente di partito.

Gli altri boss erano tutti personaggi noti al grande pubblico perché parlamentari, imprenditori, sindaci, proprietari di giornali e televisioni. Senza questo livello intellettuale e politico, l’oligarchia criminale russa non avrebbe potuto escogitare quella che è a tutt’oggi la più grande frode della storia. Nata da una alleanza tra i “magnifici 7” stipulata a Davos durante il World Forum per sostenere Eltsin alle elezioni, questa truffa ha consegnato nelle loro mani quasi metà della ricchezza della Russia.

Il maxi-imbroglio venne chiamato “prestiti contro azioni” e funzionò così. Alla fine del 1995, il governo russo, invece di chiedere prestiti alla Banca centrale, si rivolse alle banche degli oligarchi. Come garanzia per il credito concesso, queste banche ricevettero in custodia temporanea i pacchetti azionari di maggioranza delle più grandi imprese del Paese. Un anno dopo, proprio per consentire agli oligarchi di tenersi le azioni, il governo decise di non restituire i prestiti. Così Berezovsky e i suoi, dopo aver prestato 110 milioni di dollari, si ritrovarono in mano il 51% di un’azienda, la Sibneft, che valeva 5 miliardi. Il gruppo Menatep, guidato da Khodorkovsky, pagò 160 milioni per ottenere il controllo della Lukoil, una compagnia petrolifera che valeva più di 6 miliardi di dollari. La Banca di un altro amico degli amici, Potanin, spese 250 milioni di dollari per impadronirsi della Norilsk Nichel, leader mondiale della produzione di metalli, il cui valore si aggirava sui 2 miliardi.

La frode dei “prestiti contro azioni” fu il vizio fondante del nuovo capitalismo russo. Essa consolidò lo strapotere di una oligarchia politico-mafiosa che ha generato il più grande disastro sofferto dalla Russia dopo l’invasione nazista del 1941. Il Pil del Paese si dimezzò in pochi anni. I risparmi di tutta la popolazione evaporarono a causa della svalutazione selvaggia del rublo. Negli anni Novanta la povertà passò dal 2 al 40% della popolazione. L’età media si abbassò di cinque anni a causa del ritorno di malattie scomparse. Per lunghi periodi lo Stato non fu in grado di pagare pensioni e stipendi, mentre nel Paese scorrazzavano bande di delinquenti di ogni risma.

La plutocrazia fiorita sotto Eltsin, tuttavia, non era il capitalismo primitivo che precede quello pulito. Era un sistema di potere senza futuro, che per sopravvivere doveva continuare a rubare e corrompere. Il suo tallone d’Achille era l’assenza di una solida protezione legale.

Il timore di venire espropriati da un governo non amico, che avrebbe potuto dichiarare illegittime le privatizzazioni e le appropriazioni fasulle, e la paura degli oligarchi di essere a loro volta derubati da altri ladri, ebbero due conseguenze. In primo luogo spinsero a portare il malloppo fuori dalla Russia. E fin qui tutto bene, perché oltreconfine c’erano spalancate le grandi fauci delle banche svizzere, inglesi e americane ben liete di riciclare i loro beni.

Ma i problemi nacquero nel momento in cui i mafiosi russi, per garantirsi l’impunità, furono costretti a perpetuare il loro patto scellerato con la politica. Nel 1999 era arrivato al potere un uomo dei servizi segreti, gradito sia a Eltsin che agli stessi oligarchi, e da loro considerato uno dei tanti primi ministri da sostituire, all’occorrenza, dopo un paio di mesi. Ricordo bene il mio primo incontro, da dirigente Onu, con un Putin appena nominato e preoccupato di essere percepito come una stella filante.

Ma Vladimir Putin aveva una particolarità. Dietro le sue spalle c’erano anche quei pezzi del Kgb che non erano confluiti nel calderone criminale della Russia in via di dissoluzione: pezzi di uno Stato allo sbando diventati marginali, ma ancora in vita, e comunque depositari di un senso della nazione profondamente sentito dai cittadini russi.

Facendo leva su queste zattere alla deriva, e sull’immenso risentimento collettivo contro Eltsin e i boss della mafia, Putin prese rapidamente le distanze dai suoi sostenitori. Dopo pochi mesi di governo, egli fu in grado di mettere gli oligarchi davanti a un’alternativa: il rientro nei ranghi del potere finanziario, senza alcuna pretesa di comando sulla politica, in cambio della rinuncia del governo a recuperare il maltolto delle privatizzazioni e delle frodi, oppure la guerra totale, con rinazionalizzazione dei beni pubblici razziati e con la fine dell’impunità per i crimini commessi dai capibastone (stragi, furti, truffe, estorsioni, evasioni fiscali in abbondanza).

Furono avviati anche gli opportuni contatti con il Programma che ho diretto alle Nazioni Unite, e che aveva appena lanciato un’iniziativa per la confisca, per conto dei governi danneggiati, dei beni di provenienza illecita riciclati nei centri finanziari del pianeta.

Di fronte alla proposta di Putin, il fronte mafioso si spaccò. Alcuni oligarchi l’accettarono. Altri la irrisero, compiendo così il fatale errore di sottovalutare la forza dell’ex colonnello del Kgb, nel frattempo diventato presidente della Federazione russa. Per evitare vari mandati di cattura, Berezovsky si rifugiò nel Regno Unito, da dove inizio a finanziare attività antirusse con il beneplacito dei servizi di sicurezza di Sua Maestà. Khodorkovsky pensò invece di sfidare Putin politicamente, finanziando partiti ostili a quest’ultimo, nella speranza di rovesciarlo. Andò male a entrambi. Berezovsky finì suicida. Khodorkovsky finì in carcere per l’assassinio di un sindaco che aveva osato imporre alla sua azienda di pagare le tasse, e ne uscì dieci anni dopo.

Nei decenni successivi, Putin ha ricostruito lo Stato e ora sta vincendo, per giunta, una guerra contro l’Occidente che ha ulteriormente accresciuto la sua popolarità. La Russia di oggi resta comunque piena di problemi, ma non deve temere più per la propria sopravvivenza come Stato e come Nazione. E anche Putin, ovviamente, ha difetti e problemi di non poco conto. Ma qui si trattava di rivelare il segreto (di Pulcinella) dei consensi a Vladimir Putin.