mercoledì 24 gennaio 2024

Sentite un po'!

 

Serve un disegnino?
di Marco Travaglio
Quindi è ufficiale: se Putin vince la guerra in Ucraina non è colpa di chi l’ha armata fino ai denti e mandata al massacro, ma dei pacifisti che volevano salvarla. Lo scrive sul Corriere Goffredo Buccini: “Un certo pacifismo, sempre più prossimo all’appeasement sull’Ucraina, apre le porte a un totalitarismo (quello russo, ndr) ben più tangibile di qualche ectoplasma” (i fascisti di Acca Larenzia, condannati da Mosca e purtroppo anche dall’Ue). E accusa il Pd, che ha appena votato col governo l’ennesimo dl Armi, di esser “sempre più attratto dai 5Stelle contrari a sostenere Zelensky” (che infatti han votato contro). Neppure il fallimento della controffensiva di Kiev (100 mila vittime in pochi mesi per recuperare 1/350 dei territori occupati e perderne pure di più, la fine delle forniture militari americane in vista di conflitti più pop (Gaza, Mar Rosso, Taiwan), le contorsioni di un’Ue dissanguata e sfibrata, l’inizio della contro-controffensiva russa che devasterà e ingoierà altri pezzi d’Ucraina bastano ad aprire gli occhi alle nostre Sturmtruppen.
Se fossero oneste, prenderebbero atto della dura lezione dei fatti, ammetterebbero di avere sbagliato tutto e si scuserebbero con chi aveva ragione fin da subito: non gli inesistenti putiniani, ma chi chiedeva di negoziare. Non per consegnare l’Ucraina a Putin, ma per salvarla dall’inevitabile vittoria di Putin trattando prima o subito dopo l’invasione. Non con vuote parole da Miss Italia sulla pace nel mondo, ma con un compromesso basato sulla neutralità di Kiev e l’autonomia del Donbass: quella accettata a Minsk e poi tradita dai governi ucraini di Poroshenko e Zelensky, che seguitarono a bombardare le regioni russofone fino all’invasione russa (e anche dopo, vedi la strage di domenica al mercato di Donetsk: 25 civili morti e 40 feriti). Infatti quel negoziato si fece, mediato dall’allora premier israeliano Naftali Bennett nel marzo ’22, subito dopo l’invasione: Putin rinunciava a disarmare e “denazificare” l’Ucraina e a uccidere Zelensky, il quale rinunciava a entrare nella Nato. “Credo davvero – disse Bennett – che esistesse una chance per il cessate il fuoco”, grazie al “pragmatismo di Putin che capiva totalmente le costrizioni politiche di Zelensky” e alla parallela apertura di Kiev. Ma Biden e Johnson “bloccarono la mediazione” e decisero di “continuare a colpire Putin”. Cioè di affidare il destino ucraino al responso del campo di battaglia, svuotando i tavoli negoziali e riempiendo Kiev di armi e illusioni a oltranza fino alla sconfitta della Russia. Ora purtroppo il campo di battaglia il suo responso l’ha dato. Restano da avvertire gli ultimi italo-giapponesi asserragliati nella giungla delle loro panzane. Anche eventualmente con un disegnino.

L'Amaca

 

Manco fosse Waterloo...
DI MICHELE SERRA
Comincia a diventare assurdo, oltre che sconveniente, l’atteggiamento del deputato Pozzolo, dalla cui pistola partì un colpo durante il veglione di San Silvestro ferendo in modo non grave un ragazzo presente.
L’episodio, dibattutissimo e arroventato dalle polemiche, lo è anche perché fin dal primo momento è stato circonfuso di una incomprensibile cortina di reticenza. Poteva essere archiviato per quello che era — un incidente molto increscioso — è diventato un mistero, e senza meritare di esserlo.
Non si capisce perché il deputato Pozzolo non abbia da subito raccontato l’accaduto, per filo e per segno, agli inquirenti, e di riflesso all’opinione pubblica. Dopotutto non si trattava di ricostruire Waterloo, ma un banale colpo accidentale. Anche ammesso che abbia delle responsabilità gravi, raccontare con chiarezza i fatti gli avrebbe permesso di uscire in maniera senz’altro dignitosa dall’accaduto: come un uomo maldestro, non come un rappresentante del popolo reticente, che dà l’inevitabile impressione di nascondersi dietro un ruolo pubblico (deputato della Repubblica) che all’opposto dovrebbe suggerirgli trasparenza e lealtà.
Perché mai, a più di tre settimane dai fatti, anzi dal fatterello, e con tutti i misteri veri e insoluti che intasano le cronache nazionali, si debbano disturbare Procure, inquirenti, periti balistici, avvocati, per quella che è, con ogni probabilità, solo una grave imprudenza, è una domanda che al posto del deputato Pozzolo mi farei. Molti politici parlano di tutto, e a vanvera, quella era un’occasione in cui parlare era doveroso, e in fin dei conti più facile e conveniente che menare il can per l’aia.

martedì 23 gennaio 2024

Registi scialbi

 

Tra il fusco e il brusco
di Marco Travaglio
Gli unici titolati a protestare per il golpetto con cui la destra ha nominato Luca De Fusco direttore del Teatro di Roma sono gli attori e i registi, che evidentemente lo conoscono. Il Pd ha poco da strillare: ha sempre fatto le stesse cose, solo con un po’ più di furbizia ed eleganza di questi trogloditi. E in quel posto voleva piazzare Onofrio Cutaia, ora al Maggio Fiorentino, per liberare la poltrona all’amato Carlo Fuortes, rimasto momentaneamente col culetto scoperto dopo aver regalato la Rai ai meloniani in cambio della promessa del San Carlo di Napoli, dove il Pd che governa Comune e Regione era ben felice di avallare il golpetto destroide contro Carlo Lissner, purtroppo fallito perché illegale. Siccome non c’è limite al ridicolo, ha parlato il ministro Sangiuliano: “Dobbiamo consentire a chi non fa parte dei circoletti romani di esprimersi nel mondo della cultura”. Cioè: De Fusco, socialista dalla più tenera età, poi forzista in amorosi sensi con Gianni Letta, collezionista di cadreghe da Guinness (10 anni allo Stabile del Veneto, 2 a Catania, 10 a Napoli), sarebbe espressione di una cultura (quale?) negletta e ghettizzata dalla feroce egemonia comunista: un underdog salvato dalle catacombe dopo anni di persecuzioni e privazioni da un altro emarginato, San Giuliano, già vicedirettore del Tg1 e direttore del Tg2 e di vari quotidiani.
Ironia della storia: la nomina di De Fusco arriva nel 24° anniversario della morte di Craxi, di cui il nostro eroe – vincendo non si sa come l’ostracismo comunista – celebrò le gesta su Rai1 nel 2011 col memorabile documentario Craxi, elogio del capro espiatorio. Lì paragonò il compianto latitante a: Antigone, Edipo a Colono, Prometeo di Eschilo, Giobbe, Aldo Moro, l’adultera salvata da Gesù dalla lapidazione, Cristo crocifisso. E, aggirandosi tra le rovine di un antico teatro, intervistò testimoni super partes: Carra (1 anno e 4 mesi per falsa testimonianza), Cirino Pomicino (1 anno e 10 mesi per corruzione e finanziamento illecito), De Michelis (2 anni per corruzione e finanziamento illecito), Di Donato (3 anni e 4 mesi per corruzione) e Martelli (8 mesi per finanziamento illecito). Totale: 9 anni e 2 mesi di reclusione in soli 60 minuti, senza contare i 10 anni di Craxi (corruzione e finanziamento illecito). Ma non ci fu tempo per parlare del bottino di Bettino, che De Fusco definì “rifugiato politico”, “vittima sacrificale”, “figura mitica”, “eroe tragico”. Poi porse il microfono a un “filosofo” che equiparò i processi per corruzione e le contestazioni di piazza alla crocifissione e resurrezione di Gesù: “Craxi come Cristo, dopo la morte tutti riconoscono che era innocente”. Ora, al teatro di Roma, andrà finalmente in scena il sequel del capolavoro, dal titolo: “Ma tutti chi?”.

L'Amaca

 

Come aiutare un bullo
DI MICHELE SERRA
Non credo sia giusto né utile giudicare la sortita del sindaco di Terni, Bandecchi, a proposito del corretto utilizzo del culo delle donne (mi scuso per la sintesi, che è lacunosa e molto ingentilita), scomodando la categoria del sessismo, che è pur sempre una categoria culturale.
Bandecchi riuscirebbe a essere sgradevole e violento anche parlando di batterie d’auto, di sufismo, di coltivazione dei ceci o di algebra.
E riuscirebbe a essere sgradevole e violento perfino se volesse annunciare la sua conversione al femminismo, o addirittura alla gentilezza.
Perché, molto a monte di ogni considerazione politica, Bandecchi è un bullo conclamato, anzi un bullo cristallizzato, e lo è da anni, reiteratamente, orgogliosamente, minacciosamente: ha scelto quel canone e proprio in virtù di quel canone è stato molto presente sui giornali e nei media in genere, che altrimenti lo avrebbero ignorato. Ed è sempre in virtù di quel canone che lo hanno votato in tanti, entusiasti dell’omone che sbraita e insulta: sono loro, i suoi elettori, i soli veri mandanti del discorso, orrendo per banalità oltre che per maleducazione, che il sindaco di Terni ha pronunciato nel pieno esercizio delle sue funzioni.
La situazione, nel suo caso, è aggravata dalla stazza fisica, dunque dall’inevitabile sensazione di sopraffazione che accompagna molte delle sue sortite e addirittura la sua stessa presenza. Fate conto: un Crosetto al contrario, grosso e amichevole il primo, grosso e sopraffattore il secondo. La sola reazione davvero corretta, dai banchi dell’opposizione a Terni, sarebbe suggerirgli un terapeuta. Non capirebbe. Ma almeno gli si farebbe la sola osservazione pertinente.

Perdita

 


Già l'immaginazione! Se ne è andata da un pezzo da questo sasso tondo, una grave e mai compresa perdita per noi Sapiens, la dipartita di GigiRiva, che bisogna scriverlo così tutto attaccato, la certifica al meglio: quei pomeriggi di noi ragazzi di quegli anni, sensazioni difficilmente trasmissibili ai fulminei polpastrelli velocissimi d'oggi, il galoppo in cervice scatenato dalla voce arroccata, inusuale, quasi assurda di Sandro Ciotti che interrompeva Enrico con la madre di tutte le eteree frasi "Scusa Ameri, ha segnato GigiRiva!" e tu pronto a scatenare l'inferno per immaginare l'ennesimo gol del Campione, in un mondo diverso, socialmente differente, con quel gracchio di radioline tutte allineate in coclea in riva al mare, in montagna, nei bus, per strada, alla stessa ora perché non esisteva per fortuna lo spalmare pro-grana, non si poteva vedere nulla prima di Valenti e la sua tribù attorno alle 18 e poi un solo tempo di un'unica partita, prima del materializzarsi dell'Immaginazione alle 20 sul secondo canale, fino ad estasiarsi sul primo con Pigna e soci nella liturgica Domenica Sportiva. Stessa prassi questa del ricordo, simile al papà che ti raccontava di un certo Nicolò Carosio e delle sue radiocronache senza alcuna immagine, a beneficio dell'Immaginario, a quei tempi fortissimo e non atrofizzato com'è oggi, tant'è che madre evoluzione prima o poi leverà lo schermo privato, inutilizzato com'è. 

L'Immaginazione che ancora per fortuna qualcuno possiede, ti porta in semplicità con notizie come l'addio di GigiRiva, ad intravedere la propria posizione sul treno della vita, attualmente sono colui che guarda il posizionamento dei bagagli nel retino sopra testa, perché la stazione sta arrivando, hai voglia di siliconarti, e bisogna scendere, come ieri ha fatto GigiRiva, un diodo della nostra Immaginazione, un fulcro essenziale per rivangare anni lontani cercando di trasmettere qualcosa soavemente alleggerita dalla semplicità di gesti socializzanti in grado di collocarci nel posto giusto, vaccinandoci contro la smania di apparire, male oscuro questo, che GigiRiva ha debellato da sé stesso, impregnandosi di silenzio, silenzio parlante, silenzio rombante, Tuono per coscienze rattrappite. 

GigiRiva si porta via la fragranza del proiettore interno capace di catapultarci in nano secondi al suo fianco nei prati freschi di quei tempi ad ascoltare il suo Rombo, senza fronzoli, nani, ballerine, ovvietà, scocciature mediatiche, procuratori, ignavi grondanti ovvietà, angolazioni, var, partite all'ora di pranzo, coglioni insipidi, conigli umidi, orchi fagocitanti grana, arabi fischianti la memoria di GigiRiva perché il silenzio a casa loro non si fa, e vaffanculo a tutti voi spiaggiati e cammellieri a cui qualche idiota nostrano ha concesso il torneuccio senza gloria! 

Scusa GigiRiva mi son fatto prendere dalla rabbia, mentre è il silenzio che dovrei coltivare, fortificandomi prima di scendere dal treno, possibilmente con dignità. Come hai fatto tu ieri, Rombo di Tuono!    

lunedì 22 gennaio 2024

Addio Grande Uomo!



Rombo di Tuono non c’è più! Uno dei miei idoli della giovinezza, la forza pura di quel magico sinistro, si è spento oggi per problemi di cuore. 
Erano altri tempi, ma Gigi li aveva scavalcati, con la sua essenza di uomo libero, lontano da interessi economici, deciso a divenir sardo perché dei sardi possedeva il silenzio, la caparbietà, la testardaggine, la bontà. Sapevamo tutti dove avrebbe virato per agevolare il Rombo di Tuono del suo sinistro, ma pur capendo che sarebbe andato da quella parte, nessuno era in grado  contrastarne la potenza fisica, tipica dei guerrieri. Forte di testa, acrobata in area, resterà per sempre nel Pantheon del nostro calcio. Ti sia lieve la terra Rombo di Tuono! E grazie, grazie, grazie!

Un Pagliaccio è per sempre!