venerdì 2 febbraio 2024

Fantastica!

 



Spiegazioni

 

Astenersi competenti
di Marco Travaglio
Ormai in Italia parlano, scrivono e legiferano di giustizia solo persone che non hanno la minima idea di cosa sia. Per cui capita di leggere sulla Stampa due editoriali indignati e increduli: “Se chi uccide un bambino può evitare la galera”, “Se chi accusa di stupro subisce 1400 domande. Processo alla vittima”. E, su quasi tutti i giornali, una miriade di commenti contro la Meloni che non è ancora riuscita a farsi ridare da Orbàn, suo amico, Ilaria Salis, detenuta da 11 mesi in Ungheria in condizioni deplorevoli.
1) Perché lo youtuber che ha ucciso il bimbo non va in galera? Perchè l’omicidio non è volontario, ma colposo; perché ha patteggiato una pena (superiore alla media) che prevede “4 anni e 4 mesi di reclusione”; e perché nel Paese di Bengodi da tutti dipinto come un inferno giustizialista la reclusione è quasi sempre finta: le pene sotto i 4 anni si scontano comodamente a casa (domiciliari) e poi a zonzo (servizi sociali). E allo youtuber, detratti i mesi scontati in custodia cautelare (sempre a casa), restano meno di 4 anni. È un folle automatismo tutto italiano, voluto dai politici di destra e sinistra per sé e compari, e chi come noi lo denuncia da anni si becca regolarmente del manettaro. Anche dalla Stampa. Che ora strilla perché, anziché a un ladro di Stato, tocca a uno che ha fatto un incidente stradale.
2) Perchè la giovane che accusa Ciro Grillo e i tre amici deve rispondere a 1400 domande dai legali dei quattro imputati, come se non fosse la vittima? Perché al momento non è la vittima e gli imputati non sono i colpevoli. Il processo si fa proprio per accertare chi dice la verità e chi mente, dunque gli avvocati di parte civile esaminano la denunciante e i difensori la controesaminano. Con tutte le domande che ritengono utili, se il giudice le ammette. I difensori avevano anche accettato di acquisire le sue dichiarazioni al pm per evitarle il bis in aula, ma i suoi legali hanno chiesto di risentirla. Si chiama “giusto processo”, non “processo alla vittima”.
3) Perché la mediazione di Meloni con Orbàn sul caso Salis è complicata, ai limiti dell’impossibilità? Perché, facendo parte dell’Ue, l’Ungheria è uno Stato di diritto con una magistratura indipendente dal governo, ancorché con codici più severi e trattamenti carcerari più incivili dei nostri. Ma da anni la commissione Ue accusa Orbàn di voler mettere sotto controllo i magistrati. E ora cosa gli si chiede? Di sostituirsi ai giudici per decidere non solo come dev’essere trattata una detenuta italiana, ma addirittura di concederle (in pieno processo) i domiciliari, ovviamente in Italia, e poi possibilmente di assolverla. Se non lo fa, è un fascista. Se invece lo fa, dimostra che i giudici ungheresi prendono ordini da lui, quindi è un fascista lo stesso.

L'Amaca

 

Morto un mostro se ne fa un altro
DI MICHELE SERRA
Il mostro di Frankenstein esiste.
Lo ha creato l’uomo, come nella favolanoir di Mary Shelley, dunque l’uomo ne porta tutta la responsabilità. Il mostro non è l’agente di se stesso. Il mostro è solo il prodotto della nostrapotenza, del nostro genio o della nostra perversione.
In Gran Bretagna è stato “messo al bando” l’american bully, un mastino di particolare forza muscolare, e aggressività, creato dall’uomo attraverso una selezione mirata. Gli esemplari viventi andranno registrati, come le armi da guerra. L’allevamento e la riproduzione sono vietati, in seguito a una serie notevole di aggressioni mortali, specie nei confronti di bambini.
L’american bully, come è ovvio, non porta responsabilità alcuna della sua genesi, e nemmeno del suo destino di fuorilegge. Non ha chiesto di esistere. Sicuramente scodinzola, gioca, ha fame, ama e ha paura, come ogni cane e come ogni creatura.
Bisognerebbe, se si potesse contare su qualcosa di simile alla Giustizia Vera, che fossero perseguiti gli umani che lo hanno creato per lucro, per i combattimenti tra cani (grande giro di scommesse, e non scommettono i cani), per sedicente “difesa”, come orpello per i criminali (che adorano i cani aggressivi) o semplicemente per gioco, perché volevamo vedere come andava a finire, selezionando cani dalle ganasce di acciaio e dai muscoli da caterpillar.
Ma no, nessuno andrà alla fonte del sangue versato. Più semplice, più funzionale, cercare di eliminare il mostro. Nel tempo necessario a neutralizzare questo, ne avremo creati almeno altri cento.

giovedì 1 febbraio 2024

Scoop di "Chi"

 



Telemeloni

 

Da teleMeloni ci difende Renzi (che faceva peggio)
DI DANIELA RANIERI
Da quando si è ritirato dalla politica da uomo di parola qual è, otto anni orsono, Matteo Renzi possiede la necessaria equanimità per intervenire nel dibattito pubblico con rigore e imparzialità. Perciò i giornali continuano a intervistarlo, nonostante lui ne diriga uno tutto suo, per così dire, su cui firma editoriali al vetriolo. Ultimamente, per esempio, sta picchiando duro contro l’occupazione illiberale della Rai a opera della famiglia Meloni nonché contro Giuseppe Conte, “uomo senza dignità” che “continua a fare la stampella alla Meloni anche sul servizio pubblico” (invece lui, che una dignità ce l’ha, le farà da stampella solo sul premierato e sulla “giustizia”, per metterle i bastoni tra le ruote).
In merito alla Rai, quando c’era lui era tutt’altra musica. Nel 2016, prima del voto al referendum con cui 20 milioni di italiani avrebbero respinto la Costituzione fiorentina, i suoi impiegati minacciarono di deferire il Fatto presentando un esposto all’Agcom per violazione della par condicio: secondo i bulli da osteria-costituzionalisti del comitato “Basta un Sì” (che poi, s’è visto, non bastava), il No era sovra-rappresentato in Rai. “Porrò il problema in Commissione vigilanza”, minacciava il renziano Anzaldi, “per capire se c’è una violazione della legge e se Travaglio ha finito il suo tempo a disposizione”. Intanto il presidente del Consiglio, al grido di “Fuori i partiti dalla Rai!”, occupava il 100% della Rai con la nomina a direttore generale e ad di Campo dall’Orto, la presa manu militari di Tg1 e Tg2, la destituzione di Bianca Berlinguer dal Tg3, la cacciata di Giannini, Porro, Gabanelli e una bonifica delle paludi di Viale Mazzini mai vista prima. Ogni giorno, sui giornali padronali di cui era una specie di editore-ombra, imbandiva un buffet di panzane, fandonie, pinzillacchere e menzogne, bullizzava Report e Presadiretta, insultava l’“accozzaglia” composta da chi gli si opponeva e millantava le stesse cure per il cancro in tutte le regioni in caso di vittoria del Sì.
A buon diritto oggi, in una ricca intervista a La Stampa, inveisce contro l’orbaniana Meloni, biasimata anche perché è “una presidente del Consiglio in perenne lotta col mondo” (al contrario di lui, la risposta di Rignano sull’Arno al Dalai Lama) e perché “invece di fare passerelle con Elon Musk ad Atreju non gli chiede di portare in Italia uno stabilimento della Tesla”. Se ricordiamo bene dai visionari reportage sulla stampa amica, nel 2017 Renzi andò da Elon Musk in Silicon Valley, “Far West vero”, come scrisse Rampini su Repubblica, fugando il dubbio che Renzi se ne fosse fatto costruire uno finto nei pressi di Fiesole. Il pioniere-cowboy diramava via newsletter: “Investire sulla ricerca, non aver paura del futuro e della scienza!”: intanto la sua legge di Stabilità aveva tagliato 42 milioni di fondi agli enti di ricerca. Indi l’incontro col “vulcanico fondatore di Tesla”, con cui parlò di intelligenza artificiale e viaggi su Marte (chissà in che lingua); La Stampa gli dedicò la prima pagina: “Renzi in Usa: cerco idee anti-populisti”, tipo Duce che visita gli stabilimenti di Terni. Si ignora se propose a Musk di portare Tesla in Italia; rimediò però un contratto con l’Università di Stanford per insegnare nella filiale fiorentina non si sa che materia (forse come si fanno le riforme costituzionali).
Renzi redarguisce Meloni anche perché parla di “imprenditori amici” e “oligarchi” e le ricorda che lei era ministro nel governo che “chiuse una convenzione a dir poco discutibile coi Benetton”. Non come lui, che insieme all’amico Carrai i Benetton cercava di piazzarli all’emiro del Qatar (mentre Conte cercava di revocargli le concessioni, tu guarda il caso).
Ciò che fa infuriare di più Renzi, però, è l’attacco sferrato da Meloni contro il titolo sulle privatizzazioni del governo fatto da Repubblica, il cui editore Elkann, secondo Meloni, svende Stellantis: “Attaccare un editore perché non piacciono i titoli di un quotidiano significa mettere in discussione la libertà di stampa”. Lo vedete che è uno statista? Per questo alla Leopolda 2015 lanciò il contest “Vota il peggior titolo di giornale” tra quelli che lo criticavano: vincemmo noi, soprannominati “il Falso Quotidiano” tra gli applausi dei suoi sottoposti fantozziani. In seguito, a capo di un partito-canaglia col 2%, inventò una nuova forma di auto-finanziamento, oltre allo stipendio da senatore e a quello di maggiordomo del regime saudita: le querele ai giornalisti, “usando i tribunali come bancomat”, come ebbe a spiegargli una giudice di Firenze.
Insomma, a difenderci dal fascismo c’è un (ex?) politico della cui integrità non si può dubitare, uno che appoggiando editori amici conserva il privilegio di rilasciare interviste quotidiane sulla libertà e l’autonomia del giornalismo continuando a prendere soldi da uno che i giornalisti li fa direttamente a pezzi con la sega circolare.

Di Rai e di più

 

Hezbollah coast to coast

di Marco Travaglio

Le cronache sulla Rai sono quasi meglio di un film di Mel Brooks.
Ufficio Sinistri. L’altroieri Rep denuncia fremente di sdegno: “Il Tg1 è tutto per Meloni: a dicembre Schlein oscurata e appena 30 secondi al Pd. Zero interventi per la segretaria del primo partito di centrosinistra e principale oppositrice, 24 per Conte… premiato” perché “più congeniale alla narrazione sovranista”. Il Pd, che non s’era accorto di essere sparito per un mese dal principale tg italiano, appena lo legge su Rep ci crede, si straccia le vesti e affila le armi in vista del grande sit-in contro TeleMeloni. Poi purtroppo l’Osservatorio di Pavia si scusa: un banale errore del database ha fatto sparire i dati sulla Schlein, che al Tg1 di dicembre ha avuto 10 minuti. Cioè più di tutti gli altri leader: non solo Conte (6), ma pure Mattarella e Meloni (8). Idem per il Pd, che ha lo stesso tempo di parola di FdI (9,4%) con molti meno voti. Che farà ora Elly al sit-in anti-Rai? Attaccherà TeleSchlein? Fingerà un malore? Diserterà dicendo che deve andare al cinema? Vatti a fidare dei giornali amici.

Reparto Destri. Prosegue incessante l’arruolamento al nuovo sindacato governativo della Rai, UniRai, il cui leader Francesco Palese è già una leggenda per lo stalking telefonico inflitto ai colleghi affinché mollino l’Usigrai e passino con lui (“Ahò, stampa er modulo!”). Ne va della nuova egemonia culturale (parlando con pardon) della destra contro il giogo comunista sul servizio pubblico, di cui Vespa è l’imperituro testimonial. Il mese scorso, “per offrire una casa a chi non si riconosce nel pensiero unico” e stare “al fianco di chi crede nel merito per garantire un’informazione professionale di qualità”, UniRai ha nominato il suo direttivo, in cui spicca il giornalista lucano Nello Rega, ex “inviato di Televideo” (sic) ora a Rainews24, con delega all’“Informazione e conflitti”. Un tipico caso di meritocrazia. Rega nel 2011 rivelò di aver subìto minacce di morte islamiste (una testa d’agnello nell’auto) e di essere fuggito miracolosamente a un attentato di Hezbollah sulla statale Basentana, in Basilicata, a colpi di fucile. La celebre colonna lucana del Partito di Dio era sbarcata nottetempo sulle coste di Maratea per eseguire la fatwa degli ayatollah che gliel’avevano giurata per il suo best-seller Diversi e divisi sulla convivenza fra cristiani e islamici, tant’è che gli fu subito assegnata e poi rafforzata una scorta armata. La risposta basentana a Salman Rushdie crollò miseramente quando il pm di Potenza, indagando sulle sue denunce, scoprì che Rega si era inventato tutto per farsi potenziare la scorta: la questura gliela levò e il Tribunale lo condannò a 8 mesi per simulazione di reato. Di qui la delega meritocratica a “Informazione e conflitti”: chi meglio di lui.

mercoledì 31 gennaio 2024