domenica 10 dicembre 2023

Wooow!!

 

Cazzullo intervista il Maestrone!!

«Dalla, De André, la politica Vi racconto la mia storia»
Corriere della Sera10 Dec 2023

Di Aldo Cazzullo
Il Limentra fa davvero un suono continuo e ossessivo, e Francesco Guccini vive davvero nell’antica casa di famiglia a Pavana, sull’Appennino al confine tra Toscana ed Emilia. Dall’altra casa di famiglia, il Mulino, il prozio Enrico — Merigo in dialetto pavanese, Amerigo, come Vespucci, nella memorabile canzone — partì per estrarre carbone in America: «E fu lavoro e sangue e fu fatica uguale mattina e sera/ per anni da prigione, di birra e di puttane, di giorni duri/ di negri ed irlandesi, polacchi ed italiani nella miniera/ sudore d’antracite in Pennsylvania, Arkansas, Texas, Missouri...».
Guccini, ricorda ancora il prozio Enrico?
«Sì. Ma per me non era un minatore; era un cowboy».
«Il cinto d’ernia sembrava una fondina per la pistola».
«Enrico era il fratello di mio nonno Pietro. Avevano due sorelle, Teresa e Peppa, che morì di parto; anche se un giornalista ha scritto che era morta di fame. Zia Peppa aveva sposato un falegname socialista: i fascisti gli bruciarono la falegnameria, e lui partì esule in Francia, ad Antibes, che chiamava Antibo. Da Pavana in tanti andarono in America prima della guerra, e tornarono con due soldi. Poi gli americani arrivarono da noi».
Qui passava la linea gotica. «Un poco più a Nord». Com’erano i tedeschi?
«Affamatissimi. Pretendevano frittate da venti uova. Avevamo allevato un maialino, e lo nascondemmo in una casetta a Pian del Cerro. Un giorno i nazisti vennero a bussare alla nostra porta. Tememmo per il maialino. Cercavano invece i prigionieri russi che erano scappati, uno l’aveva trovato il nonno nel campo di granturco, ferito, e l’aveva messo in salvo. I tedeschi se ne andarono nell’autunno del ’44».
E gli americani?
«Non avevo mai visto un nero, non avevo mai masticato un chewing-gum, e ovviamente non avevo mai bevuto quel liquido scuro e buonissimo che chiamavano coca-cola. Così gli americani venivano a mangiare la pastasciutta al mulino dai nonni, mentre io andavo alla loro mensa, in cerca di leccornìe come l’ananas in scatola e la cioccolata, che andavo a mangiare da solo di nascosto in riva al fiume, il Limentra, che in realtà è un torrente. Ancora custodiamo una foto con dedica — “a esta familia amiga minha dedicação” — di un soldato brasiliano, un mulatto di nome Octaviano».
Brasiliano?
«Il dittatore Getulio Vargas aveva mandato in Italia la Força Expedicionária Brasileira, anche per sbarazzarsi degli idealisti di sinistra che volevano combattere il nazifascismo. Tra loro c’era pure un reparto di sciatori. E c’era un musicista famoso, di cui non ricordo il nome, che una sera arrivò con la chitarra per farci sentire le sue canzoni; ma qualcuno ridacchiava, e lui se ne andò offesissimo».
Lei non cantava?
«Per i soldati della Quinta Armata tenni la mia prima esibizione canora: Lay that pistol down di Bing Crosby, che pronunciavo leichepistoldà. Con gli americani giocavamo a tombola: “Play bingo!”. Mia madre Ester si convinse che tombola in inglese si dicesse plebingo».
Chi vinceva?
«Ricordo un nero che perdeva sempre e scappava sotto il camino a piangere; fino a quando gli altri, commossi, non gli restituivano i soldi».
Anche suo padre fece la guerra.
«Ne fece due: quella d’Africa, poi la Grecia. Cadde prigioniero a Corinto, lo chiusero nel di concentramento dove c’era anche Giovanni Guareschi».
Gli internati militari in Germania: anche quella fu Resistenza.
«Prima arrivò a casa la cartolina di un commilitone: “Ferruccio Guccini mi incarica di avvertirvi che sta tornando”. Tornò mentre eravamo in chiesa. Arrivò la zia di corsa reggendo il grembiule con le mani: doveva essere successo qualcosa di importante».
Era la prima volta che vedeva suo padre?
«Sì. Avevo cinque anni. Portava con sé un quaderno scritto in caratteri piccolissimi per risparmiare carta, con inchiostro annacquato per risparmiare inchiostro: era pieno di ricette, compilate nell’illusione di vincere così la fame. Aveva la divisa stracciata, ma non era magro: liberato dagli inglesi, si era rimpinzato. Per prima cosa fece il bagno nel bottaccio del mulino. Gli chiesi: papà, mi insegni a nuotare? Mi gettò in acqua. A momenti affogo».
È vero che lei è tifoso della Pistoiese?
«Ho simpatizzato. In realtà sono juventino. Allo stadio però sono andato una volta sola, nel 1948: Modena-Sampdoria 0 a 0. Una partita orribile, noiosissima».
Modena: «Piccola città, bastardo posto».
«Ma fu la città dei primi filarini. Portai una ragazza, anzi una mina, al cinema — davano una puttanata americana, “L’amore è una cosa me—, e nel buio osai chiederle: vuoi essere la mia mina?».
E lei?
«Rispose: ci devo pensare. In realtà, era un sì. Altrimenti mica ci veniva, al cinema».
Esordio musicale?
«Con gli amici vedemmo un film in cui una band rimorchiava le ragazze, e ci dicemmo: ne facciamo una anche noi. Ne fondammo diverse, dai nomi immaginifici: gli Hurricanes, che vuol dire uragani; gli Snakers, che non vuol dire niente. E poi i Marino’s, in onore del front-man, Marino Salardini. Primo concerto al teatro parrocchiale: Tutti Frutti, Be-Bop-a-Lula. Una ragazza, dal nome molto modenese di Deanna, mi disse che avevamo suonato bene, e mi emozionò moltissimo. E poi The Enchained Sea: in attesa dell’eco meccanico, imitavamo il verso dei gabbiani con penose contrazioni dello stomaco: “Aaah, aaah!”. Con i Gatti suonavamo da ballo».
Cosa suonavate?
«Andava molto Peppino di Capri. Ci esibimmo anche in Svizzera, a Zofingen, vicino a Basilea: non ero mai stato tanto lontano in vita mia, al ritorno raccontai ai miei che le cassette della posta erano gialle anziché rosse».
Nel 1964 scrisse Auschwitz.
«Si sapeva quel che era accaduto nei campi di sterminio, ma non se ne parlava. Nel 1961 il procampo cesso Eichmann riaprì la questione. Lessi “Tu passerai per il camino”, “Il flagello della svastica”. Si andava verso il Sessantotto».
Caterina Caselli e Giorgio Gaber la invitarono in tv, dove lei incontrò Battiato.
«Si chiamava ancora Francesco ed era un gran barzellettiere. Come me. Ma le sue barzellette erano inferiori alle mie, che sono autentici capolavori»
(Guccini sorride). Ha amici tra i colleghi?
«Roberto Vecchioni. Sulla barca di Lucio Dalla a Capri ho conosciuto Zucchero: con lui e con Ligabue parliamo dialetto, anche se loro sono reggiani, teste quadre...».
È vero che da giornalista della Gazzetta di Modena intervistò Domenico Modugno?
«Sì, e ancora me ne vergogno. Fui inutilmente aggressivo. Una chitarronata, come Carducci definì il suo inno a Satana».
Modugno la prese bene?
«Malissimo. Telefonò al direttore per protestare».
Spesso i suoi personaggi sono eroi solitari, destinati a una nobile sconfitta: don Chisciotte, Cyrano, Che Guevara...
«Deve essere un fatto generazionale. Vale anche per De André, che canta i vinti e le donne di malaffare. Lui ascoltava Brassens, io Dylan; ma io ammiravo François Villon, il poeta maledetto del Quattrocento, graziato dal re, di cui non si sa che fine abbia fatto».
De André è il cantautore che le assomiglia di più?
«Forse sì, per il tardo romanticismo che ci affascinava entrambi. Anche se lui veniva da un’importante famiglia di Genova. Io vengo da Pavana».
De André era terrorizzato dal pubblico; lei ha fatto centinaia di concerti.
«Ma avevo una paura folle ogni volta. Salivo sul palco con lo stesso terrore con cui affrontavo gli esami all’università».
Chi altri ammira?
«Gino Paoli. La canzone d’autore comincia con Il cielo in una stanza. Una svolta: senza rima, senza ritornello. Ho ammirato anche Sergio Endrigo, che però si era rotto i timpani durante un’immersione e non riusciva più a intonarsi, ricordo un concerto in cui soffriva moltissimo».
Nelle sue canzoni lei canta spesso la fine di un amore. Altrui, come la meravigliosa «Scirocco», o suo. Quale donna si nasconde dietro Eskimo?
«Roberta, la mia prima moglie».
E dietro Farewell? «Ogni volta che piangi e che ridi non piangi e non ridi con me...».
«Angela, la madre di mia figlia Teresa. Abbiamo appena battezzato suo figlio, mio nipote Pietro».
100, Pennsylvania Avenue?
«Eloise, una mia allieva americana al Dickinson College di Bologna. La seguii in Pennsylvania. Era di famiglia progressista: la sola nei sobborghi a non avere la bandiera in giardino. Ma l’unica entusiasta di me era una zia in Florida, che mi fece una lunga telefonata di cui non capii nulla: lei pensava di parlare italiano, in realtà parlava calabrese. Finì con una gran lite, tutti i parenti contro di me, con Eloise che gridava: “Ma io lo amo!”. Fu un trauma. Avevo trent’anni ma ero ancora un ragazzo, immaturo. Ora ho capito la mentalità di quegli americani, e non lo rifarei; ma adesso di anni ne ho 83. Ed Eloise Vitelli è capogruppo democratica nel Senato del Maine».
«E lo vorrei/ perché non sono quando non ci sei...».
«Questa è la canzone per Raffaella, mia moglie. Venne una sera con le amiche da Vito, la trattoria bolognese che frequentavo. Cominciai un corteggiamento lento, rispettoso, d’altri tempi. Mano nella mano, passo dopo passo...».
Da Vito andava anche Lucio Dalla.
«Non siamo mai stati davvero amici. Non avevamo confidenza, Lucio era un tipo un po’ misterioso, a volte scontroso. Della sua omosessualità non parlava mai. Adorava la mamma mentre non aveva mai conosciuto il papà, a Bologna si diceva che fosse figlio di padre Pio. E poi eravamo troppo diversi. Lui cittadino, io montanaro. Mi prendeva in giro: cosa fai tutto il giorno in montagna? E io rispondevo: niente. Anche se in realtà facevo un sacco di cose»
Cosa?
«Camminare, andare a funghi, piantare alberi. E coltivare i miei vizi. Diceva Tom Antongini, il segretario di D’Annunzio: tieniti cari i tuoi vizi, saranno gli unici amici della tua vecchiaia. Io invece ho dovuto rinunciare a sigarette, donne, libri. Particolarmente doloroso l’addio ai libri. Ma non ci vedo quasi più».
A papa Francesco ho recitato il primo verso del Martìn Fierro, il poema nazionale argentino. Avrà pensato che fossi pazzo. La morte non mi fa paura. Certo, è un bel fastidio: non esserci, non sentire. L’aldilà non c’è ma sono agnostico, quindi non si sa mai
Guccini: De André è il cantautore che mi assomiglia di più Non vado ad Atreju, i fascisti non mi piacciono. L’eroe della Locomotiva non morì, vogliono dedicargli una piazza
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Da Vito lei incontrò anche Vasco.
«Mi fece i complimenti per l’Avvelenata, una canzone che non amo. Pensi che con Bertoncelli, quello che “sparava cazzate”, siamo pure diventati amici...».
Bertoncelli è il critico che aveva stroncato «Stanze di vita quotidiana».
«Un disco che ho odiato e tuttora odio. Prima mi imposero un percussionista brasiliano, detto Mandrake, dedito a ogni sorta di stupefacente...».
Lei ha mai provato?
«Sono della generazione dell’alcol, non di quella della droga. E poi marimbe, xilofoni, vibrafoni... Da Londra arrivò un guru, in tunica bianca, con due tabla, i tamburi indiani. L’attacco della “Canzone delle osterie di fuori porta” è suo».
È un attacco bellissimo.
«Ma la musica indiana ha divisioni misteriose: quella è una canzone in tre quarti, il guru era tarato sui 17/28esimi...».
Come nasce Piccola storia ignobile?
«Da tre storie, raccontatemi da tre amiche. Era il tempo dell’aborto clandestino. Lui ti lasciava, ma ti trovava l’indirizzo e i soldi».
E la Locomotiva?
«Una suggestione letteraria, non una rivendicazione politica. In un libro di Romolo Bianconi, “Trent’anni di officina”, lessi di questo personaggio claudicante, che in gioventù si era lanciato con una locomotiva contro un “treno di signori”...».
Ma non era morto? «Lo raccolsero che ancora respirava...».
«No, era sopravvissuto. Me ne parlò anche “Il Pensionato”, il mio anziano vicino di casa in via Paolo Fabbri a Bologna. L’eroe della Locomotiva si chiamava Pietro Rigosi. Ora vorrebbero dedicargli la piazza della stazione di Poggio Renatico, da cui era partito; ma di questi tempi la vedo dura. A Lucca non hanno voluto dedicare una strada a Sandro Pertini...».
«Signor Mignani. Ricordo un Capodanno con gli amici: pensammo che lui era solo, e andammo a portargli una bottiglia. Il giorno dopo ricambiò con il vino che si faceva in casa: buonissimo. La vicina, signora Irene, mi telefonò all’alba, circospetta: “Ho saputo che lei ha fatto una canzone sul pensionato. Mio marito e io preferiremmo non comparire...”».
Lei ha detto al Corriere di non essere mai stato comunista.
«Confermo. Ho una simpatia romantica per l’anarchia, un altro tratto che mi avvicina a De André. Ma ho sempre votato socialista, anche se non ero craxiano».
Non ha mai votato Pci?
«Mai. Avevo il mito dell’America di Roosevelt, non dell’Unione Sovietica. E ho scritto una canzone antitotalitaria sulla Primavera di Praga, che finiva con Jan Palach che bruciava come Jan Hus, mandato al rogo in quanto eretico».
Qui sull’Appennino tanti ex comunisti ora votano Salvini.
«Si vede che non erano davvero comunisti; erano già leghisti senza saperlo. Più sicurezza, meno tasse, cultura poca o niente. La destra può essere più o meno fascista, la sinistra più o meno marxista; la Lega non ha una filosofia».
E i 5 Stelle?
«Hanno la filosofia del momento. Più stomaco che testa. Certo mandare tutti affanculo è una bella soddisfazione. Ma poi?».
Lei abbracciò Prodi all’assemblea del Mulino.
«Ero lì per Ezio Raimondi, il mio maestro al magistero. Prodi è una brava persona. Anche se mi ha causato attacchi da sinistra. Ho anche ricevuto una lettera anonima: “Da quando sei amico di Prodi e di Fazio hai rinnegato La Locomotiva”».
Alle primarie del Pd cos’ha votato?
«Raffaella e io non abbiamo trovato un seggio aperto. Alla fine forse avrei votato per la Schlein. Anche se non mi dispiace Bonaccini, che è di Campogalliano, il paese di mio nonno materno».
La Meloni è una sua estimatrice, l’aveva anche invitata ad Atreju, ma lei non è andato. Perché?
«Ormai mi muovo di rado dalle mie montagne, vuole che lo faccia per andare ad Atreju? Ho gentilmente declinato».
Insisto: perché?
«Perché i fascisti non mi piacciono».
La Meloni non è fascista.
«Ma sento tanti ripetere di lei quello che si diceva di Mussolini: “Il Duce è un genio, sono quelli che lo circondano a rovinare tutto”. Il Duce invece un genio non era; e temo non lo sia neppure la Meloni».
Lei Guccini come la trova?
«Intelligente e timida. E alla timidezza reagisce con una punta di arroganza, come a dire: sono qua. Lo so, perché sono timido anch’io».
È vero che ha conosciuto Papa Francesco?
«Fugacemente. Gli ho recitato il primo verso del Martìn Fierro, il poema nazionale argentino. Avrà pensato che fossi pazzo».
In Bisanzio lei descrive una città «sospesa tra due mondi e tra due ere», in cui non si parlava più greco e latino, ma alamanno e goto.
«Ho sempre sentito il fascino delle lingue a me sconosciute: nel nuovo disco, Canzoni da osteria, canto una strofa di Bella ciao in farsi, in omaggio alle donne iraniane. Anche il nostro è un tempo sospeso tra due ere. Un tornante della storia».
Cosa accadrà all’Italia, al mondo?
«Lascia che facciano. A me basta stare ben coperto, a scrivere i gialli con Loriano Macchiavelli. Ora sto scrivendo racconti».
La morte le fa paura?
«No. Certo, è un bel fastidio: non esserci, non sentire... Però a una certa età ci si stanca anche». Come immagina l’aldilà?
«Non c’è. Ma sono agnostico, non ateo. Quindi, non si sa mai».

Unico nell’agguerrito deserto


Non serve neppure che il Circo Onu insista nella reprimenda sull’assassinio di massa che Israele sta perpetuando a Gaza per smuovere le coscienze, ammesso che le abbiano, degli ex virologi ora trasformatisi in lettori della politica mondiale, passati dall’asserire la scemenza globale che un giorno l’Ucraina avrebbe sconfitto la Russia, a sperticarsi sulla gesta di quell’assassino che risponde al nome di Netanyahu. Non ha valenza per tutti i soloni che s’abbuffano di gettoni di presenza mediatici, constatare che oltre un milione e mezzo di persone stanno per morire di fame in quelle terre maledette mediorientali. Il segretario Nato Stoltenberg, stolto di nome e di fatto, guerrafondeggia a più non posso, alimentato dal Belinone Appisolato d’oltreoceano che sta per consegnare nuovamente gli Stati Uniti in mano ad uno psicopatico biondiccio, mentre farabutti e contenitori d’aria fritta silenziano le parole di verità dell’unica Voce implorante la Pace, la concordia tra i popoli, la necessità di creare due Stati: Francesco l’Argentino, indomito precursore.
Per il resto Buon Natale, ammesso che si possa ancora dirlo!

Azz!

 

Il frullatore mediatico su Giulia sta tritando anche i suoi famigliari
I LIMITI DELLA CRONACA NERA IN TV - Dalle foto della camera agli audio. Gino Cecchettin, da voce di tutte le storie, è diventato volto d’una sola storia. Ma personalizzare troppo significa far vivisezionare la vicenda
DI SELVAGGIA LUCARELLI
Assisto con sconcerto a una parabola che non avevo previsto, e cioè alla malsana idea del padre di Giulia Cecchettin, Gino, di tradire una sorta di promessa iniziale, e cioè di non trasformarsi nel volto di una storia ma di offrire un megafono alla voce di tutte le storie. Perché era di questo che ci aveva convinte, all’inizio. Lui e sua figlia Elena avevano scelto di non usare i microfoni voraci delle prime ore per ringhiare e giurare vendetta, ma per parlare di un tema politico e universale. Per parlare di patriarcato. E non hanno usato quel microfono neppure per puntare il dito sul mostro e accusare la famiglia del mostro di qualche imprecisata complicità. Virtù rara, soprattutto quando si ha a che fare con le lusinghe della cronaca nera, quella che con i parenti rabbiosi costruisce puntate e un’opinione pubblica altrettanto rabbiosa. Ora che un po’ di tempo è passato e tante cose preziose sono state dette, posso confessare che non ho mai creduto che la morte di Giulia Cecchettin sia stata un frutto purissimo della cultura patriarcale.
Ci sono tante sfumature in questa vicenda, c’è un ragazzo di 22 anni che senza Giulia si era avvitato in una spirale di morbosità e depressione, c’era un disagio psicologico che lo aveva convinto a rivolgersi a una specialista, c’era la fragilità identitaria di chi – giovanissimo – sente di non saper gestire il panico dell’abbandono, di non valere nulla senza una fidanzata e prova rancore per l’altra che ha una colpa imperdonabile: anziché sentirsi monca, prosegue dritta per la strada dell’autodeterminazione.
C’è chi dice, legittimamente, che il patriarcato è l’architettura su cui si reggono i rapporti tra generi e che esiste anche dove pensi che non esista, ma questo significa svilire completamente la psicologia e in particolare quella che studia le relazioni, i rapporti fusionali, le dipendenze affettive, l’immaturità sentimentale ed emotiva di chi è molto giovane e si sente completo solo in una relazione.
Poi, certo, tutto questo galleggia da sempre in una società inquinata da secoli di patriarcato, in cui l’uomo – talvolta – vive il rifiuto con un senso di sconfitta intollerabile, ma è evidente che visto il contesto culturale e la giovane età dell’assassino qui il patriarcato c’entri in parte.
La mia sensazione è stata però, fin da subito, che la famiglia di Giulia stesse assolvendo a una funzione. Non importava che non fosse perfettamente a fuoco ogni singola sfumatura di questa vicenda, importava che le vittime collaterali di un fatto di cronaca così drammatico non si lasciassero fagocitare dallo sciacallaggio populista della cronaca nera, che parlassero di femminicidio come di un fenomeno, e non come di qualcosa che riguardava solo loro. Importava che accendessero una luce. Non era importante neppure che Elena Cecchettin, davanti alle telecamere, parlasse di patriarcato dando l’idea di aver imparato a memoria un testo scritto da lei o da chissà chi. Qualcuno quel discorso l’ha trovato finto, la verità è che sì, le parole erano studiate perché Elena aveva intuito l’importanza del suo ruolo, in quel momento. Un ruolo politico, perché un libero cittadino che parla di giustizia sociale davanti a milioni di persone fa politica. E dunque ho ammirato questa famiglia che ha reso universale ciò che poteva essere solo particolare.
Poi, giorno dopo giorno, l’universale ha iniziato a rimpicciolirsi, a comprimersi come la materia di un buco nero e la storia di tante è diventata sempre più la storia di una, il volto simbolico di Giulia Cecchettin è diventato sempre meno simbolico, la vicenda è diventata sempre più cronaca e sempre meno fenomeno. Con tutti i rischi del caso perché, come dicevo all’inizio, personalizzare troppo questa vicenda significa non più raccontarla ma lasciare che venga vivisezionata, magari scoprendo, alla fine, che forse la storia ignorata dell’anonima sessantenne uccisa dal marito dispotico perché lei voleva separarsi era più figlia del patriarcato di questa. E però anche meno telegenica, meno notiziabile.
A questo punto bisognerebbe aprire un’altra parentesi, quella che riguarda l’estetica delle donne morte, sui giornali. Più sei giovane, più sei bella, più hai un’aria angelica come Giulia e più la tua morte sarà rilevante, più farà vendere i giornali e accendere la tv. Non so se anche questa dinamica sia figlia del patriarcato o di un semplice discorso di capitale umano, ma sul perché la storia di Giulia sia diventata più simbolica di altre bisognerebbe scrivere un trattato sociologico.
Dicevo quindi del padre di Giulia, Gino Cecchettin. Il frullatore mediatico – dispiace dirlo – sta lentamente frullando anche lui, la sua famiglia. La sua voce era diventata piazza, cortei, spazi su giornali e tv dedicati al patriarcato mai visti prima. Ed era giusto così, che quel suo megafono fosse diventato microfono per tante voci autorevoli, soprattutto femminili, che in questi anni si sono dedicate a temi scomodi, spesso considerati futili o pretestuosi. Voci di chi ha studiato il patriarcato, perché per parlare di questi temi, non perdendo autorevolezza e senza lasciarsi cogliere impreparati da chi non aspetta altro, serve cultura. E invece sono iniziate le lusinghe di tv, giornali, giornalisti. Cecchettin ha aperto la porta della camera della figlia a Veltroni e ai fotografi, poi sono arrivati gli audio di Giulia a Chi l’ha visto?, poi gli screen dei messaggi di Turetta alla sorella, poi la nonna di Giulia promuove un suo libro che “Giulia stava leggendo”, poi Gino Cecchettin che “Mi prendo una pausa dal lavoro, sto pensando a un impegno civico” con tanto di annuncio pubblico ai colleghi su Linkedin. Infine, la notizia della sua presenza da Fabio Fazio. Ovviamente, siccome lo storytelling classico prevede che non appena decidi di infilarti in questo genere di frullatore qualcuno vada a caccia dei tuoi scheletri nell’armadio, sono spuntati dei recenti tweet di Cecchettin a sfondo sessuale non proprio edificanti e c’è da scommettere che l’operazione di character assassination sia solo agli inizi.
E così, la sensazione è che un uomo armato delle migliori intenzioni sia finito nell’elica del frullatore mediatico e, ancor peggio, politico. E che la politica e la tv, ancora una volta, cerchino di appropriarsi di facce e storie, anziché del valore pedagogico che quelle facce e quelle storie dovevano rappresentare.

Attorno ai pagliacci

 

Legge e contrordine
di Marco Travaglio
Margaret Thatcher, non una mammoletta, diceva: “So che la Bbc mi attacca, ma non posso farci niente”. E si guardò bene dal farle qualcosa. Perché era forte e si sentiva forte. Così come la democrazia britannica, che mai tollererebbe attentati alla cattedrale dell’informazione. Ora questi ominicchi del governicchio Meloni, non contenti di avere Rai e Mediaset ai loro piedi, si credono forti perché ogni giorno attaccano un potere di controllo indipendente, e non si accorgono di quanto siano e appaiano deboli. Avendo un rapporto problematico col Codice penale, attaccano la magistratura e i suoi strumenti d’indagine (tipo le intercettazioni: perché sanno bene ciò che fanno e dicono) e depenalizzano le specialità della casa (l’abuso d’ufficio e il traffico d’influenze, che vietano familismi, cognatismi e raccomandazioni). Siccome mentono appena respirano, detestano la stampa libera che li sbugiarda con le domande e i fact checking. Ma sono anche ridicoli, quindi allergici alla satira: vedi diffida legale a Un giorno da pecora che osa sbertulare financo un ministro laureato. Ed essendo pure un branco di incapaci, non amano sentirselo rinfacciare da chi è pagato per far di conto. Un giorno è la Corte dei Conti, “riformata” per abolirne i controlli preventivi e prossimamente quelli successivi, con la scusa della “paura della firma” (ma basterebbe non firmare porcate e nessuno avrebbe nulla da temere). Un altro sono le soprintendenze (già bersaglio di Renzi), attaccate da Cingolani – consigliere di Pichetto Fratin – perché sono fissate col patrimonio culturale e ambientale. Un altro ancora è Bankitalia, che segnala i danni dall’abolizione del Rdc, del Pos obbligatorio e del tetto di 2 mila euro al cash e viene messa in riga da Fazzolari (“è partecipata da banche private”).
Poi c’è l’Ufficio parlamentare di bilancio che si permette di segnalare le leggi scritte coi piedi e/o senza copertura. Ci sono i pm e la polizia giudiziaria che indagano su chi commette reati: ergo, per Crosetto e altri, fanno “dossieraggi” e complottano contro il governo. Ci sono i giudici, tipo Apostolico e decine di altri, che disapplicano le leggi incompatibili con la Costituzione e la giurisprudenza europea, dunque per Meloni remano contro il governo e per Salvini devono dimettersi. C’è il Csm che per legge dà pareri sulle norme in materia di giustizia: complotto pure quello. Dulcis in fundo c’è l’Anticorruzione, che si ostina a essere anti anziché pro bocciando i favori a corrotti e corruttori nel codice degli appalti e nelle pratiche del Ponte sullo Stretto, quindi il presidente Giuseppe Busia se ne deve andare per far felice Salvini. E nell’attesa Nordio non lo invita alla Conferenza Anticorruzione dell’Onu. Al suo posto sarebbe perfetto Formigoni.

L'Amaca

 

Autentica virilità
DI MICHELE SERRA
Vi è mai capitato di andare a vedere un western e scoprire che il vostro vicino di poltrona, per immedesimarsi, è venuto al cinema vestito da capo indiano, con tanto di penne in testa? O vedere Rashomon in mezzo a un pubblico in costume da samurai? O
Ratatouille in una sala piena di persone travestite da ratto?
A Spilimbergo, in Friuli, si è potuta vivere un’esperienza simile. Una specie di “realtà aumentata”, con parte del pubblico convinta di essere nel cast del film.
Proiettavano Comandante, ambientato nella Seconda guerra mondiale, e una decina di persone è entrata in sala con l’uniforme nazista. Li guidava un consigliere locale di Fratelli d’Italia, che ha poi spiegato trattarsi di una “presenza scenica con alcuni elementi delle associazioni d’arma”, tra le quali la nota sezione provinciale del Fante (motto: “I fanti sempre presenti!”). Scopo della “presenza scenica” era rendere onore, in uniforme nazi, alla “autentica virilità” della quale il film offre esemplare testimonianza.
Ovvio che si tratti di fascisti, si spera di una certa età. Meno ovvio come ci si possa esporre, oltre che alla reazione di disgusto di chi ancora crede che il nazismo sia disgustoso, a una figura così ridicola di fronte ai propri concittadini, costernati dalla mascherata. “Ma quello lì vestito da nazista, sarà mica il Bepi?”. Sì, è proprio il Bepi. Al quale, come eventuale attenuante, possiamo concedere di non avere mai visto quelle puntate di Happy Days nelle quali il capofamiglia Howard Cunningham, per andare alle riunioni del suo club, la “Loggia del Leopardo”, esce di casa con un enorme berretto maculato. E tutti ridono.
Ve lo dico spesso, ma mai abbastanza: questi qui, non bisogna mai smettere di prenderli per i fondelli.

Scompiscio


 

La sindrome di Meredith

 


Nel nostro paese, a vari livelli, è presente da molti anni la cosiddetta "Sindrome di Meredith", in ricordo della poveretta studentessa assassinata il 1° novembre del 2007 a Perugia, ovvero il vergognoso scarica barile, il rimbalzo di responsabilità, l'arrogante e vorticosa ricerca di trasmigrazione di poteri al proprio responsabile o superiore che, con l'aggiunta di poderosi e costosi soloni dell'azzeccagarbugli, chiamati avvocatoni, e una spolverata di "tempokepassa" innescante la "prescrizione Puttaniere", dedicata appunto alle scorribande giudiziarie del boss dell'inganno recentemente scomparso, innesca la nauseante incolpevolezza generale, silente ma soprattutto, irriverente nei confronti delle vittime, come appunto la giovane Meredith, uccisa da non si sa chi, Amanda e Sollecito esclusi visto che sono stati assolti definitivamente per non aver commesso il fatto,  e quindi "chissà chi lo sa?" e ciao povera Meredith! 

E ieri a Tivoli è andata in scena l'ennesima strage di innocenti causata dall'irresponsabilità altrui in nome del menefreghismo sociale. Lasciare un mucchio abnorme di rifiuti infiammabili sotto reparti ospedalieri? E questa cretineria a buon mercato avrà mai un colpevole? Scordatevelo, visto che siamo nel paese caciottaro per antonomasia, retto da personaggetti innalzati da chi pretende sempre più illegalità. 

Basterebbe poco, molto poco: 

Il responsabile dei rifiuti ospedalieri. Ci sarà? Esisterà? O avrà compiti dimezzati, liofilizzati, non propriamente nitidi, offuscati dal burocratismo imperante e difendente i poveri dirigenti? 

Il Responsabile della Sicurezza: esisterà? Sarà formato adeguatamente? 

Il Responsabile Antincendio? Avrà aggiornato il piano antincendio, l'evacuazione? 

E la società addetta al ritiro dei rifiuti? Perché gli ha ammassati sotto dei reparti?

Basterebbe molto poco per tentare di divenire una nazione evoluta: ritiro delle deleghe, qualche mese di carcere, pagamento dei danni, abolizione dei premi annuali per raggiungimento di obbiettivi di 'staminkia. 

A meno che tra gli obbiettivi non vi fosse il tentativo di incrementare bilanci delle imprese pompe funebri locali...