sabato 18 novembre 2023

L'Amaca

 

Dimenticare la povertà
DI MICHELE SERRA
Essere derubati è molto spiacevole. Specie il furto in casa è una violazione durissima da reggere. Lì per lì, se il ladro fosse acciuffato, lo vorresti ai ceppi, punto e basta. Ma il “lì per lì” dura poco, è l’attimo istintivo che la legge poi si occupa, per nostra fortuna, di sottoporre ai modi della civilizzazione. Apposta esistono norme e convenzioni che guardano alla comunità nel suo complesso: al derubato ma anche al ladro, persona meritevole di punizione e, al tempo stesso, di assistenza: legale e, nelle carceri più avanzate, professionale.
L’idea che una recrudescenza delle pene scoraggi il crimine è antica (appartiene all’istinto atavico) e sopravvive anche all’evidenza e alle statistiche, che non confermano affatto quell’ipotesi. Il cosiddetto “pacchetto” governativo sull’ordine pubblico è in questo senso patetico, perché disperatamente avvinghiato all’idea che le cattive maniere siano la sola via per affrontare il crimine (almeno: il crimine di strada, non certo quello erariale e finanziario, anche se la refurtiva è spesso molto superiore).
Nel mucchio ha fatto specie, giustamente, il provvedimento che non considera la gravidanza e la maternità ostative alla detenzione. Qualcuno ha pensato a certe ragazze rom svelte di mano che si fanno scudo della loro prolificità. A me, forse per ragioni anagrafiche, è venuta in mente Sophia Loren in Ieri, oggi, domani di Vittorio De Sica, ininterrottamente incinta per evitare il carcere. Ma essere stati poveri e avere vissuto di espedienti — così come l’essere stati migranti — non fa più parte, da tempo, della memoria nazionale. Il primo impulso di un popolo di arricchiti è dimenticare la povertà.


venerdì 17 novembre 2023

Dal cuore




E intanto il tempo se ne va…




Depression

 


Danielamente

 

Salvini da Vespa, maestro di panzane e minchionerie
DI DANIELA RANIERI
Salvini, che era un politico mediocre e un oratore grottesco già quando pregustava il 40% dei consensi dalla consolle del Papeete Beach, adesso, scalzato dalla più dotata Meloni, è bollito al punto che anche nel programmino di Vespa, che dura 5 minuti proprio per permettere ai governanti più scarsi di fare meno danni possibile, riesce a esibirsi in una performance piena di panzane a pieno titolo rientranti nel genere della minchioneria.
Ormai lo mandano in Tv per fare i lavori che i politici italiani non vogliono più fare, come mentire su numeri accessibili a tutti e ostentare sicumera (anche coi sondaggi che lo danno al 9%), sguardo in camera e dattilonomia (conteggio con le dita), in una parodia, ormai, dell’uomo del contado divenuto politico del fare, “serio, coerente, concreto”.
Quando Vespa gli chiede: “Era inevitabile minacciare la precettazione per ottenere una riduzione degli orari dello sciopero dei trasporti?”, una domandina facilitata che contiene già la risposta, lui risponde: “Mah, il mio mestiere è garantire agli italiani di poter prendere i mezzi pubblici”. È il suo vecchio trucco retorico con la doppietta: non rispondere mai nel merito e sintonizzarsi su quella che lui ritiene l’Italia mentale, incapace di ragionamenti complessi e incline al pensiero binario. “Qualcuno dice ‘scelta mai fatta in passato, scelta coraggiosa’, ‘Salvini sconfigge Landini’ (qui fa la vociona, a impersonare autorevoli interlocutori immaginari, ndr): mah”. Come Renzi, rifiuta complimenti che si fa da solo, veicolati dalla stampa serva.
I suoi interventi mirano a veicolare un messaggio: i sindacati hanno proclamato lo sciopero generale perché vogliono danneggiare lavoratori, pensionati e malati che invece il governo coccola amorosamente. A tal fine assesta subito due panzane: una su 600 euro in più in busta paga che nel 2024 il governo regalerebbe alle famiglie (in realtà, per via del taglio al cuneo fiscale e delle modifiche dell’Irpef chi guadagna fino a 35 mila euro avrà gli stessi soldi che ha avuto quest’anno) e una sulle pensioni, per cui “noi stiamo continuando a smontare la legge Fornero, la Cgil non protestò quando fu approvata la legge Fornero”, asserzioni entrambe false, perché in realtà il governo rende meno conveniente andare in pensione prima, aumentando i requisiti anche per le donne, e nel 2011 la Cgil protestò eccome contro la legge Fornero, scioperando con Cisl e Uil.
Ma la panzana più grossa è sulla Sanità, di cui Salvini palesemente non sa niente e perciò si attiene al copione, visto che finora il governo ha sparato cifre a casaccio (il ministro Schillaci a La Stampa ha parlato di 5,6 miliardi per il 2024, poi diventati 3 per bocca di Meloni). Salvini dice: “Questa manovra economica ha il record storico della Repubblica italiana di investimento in Sanità, 3 miliardi di euro in più destinati al taglio delle liste d’attesa”, e qui si vede il fuoriclasse, perché riesce a mentire (o a sbagliare, che è peggio) tre volte. Primo: se pure fossero 3 miliardi, non si tratterebbe di un record storico: tra il 2004 e il 2005, governo Berlusconi II, l’aumento fu di 10,8 miliardi; nel 2019, governo Conte II, il ministro Speranza contava di investire sulla Sanità 10 miliardi, sopra al 7% del Pil, poi ci fu la pandemia. Secondo: le cifre del governo nascondono un trucco da magliari. Nella Nota di aggiornamento al Def c’è scritto che la spesa sanitaria, di 131,1 miliardi nel 2022, è di 134,7 miliardi nel 2023 e sarà di 132,9 miliardi nel 2024, di 136,7 nel 2025 e di 138,9 nel 2026, numeri da leggersi in relazione al Pil: 6,6% nel 2023, 6,2% nel 2024 e 2025, e 6,1% nel 2026. Un record al ribasso, considerata l’inflazione.
Vespa tace, del resto in 5 minuti si fa in tempo a bofonchiare qualcosa e a porgere qualche domanduccia su vassoi d’argento (e nel suo libro si è bevuto la stessa fandonia dalla Meloni). Per di più, e qui si riconosce il Salvini insipiente dei bei tempi, i 3 miliardi non vanno affatto al “taglio delle liste d’attesa”: il disegno di legge di Bilancio dice che “al fine di far fronte alla carenza di personale sanitario nelle aziende e negli enti del Servizio sanitario Nazionale, di ridurre le liste d’attesa e il ricorso alle esternalizzazioni… è autorizzata… la spesa di 200 milioni di euro per il personale medico e di 80 milioni di euro per il personale sanitario”; 280 milioni: se la Lega restituisse i 49 che ha rubato allo Stato italiano, potrebbero diventare al massimo 329. Salvini conclude le sue chiacchiere postprandiali con ciò che gli è più familiare: gli immigrati da bloccare: “Sono a processo perché ho ridotto del 90% gli sbarchi nel mio Paese”. No: è a processo per aver trattenuto 147 migranti a bordo su una nave per giorni, a riprova del fatto che erano già arrivati. Ombre del vecchio leone quando dice “Non ha vinto Salvini”, parlando di sé in terza persona, come tutti i vinti che si credevano eroi.

Attorno agli allocchi

 

L’Autostrada della Seta
di Marco Travaglio
Leggiamo dell’idillio sbocciato fra Xi Jinping e Biden (al netto della gaffe d’ordinanza del nonnetto scoreggione) e il nostro pensiero solidale corre alle migliori firme del bigoncio atlantista: quelle che da mesi intimano al governo di cancellare la Via della Seta per compiacere il padrone americano. Solo che, essendo impiegati di ultimo livello, ricevono gli ordini in ritardo e finiscono per obbedire sempre ai penultimi. Mai agli ultimi, che di solito sono contrordini. Infatti restano tutti asserragliati nella jungla con scolapasta in testa e fuciletto a tappo puntato su Mosca e Pechino, perché il padrone s’è scordato di avvisarli che la guerra alla Russia è persa e quella alla Cina è rinviata a data da destinarsi causa bel tempo. Finirà che le Sturmtruppen, sempre fuori sincrono, continueranno a chiedere armi per Zelensky quando gli Usa avranno smesso di inviarne da un pezzo perché si saranno accordati con Putin; e a bombardare la Via della Seta quando Washington e i governi europei più furbi del nostro (cioè tutti: ci vuol poco) avranno già firmato l’Autostrada della Seta.
Idem per Israele: se il criminale di guerra Netanyahu, dopo le stragi negli ospedali di Gaza per sequestrare qualche fucile e la distruzione del Parlamento palestinese (gesto simbolico terrificante, specie per un Paese democratico), proseguirà nel delirio di svuotare la Striscia e deportarne i 2,3 milioni di abitanti non si sa bene dove (il Sinai è dell’Egitto, che tiene le frontiere sigillate), gli Usa non potranno che fermarlo. E ancora una volta le Sturmtruppen resteranno sole a ripetere litanie insensate tipo “Israele è l’aggredito e Hamas è l’aggressore” e “Israele ha diritto di difendersi”, come se il massacro di Gaza non fosse aggressione, ma autodifesa. Poi, con calma, arriveranno i contrordini americani e gli impiegatucci nostrani, con i loro tempi, inizieranno a dire che in effetti Israele aveva un po’ esagerato. Come stanno già facendo alla chetichella sull’Ucraina: niente più liste di putiniani né mantra tipo ”aggressore e aggredito” e “pace giusta=ritiro dei russi”, ma auspici di un compromesso Mosca-Kiev che, a pensarci due anni fa, ci avrebbe risparmiato la guerra e, un anno fa, avrebbe salvato oltre 200 mila vite. Basta aspettare. Nell’attesa, massima solidarietà ai nostri atlantisti smarriti: pure Biden gli è diventato filorusso e filocinese, e mo’? Ricordano Alberto Sordi in Tutti a casa dopo l’armistizio: “Signor colonnello, è accaduta una cosa incredibile! I tedeschi si sono alleati con gli americani e ci sparano addosso!”. Diceva Corrado Guzzanti nei panni di Emilio Fede: “Berlusconi finché era qui potevo aiutarlo, fargli i servizi. Ma ora è sempre in giro: è difficile leccare un culo in movimento”.

L'Amaca

 

Il dibattito no! Meglio la rissa
DI MICHELE SERRA
Il presidente di Coldiretti, Prandini, è uscito pazzo. Ha avvistato davanti a Montecitorio un paio di deputati contrari alla legge che proibisce produzione e commercio di carne coltivata e si è avventato contro di loro insultandoli e smanacciandoli. Il video, come tutti i video di risse, ha qualcosa di violento e qualcosa di ridicolo. La percentuale di ridicolo aumenta se si considera che Prandini è persona di grande potere: dunque tenuta, prima di chiunque altro, a rispettare la forma. Per giunta stava passando a larga maggioranza, in Parlamento, la “sua” legge, fortemente voluta da Coldiretti. Dunque Prandini, nel caso in questione, è il tipico lupo che, da posizione di forza, aggredisce l’agnello (superior stabat lupus…) Coldiretti è, da tempo immemorabile, un’associazione di categoria, un vettore di voti e un’agenzia di influenza sui governi (tutti). Qualcuno dice che il vero ministro dell’Agricoltura non sia il cognastro (cognato-ministro) Lollobrigida, ma Prandini. Di Coldiretti è la scelta di bandire a vita la carne coltivata (definita, con un falso scientifico, carne sintetica). Che è una strada piena di incognite, prima tra tutte la brevettabilità e dunque la privatizzazione del ciclo del cibo; ma ha il merito, non piccolo, di proporre un’alternativa al mostruoso presente della produzione agroindustriale di carne nel mondo, fondata sugli allevamenti intensivi e molto inquinante. Il classico argomento, dunque, da discutere con calma, con le dovute pezze d’appoggio scientifiche e con rispetto delle posizioni difformi.
Ma “discutere con calma” non fa parte delle priorità di questo gruppo di potere. Se qualcuno disturba, gli si dà uno spintone e gli si urla “delinquente!”. Governare è troppo complicato, meglio comandare.