sabato 25 novembre 2023

Spettacolo!



Il Monviso da Camaiore (col Tino a guardia della Bellezza)

Nostalgia




Daniela su Lollo

 

Il servilismo volontario delle Ferrovie con Lollo
DI DANIELA RANIERI
Le particolari qualità atletico-macchiettistiche del ministro Lollobrigida, che come i grandi campioni non si accontenta dei record conseguiti ma rilancia sempre sfidando sé stesso, rischiano di mettere in ombra il ruolo dell’altro protagonista della vicenda del treno fermato per farlo scendere su sua esplicita richiesta: le Ferrovie dello Stato, nella persona dell’amministratore delegato Luigi Corradi.
Se è vero, come dice Lollobrigida a Libero, che il capotreno si è dapprima rifiutato di arrestare il Frecciarossa Roma-Salerno perché “non era possibile al momento”, è ai piani alti che bisogna guardare per capire cos’è successo e come funziona il potere in Italia: lì, al telefono tra un briefing e l’altro, la gerarchia ha ripreso coscienza di sé stessa e ha deciso di dare ordine al capostazione di azionare il freno per permettere al ministro di scendere on demand.
Vi dovete immaginare come una grande piramide. Al vertice c’è Giorgia Meloni; un gradino sotto, ci sono i ministri e/o i suoi parenti, tra cui il cognato dunque ministro Lollobrigida, che siccome si occupa di Agricoltura e Sovranità alimentare stava andando a inaugurare un giardino a Caivano. Questo Lollobrigida da Tivoli non è nuovo ai tagli di nastri: nel 2012, da assessore regionale, andò a inaugurare il mausoleo/sacrario di Affile dedicato a Rodolfo Graziani, gerarca fascista e criminale di guerra, mausoleo tuttora eretto e funzionante (se non ora quando?). Questo per dire che Lollo ha sempre avuto un certo afflato per le iniziative di carattere civico.
Atteso peraltro in serata al seguitissimo programma Rai della De Girolamo, Lollo ha accolto il rifiuto del capotreno con la più naturale delle reazioni, vivendo in Italia: ha chiesto al suo entourage di chiamare l’entourage del capo delle Ferrovie per scavalcare con manovra rapida la catena intermedia di sottoposti, i quali, ricevuto il contrordine, hanno obbedito al loro superiore dunque al ministro, che è sceso a Ciampino. “Da lì”, dice lui a Libero, “ho proseguito in auto per Caivano, dove mi attendevano centinaia di bambini”. Par di vederli, i bambini – che hanno solo due miti: i Pokemon e Lollobrigida – piangere disperati perché non vedono comparire il loro beniamino, bloccato su un treno con 111 minuti di ritardo.
La nota di Trenitalia è un capolavoro di untuosa ipocrisia burocratica: “Negli ultimi sei mesi, nei servizi Frecce, vi sono stati 207 casi di fermate straordinarie per coincidenza/riprotezione dei clienti derivanti da gestione anormalità (sic, ndr) o circolazione perturbata”, versione chiaramente concordata col ministro, il quale la ripete pari pari a Libero. “Ci sono stati 207 casi di treni che hanno effettuato fermate straordinarie per agevolare i passeggeri”, e non è chiaro se era sempre lui per 207 volte oppure se, più verosimilmente, si trattava di fermate decise dall’azienda per esigenze di traffico ferroviario o rischi di incolumità pubblica e non su richiesta. Lollo: “Io ho chiesto, al pari di altri viaggiatori, di poter esercitare ciò che qualsiasi utente può chiedere ai sensi di quanto consentito dal contratto di viaggio: la possibilità di scendere”. Come no: a tutti noi, appena saliamo sul treno, insieme alla rivista La Freccia viene consegnato un menù di fermate extra da cui scegliere quella a cui preferiamo scendere.
Se la mentalità gerarchica del ministro è chiara (per il fascismo da cui egli proviene non siamo tutti uguali: esistono gregari, come il macchinista, e gerarchi, e lui modestamente lo nacque), scrive un vero trattato di antropologia nazionale il capo delle FFSS, il quale con ogni probabilità non è stato costretto a fermare il treno, ma l’ha fatto spontaneamente, rispondendo all’esigenza interiore di compiacere o non recare disturbo al ministro o al governo.
Paolo Sylos Labini coniò sotto l’Italia berlusconizzata un’espressione strepitosa per descrivere questo moto interiore: “cupidigia di servilismo”, l’opposto della cupido dominandi di Kant. Se questa appartiene ai potenti, la voluttà di servire spinge il funzionario sottoposto a compiacere il potente quasi senza che egli lo chieda, ed è propria di quella particolare specie di servi che non si limitano a svolgere la loro funzione, ma eccedono di zelo a scapito delle leggi, dei regolamenti e spesso della propria dignità. È la “servitù volontaria” di Etienne de la Boétie (1576): il tiranno o l’aspirante tale fa sì che ciascuno dei suoi sudditi sia il tirannello di un altro. È su questo oliato meccanismo che si regge la piramide del potere.
Menzione speciale a Senaldi che “intervista” Lollo: “Così parlò Lollobrigida, colpevole di aver richiesto la possibilità di applicare una procedura d’emergenza lecita per onorare un impegno di governo in una terra martire… Quel ‘fatemi scendere’ non l’ho avvertito come arroganza del potere, ma come l’urlo liberatorio che siamo costretti a cacciare in gola”. Lollobrigida non è un tiranno, figuriamoci; ma intanto c’è chi si porta avanti.

Su chi arzigogola

 

Sempre più Chiara
di Marco Travaglio
In quest’epoca caotica urgono punti di riferimento saldi e netti. Infatti la Schlein in piazza del Popolo e Formigli a Piazzapulita si sono rivolti a Chiara (si fa per dire) Valerio, che in fatto di saldezza e nettezza non teme rivali. Nel comizio dal palco del Pd ha subito colto nel segno: “Tutte le persone che conosco sanno cucinare pasta aglio olio e peperoncino. Ogni persona a modo suo. Tempo di cottura, peperoncino intero, in polvere o frantumato. Piccante o meno piccante. Aglio con l’anima o senza. Tutte le persone che conosco sono capaci di giudicare se la pasta aglio olio e peperoncino di uno è meglio o peggio di quella di un altro”. Forte di queste incrollabili premesse, pur con una lievissima confusione fra parlare come mangi e di ciò che mangi, la Valerio ha indicato la retta via: “Una cultura e una politica del dissenso, dell’eccezione, della variazione che somigliano all’aglio olio che facciamo tutti. Si potrebbe parlare di polenta, arancini, arancine, arancinu, porchetta e fave e cicoria. Nella cucina non c’è segregazione, autonomia differenziata, premierato… Io dico che dobbiamo essere ciascuno come aglio olio e peperoncino, grazie”. Prego, si figuri.
Rapito da tanta ialina chiarezza, Formigli ha chiamato la Valerio a illuminare ogni anfratto dello scibile umano. La destra occupa la cultura al posto della sinistra? “Io non penso che ci siano le poltrone che fanno le persone, penso che ci siano le persone che fanno le poltrone, quindi, diciamo, diamo le persone che fanno le poltrone, se non diamo le persone che fanno le poltrone ma partiamo dalla poltrona secondo me, diciamo, non è una cosa né culturale né soprattutto divertente”. In effetti a Poltrone e Sofà si ride poco. La destra ammazza le donne col patriarcato? La sinistra le difende con le Valerio: “Io penso, esattamente come David Foster Wallace, che ci sia un’acqua in cui tutto questo accade e quest’acqua performa e forma sia Filippo Turetta che Giulia Cecchettin che me e lei (inteso come Formigli, ndr). Quindi tutti agiamo in base a un’acqua, ecco. Io penso che dove possiamo arrivare significa pensare che siamo tutti un’acqua”. Sempre con scappellamento a sinistra. A quel punto gli spettatori superstiti si sentono molto più patriarcali di prima e Formigli, in evidente stato di ipossia, manda un video della Murgia, amica della Valerio ma comprensibile. La Valerio ne elogia la “grande nettezza” e il “dadaismo”, ma poi pensa bene di tradurla in valeriese: “Io penso che sfottere la confidenza sia il contrario della cautela e sia l’unica cosa culturale, io temo le parole fuori dal contesto, temo le parole singole di cui abbiamo paura, penso sempre che debba esserci una struttura, uno spessore, un’ironia in cui possiamo parlarci”. Volentieri, ma di cosa?