Un luogo ideale per trasmettere i miei pensieri a chi abbia voglia e pazienza di leggerli. Senza altro scopo che il portare alla luce i sentimenti che mi differenziano dai bovini, anche se alcune volte scrivo come loro, grammaticalmente parlando! Grazie!
mercoledì 30 agosto 2023
Babbania
Maestri di vita
di Marco Travaglio
Dopo il ministro-cognato e quello delle piante e delle dosi, anche il giornalista-principe consorte ci regala una lezione di vita. Ricapitolando. 1) Tutorial di Lollobrigida per una sana alimentazione: per mangiare veramente bene è consigliabile essere poveri o – per i più sfortunati, cioè per i ricchi – diventarlo al più presto, perché “da noi spesso i poveri mangiano meglio dei ricchi: cercando dal produttore l’acquisto a basso costo, spesso comprano qualità”. E poi chi ha pane non ha denti e chi ha denti non ha pane. 2) Avviso ai naviganti di Piantedosi: “Il naufragio di Cutro è colpa di genitori irresponsabili che fanno partire i figli. La disperazione non può mai giustificare condizioni di viaggio che mettono in pericolo la vita dei propri figli”. Quindi, cari migranti, se a casa vostra vi torturano o vi bombardano e la cosa non vi garba, imbarcatevi su yacht o navi da crociera, ma evitate i barconi, sennò poi non venite a lamentarvi se affogate. 3) Consigli di Giambruno contro gli stupri: “Se vai a ballare, tu hai tutto il diritto di ubriacarti, ma se eviti di ubriacarti e di perdere i sensi, magari eviti anche di incorrere in determinate problematiche, perché poi il lupo lo trovi”. Lo dicono le statistiche: le ragazze sobrie non le violenta nessuno, perché gli stupratori prediligono quelle che alzano il gomito. Se poi, oltre ad astenersi dall’alcol, le donne si lucchettassero pure gli slip con una cintura di castità, o li presidiassero col filo spinato tipo cilicio o con trappole per topi, sarebbero in una botte di ferro. Certo, per mettersi definitivamente al sicuro, dovrebbero evitare proprio di uscire di casa. Invece pretendono di andare in giro senza il bodyguard e poi si lamentano se le violentano. Ma allora lo dicano che cercano grane.
Prendiamo la lobby più privilegiata: quella dei poveri. Oltre a sfruttare l’indubbio vantaggio di mangiare meglio, o di non mangiare proprio evitando i grassi in eccesso, le indigestioni, le intossicazioni, i bocconi per traverso e la regola delle tre ore prima di fare il bagno, il miserabile ha anche altri vantaggi. Non avendo soldi, nessuno glieli può rubare. Non avendo una casa, non teme rapine, terremoti, cadute dalle scale o dal balcone o dalla finestra, rumori dei vicini, puzze di fritto o di cipolle dalla porta accanto. E il caro-affitti e il caro-bollette gli fanno un baffo. Siccome non ha neppure la macchina, glielo mette in quel posto al caro-Rca, al caro benzina, al caro-accise. E in più va a piedi, cioè fa sport, che è tutta salute. Anche la lobby dei migranti, anziché lamentarsi sempre, dovrebbe ringraziare: se il tuo barcone affonda, puoi fartela a nuoto, che è uno sport olimpico, e metti su muscoli. Ma, se non ci sali proprio, non puoi proprio naufragare. E soprattutto: se tieni la bocca chiusa, le cazzate non escono.
Paparusso
Francesco sgamato da Kiev: anche lui fa propaganda a Putin
DI DANIELA RANIERI
Ormai è certo: il Papa fa propaganda a favore della Russia. Poiché il 25 agosto, in collegamento video per la Giornata della gioventù russa San Pietroburgo, ha osato esortare i giovani a non dimenticare di essere eredi della “grande Russia dei santi, dei re, la grande Russia di Pietro I, Caterina II, quell’impero grande, colto, di grande cultura e grande umanità”, ha praticamente confessato di tifare per Putin.
Il portavoce del ministero degli Affari esteri ucraino, Oleg Nikolenko, lo ha smascherato su Facebook: “È con tale propaganda imperialista e la ‘necessità’ di salvare ‘la grande Madre Russia’ che il Cremlino giustifica l’assassinio di migliaia di uomini e donne ucraini e la distruzione di centinaia di città e villaggi ucraini”. Perbacco. A parte il dettaglio che il Papa non ha parlato di necessità di salvare alcunché, se vale la proprietà transitiva deve ritenersi che anch’egli “giustifichi” assassinî e distruzione. Importa poco che il Papa abbia precisato cosa intendesse invitando i giovani a essere “costruttori di ponti tra le generazioni”: non certo essere imperialisti e zaristi, ma “mantenere viva la storia e la cultura di un popolo” per diventare “artigiani di pace in mezzo a tanti conflitti”, “seminatori di riconciliazione”; per le autorità ucraine, invece, celebrando la grandezza del popolo russo intendeva proprio lodare la volontà di potenza di Putin.
La Chiesa cattolica ucraina ha chiesto alla Santa Sede immediate “spiegazioni”. Come già un anno fa, quando pretese di educare il Papa su come si fa la Via Crucis (il Vaticano aveva scandalosamente deciso di far portare la croce a una donna russa e una donna ucraina insieme), l’arcivescovo di Kiev Sviatoslav Shevchuk ha espresso “dolore e preoccupazione” perché quelle parole possono essere “comprese da alcuni come un incoraggiamento di nazionalismo e imperialismo” e “ispirare le ambizioni neocoloniali del Paese aggressore”. Cioè, ricordare ai giovani che vengono da un grande passato, come è scritto su tutti i libri firmati da storici e non da propagandisti Nato, vuol dire esortarli a sostenere Putin e, perché no, a invadere l’Europa “fino a Lisbona”.
La pistola fumante del filo-putinismo del Papa, secondo un’interpretazione pedestre pari solo a quella dei nostri commentatori (Galli della Loggia definì la posizione del Papa “filo-russa” tout court), è che Mosca ha accolto favorevolmente le sue parole (avrebbe dovuto rigettarle).
Questa polemica è la prova che la guerra (comprensibilmente per chi la vive, meno comprensibilmente per chi la fomenta da casa) causa la resa del pensiero, la capitolazione dello spirito critico. Non si accorgono nemmeno, i russofobi, di cadere in contraddizione: non solo perché già da erede al trono Pietro viaggiò si aprì alla cultura occidentale, ciò che lo porterà a operare una rivoluzione economica, sociale, culturale; ma anche perché il popolo russo e quello ucraino, lungi dall’essere “la stessa cosa” per ragioni etniche e culturali, non erano certo popoli irriducibilmente distinti che Pietro Il Grande unificò d’imperio (infatti nei territori contesi esistono popolazioni russofone, ciò che è all’origine del conflitto nel Donbass). Gogol’ era ucraino, così Bulgakov: non sono forse scrittori di quella grande Russia?
Ma cosa avrebbe dovuto raccomandare il Papa ai giovani russi: di essere indegni del Paese che ha prodotto cultura e bellezza eterne, patrimonio dell’umanità? Di rifiutarsi di dirsi russi per fare un dispetto a Putin? Di guardare la fiction di Zelensky?
La verità è che il Papa è uno dei pochi cercatori di pace e la sua è una delle poche voci che si oppongono al riarmo (una “follia”), quindi per i fanatici degli eserciti è amico di Putin e nemico dell’Ucraina, della Nato e dell’Europa che ne è succuba. Poco importa che abbia definito l’aggressione russa un “atto sacrilego e ripugnante”; se non offende il popolo russo e la sua grande storia, è un agente della propaganda imperialista. Così va ultimamente.
L'Amaca
L’unica “bonifica” che serve davvero
DI MICHELE SERRA
La presidente Meloni fa benissimo ad andare a Caivano di persona, la presenza fisica delle autorità, in epoca social, vale il doppio e anche il triplo. Si spera, tra le altre cose, che abbia occasione di verificare che il termine «bonifica», da lei usato per illustrare le intenzioni del governo per quel territorio e la sua gente, si adatti alle paludi e ai terreni contaminati, non agli esseri umani e alla loro vita sociale.
Si capisce che le tradizioni del Ventennio, che seppe bonificare qualche acquitrino malarico anche grazie alla semi-deportazione di manodopera povera del Nord (i veneti, nell’Agro Pontino, fecero miracoli), influenzino il lessico meloniano.
Ma più che «bonificare» i posti come Caivano, tenendo meglio a bada i ceffi vecchi e giovani della malavita, ci sarebbe da valorizzare e finanziare il lavoro inestimabile e coraggioso degli insegnanti, degli assistenti sociali, dei volontari e delle associazioni che in mezzo a quel deserto cercano di sventolare, ostinatamente, la bandierina della cultura, della solidarietà, del rispetto e, non ultima, della democrazia. Ogni ragazzino e ragazzina sottratto ai modi bruti e all’estetica ripugnante della sopraffazione, esposto a qualche parola di valore che lo aiuti a contraddire la miseria morale che lo alleva (“famiglia” è un concetto, da quelle parti, non sempre rassicurante) è un mattone in più per costruire gentilezza e umanità. Servono quattrini, scuole, impianti sportivi, biblioteche, serve politica sociale, presenza dello Stato, e serve soprattutto che gli italiani paghino le tasse per finanziare il tutto.
Da bonificare, in questo senso, c’è la palude infetta nella quale allignano l’egoismo sociale e la tirchieria degli evasori. Ne parli, Meloni, con il suo vice Salvini, vedrà che da quell’orecchio non ci sente.
Grande Alessandro!
di Alessandro Robecchi
Per un normale istinto di prudenza, per evitare il baratro più pericoloso, che è sempre quello del ridicolo, e per altri millemila motivi, vorrei mettere in guardia vip, sottovip, famosetti generici per un quarto d’ora e altri esseri umani, dalla tentazione irresistibile del paragone storico. Il trucchetto è noto e, purtroppo, assai diffuso anche ai livelli più alti, cioè quelli della similitudine geopolitica, della metafora che si aggrappa al passato con un certo stato confusionale. Il triste caso Putin, per citare il più recente, ne ha dato plastica rappresentazione. È Hitler, no, è Stalin, no, è lo zar, come se tutto fosse uguale, ribollente nello stesso calderone, e come se – per inciso – uno non potesse essere un fior di farabutto in piena autonomia, senza scomodare farabutti più antichi e famosi.
Ancor più ridicolo il paragone, diciamo così, autoinferto, cioè quando il parallelo con qualche personaggio storico è condotto in prima persona. Il caso di Marcello De Angelis, portavoce della Regione Lazio, è ancora fresco fresco. Dopo aver detto le sue fregnacce sulla strage di Bologna (i camerati stragisti sarebbero innocenti perché “lo sanno tutti”) non ha esitato a scivolare dalla padella alla brace, anzi direttamente alla pira fiammante: “Sulla strage di Bologna io al rogo come Giordano Bruno, pagherò con orgoglio”. Niente male, considerato che poi non c’è stato nessun rogo, nemmeno un licenziamento, nemmeno una condanna univoca, nemmeno un buffetto, fino alle dimissioni di ieri. E quanto all’orgoglio lascerei perdere: i soliti umilianti balbettii della retromarcia.
Il povero Giordano Bruno, se potesse, dovrebbe querelare, e De Angelis non è il solo aspirante ustionato. È seguito a ruota, infatti, il volitivo generale Vannacci, quello dei libretto nero. Anche lui intriso di paragoni storici, e anche lui avvicinato a Giordano Bruno, ovvio, con la differenza che mentre quello l’hanno bruciato su un rogo, lui l’hanno semplicemente sospeso da un confortevole ufficio, e non è detto che la punizione sia definitiva: dal rogo non si torna, all’ufficetto sì.
Si esagera, insomma. Ma si esagera in modo così grottescamente smaccato e risibile che tutto piomba immediatamente nella farsa, una specie di pochade, un cinepanettone, anzi un fasciopanettone che fa solo un po’ ridere a denti stretti. Aggrava la faccenda il fatto che il generale citi tra i suoi ispiratori anche Giulio Cesare, il che denota un’assoluta mancanza di ironia, perché nelle barzellette chi si paragona a Giulio Cesare finisce solitamente nella stessa stanza (imbottita) di chi si crede Napoleone. Alla fine, il meccanismo è chiaro: si dice una cretinata – più grande è e più ci si aggrappa alla metafora storica – e quando molti si alzano a dire che è una cretinata, scatta il paragone: “Ecco: sono come Giordano Bruno!”.
La moda prende piede. Et voilà Roberto Mancini, neo-commissario tecnico della nazionale Saudita, che frigna seduto su una montagna di milioni: “Mi hanno trattato come il mostro di Firenze!”, per dire che qualcuno lo ha contestato, e lui c’è rimasto maluccio. Ecco, bisogna ringraziare che, per una volta, si sia lasciato in pace Giordano Bruno buonanima, o Galileo Galilei, o Giovanna d’Arco, a vantaggio di un paragone più pop, ma ugualmente storico. Certo, uno ci rimane male, se si considera paragonato a un tizio che ammazzava la gente e la faceva a pezzetti, c’è da capirlo. Ma è anche vero che il mostro di Firenze, con tutte le cose bruttissime che ha fatto, non è mai stato eliminato dalla Macedonia del Nord. Una prece.
martedì 29 agosto 2023
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