lunedì 4 settembre 2023

Come dargli torto?


La “nuova” cultura egemone: il puerile “italiani brava gente”

“COMANDANTE” A VENEZIA 80 - Il film celebra giustamente il salvataggio dei naufraghi belgi, ma occulta il contesto di una guerra atroce scatenata dai regimi totalitari come l’Italia fascista

di Tomaso Montanari 

E così, per festeggiare il primo governo di matrice fascista della storia della Repubblica, la Mostra del Cinema di Venezia apre con un film che (basta leggere la rassegna stampa) ha trasmesso al Paese questi due messaggi: il fascismo ha fatto anche cose buone, gli italiani sono brava gente. Al di là delle circostanze casuali (il ben altro film di Luca Guadagnino bloccato da cause di forza maggiore), e delle intenzioni di regista, sceneggiatore, attori di Comandante (che abbiamo finora saputo antitetiche ad ogni revisionismo), la forza del dato di fatto è impressionante. Ed è prova di una egemonia culturale che, se non è ancora fascista, certo non è più antifascista.

Nessun dubbio sull’esemplarità del gesto del comandante Salvatore Todaro, che salva i naufraghi del mercantile belga (che ha silurato perché trasportava materiale bellico) violando i regolamenti, e obbedendo a quella legge del mare e dell’umanità che (suggeriscono a ragione gli autori) è del tutto ignota a chi oggi ci governa, come mille Cutro dimostrano. Ma nessun dubbio anche sul fatto che il film occulti il contesto di quel beau geste. E il contesto è una guerra atroce, scatenata da regimi totalitari. Salvatore Todaro era, e rimase per sempre, fascista (e il fascismo non è “dolore”, come dice uno dei personaggi: ma violenza, odio, morte). Era uno che combatteva insieme ai nazisti: per le stesse cause, che includevano il più violento razzismo mai visto nella storia, e l’Olocausto tutto intero. In Germania, la Berlinale si potrebbe aprire con l’apologia di un nazista buono? Se da noi è potuto accadere è perché ci siamo convinti che ci fosse una gran differenza tra il tedesco nazista (cattivo) e l’italiano fascista (bravo): ma una intera stagione storiografica (esemplari, tra tanti, gli studi di Filippo Focardi) ha dimostrato esattamente il contrario. Eppure, l’autoassoluzione collettiva (che inizia ancor prima della Liberazione, con un cedimento significativo del fronte antifascista, comprensibilmente preoccupato che l’Italia non venisse trattata come la Germania), l’idea crociana del fascismo “parentesi” in una storia italiana virtuosa, continuano a farci brutti scherzi. E così dimentichiamo la realtà: che “il nazismo in Germania è stato una metastasi di un tumore che era in Italia” (Primo Levi).

Da un cinema autonomo, libero, culturalmente solido mi aspetterei oggi film su Matteotti, i Rosselli, Emilio Lussu, la Resistenza delle donne…: non su un buon fascista! E, visto il terribile amore per la guerra che è tornato a dominare il discorso pubblico occidentale, amerei film su storie di diserzione, di rifiuto delle armi: non l’apologia di un sacerdote della guerra, senza macchia e senza paura. Quanti morti ha fatto Salvatore Todaro nelle sue campagne? E al servizio di quali ideali? Nessuno, ha scritto Hannah Arendt, aveva il diritto di obbedire: e la marginale disobbedienza di Todaro non gli impedì certo di ricevere le sue medaglie dal regime.

Non lasciò mai gli ideali di morte (come fece invece uno Schindler, per intendersi): quell’atto esemplare rimane un punto bianco in una vita nera. Anzi, volle finire la carriera (e di fatto la vita) tra i fanatici della morte della X Mas, di lì a poco rivelatasi un branco di criminali di guerra. Come ha scritto Cristina Piccino in una splendida stroncatura del film uscita giovedì scorso sul Manifesto, il comandante interpretato da Pierfrancesco Favino, “come ogni vero uomo ama, l’arte della guerra: un po’ dannunziano, un po’ nietzschiano, un po’ uomo e macchina di marinettiana memoria, oltre a quel bagaglio, tipico del fascistello, di filosofie orientali, cabale, esoterismi”.

“Un mito duro a morire” è la seconda parte del titolo del libro con cui Angelo del Boca ha dimostrato che gli italiani non sono stati affatto “brava gente”. E quando Todaro risponde che ha fatto quello che ha fatto perché è italiano, questo suona come un’oscena assoluzione, collettiva e a prescindere, di un popolo che i conti col fascismo non è mai riuscito a farli davvero (tanto che oggi ci risiamo), e che, per dire, non è nemmeno stato capace di istituire una giornata di pentimento e memoria per l’oltre mezzo milione di morti che abbiamo fatto in Africa nelle nostre guerre coloniali (liberali e fasciste), commettendo crimini di guerra che in certi casi assumono i tratti di un tentato genocidio. E poi: davvero la bontà si può legare ad un’appartenenza nazionale? Ma non è propria questa la bestialità che il governo Meloni ripete fino alla nausea, esaltando l’identità italiana?

E non è forse una triste prova di subalternità culturale fondarci un film? Capisco che mancherebbero siluri e divise, ma quanto vorrei vedere un film sui dodici professori universitari che rifiutarono di giurare fedeltà al fascismo, perdendo cattedra e stipendio: non dissero “no” perché italiani (lo era anche il 90% che giurò…), ma perché liberi, con la schiena diritta, consapevoli. Virtù poco diffuse nell’Italia dell’anno primo dell’Era Neofascista.

Sì parlare...

 

Io so che tu sai che io so
di Marco Travaglio
Dopo le non-rivelazioni di Amato su Ustica, ecco quelle di un altro dinosauro di tutte le Repubbliche: Luigi Zanda, ex portavoce di Cossiga, ex Mose, ex Lottomatica, ex Giubileo, ex De Benedetti, ex capogruppo Pd, ex tutto: anche lui dice e non dice, ricorda e non ricorda. Nel doppiofondo della politica c’è un esercito di vegliardi che conservano segreti indicibili e ogni tanto ne distillano una goccia per ricordare a chi di dovere che sanno tutto: è il loro elisir di lunga vita, ma soprattutto carriera. Infatti non vanno mai in pensione. Come gli ex capi dei Servizi, che appena messi a riposo collezionano cariche nelle partecipate e nessuno riesce a levarceli di torno tranne il cassamortaro. Si spiega così un fatto unico in Occidente: non c’è mistero d’Italia o delitto eccellente di cui si sappia tutto e che si possa mandare in archivio. Ora Amato e Zanda, che stavano l’uno nella pochette di Craxi e l’altro di Cossiga, pretendono chiarezza su Ustica da Macron, che quel giorno aveva 2 anni e mezzo. Inutile domandarsi come si possa convivere per 43 anni con dentro tutti quei vermi, lutti e liquami senza un ruttino. Beata ingenuità: chi ha il paraflu nelle vene, un frigo al posto dello stomaco, un freezer al posto del fegato e un registratore di cassa al posto del cuore, sopravvive solo così. Più sai, meno parli, più campi. Quando la leggendaria commissione Telekom Serbia promosse Igor Marini a supertestimone delle tangenti miliardarie di Milosevic a Prodi, Dini e Fassino sui conti Mortadella, Ranocchio e Cicogna, ai pm torinesi bastò domandargli che mestiere facesse. Rispose che scaricava frutta e verdura ai mercati generali di Brescia. E si capì che non poteva sapere nulla di vero, altrimenti sarebbe stato perlomeno ministro. Invece, quando Massimo Ciancimino, con vari pentiti di mafia, raccontò la trattativa del padre col Ros, i vari Mori, Martelli, Ferraro, Violante, Scalfaro, Napolitano, Conso, Mancino, Amato e altri si ricordarono (chi bene, chi male) cose taciute per 20 anni: e si capì che la trattativa c’era stata eccome, anche se poi vari giudici si arrampicarono sui vetri per negarne prima la rilevanza penale, poi l’esistenza e l’evidenza.
Perciò l’intervista di Gherardo Colombo del 1998 a Peppe D’Avanzo sulla Bicamerale “figlia dei ricatti” su Tangentopoli rimane il miglior referto della politica dell’“una mano (sporca) lava l’altra”. E il tetto ai mandati parlamentari (2 o 3 cambia poco, purchè poi finiscano), ideato da Grillo e Casaleggio sr., ne è l’unico antidoto. Ma andrebbe estesa a tutti gli incarichi pubblici, non solo a quelli elettivi. Non importa cos’hai fatto e cosa sai: quando vai a casa, ci resti.

domenica 3 settembre 2023

Trame ignoranti




TRAME IGNORANTI 
OPPENHEIMER

1) Fratelli Vanzina
Oppenheimer, con la scusa di dover costruire la bomba atomica, organizza un viaggio con l'amante. La moglie li becca insieme trovando lei "con le zinne de fori" e si vendica andando a letto con il Presidente Truman. Oppenheimer chiede consiglio ad Albert Einstein che risponde con un rutto. 

2) Gabriele Muccino
Oppenheimer costruisce la bomba atomica e urla; altri scienziati lo aiutano urlando anche loro; la bomba quando esplode invece di fare "boom" urla anch'essa. Oppenheimer si rivolge ad Einstein urlando e lui di tutta risposta gli urla E=mc2.

3) Paolo Sorrentino
Oppenheimer (interpretato da Tony Servillo) gira di notte per le strade di Roma con la bomba atomica in mano. Ad un certo punto incontra un canguro e gli fa un monologo su come lui non voleva solo partecipare alla guerra, ma voleva avere il potere di farla finire. 

4)  Sidney Sibilia
Oppenheimer e i suoi due fratelli scienziati, si arrangiano come possono per vivere. Poi ad uno di loro viene l'idea di costruire una bomba atomica e fanno un sacco di soldi. 

5) Sergio Leone
Stacco sugli occhi di Oppenheimer, stacco sugli occhi di Einstein, stacco sugli occhi di un giapponese di Nagasaki; Oppenheimer fa esplodere la bomba atomica, ma Clint Eastwood spara con il fucile e la neutralizza. 

6) Vittorio De Sica
Oppenheimer va a presentare il progetto della bomba atomica al Presidente, ma gli rubano la bicicletta; allora chiede aiuto ad Einstein il quale tira fuori la lingua e gli fa un pernacchio. 

7) Nanni Moretti
Oppenheimer non sa se sia meglio costruire una bomba atomica e non farla esplodere oppure farla esplodere per mettere fine alla guerra (non fa niente che distruggerà due città). Quindi chiede consiglio ad Einstein che gli dice di non preoccuparsi, ma specificando che si chiama <<bomba a fissione nucleare>> e che le parole sono importanti. 

8) Stefano Sollima
Oppenheimer fa esplodere la bomba. Si confronta con altri scienziati e fa esplodere un'altra bomba. Parla con Einstein, fa esplodere un'altra bomba. Parla con il Presidente degli Stati Uniti, fa esplodere un'altra bomba. Il tutto in un unico piano sequenza. 

9) Alessandro Siani
Un ragazzo disoccupato che vive ancora con i genitori sta lavorando al progetto di una bomba; la ragazza più bella della città, che prima lo schifava, se ne innamora. Lui per amore non la fa esplodere, Albert Einstein gli chiede "ma sta bomba 'a state facendo o 'a state cercando?".

10) René Ferretti 
Oppenheimer costruisce (così de botto senza senso) la bomba atomica, ma risulta essere un po' troppo italiana, da quel momento la chiama "la cagna maledetta" e pentendosi esclama "mammamia la monnezza che ho fatto".


È normale!


Visto che nessuno pare assumersi la responsabilità di restare in guardiania sul pensiero comune, assistiamo ad uno straboccante inquinamento dello stesso, babbaneamente associato alla normalità: è divenuto infatti “normale” chiacchierare di fascismo, rigurgitare assassini infami già spudoratamente in libertà (nessuno tocchi Caino ‘na fava!) come Mambro e Fioravanti il cui destino avrebbe dovuto collimare quello di Francis Clifford Smith, 98 anni di cui 80 passati in prigione, se non altro per il rispetto degli ottanta e più morti della stazione di Bologna; è normalità continuare a vedere ministro un’imprenditrice ingannatrice e plasticata, che si permette pure di prenderci per il culo; e rientra nella norma un presidente del Senato, seconda carica dello stato, il cui secondo nome è Benito, che scorrazza allegramente sul confine dell’incostituzionalità, col figlio indiano accostato ad un probabile stupro e con una visione storica che prima o poi ci porterà a ricordare Graziani come uomo dabbene; è “normale” che grazie a frescacce belligere, i cosiddetti imprenditori (di sta fava) aumentino profitti e lucro sulle spalle del popolino oramai disorientato ed assopito dal continuo lancio di brioches della tanto amata Ducetta Caciottara, il cui compagno è attivissimo nel sdoganare malefici pensieri tramutandoli in pensiero comune; è normalità non avere più spicci e lasciar che gli innumerevoli Alì Babà ci rubino un centinaio di miliardi l’anno; è normale che vi siano pensionati da 10mila euro e altri da 780 mensili, e se devi sgraffignare qualcosa lo fai a quest’ultimi;  è pensiero comune festeggiare il giorno in cui la benzina scenderà a 1,4 al litro, costerà pochissimo vero?, e che dire poi di lor signori in ferie da oltre un mese che a breve rientreranno per la classica fiaba autunnale? È normale!

Mumble mumble...

 


Linguaggi

 

Questa “destra del fare” parla una neolingua “problematica”
DI DANIELA RANIERI
Il compagno d’Italia Giambruno, in tutto il suo mediasettico fascino di ciuffo da California dream man e outfit da agente Tecnocasa: “Se eviti di ubriacarti, eviti di incorrere in determinate problematiche, perché poi il lupo lo trovi”. La sostanza, già convenientemente biasimata, ha avuto tra gli altri il demerito di occultare la forma, sommamente obbrobriosa ancorché istruttiva sui tempi correnti. “Partendo da questo territorio che oggi è conosciuto alla cronaca per le sue problematiche…”, ha detto la sua compagna Meloni intervenendo a Caivano, e poi: “Si risolve solo se si lavora a 360 gradi… se si lavora affrontando contemporaneamente tutte le problematiche”. Allora usare parole perforanti della membrana emato-encefalica è una tara di famiglia, posto che “a 360 gradi” è quasi altrettanto grave di “problematiche”, ma pur sempre meno molesto del “piuttosto che” non avversativo (ma ci scommetteremmo che i congiunti Meloni dicono anche quello).
“Problematiche” fa parte di quelle parole della neolingua – quel misto di perbenismo e verbale di polizia – con cui il parlante cerca di darsi un tono e va a pescare l’occorrenza meno frequente e che ritiene più forbita, con effetti involontariamente comici; nello specifico, chi dice “problematiche” pensa che “problema” sia troppo colloquiale, invece dev’esser chiaro che qui a parlare è gente studiata, gente laureata (per modo di dire: Meloni è diplomata), come quelli che dicono “effettuare” invece del più semplice e corretto “fare”, col risultato, segnalato da Calvino, di trovare in un bar un cartello con su scritto “Non si effettuano panini”.
Indubbiamente “problematiche” è più di destra, di quella particolare “destra del fare” con cui gli aspiranti egemonici culturali hanno abbracciato il gergo dell’aziendalismo berlusconiano che da Milano 2 ha fatto tutto il giro passando per i centri sociali e arrivando nelle case degli italiani normali (ma contiamo che i nostri nonni ne siano immuni).
Dell’origine di sinistra della parola in questione, del resto, è testimonianza quel pezzo mitologico di Bianco, rosso e Verdone in cui Mario Brega dice al figlio hippy-intellettualoide: “Ma com’è che t’è uscito fôri tutto ‘sto frasario ciancicato? Come hai detto prima? Problematico, problematica, problematiche…”. Mario Brega, il linguista naturale del “Ma come cazzo parli”.

Amato e la verità

 

La scuola dei buoni
di Marco Travaglio
Le rivelazioni di Giuliano Amato a Repubblica sulla strage di Ustica non rivelano nulla che Amato e altri non avessero già rivelato, pur tra mille contraddizioni e amnesie. Ma rivelano molto su Amato, una scatola nera vivente che digerisce tutto, e sulla terrificante classe politica anni 80-90 che qualche buontempone osa pure rimpiangere. E soprattutto sono un utile promemoria sulla Nato “difensiva” dei “buoni”, che gli stessi umoristi ancora contrappongono alle autocrazie cattive: quelle che invadono Paesi vicini, violano l’autodeterminazione dei popoli, usano la strage e il delitto politico per eliminare nemici, rivali e testimoni pericolosi. L’ultima barzelletta è che noi “buoni” non abbatteremmo mai un aereo per far fuori un Prigozhin con altre nove persone. Infatti Amato conferma che i buoni francesi, coperti da 43 anni di silenzio complice dei buoni italiani e dei buoni americani, abbatterono con un missile un aereo di linea sterminando 81 innocenti (manco un Prigozhin, per dire) per “far fuori Gheddafi” (che doveva essere su un altro velivolo e invece non c’era perché forse l’aveva avvertito il nostro governo). E questo fa buon peso con tutte le altre stragi organizzate e/o coperte da funzionari dello Stato e/o della Nato, con un bilancio di vittime civili e inermi sempre approssimato per difetto: perché non calcola la scia di morti misteriose che seguiva ogni eccidio, decimando i testimoni o i complici che avrebbero potuto parlare. Gaspare Pisciotta, suicidato all’Ucciardone con un caffè alla stricnina, come altri 10 depositari dei segreti di Portella della Ginestra morti in circostanze misteriose. Il “nero” Ermanno Buzzi, strangolato in carcere dopo la condanna in primo grado per Piazza della Loggia. Il boss Nino Gioè, coinvolto nella strage di Capaci e morto “suicida” a Rebibbia dopo le strane visite di uomini dei Servizi. Luigi Ilardo, il boss di Enna ammazzato subito dopo aver annunciato l’intenzione di collaborare, grazie a una soffiata istituzionale a Cosa Nostra.
Ustica fa storia a sé, perché oltre agli 81 passeggeri del Dc9 ha mietuto molte altre vittime: il giudice Rosario priore, nella sentenza-ordinanza del 1999, conta 12 “morti sospette” di persone che sapevano qualcosa degli abbattimenti dell’aereo Itavia o del Mig libico caduto in Sila 20 giorni dopo, ma non arrivarono all’interrogatorio per malaugurate coincidenze. Ufficiali e sottufficiali dell’Aeronautica o addetti a centri radaristici e missioni di volo: due morti nel disastro di Ramstein, uno in un’altra sciagura aerea, due in incidenti stradali, tre impiccati, due vittime di omicidi, uno d’infarto. Sarebbe bello avere qualcosa da insegnare a Putin: purtroppo gli abbiamo già insegnato tutto. E ha imparato benissimo, ma senza superare i maestri.