martedì 31 ottobre 2023

L'Amaca

 

Salviamo la motosega
DI MICHELE SERRA
Vi prego di cercare in rete le immagini del candidato “anarco-liberista” argentino, Milei, che sbraita come un ossesso con una motosega in mano. Poi ditemi se vale la pena nutrire anche un solo briciolo di fiducia sul futuro non solo dell’Argentina, ma del genere umano.
Fisicamente, Milei sembra Cetto Laqualunque che ha deciso di partecipare a un concorso di sosia di Elvis Presley. Vestito un po’ da Presley, un po’ da Cetto. Come molti famosi leader populisti (vedi Berlusconi e Trump) deve avere un problema con i capelli, perché ha una pettinatura mai vista prima al mondo. Ma a spaventare è soprattutto la motosega, brandita come fa il Salvini con il rosario, con il motore in fuorigiri e i fumi della miscela sparacchiati in faccia a una povera ragazza: se è una del suo staff, va detto che se lo merita.
Leggendo qualche articolo su Milei (amo l’horror, soprattutto i B-movie come questo) ho appreso che la motosega, per l’estrema destra di molti Paesi latino-americani, è un vero e proprio simbolo politico: dev’essere per via dell’Amazzonia, che se potessero raderebbero al suolo con tutti gli indios dentro. Avendone due, di motoseghe, e tenendole nella massima considerazione, ci sono rimasto male. Si tratta di una macchina onesta e utile, come tutti i componenti della grande famiglia degli attrezzi da lavoro. Se ben tenuta e con i denti della catena bene affilati, è in grado di dare grandi soddisfazioni nella manutenzione del bosco e nell’approvvigionamento di legna.
Mi chiedo se ci sia, in Argentina, un movimento per la salvezza della motosega, che non merita di diventare un accessorio per energumeni.

Coralmente

 


Il Maestro continua ad illuminarci

 

L’ARTE DI SCRIVERE
“Così è nato Il nome della rosa”
In questo testo inedito il grande semiologo racconta la genesi, ispirata, del suo romanzo medievale

DI UMBERTO ECO

All’inizio del 1978 una mia amica, che stava lavorando per un piccolo editore, mi ha detto che stava chiedendo a non-romanzieri (a politici, a sociologi, a clinici) di scrivere un breve racconto poliziesco. Le ho detto che non ero interessato alla scrittura creativa e che ero sicuro di essere assolutamente incapace di scrivere buoni dialoghi. Avevo concluso (non so perché) che comunque, se per caso avessi dovuto raccontare una vicenda poliziesca, ne sarebbe uscito un volume di cinquecento pagine, e la vicenda si sarebbe svolta in un monastero medievale. La mia amica mi disse educatamente che non era interessata a un tomo commerciale poco ispirato, e il nostro incontro fini lì.

Appena tornato a casa, mi misi a frugare in un cassetto e ritrovai un appunto scritto qualche anno prima dove avevo annotato alcuni nomi di monaci. Il che vuol dire che in una qualche piega della mia mente l’idea di un romanzo stava già crescendo senza che me ne rendessi conto. A quel punto ho pensato che sarebbe stato interessante avvelenare un monaco mentre stava leggendo un libro misterioso, e lì mi fermai. E così iniziai a scrivereIl nome della rosa .
Quando il libro è uscito mi è stato chiesto perché avevo deciso di scrivere un romanzo e le ragioni che davo (che variavano a seconda del mio umore) erano probabilmente tutte vere – segno che erano tutte false. Alla fine avevo concluso che la sola risposta sincera era che a un certo momento della mia vita mi era venuta voglia di farlo – e credo che quella fosse una spiegazione sufficiente e ragionevole. Quando in un’intervista mi chiedono “Come scrive i suoi romanzi?”, di primo acchito rispondo “Da sinistra a destra”. Capisco che non è una risposta soddisfacente e che può produrre un certo spiazzamento nel caso venga data in un paese arabo o in Israele. Ora ho modo di dare una risposta più dettagliata.

Nello scrivere il mio primo romanzo ho imparato alcune cose. Anzitutto “ispirazione” è una brutta parola che i cattivi scrittori usano per sembrare artisticamente rispettabili. Come dice il celebre adagio inglese “genius is ten percent inspiration and ninety percent perspiration”, il genio è fatto al dieci per cento d’ispirazione e al novanta per cento di traspirazione, sudore. Si racconta che il poeta francese Lamartine avesse descritto a più riprese le circostanze magiche in cui era nata una delle sue poesie migliori; sosteneva che fosse nata come per folgorazione una notte che passeggiava in un bosco. Poi alla sua morte hanno trovato nel suo studio molte versioni di quella poesia, scritta e riscritta nel corso degli anni.

I primi recensori deIl nome della rosa avevano detto che era stato scritto sotto l’influenza di una luminosa ispirazione ma che, a causa delle sue difficoltà concettuali e linguistiche, era per un ristretto numero di lettori. Poi, quando il libro ha iniziato a vendere un inatteso numero di copie, milioni di copie, gli stessi critici hanno scritto che, per mettere insieme un bestseller destinato a un successo di massa, dovevo aver seguito una ricetta segreta. Più tardi hanno scritto che il successo era dovuto a un programma computerizzato – dimenticando che i primi personal computer con un programma di scrittura maneggevole erano apparsi solo all’inizio degli anni ottanta, dopo che il mio libro era già uscito. Quando lo scrivevo, negli anni 1978-1979, anche negli Stati Uniti circolavano solo dei piccoli computer (mi pare si chiamassero Tandy) che nessuno avrebbe potuto usare se nonper scrivere qualche lettera. (…) Visto che parliamo di lentezza dell’ispirazione, devo dire che Il nome della rosa mi era costato solo due anni di lavoro perché non avevo dovuto fare alcuna ricerca sul Medioevo. Come ho detto, la mia tesi era stata sull’estetica medievale e in seguito avevo continuato ad approfondire questi temi. Avevo visitato tante abbazie romaniche e cattedrali gotiche, e così via. Quando ho deciso di scrivere il romanzo, è stato come se avessi aperto un armadio dove per quasi trent’anni avevo ammassato centinaia di schede. Tutto quel materiale era ai miei piedi, e dovevo solo scegliere ciò di cui avevo bisogno.

Per i romanzi successivi la situazione è stata diversa (anche se, se scelgo un certo argomento, è perché con quello ho già qualche familiarità). Ecco perché i romanzi successivi mi hanno preso più tempo: otto anni per Il pendolo di Foucault , sei per L’isola del giorno prima eBaudolino . Per La misteriosa fiamma della regina Loana ci ho messo solo quattro anni perché riguarda le letture che ho fatto da bambino fra gli anni trenta e quaranta, e ho potuto utilizzare molto materiale che avevo a casa, come albi di fumetti, registrazioni, riviste o quotidiani – in breve, la mia collezione completa di ricordi, nostalgia e cianfrusaglia.
Cosa faccio negli anni di gestazione di un romanzo? Raccolgo documenti, visito luoghi e faccio mappe, schizzo la pianta interna di edifici o, come nel caso de L’isola del giorno prima , di navi; e talora disegno i volti dei miei personaggi. Per Il nome della rosa ho disegnato i volti di tutti i monaci. Insomma, passo questo periodo di preparazione come in un castello incantato o, se preferite, in uno stato di rifugio autistico dal mondo reale. Nessuno sa che cosa stia facendo, neppure i membri della mia famiglia o gli amici più intimi. Faccio finta di fare altro, ma cerco in realtà continuamente idee, immagini, parole per la mia storia. Voglio dire che se, mentre immagino vicende ambientate nel Medioevo, vedo passare per strada una macchina rossa che attira la mia attenzione, annoto mentalmente (o su un foglio) quel colore, che prima o poi giocherà un ruolo o apparirà, che so, nella descrizione di una miniatura.

lunedì 30 ottobre 2023

Massini


Altro che vampiri e spose cadavere il vero horror è dentro di noi

di Stefano Massini

Che cosa è esattamente il sentimento dell’orrore? Verrebbe da rispondere che si tratta della quintessenza della paura, in cui essa si aggrava con un senso profondo di disgusto e di condanna morale.

Siamo nel pieno di due guerre, la cui genesi sta in una contrapposizione fra parti insanabile e cruenta, tale da rifiutare l’ipotesi stessa del dialogo. È il seme da cui prende forma non solo la violenza, ma anche la paura: il conflitto con l’altro da te, l’estraneo inconciliabile, paradigma di ciò che non controlli e come tale rifiuti. Ed è di questo anatema dell’opposto che parleremo oggi, nella terza puntata di questa inchiesta sull’orrore che trova pretesto nella ricorrenza di Halloween, dopodomani notte.

Facciamo un passo indietro, all’origine del fenomeno. Che cosa è esattamente il sentimento dell’orrore? Verrebbe da rispondere che si tratta della quintessenza della paura, in cui essa si aggrava con un senso profondo di disgusto e di condanna morale. Un esempio in questo senso può essere colto da quel che accadde a un maestro come Hitchcock, mentre lavorava ai Pinewood Studios di Londra sul montaggio di un documentario sui lager nazisti. Si racconta che dopo aver visto il girato dei primi alleati entrati a Bergen-Belsen, il giovane Alfred si assentò per oltre sette giorni consecutivi, rispondendo solo un laconico «è oltre ogni limite».

L’orrore sembra quindi nutrirsi di questo, della percezione di un eccesso, di un confine violato, di una misura clamorosamente abusata: si può avere paura dell’attacco di un felino nella savana, ma viceversa l’orrore scatta solo se il suddetto leone ti insegue con le fauci sporche di sangue di un neonato appena azzannato. Questo upgrade fa convertire la paura a un livello ulteriore, in una specie di elevazione al cubo che ci induce a rimuovere lo sguardo o ad attivare forme di evitamento (le immagini dall’Ucraina o dalla Palestina non solo non voglio vederle, ma mi convinco che siano fake). Ed è, non per nulla, lo stesso meccanismo che consente all’orrore di farsi horror, cioè una forma di paradossale intrattenimento che corre limitrofa alla commedia, con cui condivide proprio questa necessità di estremo, esplicita nei gargoyle delle cattedrali gotiche. Halloween ne è la somma dimostrazione, perché incardina l’antologia dell’orrore più spietato (carni putrefatte, crani scuoiati, interiora in vista, bulbi oculari pendenti) convertendola in un grande cartoon collettivo in cui l’obitorio si fa balera e il funerale è un danzereccio Carnevale.

Questo se ci fermiamo all’apparenza. Ma se girassimo la domanda a Sigmund Freud? Qui il tema si fa molto interessante, se leggiamo quel trattato del 1919, di cui già ho avuto modo di parlare, da Freud dato alle stampe con il titolo Das Unheimlich. In quelle pagine troviamo una definizione inattesa dell’orrore, interpretato dal padre della psicanalisi come reazione non al diverso da noi, quanto piuttosto a una familiarità tradita, e convertita in minaccia. È il cosiddetto elemento perturbante, cioè quello che ci incute angoscia proprio perché lo percepiamo radicato in noi, ed è straordinario il modo in cui Freud ne rintracci il metodo nei racconti (a partire da E.T.A.Hoffmann) su bamboline assatanate e pagliacci demoniaci, ovvero su piacevoli compagni d’infanzia tramutati in automi sanguinari. Lì, spiega Freud, la nostra psiche subisce come un corto circuito, perché è costretta a respingere ciò che in realtà ha già accolto e introiettato in se stessa, insomma va in crisi l’assunto fondamentale della nostra difesa, quello per cui il mostro da annientare è altro da noi. Trovo la suggestione illuminante, nella misura in cui ci porta a ridefinire il concetto stesso di orrore come paura di un orco che sta fuori e dentro, contemporaneamente.

Nel terzo millennio dei tribunali improvvisati online, con l’ossessione di dover tutti per forza esprimere la propria esegesi della realtà sotto forma di post, è chiaro che le parole di Freud sono una rivoluzione copernicana: l’orrore che proviamo manifesta in qualche modo in noi la rimossa sensazione di una comunanza con chi varca il limite, con chi si inebria di violenza e nel calpestare l’altro venera il proprio Baal. Ci inorridisce e ci spiazza lo spettacolo di una natura umana che è anche nostra, e che reca iscritta in sé la potenzialità della propria vena brutale, solo che il suo dilagare ci legittima inconsapevolmente a non reprimerla più.

In questo senso la kermesse di Halloween, con i suoi zombie cannibali e i maniaci armati di motosega, altro non era che la raffigurazione concreta di quanto noi stessi avessimo contiguità con la parte distruttiva di noi, vestendone i panni per una notte in una forma di catartica ostentazione (non è dunque un caso che le prime testimonianze della festa siano datate a oltre cinque millenni or sono, quando niente al mondo sarà stato come adesso tranne l’impalcatura psichica dell’essere umano).

A far riflettere è allora non tanto Halloween 2023, quanto il contesto in cui essa si ripresenta, ovvero questo torneo mediatico di continui inni all’odio e alla violenza che consente alle masse di compiacersi dell’orrore travestendosi a loro volta da boia e legittimando il Tanathos che è in loro (anche su questo, il dottor Freud insegna). Altro che streghe di Salem, altro che conte Dracula e vampiri alla Polidori, altro che spose cadaveriche di Tim Burton, toccherà prendere atto che il vero sabba è già intorno a noi, febbrilmente danzato da milioni di utenti social che virtualmente ne ammazzano più che Leatherface in tutti i sequel di Non aprite quella porta.

Vergognosamente

 


domenica 29 ottobre 2023

29 ottobre 1921



Esattamente 102 anni fa, Maria Bergamas, madre di Antonio, uno dei duecentomila soldati morti nella prima guerra mondiale di cui non si riuscì ad identificarne i corpi, scelse tra undici bare colui che ancor oggi riposa a Roma nel monumento conosciuto come Milite Ignoto, a memoria di tutte le migliaia di giovani uccisi nei grandi conflitti della storia, dall’odio, dalla vigliacca politica, dalla bieca arroganza.

Nella spelonca

 


Mentre ci sollazziamo con le giambrunate, le garrule gasparriane sull’aumento di pubblicità alla tv di stato ai danni della perla del partito azienda voluto dal trapassato, sta avvenendo uno scempio indicibile sotto gli occhi foderati di prosciutto di tutti noi. 

Stanno scientemente ammazzando la sanità pubblica per sollazzare quella privata. 

E probabilmente si saranno riuniti nottetempo, da carbonari, per attuare una sconcertante politica atta a depotenziare quello che è stato per molti anni un gioiello di famiglia comune. Come han fatto? Semplice. Rendere la vita dei medici ospedalieri terribilmente stressante, riducendo gli arrivi dei nuovi medici, pagando poco e niente tutto il sistema e nel contempo proporre incarichi a pagamento molto più remunerati nelle cosiddette società che si occupano, apparentemente, di alleviare le problematiche attuali, in realtà invece una logorante azione infingarda per dirottare sempre più fondi nelle tasche degli Ucci - Ucci, all'Angelucci per intenderci. 

Borotalcamente, quasi insonorizzato, sofficemente il privato sta entrando sempre più nel sistema sanitario nazionale. In Liguria Yoghi Toti ha già deciso di coinvolgere le tasche di ricconi per la costruzione del nuovo ospedale della Spezia, e questo maleficio si ripercuoterà negli anni a venire attraverso pagamenti di rate da circa nove milioni, sottratti alle necessità gestionali comuni; pagheranno i soliti noti, gli ultimi, gli indifesi, coloro che dall'attenzione quotidiana medica e paramedica ottengono la spinta per andare avanti. 

Vi fosse un'opposizione seria ed efficace, non collusa, tutto questo verrebbe combattuto e forse arrestato. Così non è. Molti si stanno sbattendo per la nobile causa, ma sono pochi, maledettamente pochi. 

Occorrerebbe un'insurrezione pacifica di massa in difesa di un diritto costituzionale basilare. 

Ma le giambruniadi, le goliardate nere, le fetecchie da noi remunerate, stanno distogliendo l'interesse comune. Un pò come incazzarsi col ladro colto in flagrante perché ha le scarpe infangate e sta sporcando il tappeto pregiato.