giovedì 23 novembre 2023

L'Amaca

 

Un uomo di potere
DI MICHELE SERRA
Capita, a volte, che esista un rapporto di causa-effetto tra i propri comportamenti e le loro conseguenze, e questo rinfranca: significa che nel caos apparente, nella baraonda post-ideologicanella quale tutto si tiene e niente ha davvero peso, la traccia dei meriti e dei demeriti, delle cose giuste e delle cose sbagliate, è ancora leggibile. Almeno ogni tanto.
Quando Meloni scelse di farsi chiamare “il presidente”, pur essendo con ogni evidenza una presidente, non poteva certo immaginare che quella decisione, per lei leggera e sprezzante, segnale di indifferenza e forse di dileggio per le istanze femministe e per l’intera (gigantesca) discussione sul “genere”, le sarebbe stata giustamente rinfacciata nel pieno di una clamorosa e dolorosa vicenda, la morte violenta di Giulia Cecchettin.
Meritatamente, oggi, Meloni è tirata in ballo a proposito di quel suo stupido puntiglio, del tutto evitabile. Glielo abbiamo rinfacciato in tanti, oltre a Gruber, perché è impossibile non farlo.
Perché nel momento in cui il maschile e il femminile sono, necessariamente, ragione di dibattito per moltissimi italiani, diventa impossibile non sottolineare che la prima donna entrata a Palazzo Chigi scelse, per sé, una definizione al maschile (potere? maschio!). Ora, excusatio non petita, si affanna a postare foto di donne della sua famiglia (come se le donne non potessero e non volessero essere maschiliste: possono esserlo, e Meloni ne è la riprova).
La presidente del Consiglio ha torto. Ma siamo già certi che non lo ammetterà mai — proprio come fanno gli uomini di potere.

mercoledì 22 novembre 2023

Somari!




Dilemma


Detto tra noi

 



Ragogna

 


Riflessione

 

Codice rissa
di Marco Travaglio
Il bello e il brutto dell’“educazione all’affettività”, invocata come arma letale e “bipartisan” contro i femminicidi, è che gli educatori e gli educandi non saranno tutti uguali: saranno cittadini in carne, ossa, idee, giudizi e pregiudizi. E non sempre la carne, le ossa, le idee, i giudizi e i pregiudizi degli educatori coincideranno con quelli degli educandi, né tantomeno con quelli dei loro genitori, parenti, amici e modelli di riferimento. Quando i politici di sinistra o del M5S propongono lezioni scolastiche di affettività, le pensano molto diverse, se non opposte, da quelle immaginate dai meloniani, leghisti, o forzisti. Ma i programmi scolastici li decide il ministero: quando governeranno gli uni emaneranno certe direttive per il corpo insegnante e quando governeranno gli altri le sostituiranno con tutt’altre. Così avremo un bipolarismo dell’affettività che cambia ogni cinque anni (se va bene, o male a seconda dei gusti) e incrocia i cicli scolastici: due anni affettività di destra e tre di sinistra, o viceversa. Sempreché gli insegnanti destri obbediscano ai ministri sinistri e i sinistri ai destri. Immaginiamo un ragazzo di destra o un bambino con genitori di destra e un docente di affettività di sinistra: il ragazzo contesta l’insegnante per come gli parla di gay, gender fluid, aborto, divorzio, contraccettivi, e i suoi compagni si schierano un po’ con lui un po’ col prof; il bambino racconta a casa cosa gli hanno insegnato e l’indomani i genitori vanno a protestare con l’insegnante o col preside, poi scrivono ai giornali o sui social o nei talk, poi la Meloni, o Salvini, o Valditara, o Lollobrigida, o Pillon, o Mollicone (quello che vuole spezzare le reni a Peppa Pig) chiedono la cacciata del “Professor Gender”, mentre le opposizioni lo difendono. Stessa scena se il prof è un destro maschilista patriarcale “pro life” e “anti-gender”, di quelli che fanno impazzire la sinistra femminista e Lgbtq+: ne basterebbe uno per far pentire Elly Schlein e tutti i tifosi della famosa legge bipartisan per l’educazione all’affettività. Ma, siccome metà dei votanti è di destra, di insegnanti ne avremmo migliaia.
Nel migliore dei mondi possibili si rispetterebbe l’autonomia della scuola, si discuterebbe civilmente, si sentirebbero gli esperti, si esporrebbero le varie opzioni e si lascerebbero le conclusioni al libero arbitrio degli studenti. Ma siamo il Paese del palio delle contrade, dove basta un voto negativo al cocco di mamma o un fallo fischiato al figlio di papà per scatenare la furia dei genitori contro l’insegnante o l’arbitro che “non si deve permettere”. Siamo realisti: anziché educare all’affettività, la scuola diventerebbe una via di mezzo fra il Vietnam, il pollaio e la prima pagina di Libero. Altro che bipartisan. E i ragazzi, mentre i grandi litigano, tutti su Youporn.

L'Amaca

 

La democrazia e i bambini
DI MICHELE SERRA
Non sapremo mai quanti bambini sono morti nella striscia di Gaza, considero Hamas (opinione personale) una fonte inattendibile.
Unicef, che è fonte terza, parla comunque di migliaia di bambini morti. Non mi interessa la discussione sulla corresponsabilità di chi si fa schermo della popolazione civile, e degli ospedali, per organizzare la guerra: a Gaza gli spazi sono così compressi che non è facile capire quanto la promiscuità tra “militari” e “civili” sia frutto di calcolo, quanto di costrizione. Se si ammassano in una gabbia due milioni e mezzo di persone, di quelle persone sarà sempre più difficile distinguere il ruolo e le intenzioni.
Ciò che resta, al netto delle opinioni, sono i bambini morti. Tanti quanti bastano ad approfondire fino all’abisso il solco dell’odio eterno tra i due popoli. Ben oltre il lutto del momento, qui si parla della definitiva istituzionalizzazione di una guerra etnica che non potrà mai più avere fine. Etnico fu l’assalto ai kibbutz del 7 ottobre, morte agli ebrei, ugualmente etnica, al di là di ogni proclama, la risposta di Israele: morte ai palestinesi.
Non è immaginabile che Netanyahu lo capisca: le destre nazionaliste sono, prima di tutto, stupide. Ma chi ancora crede nella distinzione, anche etica, tra “democrazie” e non, trema per la paura, e per lo scoramento, di fronte a una democrazia che agisce con la stessa bruta ottusità dei suoi nemici, ingigantita dalla prevalenza militare e tecnologica. Come Bush e Blair dopo l’undici settembre, Netanyahu è l’incarnazione dell’incapacità delle democrazie di distinguersi, di cambiare copione, di battere l’avversario prima di tutto sul terreno dei princìpi. Noi tifosi della democrazia siamo in lutto. A che vale, sentirsi “migliori”, se peggiore è il risultato?