mercoledì 1 novembre 2023

Robecchi

 

“Yo soy Giorgia” Dalle banche all’Iva, una manovra a elastico per i soliti furbi

di Alessandro Robecchi 

Il magico mondo delle riforme fatte con l’elastico ci compare di fronte come un luogo meraviglioso, dove si incassa consenso con annunci roboanti e poi si tira indietro la mano, si monetizza la bella (?) figura senza poi monetizzare niente. Insomma, è un Paese delle meraviglie, di novità annunciate e poi rimangiate con un certo aplomb, un garbo fascinoso simile alla faccia di Tajani quando sorride: ci sono spettacoli migliori.

Era agosto quando il governo Meloni annunciava con grande clamore una tassa sugli extraprofitti delle banche, “una misura di equità sociale”, come disse Yo soy Giorgia, rimettendo per un attimo il costume da destra sociale che le donava tanto in campagna elettorale. Matteo Salvini, come sua consuetudine preciso al centesimo e rigorosissimo, parlava di un incasso per lo Stato di “alcuni miliardi”, zero più, zero meno. Insomma si prefigurava questo scenario: le grandi banche preoccupate di dover pagare, i cittadini sicuri che qualunque esborso sarebbe ricaduto sul loro groppone in forma di rincari vari, le lobby e i gruppi di pressione al lavoro sottotraccia. Ora che quella tassa è conclamata e definitiva, il risultato è che i tassati (le banche) possono decidere di non pagarla (manco morti) purché usino quei soldi (qualcosa in più) per rinforzare il proprio patrimonio. È un po’ come dire al contribuente: puoi pagare questa tassa, oppure puoi mettere l’importo in un cassetto, o comprarti una Porsche, e “l’equità sociale” la salutiamo, ciao ciao, con un fruscio gommoso di elastico, la tassa torna indietro.

Altro caso di scuola interessante, la cedolare secca sugli affitti brevi: dal 21 al 26 per cento, presentata con varie motivazioni. La prima e più evidente non ha osato pronunciarla nessuno: non è giusto che la rendita sia tassata più del lavoro, argomento così démodé che non si dice nemmeno a sinistra. Poi, però, bisognava tirare un osso a Forza Italia, placare Tajani, accontentare los liberistas che gridavano al socialismo reale nei B&B. Risultato: pagheranno una tassa più alta i proprietari di appartamenti in affitto che ne abbiano almeno tre, che abbiamo un nipote che si chiama Gualtiero, meno di dieci diottrie, un principio di gotta. È vero, la platea si restringe un po’ (di circa il 90 per cento), soldi ne arriveranno pochi, il dumping sul mercato degli affitti resterà intatto, ma Yo soy Giorgia e Yo soy Giorgetti potranno menare vanto per una misuretta di “equità sociale” (risate in sottofondo).

Il capolavoro arriva invece con l’Iva raddoppiata sui prodotti per l’infanzia e quella che pudicamente i giornali chiamano “l’igiene femminile” (traduco in italiano: gli assorbenti). L’Iva sul latte in polvere era del 5 per cento (Manovra 2023, sbandierata da Meloni come un grande successo a vantaggio della natalità della Nazzione) e balza al 10 (Manovra 2024), con la sublime motivazione che la norma “non ha funzionato”. Cioè gli italiani, farabutti, non hanno approfittato di quello sconto di pochi centesimi su pannolini, semolini e latte per neonati per figliare come conigli. Hanno perso un’occasione d’oro, maledetti e, distratti dall’inflazione e dai bassi salari, hanno perso una straordinaria opportunità di risparmio, oltre che di gioia genitoriale. Non ha funzionato, ecco, nel dubbio aumentiamo, non fa una piega. Alla fine la manovra con l’elastico verrà votata così, senza odiosi emendamenti, con la consistente soddisfazione di aver penalizzato le pensioni, la scuola, la sanità. Yo soy Draghi, Yo soy Fornero, che spettacolo!

Era ieri ma fa lo stesso!

 



Happy birthday splendido Cigno di Utrecht!

Come state?

 


Dolori alle giunture? Bacino che sembra ingessato? Canizie che vi barrisce alle spalle? Scale di casa che si trasformano nel Mortirolo? Niente paura! A vedere l’allenamento di questo signore ottantenne dal passato non proprio cistercense c’è da sperare in una frizzante vecchiaia… o almeno così pare…

Senti Senti...

 

Big Pharma: la Ue nasconde il dossier su prezzi e brevetti
MERCATO E SANITÀ - Ritirato dal Web un rapporto sull’accesso ai medicinali: dice che le priorità dell’industria prevalgono sulla salute pubblica
DI ALESSANDRO MANTOVANI
Uno studio indipendente sull’accesso ai farmaci, commissionato dal comitato del Parlamento Ue su Scienza e Tecnologia (Stoa) e presentato il 19 ottobre, è stato pubblicato sul sito istituzionale venerdì 27 e clamorosamente eliminato dal web lunedì 30. Sul sito sono rimaste solo le slide e il video della presentazione. Il problema è che il rapporto evidenzia “il parziale disallineamento tra priorità dell’industria in materia di ricerca e sviluppo e gli obiettivi di salute pubblica”, sottolinea l’opportunità di “rafforzare il coordinamento dell’Ue su diritti di proprietà intellettuale e approvvigionamento dei farmaci” e suggerisce “la riduzione della durata dei brevetti” e “la creazione di un’infrastruttura pubblica attiva durante il processo di ricerca e sviluppo dei farmaci”. Dice, in sostanza, che il mercato da solo non assicura farmaci disponibili a prezzi accettabili, specie in alcuni campi dagli antimicrobiotici alle malattie rare.
A chiedere il ritiro del rapporto, come anticipato da Politico.eu è stata Pernille Weiss, eurodeputata danese del Partito popolare europeo (Ppe) che ha convinto il presidente del comitato Stoa (Science and Technology Options Assessment), il cristiano democratico tedesco Christian Ehler. Ufficialmente il testo è “in revisione”. Socialisti e Verdi chiedono di ripubblicarlo così com’è.
Autori dello studio sono tre economisti italiani, incaricati diversi mesi fa dal comitato Stoa: Simona Gamba del Dipartimento di Economia della Statale di Milano, Laura Magazzini che insegna Econometria alla Scuola superiore Sant’Anna di Pisa e Paolo Pertile che insegna Scienza delle Finanze all’Università di Verona. Hanno lavorato su centinaia di pubblicazioni e fonti statistiche e intervistato 24 addetti ai lavori: cinque fra ricercatori e clinici, sei rappresentanti dell’industria farmaceutica, otto esperti di sanità pubblica, due dirigenti pubblici e tre esponenti di associazioni dei pazienti. E hanno analizzato vantaggi e svantaggi delle soluzioni possibili ai diversi problemi.
Sono temi da tempo oggetto di confronto nell’Ue, specie dopo l’esperienza dei vaccini anti-Covid. Come si ricorderà un altro team di ricercatori italiani aveva fatto i conti in tasca ai produttori per concludere che centinaia di miliardi di euro/dollari di utili realizzati Pfizer/Biontech, Moderna, ecc. erano stati generati da investimenti per due terzi pubblici, cui si sono aggiunte le spese per l’acquisto delle dosi. Quello studio, commissionato dal comitato Covid dell’Europarlamento, portava le firme di Massimo Florio della Statale di Milano, membro del Forum Disuguaglianze Diversità di Fabrizio Barca, e di Simona Gamba. La proposta di un’infrastruttura pubblica per la ricerca su farmaci è vaccini è avanzata da tempo dal Forum DD come da alcuni Verdi europei. Nonostante Ursula von der Leyen e l’ala più liberista del Ppe, ne parla anche il documento sulla pandemia approvato qualche mese fa al Parlamento Ue da un’inedita maggioranza formata da quasi tutti i Socialisti e i Verdi, la Sinistra unita e alcuni settori del Ppe. Ora fra Bruxelles e Strasburgo se ne discute in vista della riforma della normativa Ue sui farmaci, su cui però l’ultima parola spetterà al nuovo Europarlamento che sarà eletto a giugno. Naturalmente la sola idea mettere in discussione i principi neoliberisti fa rizzare i capelli in testa alle Big Pharma. E alla signora Weiss che sembra averne assunto la rappresentanza politica. Del resto un mese fa Weiss era al centro di polemiche perché un suo collaboratore, secondo il quotidiano danese Altinget, lavorava anche per una società di lobbying, Operate.
“È uno studio imparziale, le risposte dei ricercatori sono state esaurienti e il loro lavoro deve rimanere a disposizione del Parlamento europeo”, sottolinea Rosa D’Amato, eletta con il M5S e ora nei Verdi. Anche l’ecologista francese Michele Rivasi chiede di rimetterlo online: “Non possiamo fornire ulteriori argomenti a favore di sospetti di censura”.

No, no, no!

 

La semidittatura
di Marco Travaglio
La cosiddetta riforma del premierato e dell’anti-ribaltone è una tale ciofeca che dobbiamo prepararci sin d’ora a raderla al suolo nel referendum. Ma non per i motivi che si sentono in giro, tipo che Mattarella se ne avrà a male perché gli levano i senatori a vita e il potere di inventarsi nuove ammucchiate più o meno “tecniche”. Con tutto il rispetto, chissenefrega: le riforme costituzionali non si fanno su misura per questo o quel presidente o premier. Ed è bizzarro che chi rimprovera giustamente la Meloni di farne una su misura per sé la rimproveri anche di non farla su misura per Mattarella.
Le schifezze della proposta non riguardano le persone, ma lo Stato che ne verrebbe fuori: una Repubblica non più parlamentare, né semipresidenziale, ma semidittatoriale. L’elezione diretta del premier non esiste in nessuna democrazia: fu introdotta in Israele nel ’92 e poi abolita dopo tre elezioni perché produceva più instabilità (l’opposto dello scopo dichiarato dai nostri padri ricostituenti). E – come già il mix fra la schiforma renziana e l’Italicum – il combinato disposto con una legge elettorale che dà il 55% dei seggi alla coalizione che arriva prima, anche se non prende neppure la metà dei voti, blinda la falsa maggioranza in una torre d’avorio inespugnabile. Anche se sta insieme con lo sputo e non combina più nulla, paralizzata da risse e veti incrociati, non c’è più verso di sfiduciarla. Non solo il capo dello Stato, ma soprattutto il Parlamento non contano più nulla.
Se si vogliono evitare i ricatti dei partitini e le crisi al buio, basta introdurre la “sfiducia costruttiva” (come in Germania, Spagna, Belgio ecc.): il Parlamento non può sfiduciare un governo se non ne ha già pronto un altro, anche con maggioranza diversa; o, in alternativa, alza bandiera bianca e si scioglie. Ma questo confligge con la fesseria contro i “ribaltoni”, che non esistono: se i parlamentari, ciascuno dei quali rappresenta l’intera nazione, vogliono formare una maggioranza diversa da quella iniziale, sono liberi di farlo. Purché sia gratis: ed è curioso che a tuonare contro i “ribaltoni” siano da 29 anni le destre figlie un leader, B., che andò al potere nel ’94 acquisendo parlamentari dall’opposizione in cambio di posti di governo, nel 2007 comprò senatori per ribaltare il Prodi-2 e nel 2010 raccattò altri voltagabbana per compensare la fuga dei finiani. Quanto ai governi di larghe intese, tecnici (Dini, Monti e Draghi) o politici (Letta), vietare la premiership ai non eletti non sarebbe servito a evitarli: sarebbe bastato che i partiti non li votassero. Purtroppo li votarono ora la Lega (Dini), ora FI e An con dentro la Meloni (Monti), ora FI (Letta), ora FI e la Lega (Draghi). Ora non si sa bene a chi vogliano impedire di rifarlo: a se stessi?

L'Amaca



Un problema di materia prima

DI MICHELE SERRA

Secondo una lettura malevola (per esempio: la mia), l’intenzione della destra di abolire i senatori a vita potrebbe dipendere non tanto dall’intenzione di restringere le mansioni e il prestigio del Quirinale, che quei senatori nomina e che è il solo potere in grado di fare ombra allo strapotere del premierato; quanto da una imbarazzante mancanza di materia prima. Una Levi Montalcini, una Liliana Segre, un Renzo Piano, un Carlo Rubbia devoti a “Dio, Patria e Famiglia” non sembrano al momento reperibili.

Sia questo il frutto della famigerata egemonia culturale della sinistra o della altrettanto famigerata penuria di figure di alto profilo nel campo avverso, si capisce che negli ultimi anni la destra abbia avuto le sue buone ragioni per lamentare il fatto che su quei pochi ma prestigiosi voti, in certe sedute parlamentari decisive, non poteva mai contare. Memorabili, in questo senso, gli insulti da mercato rionale alla senatrice Levi Montalcini.
L’idea di costruire una egemonia culturale nuova fiammante è stata affidata dal governo Meloni-Salvini agli spintoni e ai repulisti, sul modello della Rai (fin qui scarsetto nei risultati). Ma si tratta di un lavoro molto all’ingrosso, e di un’egemonia molto alla mano. Per costruire un senatore a vita, lo dice la parola stessa, non basta correggere i palinsesti: ci vuole una vita. 

In genere è una vita di studio e di eccellenza professionale, così da guadagnarsi quello speciale calibro che fa di te un cittadino esemplare, rappresentativo del prestigio di una intera comunità. Non basterebbero, a Meloni e Salvini, cinque o sei legislature. Meglio dunque abolire quella carica: o le poltrone si possono occupare, o è meglio farle portare in uno sgabuzzino.

martedì 31 ottobre 2023

Fermatelo!




Con la faccia che sprizza petrodollari, questo babbeo sta uccidendo lo sport più bello del mondo!