domenica 3 settembre 2023

Mumble mumble...

 


Linguaggi

 

Questa “destra del fare” parla una neolingua “problematica”
DI DANIELA RANIERI
Il compagno d’Italia Giambruno, in tutto il suo mediasettico fascino di ciuffo da California dream man e outfit da agente Tecnocasa: “Se eviti di ubriacarti, eviti di incorrere in determinate problematiche, perché poi il lupo lo trovi”. La sostanza, già convenientemente biasimata, ha avuto tra gli altri il demerito di occultare la forma, sommamente obbrobriosa ancorché istruttiva sui tempi correnti. “Partendo da questo territorio che oggi è conosciuto alla cronaca per le sue problematiche…”, ha detto la sua compagna Meloni intervenendo a Caivano, e poi: “Si risolve solo se si lavora a 360 gradi… se si lavora affrontando contemporaneamente tutte le problematiche”. Allora usare parole perforanti della membrana emato-encefalica è una tara di famiglia, posto che “a 360 gradi” è quasi altrettanto grave di “problematiche”, ma pur sempre meno molesto del “piuttosto che” non avversativo (ma ci scommetteremmo che i congiunti Meloni dicono anche quello).
“Problematiche” fa parte di quelle parole della neolingua – quel misto di perbenismo e verbale di polizia – con cui il parlante cerca di darsi un tono e va a pescare l’occorrenza meno frequente e che ritiene più forbita, con effetti involontariamente comici; nello specifico, chi dice “problematiche” pensa che “problema” sia troppo colloquiale, invece dev’esser chiaro che qui a parlare è gente studiata, gente laureata (per modo di dire: Meloni è diplomata), come quelli che dicono “effettuare” invece del più semplice e corretto “fare”, col risultato, segnalato da Calvino, di trovare in un bar un cartello con su scritto “Non si effettuano panini”.
Indubbiamente “problematiche” è più di destra, di quella particolare “destra del fare” con cui gli aspiranti egemonici culturali hanno abbracciato il gergo dell’aziendalismo berlusconiano che da Milano 2 ha fatto tutto il giro passando per i centri sociali e arrivando nelle case degli italiani normali (ma contiamo che i nostri nonni ne siano immuni).
Dell’origine di sinistra della parola in questione, del resto, è testimonianza quel pezzo mitologico di Bianco, rosso e Verdone in cui Mario Brega dice al figlio hippy-intellettualoide: “Ma com’è che t’è uscito fôri tutto ‘sto frasario ciancicato? Come hai detto prima? Problematico, problematica, problematiche…”. Mario Brega, il linguista naturale del “Ma come cazzo parli”.

Amato e la verità

 

La scuola dei buoni
di Marco Travaglio
Le rivelazioni di Giuliano Amato a Repubblica sulla strage di Ustica non rivelano nulla che Amato e altri non avessero già rivelato, pur tra mille contraddizioni e amnesie. Ma rivelano molto su Amato, una scatola nera vivente che digerisce tutto, e sulla terrificante classe politica anni 80-90 che qualche buontempone osa pure rimpiangere. E soprattutto sono un utile promemoria sulla Nato “difensiva” dei “buoni”, che gli stessi umoristi ancora contrappongono alle autocrazie cattive: quelle che invadono Paesi vicini, violano l’autodeterminazione dei popoli, usano la strage e il delitto politico per eliminare nemici, rivali e testimoni pericolosi. L’ultima barzelletta è che noi “buoni” non abbatteremmo mai un aereo per far fuori un Prigozhin con altre nove persone. Infatti Amato conferma che i buoni francesi, coperti da 43 anni di silenzio complice dei buoni italiani e dei buoni americani, abbatterono con un missile un aereo di linea sterminando 81 innocenti (manco un Prigozhin, per dire) per “far fuori Gheddafi” (che doveva essere su un altro velivolo e invece non c’era perché forse l’aveva avvertito il nostro governo). E questo fa buon peso con tutte le altre stragi organizzate e/o coperte da funzionari dello Stato e/o della Nato, con un bilancio di vittime civili e inermi sempre approssimato per difetto: perché non calcola la scia di morti misteriose che seguiva ogni eccidio, decimando i testimoni o i complici che avrebbero potuto parlare. Gaspare Pisciotta, suicidato all’Ucciardone con un caffè alla stricnina, come altri 10 depositari dei segreti di Portella della Ginestra morti in circostanze misteriose. Il “nero” Ermanno Buzzi, strangolato in carcere dopo la condanna in primo grado per Piazza della Loggia. Il boss Nino Gioè, coinvolto nella strage di Capaci e morto “suicida” a Rebibbia dopo le strane visite di uomini dei Servizi. Luigi Ilardo, il boss di Enna ammazzato subito dopo aver annunciato l’intenzione di collaborare, grazie a una soffiata istituzionale a Cosa Nostra.
Ustica fa storia a sé, perché oltre agli 81 passeggeri del Dc9 ha mietuto molte altre vittime: il giudice Rosario priore, nella sentenza-ordinanza del 1999, conta 12 “morti sospette” di persone che sapevano qualcosa degli abbattimenti dell’aereo Itavia o del Mig libico caduto in Sila 20 giorni dopo, ma non arrivarono all’interrogatorio per malaugurate coincidenze. Ufficiali e sottufficiali dell’Aeronautica o addetti a centri radaristici e missioni di volo: due morti nel disastro di Ramstein, uno in un’altra sciagura aerea, due in incidenti stradali, tre impiccati, due vittime di omicidi, uno d’infarto. Sarebbe bello avere qualcosa da insegnare a Putin: purtroppo gli abbiamo già insegnato tutto. E ha imparato benissimo, ma senza superare i maestri.

L'Amaca

 

La figlia comunista
DI MICHELE SERRA
Fa sorridere e fa riflettere la storia della figlia “ribelle” di Elon Musk, la diciannovenne transgender Vivian, che il padre definisce “comunista” perché ha rotto i rapporti con lui. Il colmo è che il “comunismo” della ragazza, secondo Musk, sarebbe il frutto avvelenato dalla “educazione marxista” ricevuta in una scuola privata americana per ricchi rampolli: notoriamente covi di estrema sinistra.
È una storia privata, ovviamente decifrabile soltanto dai suoi protagonisti, e chissà che anche loro, in quel delicato groviglio che è il rapporto genitori/figli, non abbiano difficoltà a capire che cosa è accaduto veramente. Ma che nel 2023, per definire una figlia che ripudia il cognome e il potere del padre, uno degli uomini più ricchi della Terra non trovi altra spiegazione che definirla “comunista”, è quasi da non credere. Un anacronismo che ricade per intero sull’incapacità di intendere e di capire altri modi e altri mondi: come se il capitalismo riuscisse a concepire solamente se stesso, e tutto ciò che gli è alieno (tante cose, per fortuna) fosse esorcizzabile come “comunismo”, quasi trentacinque anni dopo la caduta del Muro.
L’uomo che vuole trasmigrare su Marte si ritrova, a un palmo di distanza, qualcosa che non capisce, non possiede, non domina. È la stessa, antica storia di Pietro Bernardone, mercante in Assisi, e di Francesco, che diede pubblico scandalo ripudiando il ricco padre. Probabile che il francescanesimo, ai Bernardone del Duecento, sembrò tal quale il comunismo ai Musk del Duemila: un nemico incomprensibile, al quale attribuire ogni colpa pur di non farsi mezza domanda.

sabato 2 settembre 2023

Bulbi stressati!

 


Vamos!

 

Quei cinque operai li ha uccisi il neo-capitalismo criminale
DI ANGELO D’ORSI
I loro non sono volti noti della tv, o vincitori di quiz, personaggi del cinema, influencer e neppure navigator, non sono mattatori della Rete, che primeggiano nella raccolta dei like: sono soltanto operai. Operai uccisi nella notte, mentre erano intenti a un lavoro di manutenzione sulla linea ferroviaria Torino-Milano, a pochi chilometri dal capoluogo piemontese, a Brandizzo, toponimo che diverrà tristemente famoso, d’ora in avanti, soltanto per questo “incidente”. Ecco i loro nomi, che vorrei fossero incisi a lettere di fuoco nel nostro cuore: Kevin Laganà (22 anni), Michael Zanera (34), Giuseppe Sorvillo (43), Giuseppe Aversa (49), Giuseppe Lombardo, il più “vecchio”, di anni 53. Il mio timore è adesso la colpa sarà addossata tutta ai macchinisti del treno che ha investito i cinque, straziando i loro corpi. Certo leggeremo parole di cordoglio, e ne abbiamo già sentite, a partire da quelle di Mattarella, recatosi lodevolmente sul posto, approfittando della sua presenza in Piemonte. Qualche sciopero di protesta è stato proclamato. Tutti promettono o minacciano: “Mai più morti sul lavoro”. Ma la tendenza è un aumento costante, irrefrenabile degli “incidenti”.
Brecht scriveva: “Il capitalismo è stupido”. Oggi possiamo precisare: “Il turbocapitalismo è criminale”. Questo “incidente”, questa piccola strage notturna di fine agosto è soltanto una nuova tessera in un mosaico dell’orrore. Un orrore che certo accompagna il capitalismo industriale sin dal suo sorgere (basti ricordare quello che scriveva Engels sulle fabbriche tessili in Inghilterra a metà 800), ma che ha avuto una formidabile, tremenda accelerazione con il neoliberismo, teorizzato dai “Chicago Boys”, Milton Friedman &C., nel Secondo dopoguerra e che ebbe poi in Reagan e in Margaret Thatcher i suoi interpreti. Davanti alla crisi che colpiva il sistema negli anni 70, Reagan nel suo discorso di insediamento alla Casa Bianca (1980) usò queste parole: “Lo Stato non è la soluzione. Lo Stato è il problema”.
Era l’invito a smantellare tutto ciò che era pubblico, e esaltare tutto ciò che era privato, e quindi una sollecitazione a privatizzare: un invito che era piuttosto un “ukaze”, che non poteva essere messa in discussione dagli “alleati”, ossia i servi volenterosi dell’Impero. Si iniziò così, di là e di qua dell’Atlantico a smantellare gli importanti risultati raggiunti nei “trenta gloriosi”, i tre decenni successivi alla fine del Secondo conflitto mondiale, che avevano visto la costruzione dello Stato sociale e una applicazione delle politiche keynesiane, ossia di intervento pubblico, a favore dei più deboli e di uno sviluppo non troppo iniquo dell’economia. La nazionalizzazione delle ferrovie, che risaliva ai tempi di Giolitti, come negli anni 60 quella dell’energia elettrica e della telefonia furono i punti salienti di uno Stato che non rinuncia a essere tale, regolatore, gestore, e all’occorrenza, imprenditore. La “Scuola di Chicago” e i suoi supini imitatori italiani andarono nella direzione opposta con il favore di una sinistra che aveva iniziato a smettere di “fare” la sinistra diventando un insieme di figure scialbe quanto arroganti, rappresentanti di partiti politici che, su mandato di gruppi imprenditoriali e finanziari, spingevano sull’acceleratore della privatizzazione, dell’aziendalizzazione, e ahinoi, della regionalizzazione. L’efferata logica di appalti e subappalti, in una catena che ricorda quella del feudalesimo, fu uno degli strumenti, e le morti sul lavoro, cioè gli omicidi di lavoratori e lavoratrici, ne furono la tragica quanto logica conseguenza. Ridurre il personale e i controlli, per diminuire le spese e aumentare i profitti degli investitori, velocizzare le procedure, assumere per brevi periodi e con meno garanzie possibili uomini e donne, il tutto in nome del “Sacro Mercato”. Decisamente più sacro di quanto venga considerata la vita di persone i cui nomi non saranno ricordati nel gotha del progresso, ma almeno impariamoli noi, a memoria, e facciamone i “testimonial” di una fase nuova di impegno contro questa strage continua.

Figliuolo!

 

Siamo uomini o generali?
di Marco Travaglio
Non è bello giudicare le persone dalla faccia, però qualche volta aiuta. Anche perché “dopo una certa età ognuno è responsabile della sua faccia” (Camus). Noi, lo confessiamo, la prima volta che incrociammo lo sguardo del generale Francesco Paolo Figliuolo, un po’ meno espressivo di un boiler spento, fummo colti da parecchi dubbi sulla nomina a supercommissario al Covid. Ma esitammo a esternarli perché era stato SuperMario Draghi in persona a posare lo sguardo su di lui, trasfondendogli la sua infallibilità con la sola imposizione delle mani. Infatti tutti ne parlavano come di un genio (veniva dal Genio degli Alpini). Il suo piano vaccinale era copiato da quello del famigerato Arcuri, i vaccini li avevano acquistati i putribondi Conte e Speranza, ma si gridò al miracolo. Parlava come il colonnello Buttiglione, poi promosso a generale Damigiani: frasi secche, ficcanti, perentorie, rese più solenni dai 27 nastrini che gli piastrellano il lato sinistro dell’uniforme: “Il Piano Vaccini si articolerà in due fasi: 1) procurarceli, 2) inocularli” (e rigorosamente in quest’ordine), “Vacciniamo anche chi passa”, “Sono abituato a vincere, “Svoltiamo”, “Acceleriamo”, “Cambiamo passo”, “Chiudiamo la partita”, “Fuoco a tutte le polveri”, “Diamo la spallata”, “Stringiamci a coorte” (con rima beneaugurante), “Fiato alle trombe” (posseduto da Mike). Ma ogni volta, quando finivamo di scompisciarci, ci scoprivamo circondati da bocche a culo di gallina e gridolini estatici. Così finimmo per rassegnarci all’idea che il problema fosse soltanto nostro.
Spezzate le reni al virus, Penna Bianca fu promosso da Draghi a Comandante Operativo di Vertice Interforze (dal Covid al Covi) e paracaduto dal fronte ungherese (a fare bau ai russi) a quello del Niger (con i brillanti risultati a tutti noti). Poi la Meloni lo rimpatriò e, siccome è multiuso, ne fece il supercommissario all’alluvione in Emilia-Romagna. Anche lì gli esiti sono sotto gli occhi di tutti: cantieri fermi, fondi col contagocce, zero ristori alla gente disperata. L’altroieri, l’apoteosi: il generalissimo, pancia indentro e petto infuori, marcia sulle zone alluvionate mostrando i soldi del Monopoli. Poi, alla prima domanda dei cronisti, gli parte l’embolo e dice cose che, al confronto, Bertolaso era Churchill: “È inutile che adesso venga a dare delle date. Non abbiamo date, perché dobbiamo mettere a punto le procedure e le piattaforme”. E mentre lui mette a punto, quelli si incazzano. Protesta persino il Pd, che fino a ieri lo portava in processione. Lui è sempre lui, ma non s’è accorto che è cambiato il mandante. Se ti manda Draghi, sei coperto dal mantello di supereroe. Se ti manda la Meloni, sei un povero Figliuolo qualunque, la gente ti sgama e può finalmente sbudellarsi dal ridere.