Un luogo ideale per trasmettere i miei pensieri a chi abbia voglia e pazienza di leggerli. Senza altro scopo che il portare alla luce i sentimenti che mi differenziano dai bovini, anche se alcune volte scrivo come loro, grammaticalmente parlando! Grazie!
sabato 4 novembre 2023
Ah già!
Quelli che ci insultavano scoprono il flop ucraino
DI DANIELA RANIERI
Il Corriere stura tutto d’un botto la sordina alla verità circa l’andamento della guerra in Ucraina, che stiamo militarmente foraggiando e ideologicamente fomentando da quasi due anni, e riporta un servizio del Time secondo il quale Zelensky è “arrabbiato” e “si sente tradito dagli alleati occidentali che lo hanno lasciato senza i mezzi per vincere”. L’autore dell’articolo del Time, Simon Shuster, riferisce anche che uno degli uomini più vicini a Zelensky dice che la sua fede nella vittoria “tende al ‘messianico’, ed egli ‘si illude’”: “Abbiamo esaurito le opzioni. Non stiamo vincendo, ma prova a dirglielo…”. Praticamente l’eroe dei servizi patinati di Vogue, colui che l’Occidente ha issato a baluardo della democrazia e a icona del mondo libero, stando alla rivista americana e alle sue fonti somiglia più a un mattoide che si crede Napoleone (il Corriere, struggente: “Zelensky non è più Zelensky. Non fa più battute o scherzi osceni per stemperare la tensione nella ‘stanza della guerra’”). Dal momento che anche il comandante delle forze armate di Kiev dice all’Economist che in Ucraina c’è una “guerra di posizione e di logoramento che favorirà la Russia permettendole di riorganizzarsi e di minacciare non solo le forze ucraine ma lo Stato stesso”, è chiaro che la situazione non è affatto come ce l’hanno raccontata finora (anche per giustificare i 25 miliardi di euro in aiuti militari dall’Ue all’Ucraina).
Mentre negli Usa si può dire ormai da un pezzo che la controffensiva è fallita e al Congresso i Repubblicani si oppongono a nuovi invii di armi, mentre da noi il Parlamento è silenziato e decide tutto il governo, i nostri giornali padronali ancora mantengono uno stretto riserbo sulle operazioni, hai visto mai alla gente distratta per la guerra a Gaza si può ancora far credere che sul terreno si combatte centimetro per centimetro. E mentre il povero Zelensky, anche lui una vittima delle politiche rovinose della Nato in Ucraina, crede davvero di poter vincere, loro sanno benissimo come stanno le cose, ma non vogliono ammetterlo, e fischiettano sereni. Ancora il 7 ottobre Repubblica pubblicava l’appello-minaccia di Zelensky (“Armateci o toccherà a voi”) e un’intervista a un oligarca dissidente russo che si rammaricava per il fatto che “l’Italia balbetta sulle armi a Kiev”; intanto Meloni incontrava Zelensky a Granada e lo rassicurava che il governo avrebbe varato l’ottavo decreto armi (ovviamente secretato: siamo o non siamo una democrazia?) perché ne andava della “nostra libertà”. La controffensiva era talmente importante per l’Europa che i suoi governanti hanno distratto fondi del Pnrr destinati alla “resilienza”, qualunque cosa essa fosse, per sovvenzionare l’industria bellica.
Adesso Meloni rivela al telefono a due comici russi, credendoli un leader africano, che avverte “stanchezza”. E sì che ci si erano messi di buzzo buono a intortare l’opinione pubblica, anche attraverso la messa al bando, il dileggio e la diffamazione di chi aveva dubbi che l’Ucraina potesse riconquistare tutti i territori occupati dalla Russia e battere le truppe di Putin. Mentre osservatori imparziali (come John Mearsheimer, professore di Scienze politiche a Chicago, editorialisti del Washington Post, esperti sul New York Times, senza citare gli analisti del Fatto) avvertivano che la controffensiva non sarebbe riuscita per le disparità di soldati e per il rischio di un’escalation fatale, qui politici, giornalisti, istituti di ricerca foraggiati dall’industria bellica bombardavano i cervelli con la retorica guerresca, comprensiva anche di osceni paragoni tra i soldati del battaglione Azov e i partigiani italiani che sconfissero Hitler (che tuttavia alcuni dei giovanottoni kantiani portavano tatuato sul petto).
A giugno si mobilitò anche Draghi dal Mit di Boston:“Non c’è alternativa per gli Stati Uniti, l’Europa e i loro alleati se non garantire che l’Ucraina vinca questa guerra”. Meloni ribadiva: “Scommettiamo sulla vittoria dell’Ucraina e su un futuro di libertà e di pace”. I media padronali raccontavano faville dal fronte, con Putin terrorizzato di “vivere la sua Stalingrado”, anzi la “sua Caporetto”, l’Ucraina che le stava “dando di santa ragione al colosso russo” (Ferrara sul Foglio) e gli ucraini “al confine con la Russia”, come peraltro da sempre per mere ragioni geografiche. Se lo dicevano l’infallibile Draghi, il Corriere, che stilò liste di proscrizione di “putiniani” spacciandole per dossier dei Servizi segreti, il Foglio, fondato da un confidente retribuito della Cia, e Repubblica, il cui editore ha interessi nell’industria delle armi, c’era da crederci.
Purtroppo la scommessa è persa, sui corpi di 10mila civili ucraini, e a quanto pare un’alternativa c’era, ed era la più prevedibile: la vittoria della Russia e l’abbandono di Zelensky al suo destino da parte di governanti stupidi e feroci che fanno pagare ai loro popoli l’illusione di difenderli.
Sempre sulla figuraccia
Le spie dal semifreddo
di Marco Travaglio
Non contento dei danni fatti alla Meloni come portavoce (il più veloce della luce: è durato tre mesi), Mario Sechi ha deciso di completare l’opera come direttore di Libero. E, temendo di non farcela da solo a darle il colpo di grazia, s’è portato dietro Daniele Capezzone. Ieri i due noti caratteristi hanno riempito tre pagine e mezza di Libero per dimostrare che quello alla premier non era uno scherzo, ma “una trappola russa”, un raffinatissimo “piano” e “intrigo” di “guerra ibrida”, “cibernetica” e “mediatica” architettata da due “propagandisti”, “un’operazione di disinformatija”, “un classico del repertorio dei servizi di Mosca”, ultimo anello di “una catena accuratamente oliata dall’intelligence russa” per “la conquista del cuore e della mente dei popoli”, “una micidiale operazione di sabotaggio” che ci precipita “dentro la matrioska della Russia” che, di bambolina in bambolina, porta dritto a Putin, “abile giocatore di scacchi” (ma non era un pazzo moribondo?), le cui “impronte digitali giungono fino a Gaza City” (dietro Hamas c’è “il gruppo Wagner”: chi non muore si rivede) e “la fondamentale posizione euro-atlantica” della Meloni è decisiva per le sorti del pianeta: “se l’Italia flette” viene giù tutto. Ma l’Italia non flette, eh no: i due agenti del Kgb travestiti da comici hanno avuto pane per i loro denti, “perché Giorgia Meloni ha una naturale prudenza e coerenza nell’esporre i problemi e le sue conclusioni; ma ci hanno provato con maestria”. Poi a sgamarli ha provveduto l’astuto Sechi: “Mi è bastato fare un paio di domande a Lexus a 8 e mezzo per mostrare il suo vero volto” (quello di un comico molto più sbarazzino con Putin di Sechi con la Meloni).
In effetti la raffinatissima operazione di intelligence, disinformatja, guerra ibrida e cibernetica si è avvalsa delle più sofisticate tecnologie su piazza: un telefonino. I comici han chiamato Palazzo Chigi e subito li ha richiamati la premier che, con la naturale prudenza e coerenza, s’è confidata per mezz’oretta con uno dei due, scambiandolo per un leader africano anche se parlava come Ivan Drago di Rocky IV (“Io ti spiezzo in due”) e gli ha detto l’opposto di quel che dichiara in pubblico. Poi, siccome “s’è accorta subito dello scherzo” (Mantovano dixit) ed è ben conscia delle insidie spionistico-cibernetiche dell’impero russo, se n’è rimasta zitta per 44 giorni: sotto ricatto o sotto scacco degli agenti russi camuffati da comici e dei loro mandanti, senza avvertire i Servizi e il Copasir, ma aspettando che fossero quelli a spiattellare tutto. Ora, non vorremmo deludere i due Le Carré de noantri, ma la loro spy story, più che La spia che venne dal freddo, ci ricorda Totò e Peppino divisi a Berlino: protagonisti Giuseppe Pagliuca e Antonio La Puzza.
L'Amaca
Rai, il fallimento delle scorciatoie
DI MICHELE SERRA
Non dev’essere facile, per i nuovi vertici della Rai, ammettere che l’azienda pubblica perde ascolti perché i nuovi padroni politici del Paese hanno epurato o emarginato solidi professionisti considerati “nemici” (nemici loro, certo non dell’azienda).
Eppure è esattamente, banalmente quello che è accaduto. Con un rapporto di causa/effetto così ovvio che si fatica a parlarne senza ripetere cose altrettanto ovvie.
La prima è che le persone che se ne sono andate, o sono state cacciate, lavoravano alla Rai (qualcuno da una vita) non per vassallaggio politico ma per capacità professionale, premiati da risultati che andavano a tutto vantaggio dell’azienda. La seconda è che non esisteva un piano B, c’era solo un piano A: cacciare “quelli di sinistra”. La terza, e la più importante, è che non basta proclamare un “cambio di paradigma” culturale per realizzarlo. Ci vogliono le persone, le idee e le competenze. La cosiddetta “egemonia culturale” non è un’intenzione, è un risultato. Non la si improvvisa. Non la si inventa. Non la si decide a tavolino. I risultati arrivano se prima hai lavorato bene: anche il più sprovveduto mister di calcio almeno questo lo sa.
La mediocrità è il punto di partenza di tutti, o quasi. Ci si lavora attorno, si rimedia alle debolezze, si sbaglia, si cambia, si imparano un sacco di cose.
È un percorso lungo. Ma non è sostituibile o surrogabile. Certo è più comodo e sbrigativo ricorrere ai colpi di spugna (cancel culture...). Ma poi i risultati si vedono.
venerdì 3 novembre 2023
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