Un luogo ideale per trasmettere i miei pensieri a chi abbia voglia e pazienza di leggerli. Senza altro scopo che il portare alla luce i sentimenti che mi differenziano dai bovini, anche se alcune volte scrivo come loro, grammaticalmente parlando! Grazie!
sabato 6 gennaio 2024
Ripartenza
Infine Selvaggia
Matteo e la beneficenza online. La solita questione da “squali”
di Selvaggi Lucarellli
Quando ho iniziato a indagare sull’ormai famoso Pandoro-gate lo scorso anno, le reazioni dei giornali e dei lettori furono scoraggianti. L’idea che una giornalista ficcasse il naso in una storia di generosità destò immediata antipatia.
I giornali svilirono l’inchiesta parlando di “polemica”, “attacco” e così via, confermandomi la solita idea: indagare sulle donazioni è un lavoro scomodo, pretendere trasparenza da chi “soffre” o da chi dona è spesso accompagnato da un coro di “come ti permetti”, “ma fatti i fatti tuoi” e, alla fine, ci si rassegna all’idea che anche le vittime, appunto, abbiano sempre una patente d’innocenza insindacabile. Lo sapeva bene anche Matteo Mariotti, il ragazzo attaccato dallo squalo in Australia che a dicembre, siccome ho osato esprimere perplessità su una raccolta fondi a lui destinata, mi aveva scritto in privato, mentre era ancora in ospedale a Brisbane: “Dammi il tempo di mettermi in forza e spiegherò a tutta l’Italia il male che mi hai fatto. (…) Con me hai sbagliato, vai a rifarti gli zigomi”. E così ha fatto: non appena è tornato, fiumi di interviste con accuse a me di essere la cattiva che gli ha buttato odio addosso. I fatti pregressi: a metà dicembre Matteo viene aggredito da uno squalo. A Brisbane gli viene amputata metà gamba. Lui, per sua ammissione, ha una assicurazione medica che copre le spese mediche. I suoi amici però aprono subito una raccolta fondi il cui scopo scritto sul sito è “per spese mediche”. L’obiettivo sono 20 000 euro. Appena raggiunta la cifra alzano il tetto a 50 000. Nel frattempo parte un’altra raccolta parallela in cui viene fornito l’iban della zia di Matteo. Io denuncio pubblicamente la poca trasparenza di questa raccolta, visto che in Australia l’assicurazione copre le spese e in Italia, quando Matteo arriverà, abbiamo la sanità pubblica. L’amica che ha organizzato la raccolta fondi mi contatta e ammette di non sapere bene di quanti soldi avrà bisogno il suo amico. Ma tanto, dice lei, la gente mica è obbligata a donare. Insomma, confonde il concetto di colletta tra amici e raccolta fondi. Alla fine gli amici, dopo le mie domande, chiudono la colletta a 62 000 euro e nel loro gruppo whatsapp si lamentano perché “mica è giusto darla vinta a quella tr*ia”. Molti mi scrivono insultandomi e minacciandomi. Matteo, come già detto, mi scrive prima che vuole tanto incontrarmi, poi che me la farà pagare raccontando all’Italia cosa gli ho fatto. Già, cosa gli ho fatto? Ho preteso trasparenza laddove trasparenza non c’era. Migliaia di donatori avevano già donato “per spese mediche” convinte che senza i loro soldi questo ragazzo il cui padre possiede uno dei locali più noti di Parma (ragazzo che nel 2023 aveva già fatto avanti e indietro in l’Italia due volte dall’Australia), non possa essere curato. Gli amici volevano fare un regalo a Matteo? Benissimo. Gli amici vogliono che Matteo si compri la migliore protesi del mondo e non quella che passa la Asl? Benissimo. Tutto questo però non può essere spacciato per “spese mediche” e le raccolte si aprono quando si hanno preventivi e quando si ha idea della destinazione del denaro. In Italia ci sono circa 3.000 persone all’anno che subiscono un’amputazione in seguito a ischemie, incidenti, malattie oncologiche, infezioni. Persone che non aprono raccolte fondi, che contano sul servizio sanitario nazionale, che affrontano le difficoltà senza la stampa a dedicargli titoloni, che devono spesso battersi per avere ciò che gli spetta. Matteo ieri sorrideva posando tra assessori regionali e il direttore generale dell’ospedale Rizzoli Anselmo Campagna come se si trattasse di un paziente speciale, con una copertura stampa inspiegabile, accusando chi ha osato criticare la finalità opaca della raccolta fondi a lui destinata di essere più feroce dello squalo. E ovviamente, nessun giornalista ha da ridire sulla furbata della raccolta fondi “per spese mediche”, ma i titoloni sono per la cattiva giornalista che fa domande. Diceva l’antropologo francese Renè Girard: “Perfino i nichilisti più estremi decostruiscono tutto fuorché il principio dell’innocenza della vittima”.
Massimo commento
Lo show complottista
di Massimo Giannini
Lo spettacolo offerto da Meloni nella conferenza stampa mostra tutti i limiti della classe dirigente della destra e le ossessioni della presidente del Consiglio
Sconfitti gli otoliti che le invalidavano l’equilibrio fisico, la Sorella d’Italia resta vittima dei fantasmi che le agitano l’immaginario politico. Nel Meloni-Show di Capodanno — tre ore di gaia auto-consacrazione, tra bugie colossali e vittimismi universali — la presidente del Consiglio è riuscita finalmente a controllare l’ira funesta e inconsulta che sempre la tradisce quando interviene in Parlamento o incrocia i pochi giornalisti ancora capaci di farle qualche vera domanda. Almeno per una volta, il training psicologico cui si è sottoposta prima della conferenza stampa ha funzionato: la postura guerresca e romanesca dell’agit-prop di Colle Oppio ha lasciato il campo a una posa più misurata e a una prosa più calibrata, quasi degne di una donna di Stato piuttosto che di una tribuna della plebe post-missina. Ma le buone notizie dal Pianeta Meloni finiscono qui. Per il resto, nella prima uscita pubblica del 2024 la premier ha clamorosamente riconfermato i due deficit “strutturali” sul piano della cultura politica zavorrano il suo partito e il suo governo: una classe dirigente impresentabile, una psicosi cospirazionista insopportabile.
Il primo deficit è imbarazzante: la classe dirigente di Fratelli d’Italia è impresentabile, più di quanto lo fu quella di Alleanza Nazionale. Anche Gianfranco Fini, nel ’94, ebbe un problema analogo a quello che oggi assilla Giorgia Meloni. Ma con una variante e un’attenuante. La variante è che lui allora aveva Pinuccio Tatarella, mentre lei oggi ha Giovambattista Fazzolari (e “ho detto tutto”, come diceva Totò). L’attenuante è che allora per l’ex Msi sdoganato a sorpresa da Berlusconi la svolta di Fiuggi si era appena consumata, mentre oggi FdI arriva a Palazzo Chigi avendo avuto tutto il tempo per rinnovarsi e rifondarsi. Non l’ha fatto, se non attraverso i riti e i miti un po’ infantili di Atreju, Frodo e Bilbo Baggins. Il risultato è l’onorevole Emanuele Pozzolo, il cowboy per una notte che ha trasformato Biella in Forcella. Il suo mini-revolver North American LR22, che al Cenone spara e ferisce Luca Campana, è la smoking gun dell’inadeguatezza di un intero ceto politico. La prova regina della “matrice” nera di una dirigenza improvvisata e incrostata di vecchi rancori ideologici e di nuovi furori demagogici. Un impasto rancido di Pro-God e Pro-Gun, Pro-Patria e Pro-Life, No-Vax e No-Pass, e via delirando. Sono gli “irresponsabili” di cui parla Meloni, i Delmastro e i Mollicone, i La Russa e Lollobrigida, le Santanchè e le Montaruli, che combinano un casino a settimana mentre lei, in splendida solitudine, tira la carretta e avverte: “Non voglio più fare questa vita”. E invece le tocca. Perché fa il pane con la farina che ha. E Fratelli d’Italia è questa farina. Non ce n’è un’altra. Non a caso il massimo dell’intransigenza che la leader può annunciare e applicare nei confronti di Pozzolo è una “sospensione” (naturalmente previo passaggio dai probiviri, prassi burocratica un po’ kafkiana e assai poco consona al partito “maschio” e decisionista che Giorgia ama raccontare). Il fatto è che se dovesse espellere tutti quelli come lui, in Parlamento e nei consigli regionali o comunali non resterebbe quasi più nessuno. È un problema enorme, per il governo e per il Paese: per reggere altri quattro anni, la destra al potere può permettersi questo Circo Barnum di pagliacci e pistoleri, nani e ballerine?
Il secondo deficit è allarmante: Meloni non guarisce dalla psicosi cospirazionista, che la ammorba da anni. Ma qui l’aggravante non è una, diventano due. Intanto - finché era all’opposizione in totale e ostinata solitudine, a celebrare il culto del “polo escluso”, della marginalità e dell’alterità – il ricorso alla lisergica paccottiglia complottarda rientrava nel cliché collaudato di tutti i populismi dell’ultradestra: l’odio contro i Poteri Forti e il capitalismo attinto direttamente dal Ventennio, la campagna contro le lobby Lgbtq e il gender mutuato dai camerati ungheresi e polacchi, il Piano Kalergi sulla sostituzione etnica e il Grande Reset pandemico, la lotta contro le tecnocrazie bruxellesi e i “banchieri usurai” alla Soros, l’attacco alla cancel culture condivisa con i trumpisti americani. Ora che Meloni guida una grande nazione, l’uso e l’abuso di questo ciarpame ideologico non le è più consentito.
Ma stavolta c’è anche di più. Nel ritirare fuori dall’armadio i soliti spettri della congiura giudo-pluto-massonica, la premier allude a chi voleva “dare le carte in Italia”, accenna a chi le “ha chiesto ruoli”, rispolvera la frase clou delle consultazioni che hanno anticipato la nascita del suo governo, “non sono ricattabile”. Ma si ferma qui. Di più non dice, non spiega, non chiarisce, come scrive giustamente Stefano Cappellini. Ha visto cose che noi umani, evidentemente, ma si guarda bene dal dare un nome alle cose. Chi trama contro l’Italia? La Spectre Globale, la Grande Finanza? Chi ordisce piani segreti contro il governo legittimo del Paese? Una loggia, la P4 e la P5, la Chiesa di Bergoglio, il Quarto Partito degli Industriali di cui parlava De Gasperi? Nessuno lo sa. Siamo alle chiacchiere da Bar Sport, messe in giro da una premier trasfigurata in “Influencer di Stato”. Hanno ragione i segretari di Pd e M5S, Schlein e Conte, a chiederle di fare nomi e cognomi o di tacere per sempre, concentrandosi semmai sui guai seri che assillano l’Italia, dal lavoro povero alla sanità devastata. Ma anche qui: peccato solo che le opposizioni, rissose e divise, non siano in grado di offrire all’Italia uno straccio di alternativa credibile. E anche questo è un gigantesco problema, di qui alla fine della legislatura.
Lo spettacolo offerto da Meloni nella conferenza stampa mostra tutti i limiti della classe dirigente della destra e le ossessioni della presidente del Consiglio
Sconfitti gli otoliti che le invalidavano l’equilibrio fisico, la Sorella d’Italia resta vittima dei fantasmi che le agitano l’immaginario politico. Nel Meloni-Show di Capodanno — tre ore di gaia auto-consacrazione, tra bugie colossali e vittimismi universali — la presidente del Consiglio è riuscita finalmente a controllare l’ira funesta e inconsulta che sempre la tradisce quando interviene in Parlamento o incrocia i pochi giornalisti ancora capaci di farle qualche vera domanda. Almeno per una volta, il training psicologico cui si è sottoposta prima della conferenza stampa ha funzionato: la postura guerresca e romanesca dell’agit-prop di Colle Oppio ha lasciato il campo a una posa più misurata e a una prosa più calibrata, quasi degne di una donna di Stato piuttosto che di una tribuna della plebe post-missina. Ma le buone notizie dal Pianeta Meloni finiscono qui. Per il resto, nella prima uscita pubblica del 2024 la premier ha clamorosamente riconfermato i due deficit “strutturali” sul piano della cultura politica zavorrano il suo partito e il suo governo: una classe dirigente impresentabile, una psicosi cospirazionista insopportabile.
Il primo deficit è imbarazzante: la classe dirigente di Fratelli d’Italia è impresentabile, più di quanto lo fu quella di Alleanza Nazionale. Anche Gianfranco Fini, nel ’94, ebbe un problema analogo a quello che oggi assilla Giorgia Meloni. Ma con una variante e un’attenuante. La variante è che lui allora aveva Pinuccio Tatarella, mentre lei oggi ha Giovambattista Fazzolari (e “ho detto tutto”, come diceva Totò). L’attenuante è che allora per l’ex Msi sdoganato a sorpresa da Berlusconi la svolta di Fiuggi si era appena consumata, mentre oggi FdI arriva a Palazzo Chigi avendo avuto tutto il tempo per rinnovarsi e rifondarsi. Non l’ha fatto, se non attraverso i riti e i miti un po’ infantili di Atreju, Frodo e Bilbo Baggins. Il risultato è l’onorevole Emanuele Pozzolo, il cowboy per una notte che ha trasformato Biella in Forcella. Il suo mini-revolver North American LR22, che al Cenone spara e ferisce Luca Campana, è la smoking gun dell’inadeguatezza di un intero ceto politico. La prova regina della “matrice” nera di una dirigenza improvvisata e incrostata di vecchi rancori ideologici e di nuovi furori demagogici. Un impasto rancido di Pro-God e Pro-Gun, Pro-Patria e Pro-Life, No-Vax e No-Pass, e via delirando. Sono gli “irresponsabili” di cui parla Meloni, i Delmastro e i Mollicone, i La Russa e Lollobrigida, le Santanchè e le Montaruli, che combinano un casino a settimana mentre lei, in splendida solitudine, tira la carretta e avverte: “Non voglio più fare questa vita”. E invece le tocca. Perché fa il pane con la farina che ha. E Fratelli d’Italia è questa farina. Non ce n’è un’altra. Non a caso il massimo dell’intransigenza che la leader può annunciare e applicare nei confronti di Pozzolo è una “sospensione” (naturalmente previo passaggio dai probiviri, prassi burocratica un po’ kafkiana e assai poco consona al partito “maschio” e decisionista che Giorgia ama raccontare). Il fatto è che se dovesse espellere tutti quelli come lui, in Parlamento e nei consigli regionali o comunali non resterebbe quasi più nessuno. È un problema enorme, per il governo e per il Paese: per reggere altri quattro anni, la destra al potere può permettersi questo Circo Barnum di pagliacci e pistoleri, nani e ballerine?
Il secondo deficit è allarmante: Meloni non guarisce dalla psicosi cospirazionista, che la ammorba da anni. Ma qui l’aggravante non è una, diventano due. Intanto - finché era all’opposizione in totale e ostinata solitudine, a celebrare il culto del “polo escluso”, della marginalità e dell’alterità – il ricorso alla lisergica paccottiglia complottarda rientrava nel cliché collaudato di tutti i populismi dell’ultradestra: l’odio contro i Poteri Forti e il capitalismo attinto direttamente dal Ventennio, la campagna contro le lobby Lgbtq e il gender mutuato dai camerati ungheresi e polacchi, il Piano Kalergi sulla sostituzione etnica e il Grande Reset pandemico, la lotta contro le tecnocrazie bruxellesi e i “banchieri usurai” alla Soros, l’attacco alla cancel culture condivisa con i trumpisti americani. Ora che Meloni guida una grande nazione, l’uso e l’abuso di questo ciarpame ideologico non le è più consentito.
Ma stavolta c’è anche di più. Nel ritirare fuori dall’armadio i soliti spettri della congiura giudo-pluto-massonica, la premier allude a chi voleva “dare le carte in Italia”, accenna a chi le “ha chiesto ruoli”, rispolvera la frase clou delle consultazioni che hanno anticipato la nascita del suo governo, “non sono ricattabile”. Ma si ferma qui. Di più non dice, non spiega, non chiarisce, come scrive giustamente Stefano Cappellini. Ha visto cose che noi umani, evidentemente, ma si guarda bene dal dare un nome alle cose. Chi trama contro l’Italia? La Spectre Globale, la Grande Finanza? Chi ordisce piani segreti contro il governo legittimo del Paese? Una loggia, la P4 e la P5, la Chiesa di Bergoglio, il Quarto Partito degli Industriali di cui parlava De Gasperi? Nessuno lo sa. Siamo alle chiacchiere da Bar Sport, messe in giro da una premier trasfigurata in “Influencer di Stato”. Hanno ragione i segretari di Pd e M5S, Schlein e Conte, a chiederle di fare nomi e cognomi o di tacere per sempre, concentrandosi semmai sui guai seri che assillano l’Italia, dal lavoro povero alla sanità devastata. Ma anche qui: peccato solo che le opposizioni, rissose e divise, non siano in grado di offrire all’Italia uno straccio di alternativa credibile. E anche questo è un gigantesco problema, di qui alla fine della legislatura.
Rimane il refrain vittimistico della Underdog: la “donna del risentimento” (parafrasando la formula di Luc Boltanski in Enigmi e complotti). Ed è grave. Soprattutto se lo si collega alle frottole istituzionali e costituzionali che abbiamo ascoltato nella stessa conferenza stampa. Sul premierato Meloni mente, sostenendo che con la riforma appena varata i poteri del Presidente della Repubblica non cambiano, mentre sappiamo che il Capo dello Stato non potrà più nominare il presidente del Consiglio eletto direttamente dal popolo né scegliere un premier tecnico in caso di cortocircuito delle maggioranze parlamentari. Sulla Consulta Meloni manipola, attaccando la sinistra in vista della prossima elezione di quattro membri laici (appuntamento che preoccupa non poco Sergio Mattarella) e poi trattando Giuliano Amato come “nemico del popolo” (solo perché ha segnalato il pericolo di una deriva polacca per le accuse rivolte da ministri e sottosegretari all’operato della Corte). Nell’uno e nell’altro, la Sorella d’Italia manifesta un altro limite, che è suo e della sua destra: un’incapacità innata nel maneggiare le istituzioni, un’alterità ostile nel dialogare con gli organi di garanzia. Come osserva Giovanni Orsina sulla Stampa, chi governa, tanto più se pretende di lasciare il segno, deve trovare una propria misura nell’affrontare i contropoteri, le tradizioni amministrative, le competenze che incarnano le strutture dello Stato. Le deve controllare e se necessario riformare, ma parlando il loro linguaggio e rispettando le loro prerogative.
Meloni non lo fa. Preferisce evocare il golpe bianco e i poteri opachi, tuffarsi nel mare torbido delle illazioni inverificabili e delle cospirazioni innominabili. Così, in una paradossale eterogenesi dei fini, lei stessa finisce per assestare un colpo mortale alla trasparenza del potere, che è il core business di ogni democrazia.
L'Amaca
Il mistero di Crosetto
DI MICHELE SERRA
La grottesca baruffa social di Capodanno del ministro Crosetto ha raccolto, sui media di ogni ordine e grado, commenti quasi unanimemente critici. Archiviato, con danno a carico del solo Crosetto, il piccolo incidente, resta però una grande domanda – e i lettori dell’Amaca sanno quante volte, in varie forme, me la sono fatta.
La domanda è questa: ma per quale mistero della psiche una persona molto nota, che ricopre una carica statale di primo livello, sente il bisogno di rendere pubbliche le sue inezie private (nel caso, una partita di burraco) e poi si incazza se qualcuno, tra i numerosi passanti, non apprezza e fa le pernacchie?
Passi per gli influencer, che sono la versione contemporanea dell’uomo-sandwich e sul web hanno scelto di esibirsi per mestiere; passi per chi si sente solo e sconosciuto (ce ne sono tanti) e trova conforto anche in una piccola manciata di contatti; passi per le star, che devono governare i loro greggi di fan; ma i politici, che già sono ogni due minuti sui giornali e nei tigì, vanno nei talkshow, sono sovraesposti e stringono le mani e fanno i selfie di gruppo prima e dopo i comizi, per quale stravagante pulsione devono esibire sui social perfino la loro residua fettina di privacy?
La risposta corrente è che vogliono “fare i simpatici” per dimostrare che sono “uguali a noi”. Ma è una risposta che non convince: per quanto ruffiano, anche il politico più scadente sa bene che non è questa fuffa demagogica, al contrario è la ricerca del prestigio perduto il vero problema della classe dirigente. Che non deve essere simpatica e ciarliera, deve essere rispettabile e saper dosare le parole. E dunque, Crosetto: perché infilzarsi da solo su quello spiedo?
E c'è anche qualcuno di Spesa!
GENOVA — Una crociera di 4 mesi intorno al mondo, toccando 50 destinazioni e 31 Paesi diversi: Baleari e Seychelles, Zanzibar e Martinica, Rio de Janeiro, New York, Bahamas, Québec e Mauritius. Lo spettacolo dell’aurora boreale, l’alba nella giungla amazzonica. Il tramonto sulla Table Mountain sudafricana. I lemuri del Madagascar, gli alligatori della Florida.
La Msc Poesia è salpata ieri dal porto di Genova sotto un diluvio invernale: passerà due volte l’equatore e le stagioni, terminando il suo viaggio in un porto tedesco tra 121 giorni, quando anche nel nord Europa sarà tutto fiorito. Che invidia. Ci sono 2.200 passeggeri a bordo, di 57 nazionalità diverse: la maggior parte francesi, poi tedeschi, statunitensi, cinesi, anche 150 italiani. Ognuno di loro, extra compresi, pagherà in media come minimo 20.000 euro: ma in una cabina interna, e senza concedersi molti extra. Altrimenti si raddoppia, triplica. Il vero lusso, però, non è il denaro: è il tempo a disposizione. Infatti: l’età media si aggira sui 70 anni e qualcosa. «Non siamo mica milionari, cosa credete? Ero un ispettore dell’Inps, come mia moglie. Oggi, due semplici pensionati»: Mario Casentini, di La Spezia, ne ha compiuti 73. Con Giovanna è al suo terzo giro del mondo a bordo di una nave da crociera. «I figli sono sistemati, i nipoti non hanno più bisogno di noi. Ci resti lei, a guardare la televisione sul divano». Va bene, ma tutti quei soldi? «Un’auto nuova mi sarebbe costata di più. E cosa me ne faccio, alla mia età? Abbiamo preso una cabina con oblò, di base saremo sotto i 40.000 euro di spesa. Ci piace viaggiare». Da buon ligure, fa un calcolo preciso: colazione, pranzo e cena, con vino o birra, e ogni giorno un menù diverso, più camera e 15 escursioni assicurate, fa poco più di 100 euro al giorno. «Mi conviene».
L’altro segreto di chi parte è non avere nessuno a casa. «Nientecani, né gatti o altri animali. Piante grasse»: Graziella Rihter, triestina. «Le sembro egoista?». Anche lei alla seconda esperienza intorno al mondo. Li chiamano repeaters , sono il 65% dei passeggeri di queste crociere infinite. Il marito,Sergio, racconta che durante il Covid erano a bordo, in pieno Oceano Atlantico. «Si ballava, si mangiava, si faceva festa: e voi, invece, chiusi in casa con le mascherine». Lavorava in banca: 74 anni, in pensione da 20. «Felice di godermela.La valigia sotto il letto, e niente più pensieri». Fossero tutti fortunati come voi. «Si tratta di fare delle scelte: a un certo punto ho capito che era arrivato il momento di prendermela comoda. E poi, a cosa serve tenere i soldi in banca?«. Quante belle cose, vedrete. «Deve essere interessante la sosta a Manaus, in Brasile. E quella in Groenlandia non me la voglio perdere». Giovanna, la moglie di Mario, ancora ha negli occhi la bellezza dell’Isola di Pasqua. E Bora Bora. «Da ragazza non avrei mai pensato di viaggiare tanto. Invece. Impari che le persone che vivono dall’altra parte del mondo sono uguali a te». Un’esperienza da mettere in pratica quando si torna a casa. «Ma chi ci resta più, a casa? Noi saliamo a bordo e già cominciamo a programmare la prossima crociera ». Chissà che ressa, al buffet. «No, quello succede nelle crociere brevi. Qui impari a regolarti da solo. E poi la palestra, la sauna, tre piscine: l’altra volta mio marito ha perso 4 chili». Ma non vi stufate, alla lunga non vi sentite prigionieri? «Ognuno va per conto suo, ci diamo degli appuntamenti in qualche luogo a qualche ora».
C’è chi è già al settimo giro del mondo. Una sorta di comunità. «Sembra di far parte di un piccolo paese, un borgo: siamo quasi sempre gli stessi». Infatti arriva un francese, fanno festa: Christian, 63 anni di Strasburgo, ex professore. «Mi spiace che ci abbiano cambiato un po’ l’itinerario previsto in partenza», mugugna. Si doveva passare per il Mar Rosso, ma è infestato da ribelli e pirati: troppo pericoloso, meglio lasciar perdere. È saltata anche la tappa a Dakar, Senegal, per il pericolo della febbre gialla: non c’era tempo per le vaccinazioni. «Anche questa incertezza fa parte dell’avventura». Contento lui.
Il comandante della Msc Poesia è un siciliano di Catania, Roberto Leotta. Assicura che questo viaggio sarà una grandissima esperienza. «Come stare in un altro mondo».
-Daniela Bang Bang!
L’elettricista crivellato mette a nudo la politica
DI DANIELA RANIERI
L’anno è appena iniziato, ma il premio per il miglior editoriale del 2024 sulle condizioni in cui versa l’onorabilità della classe politica italiana se lo aggiudica senza gara Luca Campana, 31 anni, elettricista, destinatario del proiettile partito dalla pistola del deputato di FdI Emanuele Pozzolo durante il veglione di Capodanno.
L’operaio, genero di un agente della scorta del sottosegretario Delmastro – il quale, presente anch’egli alla festa della Pro Loco di Rosazza (BI), ha riferito di non aver assistito allo sparo perché stava caricando in macchina i tupperware con gli avanzi di cibo, hai visto mai Putin ci invade e il governo decreta il razionamento alimentare – ha detto di averci pensato quattro giorni prima di denunciare Pozzolo, per il semplice motivo che colui che gli ha infilato un proiettile nella coscia è “un politico”. Cioè: il fatto che il detentore dell’arma fosse un parlamentare della Repubblica non ha per niente rassicurato il ferito, che anzi si è visto addebitare da Pozzolo pure la colpa di essersi sparato da solo raccogliendo l’arma da terra; invece di dargli la forza di andare in Procura a raccontare l’accaduto sicuro del fatto che un parlamentare della Repubblica avrebbe confermato la sua versione dei fatti, lo status di Pozzolo ha spaventato il cittadino impallinato: le forze dell’ordine, dice, lo hanno dovuto “rassicurare” circa possibili “ritorsioni”, presumibilmente messe in atto dal Pozzolo stesso. Ormai dire “un politico” è come dire “un malavitoso del Brenta”, “un picciotto”, “un camorrista” (e del resto Cognati d’Italia è il partito che vanta più arrestati per ‘ndrangheta), un tizio poco raccomandabile con cui non è saggio entrare in conflitto pure se ti ha rifilato una pallottola e che non conviene denunciare perché: 1) non ti crederà nessuno; 2) se anche ti credono, affronti processi costosi e infiniti in cui rischi che danno ragione a lui perché è potente e tu sei un umile lavoratore, come ne Il marchese del Grillo.
Entrando claudicante alla procura di Biella, lo sparato ha composto un trattato di antropologia e di filosofia del Diritto. Fateci caso: sono i potenti e i politici, quando li beccano a fare reati, a consegnare ai media frasette come “sono sereno”, “confido nella Giustizia”, “il tempo è galantuomo” etc.; i poveracci, da innocenti o da vittime di angherie e soprusi da parte di qualche potente, sono terrorizzati, confidano poco nella Giustizia e temono per la loro incolumità, oltre che di doversi accollare l’onere della prova contro chi ha una forza incommensurabilmente superiore (basta leggere Kafka); non a caso al “politico” ormai si attribuisce l’arroganza impunita, definitivo stemma del potere, giammai la disciplina e l’onore connessi al suo ruolo.
Ma a cosa si deve questo degrado? Intanto, come insegnano i classici, un potente è tale perché e finché c’è una società che lo sostiene, lo riverisce e lo giustifica. E più è scarso, più trova servi disposti a riconoscersi in lui.
Nella nostra società neo-feudale quanti valvassori e valvassini garantiscono ai potenti agi, prepotenza, sicurezza d’impunità per sé e i loro congiunti? Quanto è incistata la mentalità per cui il politico è un cittadino privilegiato e legibus solutus, e l’unico modo per sfangarla e far valere i propri diritti non è appellarsi alla Costituzione, ma mettersi nelle mani di qualche vassallo o signorotto e averne i favori di fronte alla legge e allo Stato?
Esempi di vassallaggio: i giornalisti presenti alla conferenza stampa della Meloni che, siccome lei ha promesso di imbavagliarli impedendo loro di pubblicare gli atti degli arresti che riguardano i politici e i loro amici e parenti, la ringraziano con un applausone, facendole moine e domande che non metterebbero paura a un chihuahua; i tribunali, quando danno ragione ai politici che querelano giornalisti per mere opinioni, cioè non per aver riportato fatti falsi; persino la Corte costituzionale quando cavilla su immunità e autorizzazioni parlamentari, come nel caso, di cui ha scritto ieri Davigo sul Fatto, della sentenza con cui ha dichiarato illegittime le intercettazioni a carico dell’allora senatore Stefano Esposito, annullando il rinvio a giudizio disposto nei suoi confronti dalla Procura di Torino. Tutto questo l’elettricista crivellato “per errore” (piuttosto, perché Pozzolo doveva mostrare il revolverino da borsetta a una festa con dei bambini) lo sa; e solo per caso l’episodio non si è trasformato in tragedia, per cui sarebbe ricaduto sulla vedova il compito di far condannare un deputato; provvidenzialmente (e paradigmaticamente), il suocero-agente stava scortando Delmastro nella pericolosa operazione del trasporto viveri, altrimenti si sarebbe potuto assistere a una bella sparatoria stile Tarantino in baita tra un agente della scorta e un parlamentare dello stesso partito dello scortato, che tutto sommato potrebbe essere un’idea.
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