mercoledì 6 settembre 2023

Finalmente qualcuno ne parla!

 

Stragi sul lavoro Guerra da mille morti l’anno: profitti privati e perdite collettive
di Alessandro Robecchi
Le notizie dalla guerra sono frammentarie, occupano le pagine per qualche ora, o giorno, sull’onda dell’emozione, poi spariscono di nuovo fino al prossimo attacco e ai prossimi morti. La guerra del lavoro, intendo. Quella che fa ogni anno in Italia oltre mille morti, tre al giorno, più o meno, e alcune centinaia di migliaia di feriti, senza che nessuno vada in tivù quotidianamente a dare il bollettino, a fare una conferenza stampa con statistiche, dati, cause, nomi dei defunti, patologie o condizioni dei feriti. E soprattutto responsabili.
La tragedia di Brandizzo, per restare alla cronaca, rivela a ogni ora che passa anomalie, dolo, stratagemmi produttivi, cose che non si possono fare (ad esempio stare sui binari finché passano i treni) ma che si fanno lo stesso, perché i tempi sono stretti, se non si lavora in fretta si erode il profitto, la ditta appaltatrice subappalta a un’altra, che subappalta a un’altra ancora, e via così a cascata, cosa che nell’edilizia, per esempio, è una prassi consolidata. In Piemonte, sempre per restare in zona, la probabilità che un’azienda subisca un controllo dell’Ispettorato del Lavoro è di una visita ogni vent’anni, perché le aziende sono tante e i controllori pochi, pochissimi. La più giovane delle vittime di Brandizzo, Kevin Laganà, 22 anni, era assunto a tempo determinato, prendeva 800 euro al mese, era insomma, una recluta mandata al fronte. Un fronte – quello del lavoro – dove la sicurezza dei soldati è considerata un costo, un rallentamento, una rottura di palle, una seccatura.
Luana D’Orazio, 22 anni, venne risucchiata dall’orditoio su cui lavorava (era il 2021), in un’azienda tessile di Montemurlo (Prato), perché alla macchina era stata tolta una griglia di protezione che rallentava la produzione – si disse in sede di indagini – dell’otto per cento. Dunque la vita di una ragazza di 22 anni è perfettamente calcolabile in una frazione del fatturato e del conseguente profitto, che è considerato variabile indipendente, mentre tutto il resto – dalla qualità della vita di chi contribuisce a produrlo, alla sua salute, alla sua sicurezza – è considerato variabile dipendente, cioè sacrificabile a piacere.
Se la metafora della guerra non vi piace – lo capisco – aggiungerò questo, come nelle guerre è l’obiettivo che conta, e l’obiettivo è il famoso Pil, territorio da aumentare e conquistare, consolidare, allargare, e se per farlo servono sacrifici umani e perdite, be’, pazienza. Se la tensione securitaria – lo scandalo e la paura per la piccola delinquenza, per lo scippo, per l’aggressione – che ogni giorno leggiamo sui media si contagiasse al mondo del lavoro, alle vittime che cadono su quel fronte, non ci basterebbe la carta da stampare, e quindi pare un’autodifesa della società considerare le morti sul lavoro come tragiche fatalità, incidenti, disgrazie senza veri colpevoli, tipo il tamponamento in autostrada. Un costo accettabile, insomma. Con il vantaggio, che risparmiare sulle norme di sicurezza aiuta quasi sempre il profitto privato, mentre il costo sociale (comprese le cure del Servizio Sanitario Nazionale per centinaia di migliaia di feriti) pesa su tutta la comunità, un’altra clamorosa conferma della prassi nazionale: i profitti sono privati e le perdite sono di tutti. Se le aziende che producono morti e feriti dovessero, una volta accertate le responsabilità, pagare le spese sanitarie e iscriverle a bilancio, la sicurezza diventerebbe – allora sì – una priorità. E avremmo meno morti sul fronte del lavoro.

Bin Sala Bin!

 


Scelte cretine

 

La Via della Sega
di Marco Travaglio
La prevalenza del cretino di Fruttero e Lucentini uscì nel 1985, ma il titolo sembra fatto apposta per l’estate che sta finendo. Difficile trovare uno sprazzo d’intelligenza nelle femministe italiane che a Venezia contestano Woody Allen, troppo intelligente per loro, dandogli dello “stupratore” in barba a due sentenze di tribunale che l’hanno scagionato, come quei geni dei produttori americani che lo costringono a vagare per il mondo in cerca di qualcuno che finanzi il suo prossimo capolavoro. E che dire dell’astuta mossa del Rignanese che si candida alle Europee con Il Centro per raccogliere “i delusi di FI e Pd” e non s’è ancora accorto che il più deluso dagli altri non lo sarà mai quanto lo è da lui? Poi c’è Tajani, che sta all’intelligenza come Dell’Utri all’antimafia e vola in Cina per uscire un po’ dalla Via della Seta, pronto a danneggiare le imprese italiane pur di fare un dispetto a Conte e una marchetta a Biden. Intanto Urso, altro ministro famoso per la sagacia, firma un’intesa d’affari con i campioni di diritti umani dell’Arabia Saudita, il cui premier Bin Salman mandò i killer ad assassinare e tagliare a pezzi con la sega circolare il giornalista Khashoggi: dalla Via della Seta alla Via della Sega. Brillantissimo anche l’editoriale su Rep di Folli, così accecato da furore anti-Conte da sposare le balle delle destre su Superbonus (“insostenibile”, “populista”) e salario minimo (“suggestione”) e accreditare il governo di “un profilo rigoroso, quasi da Destra storica”. Ora, per coerenza, dovrà suggerire ai nuovi Quintino Sella una misura davvero di sinistra: la tassa sul macinato.
In tanto buio, un lampo d’intelligenza ce lo regala Benedetta Scuderi, attivista dei Verdi, incautamente invitata a Rete4 da Andrea Giambruno. Questi la interroga sulle assurde accuse di Saviano al governo della fidanzata per l’abbattimento dell’orsa e lei gli ritorce contro la sua celebre sparata sul nesso fra tasso alcolico delle ragazze e lupi stupratori: “Potremmo dire che è responsabilità dell’orsa perché, se non fosse uscita di notte da sola, non avrebbe incontrato il cacciatore, o il lupo…”. La sequenza delle espressioni sul volto del principe consorte nei successivi 12 secondi è una via di mezzo fra il remake di The mask e una gallery di Francis Bacon: mano sinistra che gratta orecchio destro; sopracciglia corrugate e risolino tirato tipo Joker; pollice-indice sotto mento pizzuto per darsi tono; occhi strizzati e indice-medio-anulare su boccuccia a cul di gallina; testolina che fa sì-sì; sguardo disperato verso sinistra in cerca di soccorsi in studio perchè ha finito le facce; cameraman pietoso che lo oscura e stacca sulla foto già mostrata prima. Qualcosa ci dice che non vedremo più la Scuderi chez Giambruno. Ma ne sarà valsa la pena.

L'Amaca

 

Quei roghi già accesi
DI MICHELE SERRA
Per quanto piccola, è davvero triste la folla inquisitrice che, a Venezia, ha invocato la cacciata dello “stupratore” Woody Allen, mai condannato per violenze o molestie sessuali. Tanto è rovente e dolorosa, quella materia, tanto odioso e controproducente è il suo uso facilone e sommario, l’urlo che accusa senza conoscere, lo stigma affibbiato senza esitare. Neppure un colpevole riconosciuto merita quegli strilli sguaiati, quell’odio che scempia i volti. Perché dunque deve subirli un non colpevole?
Ne abbiamo le scatole piene dei fanatici. Ci ammorbano la vita dalla notte dei tempi, le torme dei linciatori, i bigotti furibondi, i fan di forche e patiboli, i giudici autonominati che escono di casa con la sentenza già in tasca, i puri che si nutrono della persecuzione degli impuri. Sono le stesse, eterne folle orrende e ridicole che salgono al castello con torce e forconi per bruciare Dracula, e in assenza di Dracula hanno optato per altri bersagli, a conferma del fatto che l’importante non è chi appendere all’albero della colpa, ma il gesto di appendere in quanto tale. Il piacere di farlo. Ieri linciavano l’eretico o la strega, oggi il molestatore non importa se presunto, domani chissà. Toccherà ad altri peccati, perché è chiaro a tutti, ormai, che questo è il tasto sul quale si batte: il peccato, la colpa, la macchia da cancellare.
Niente di buono, e nemmeno di decente, è mai sortito dalle insorgenze dei purificatori. Quando lo capiremo, sarà sempre troppo tardi per tornare indietro, e i roghi saranno già accesi.

Crosetti in ricordo

 

La fatica, i sorrisi Quanta vita a un passo dalla morte
DI MAURIZIO CROSETTI
Adue minuti dalla morte si ride e si vangano pietre. C’è tantissima vita, a due minuti dalla morte. A due minuti dalla morte ci sono i riccioli di Kevin, un affresco, un putto rinascimentale che tra qualche istante diventerà carne da cannone. C’è la sua felpa arancio e i suoi occhioni scuri, un po’ spaesati e luccicanti.
A due minuti dalla morte c’è rumore di sassi, un raschio nell’aria della notte e nel cuore. Gli operai stringono un tridente preistorico e contadino, lo usano per spostare i sassi sotto le traversine. I lavori forzati dei film abitano a due passi dalle nostre case, il loro risultato scivola sotto i treni dove dondoliamo silenziosi ed elettrici dentro esistenze ad alta velocità. Il risultato è il lavoro e il rischio di troppi poveri cristi. In questi terribili 6 minuti e 48 secondi, nel video sulla frontiera dell’incredibile c’è esattamente il lavoro che non ci immaginiamo neanche. Sì, erano operai: della specie più nobile perché più tragica. Erano ragazzi schiavi.
A due minuti dalla morte vive la nostra contemporaneità, la diretta video continua, il flusso che riversiamo nel mondo attraverso i social. Ma i ragazzi non sanno, Kevin non sa. Lui e i suoi soci, come li chiama scherzando, sono compagni di squadra in uno spogliatoio sotto la luna dove si gioca, ci si sfotte, si ride, si dicono parolacce per far passare il tempo e scassare l’attesa che è anche una sottile paura del treno che ancora deve passare. Imparare una via di fuga, immaginarla. «Di qua!» dice il ragazzo ingoiando un’altra risata, una delle ultime di una vita neanche incominciata.
A due minuti dalla morte si spostano pezzi di ferro, si svitano bulloni e si sta chini come servi. I cinque galleggiano in una luminescenza lattea e opaca. Contro il buio si stagliano aloni che sembrano anime, ma questo è anche un Far West, un cartoon di Willy Coyote, lui che s’industria inutilmente sui binari e tra poco passa il treno. Con la differenza che i cartoni animati non muoiono. A due minuti dalla morte c’è una sigaretta elettronica «che sa di merda», anche lei, come molto di quasi tutto il resto. E poi, cosa rimane? I fari per illuminare questa agghiacciante morgue nella frescura notturna dell’estate che cede nel nulla, identica, quasi d’improvviso. E la lunga teoria di lampioni che stirano l’orizzonte verso un punto che non si vede perché non c’è, il confine di gomma tra la vita e il niente.
A due minuti dalla morte ci sono domande ingenue per rassicurarsi nel silenzio. Devono ancora passare due treni? Questo tratto è già interrotto? Lo spezzone si mette sopra? Impossibile credere veramente al terrore, è per questo che i cinque operai non smettono di prendersi in giro con i loro accenti del Sud, perché ci sono cose che il tempo non ha mai cambiato, sono sempre i poveracci a doversi spostare da una periferia all’altra, da una ferrovia all’altra contro un futuro che sta per travolgerli a centosessanta all’ora.
A due minuti dalla morte si fa quel gioco che si faceva da bambini, “quando io dico re”, “quando io dico casa”, “quando io dico treno”. Quando io dico treno, ragazzi, voi dovete scappare di corsa da questa vita assassina, da questa cattiveria che vi riempie le ore perché se non si corre non si produce, se non si produce non si guadagna, se non si guadagna non si paga l’affitto e non si fa la spesa, se non si fa la spesa non si mangia, se non si mangia si muore.
A due minuti dalla morte ci sono muscoli e corpi, e il fiatone di chi sta faticando. Il rumore del lavoro bestiale è quello che frantuma le persone, anche se qui le vediamo per sempre giovani e immortali, indistruttibili. Il fumo fa evaporare le figure mentre il più piccolo tra i cinque resta da parte e gira il video che è un selfie infinito e brevissimo, l’ultima sigaretta di fronte al plotone d’esecuzione. Kevin è proprio un bambino, ha le basette scolpite con un accenno di barba geometrica, ora sta prendendo in giro Manu che chissà chi è e tra due giorni vedrà tutto su TikTok. «Mike, buttale sotto», dice Kevin, e si riferisce alle pietre bianche che sono l’andirivieni delle braccia, delle mani, della pala, del tridente.
A due minuti dalla morte, la cadenza del tempo è racchiusa negli ultimi gesti del lavoro, poi quel tempo si restringe di colpo e svanisce. Non si può che sorridere, nell’attesa del treno. Quanta vita in tutta questa fine.

martedì 5 settembre 2023

Quando...

 


Quando a Greve in Chianti ti fanno riascoltare un tuo sermone sulla pericolosità del vino.

Quando a Lamporecchio ti rammentano che dicesti che il brigidino è destinato ai fessi.

Quando in biblioteca ti dimentichi di silenziare il cellulare e ti chiamano attivando la suoneria degli AC/DC.

Quando entri in un locale per chiedere dove sia l'enoteca più vicina e scopri che è un circolo di alcolisti anonimi.

Quando a Carnevale ti mascheri da Santanché ad una festa di cassintegrati Visibilia

Quando ad un festa chiacchieri con uno sconosciuto sull'alterazione della storia riguardo al fascismo che ha fatto anche cose buone e che gli storici sono tutti di parte e quello ti dice "piacere Barbero!"

Quando scopri che la tua compagna premier ha sul comodino un libro dal titolo "Come convivere con un imbecille."

Quando entri per sbaglio in costume da KKK in casa Tyson.

Quando incontri un tizio che si presenta come tal Carlo Rubbia e tu per mascherare la tua ignoranza replichi "ho letto molti dei suoi manuali di cucina!"

Quando ordini uno Spritz in uno show room di arredamenti bar.

Quando in un pub lanci la sfida al cubo di Rubik al tuo vicino che ti dice "Sono Andrea...Andrea Bocelli..."

Quando invitato a cena ti atteggi da economista asserendo che con le nocciole nessuno campa decorosamente, e qualcuno t'informa dell'attività principale del padrone di casa che di cognome fa Ferrero.

Quando chiedi un chinotto ad una festa ottobrina a Monaco.

Quando davanti a Westminster senti il rintocco dell'orologio e dici ad un esterrefatto passante albionico "è indietro di cinque minuti!"

       

    

    

Ci riprova!