Un luogo ideale per trasmettere i miei pensieri a chi abbia voglia e pazienza di leggerli. Senza altro scopo che il portare alla luce i sentimenti che mi differenziano dai bovini, anche se alcune volte scrivo come loro, grammaticalmente parlando! Grazie!
martedì 22 agosto 2023
Torna L'Amaca!
Un problema tutto di destra
DI MICHELE SERRA
Un generale della Folgore che dice cose fasciste non è una notizia, francamente. Lo definirei un fenomeno ambientale piuttosto scontato: ben più sorprendente sarebbe un generale della Folgore che partecipa al Gay Pride e guarda con simpatia ai migranti, considerandoli nuovi italiani e non pedine della “sostituzione etnica”.
Indignarsi e gridare “vergogna!” non serve a nessuno: né a lui, che ne trarrà la convinzione ulteriore di essere un uomo “con le palle” che osa dire le cose che pensa (e dalle sue parti le pensano in tanti); né alla causa dell’uguaglianza e dei diritti, che fin qui, diciamo così, è passata per altre strade e dunque non ha potuto giovarsi del contributo del generale Vannacci e nemmeno può sperare, in tempi ragionevoli, di poterlo fare.
Il vero problema è di ordine razionale. È se abbia senso, per le persone come Vannacci e per i tanti fascisti investiti, con l’avvento di questo governo, di responsabilità istituzionali, giurare fedeltà a una Costituzione che, alla lettera, articolo per articolo, è il contrario delle loro idee e dei loro sentimenti.
Che su Vannacci si litighi, in questo momento, soprattutto a destra, è dunque inevitabile. La destra neofascista, quella della fiamma, dei monumenti al genocida Graziani, delle strade dedicate ad Almirante, questa Costituzione e questa democrazia non le ha volute e anzi le ha subite. Sono, la Costituzione e la democrazia, la testimonianza vivente della loro sconfitta. Con quale cognizione e quale limpidezza, dunque, quelli come il generale Vannacci dovrebbero servire la Costituzione? È bene che ne discutano tra loro, e senza raccontarsela troppo.
Poi ci facciano sapere, visto che la cosa, dopotutto, interessa anche noi, non della Folgore.
Vannacci e dintorni
Stracci e Vannacci
di Marco Travaglio
Sul trasloco del generale Vannacci si leggono commenti, se possibile, ancor più demenziali del libro che li ha provocati. La destra invoca l’articolo 21 della Costituzione. Da sinistra risponde la Schlein che “la Costituzione non mette tutte le opinioni sullo stesso piano”. E sbagliano tutti. L’ufficiale comandava l’Istituto geografico militare e i suoi capi, il ministro della Difesa Crosetto e lo Stato maggiore, hanno ritenuto alcune frasi del suo libro Il mondo al contrario incompatibili col decoro dell’istituzione. Ma non gli hanno proibito di dire ciò che pensa: gli han tolto l’incarico. Noi pensiamo che abbiano fatto benissimo, altri (Elena Basile a pag. 9) no. L’importante è inquadrare la questione nei giusti termini: la libertà di espressione è sacra, visto che la Carta tutela tutte le idee senz’alcuna gerarchia (con buona pace della Schlein), ma qui c’entra come i cavoli a merenda.
Le libertà non hanno limiti, salvo quelli fissati dalla Costituzione e dalla legge. Io sono libero di bere alcol e di guidare l’auto, ma non consecutivamente né simultaneamente: la legge lo vieta a tutela dell’incolumità pubblica. Se un giudice pensa peste e corna del suo imputato, non deve dirlo: se lo dice, deve astenersi in nome dell’imparzialità del processo. Se un avvocato pensa che il cliente sia colpevole, non deve dirlo: se lo dice, risponde di infedele patrocinio. Abbiamo difeso il diritto di Marcello De Angelis a farneticare sulla strage di Bologna senza perdere il posto di portavoce della giunta laziale perché non è un pubblico ufficiale. Ma Vannacci è un militare che ha giurato sulla bandiera “di essere fedele alla Repubblica… di osservarne la Costituzione e le leggi e di adempiere con disciplina e onore tutti i doveri del mio Stato”. E la Costituzione “riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo” (art. 2) e afferma che “tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali” (art. 3). Vannacci ritiene invece che i gay “non sono normali”, “la normalità è l’eterosessualità” e “la Natura a tutti gli esseri sani ‘normali’ concede di riprodursi”; e, “piaccia o no, non nasciamo uguali, quindi chi arriva in Italia dovrebbe ringraziare immensamente per la compassione”. Inclusa Paola Egonu: “è italiana di cittadinanza, ma i suoi tratti somatici non rappresentano l’italianità”. Liberissimo il generale di pensare questo mix di nefandezze e idiozie: se però lo rende pubblico, tradisce il giuramento sulla Costituzione. Infatti ripete orgoglioso di avere scritto il libro “contro le minoranze”. Ma la Repubblica democratica che ha giurato di difendere in armi è nata proprio per tutelare le minoranze. Le maggioranze si tutelano da sole.
lunedì 21 agosto 2023
Tomaso
Sfida Elon-Zuck: ecco l’Italia, bordello svenduto ai potenti
Il ritratto. La Repubblica ha fatto pubblicità gratis a “X” e fa la figura della tenutaria di un postribolo (il patrimonio culturale) all’improvviso disertato dai facoltosi clienti
di Tomaso Montanari
Il lettore mi perdonerà la crudezza, ma la sceneggiata agostana sul duello tra Musk e Zuckerberg rappresenta probabilmente la più colossale figura di merda che il ceto politico italiota abbia procurato al “patrimonio storico e artistico della Nazione” (art. 9 Cost.): niente male per una destra che fa della retorica della nazione e dell’identità italiana la più abusata delle bandiere. L’11 agosto Elon Musk comunica al mondo di aver parlato direttamente con Giorgia Meloni e con Gennaro Sangiuliano: “Ho parlato con la premier italiana e il ministro della Cultura. Hanno concordato una location epica. Il combattimento sarà gestito dalle fondazioni mia e di Zuck. Il livestream sarà su questa piattaforma e su Meta. L’inquadratura sarà l’antica Roma, quindi niente di moderno. Tutto porterà rispetto al presente e passato dell’Italia, e il ricavato andrà ai veterani”. Lo stesso giorno, sempre sull’ex Twitter il ministro conferma: “Lunga e amichevole conversazione con Elon Musk su un grande evento di evocazione storica non si terrà a Roma. Ci sarà una ingente donazione a due importanti ospedali pediatrici italiani per il potenziamento delle strutture e la ricerca scientifica per combattere malattie”. Segue una imbarazzante serie di autocandidature: da Firenze a Pompei, da Reggio Calabria a Verona, da Ostia a Potenza lo sputtanamento del Paese decolla su ogni social media. Infine, sei giorni dopo l’annuncio, la clamorosa smentita del padrone di X: “Voglio ringraziare il ministro Sangiuliano per la gentilezza e la disponibilità nel voler organizzare un evento di intrattenimento, culturale e di beneficenza in Italia. Volevamo promuovere la storia dell’Antica Roma con il supporto di esperti e allo stesso tempo raccogliere soldi per i veterani americani e gli ospedali pediatrici in Italia. Zuckerberg ha rifiutato l’offerta perché non è interessato a questo approccio…”.
Il ritratto dell’Italia che ne viene fuori è impietosamente realistico: la stessa presidente del Consiglio, incurante delle conseguenze sull’immagine del Paese che dovrebbe servire, si è prestata a questo grottesco marketing di due colossi economici privati. Altro che beneficenza per gli ospedali italiani, è la Repubblica italiana che ha fatto pubblicità gratis a X, e a Meta: apparendo come la tenutaria di un bordello (il patrimonio culturale) all’ultimo momento disertato dai facoltosi clienti. Viste la matrice di chi ci governa, verrebbe da ritorcergli contro la retorica razzista e colonialista, definendolo un ceto politico con la sveglia al collo e l’anello al naso: e cioè provinciale, improvvisato, incolto e servile. Eccola la ‘bravura’ di Meloni, tanto esaltata sulle pagine del “Corriere della sera”!
D’altra parte, sono convinto che anche con un Renzi presidente del Consiglio e un Franceschini di nuovo alla Cultura l’esito sarebbe stato identicamente catastrofico. Perché dietro a questo disastro di immagine ci sono decenni di sputtanamento del patrimonio culturale, raccontato e governato come una enorme location per ricchi. Dai banchetti di matrimonio alla Reggia di Caserta agli addii al celibato a Palazzo Pitti, dall’Uomo vitruviano di Leonardo prestato alla Francia per volontà di governi e presidenti al Bacco di Caravaggio sbattuto a Vinitaly, da Ponte Vecchio affittato alla cena della Ferrari alla Villa della Regina a Torino data a una banca, dalla zumba al Santa Maria della Scala a Siena alla Punta della Dogana di Venezia regalata a Pinault: l’elenco è infinito, e grottesco. È l’Italia di Very Bello e di Open to Meraviglia: un paese genuflesso in attesa di essere privatizzato da ricchi paperoni stranieri, per un tozzo di pane gettato in elemosina. Un’idea neocoloniale: dove la colonia siamo noi.
Un’idea così radicata che affiorò pure negli atti della commissione di sedicenti saggi a cui il presidente Napolitano pensò bene di affidare il disegno delle Grandi Riforme, e che suggerì (lunarmente) che “allo scopo di moltiplicare i luoghi in cui rendere accessibile il patrimonio culturale disponibile, si potrebbero sperimentare forme di prestito oneroso ai privati… di parte delle opere attualmente chiuse nei magazzini, così da finanziare con il ricavato attività e gestione dei musei esistenti”. Non era una novità: la stessa proposta era contenuta in un disegno di legge presentato il 22 giugno 2010 dal mitico Domenico Scilipoti, nonché nel programma di Laura Puppato per le primarie Pd poi vinte da Bersani: “L’utilizzazione intelligente delle opere d’arte e dei reperti archeologici custoditi nei magazzini dei musei…: si potrebbe affidarli a fronte di adeguato compenso, in locazione ad organizzazioni private che ne curerebbero l’esibizione al pubblico, oppure con apposita convenzione affidarli aenti, istituzioni, fonti termali e alberghi affinché ne curino l’esposizione”. Ecco come siamo arrivati a questo punto: non sarà l’ora di fermarci a riflettere?
Giorgia travagliata
PagoGiorgiamat
di Marco Travaglio
Il sistema PagoGiorgiamat, pratico e immediato, inaugurato dalla premier in Albania non si limiterà al conto di 80 euro non saldato da quattro scrocconi italiani nel ristorante di Berat. Il beau geste della Meloni – che almeno gli 80 euro a scopo propagandistico-elettorale li prende dalle tasche sue e non dalle nostre (diversamente da un noto statista ora decaduto) – si ripeterà per altri conti ben più salati non pagati da connazionali ben più vicini a lei. L’ha lasciato chiaramente intendere lei stessa quando, rientrata in patria, nell’ansia di “non dare visibilità all’evento” (Corriere), ha dichiarato: “Mi sono vergognata: l’Italia che voglio rappresentare non fa parlare di sé all’estero perché non rispetta il lavoro altrui o pensa di essere divertente fregando gli altri”. E con noi sfonda una posta aperta. Soprattutto se, come fa trapelare Palazzo Chigi, il prossimo beau geste sarà quello di risarcire di tasca sua i dipendenti di Visibilia lasciati senza stipendio né contributi da Daniela Santanché, evidentemente refrattaria al “rispetto del lavoro altrui”. Dopodiché la premier provvederà a risarcire i creditori delle società della sua ministra del Turismo, indebitate col fisco per 1,2 milioni e con le banche per 4,5 milioni; ma anche l’Inps che le versò la cassa integrazione Covid per addetti che continuavano a lavorare.
Subito dopo, per distinguersi dalle opposizioni che “preferiscono l’Italia che non paga”, Giorgia Meloni metterà mano al portafogli per rifondere la Regione Piemonte dei 25 mila euro fregati da Augusta Montaruli, vicepresidente FdI della commissione di Vigilanza Rai, che si fece rimborsare con soldi pubblici spese private tipo capi Hermès, borsa Borbonese, cristalli Swarovski, gianduiotti, omaggi floreali natalizi, orecchini, Swatch, lavanderia, sigarette, ristoranti di lusso, piadinerie, gelaterie, fast food, pub e due libri: Mia suocera beve e Sexploration. Giochi proibiti per coppie (titoli che le valsero l’automatica promozione a sottosegretaria all’Università e Ricerca). Poi, per non farsi parlar dietro e dare uno schiaffo morale al vicepremier Matteo Salvini, romperà il salvadanaio e restituirà allo Stato i 49 milioni di finanziamenti pubblici indebiti rubati dalla Lega. Sennò potrebbero sospettarla di vergognarsi più per quattro mangiapane a ufo che si fregano 80 euro, che per un partito alleato che se ne inguatta 625mila volte tanti. Alla fine, se avanzerà qualche spicciolo, userà il PagoGiorgiamat per restituire agli automobilisti i 4 miliardi di extragettito a colpi di accise e di Iva sui carburanti, imposte dal suo governo dopo aver vinto le elezioni promettendo abolirle, o almeno di tagliarle. Non sia mai che qualcuno, in Albania o in Italia, accusi proprio lei di taglieggiare gli italiani con il “pizzo di Stato”.
domenica 20 agosto 2023
Detti di un tempo
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