mercoledì 9 agosto 2023

Da non credere!

  

 Imperdibile! Clicca qui!

Se cliccate qui sopra, assisterete ad una delle più mastodontiche figure di merda della storia recente, ovvero quella che doveva essere la festa per l'annuncio del matrimonio tra il banchiere torinese Massimo Segre e la fidanzata molto più giovane e rampante Cristina Seymandi, passata con abnorme disinvoltura dal M5S al Centrodestra, che è un po' come essere astemi e prendere dimora a Barolo, e che invece si è tramutata in uno sfanculamento epico con tanto di tradimenti portati in piazza tra un imbarazzo generale che inquieta anche noi che guardiamo il video. 

Ripeto, video imperdibile!   

Ragogna!

 


Questa è facile!

 


E questo va letto!

 

La retorica anti-Rdc è guerra di classe

100 ANNI DI PROPAGANDA MESCHINA - La strategia del governo è evidente: disciplinare il lavoro e favorire il capitale. Ma l’idea che non farcela sia una colpa morale riesce a controllare le persone anche meglio...

DI CLARA MATTEI

Lo Stato italiano e i suoi rappresentanti stanno operando una feroce guerra di classe contro i propri cittadini. Bisogna dirlo forte e chiaro, e bisogna dirlo in molti, per smascherare la profonda meschinità della narrativa dominante che non fa altro che nascondere come funziona la nostra economia.

Invece di puntare il dito contro i cosiddetti fannulloni che sino ad ora hanno preso il Reddito di cittadinanza, puntiamo piuttosto il dito su coloro che vivono di ricchezza accumulata, ovvero coloro che il capitalismo dell’austerità continua a favorire. I dati sono eclatanti e incontrovertibili. Il rapporto Oxfam mostra che in Italia lo 0,1% più ricco detiene una ricchezza pari al 60% più povero. Se negli ultimi 10 anni il numero dei minori in povertà assoluta è triplicato (quasi uno su 7), in quegli stessi anni il numero di miliardari è sestuplicato, raggiungendo il numero di 64, con in testa Giovanni Ferrero che detiene un patrimonio di quasi 40 miliardi di dollari.

Diciamolo forte e chiaro: l’idea che si debbano tagliare i sussidi alle famiglie povere perché si tratta di un danno all’erario che costa troppo allo Stato è pura falsità. Come tutti i lettori di questo giornale sanno bene, i soldi ci sono eccome, ma solo per le persone “giuste”. Le briciole risparmiate dalla falcidia del eddito di cittadinanza (attorno a un miliardo di euro), scompaiono nell’abisso della nostra smisurata spesa militare e nei soldi che il fisco non vede mai perché lo Stato ha smesso di tassare i grandi redditi, le eredità e le corporations. Vorrei ricordare a tutti che nel 1974 vi erano 32 aliquote, e l’ultimo scaglione a partire dall’equivalente di 258 mila euro pagava il 72% di tasse, oggi di aliquote ne abbiamo 4 (e presto tre secondo la delega fiscale) e tutti quelli sopra i 50 mila euro pagano il 43% di tasse. Mentre ci curiamo in ospedali fatiscenti, studiamo in classi pollaio e facciamo file chilometriche per rinnovare la carta d’identità, i forzieri di Leonardo, produttore di armi, traboccano dei soldi nelle nostre tasse.

La preoccupazione per il pareggio di bilancio e i danni all’erario sono soltanto pretesti per un obiettivo molto più importante: mantenere saldo il rapporto di forza tra capitale e lavoro, tutto a favore del primo. La fine del reddito di cittadinanza e il diniego del salario minimo rendono evidente che la preoccupazione principale del nostro governo dell’austerità è quella di mantenere alto il tasso di sfruttamento nel nostro Paese. Togliere i sussidi, infatti, ci rende più propensi alla coercizione economica tipica del capitalismo: quella di vendere la nostra capacità di lavorare per un bassissimo salario al fine di assicurarci la sopravvivenza. Con la cancellazione del Reddito di cittadinanza, vedremo presto moltiplicarsi il numero delle famiglie in povertà assoluta (che sono ora più di un milione), ma vedremo anche ingrossare l’esercito di persone in competizione per lavori da fame. D’altra parte, come ha spiegato lo stesso presidente di Confindustria, il sussidio faceva concorrenza ai salari di mercato.

Dall’alto dei loro privilegi gran parte dei nostri parlamentari descrivono un mondo fiabesco, in cui chiunque potrebbe trovare un lavoro ben pagato se solo smettesse di scaldare il divano. Ebbene, non potrebbe esserci una visione più falsa. Nel suo istruttivo libro Le Grandi Dimissioni (Einaudi 2022), Francesca Coin provvede a un bagno di realtà con un documentatissimo affresco delle condizioni di lavoro del Belpaese: una normalità lavorativa segnata dalla precarietà, dall’insicurezza e dall’insoddisfazione, nella quale il desiderio di cambiare è scoraggiato esclusivamente dalla paura di non trovare un altro posto. Tanto più che siamo agli ultimi posti in Europa per retribuzioni: per Eurostat, i salari lordi medi dei 10 contratti nazionali dei lavori meno pagati sono a 7,79 euro l’ora, che poi sono decurtati del 30% tra imposte fiscali e contributi previdenziali. Anche i dati Istat parlano chiaro: “Nel 2022, il 20,1% delle persone residenti in Italia risulta a rischio di povertà (circa 11 milioni e 800mila individui) avendo avuto, nell’anno precedente l’indagine, un reddito netto inferiore al 60% di quello mediano (11.155 euro)”.

La fiaba del “basta impegnarsi” non è certo solo l’inganno dei nostri governanti del momento: in realtà è la radice ideologica stessa dei modelli economici che guidano le politiche pubbliche da quasi cent’anni. Adam Smith, David Ricardo e Karl Marx studiavano il capitalismo tramite la lente della classe e del conflitto tra le classi. A sostituirla è arrivato uno sguardo che ha espulso il concetto stesso di capitalismo (per non parlare di quello di classe), riducendo tutta la realtà sociale a una complessa interazione tra “individui” in armonia, in cui il motore della crescita non è il lavoratore ma l’imprenditore. Mentre il paradigma precedente teorizzava il lavoro come fonte del profitto e interpretava lo sfruttamento come trappola strutturale del capitalismo, gli economisti ortodossi dipingono i rapporti lavorativi come scambi alla pari tra individui alla pari, una strada verso la prosperità per tutti coloro che giocano bene le proprie carte nel libero mercato. Questi economisti hanno spacciato la società di mercato come un luogo in cui tutti, se sufficientemente razionali e virtuosi, possono prosperare. Una tale visione apparentemente emancipatoria è di fatto tra le più classiste, poiché presuppone che le gerarchie sociali siano il riflesso del merito: i ricchi hanno diritto ai loro privilegi, i poveri meritano di esserlo. E così i profitti dei risparmiatori-imprenditori sono il prodotto della loro virtù, che ne determina la capacità di firmare le buste paga degli operai e di “mandare avanti” l’economia. Nessun’arma potrebbe essere altrettanto potente di questo approccio teorico nel privare i lavoratori di consapevolezza del loro potere e nel giustificare la crescita illimitata del profitto privato. Il messaggio è talmente persuasivo che per anni quasi tutti lo abbiamo interiorizzato: se ci sforziamo abbastanza, ognuno di noi può diventare ricco, chi non “fattura” può biasimare soltanto se stesso!

Eppure: quanto può durare la capacità persuasiva di questa fiaba, soprattutto se ci guardiamo in giro e capiamo che l’ascesa sociale è un miraggio lontano? Certamente, la mancanza di serie proteste dopo i fatidici sms dell’Inps è sintomatico del “successo” dell’austerità nel creare senso di vergogna e silenziare le classi lavoratrici. Ma i tempi potrebbero sempre cambiare e magari stanno già cambiando. Come ci racconta Coin, non soltanto negli Usa, ma anche in Italia molti lavoratori decidono di dimettersi: nel terzo trimestre del 2022 il 3,2% di loro ha lasciato volontariamente il posto. Si tratta di una forte protesta, non ancora organizzata, ai rapporti di sfruttamento imperante, stimolata forse anche dall’esistenza di un reddito di cittadinanza. Le classi dirigenti sono, però, sempre all’erta contro fenomeni che possano mettere in pericolo lo sfruttamento come base della crescita economica: è proprio nei momenti di possibile contestazione che l’austerità fa capolino per disciplinare la gente comune. Eliminare qualsiasi “intralcio”, dal salario minimo ai sussidi, che rischi di abbassare l’asticella dello sfruttamento va poi a braccetto con le politiche monetarie della Bce: l’aumento senza sosta dei tassi di interesse del denaro, si sa, tende a far crescere la disoccupazione, a soffocare così la capacità contrattuale dei lavoratori e a costringerli a chinare il capo. È il momento di vedere queste politiche economiche per quello che sono: una spietata guerra dei pochi contro i molti che va fermata.

Robecchi

 

Schiavi “Deportiamoli a casa loro”: gli inglesi creano lager per migranti
di Alessandro Robecchi
Dei tanti nomi che si può dare alla barbarie, eccone uno nuovo, Ascension Island. Se prendete in mano una mappa farete fatica a trovarla, perché è un puntino minuscolo nell’oceano Atlantico, tra l’Africa (andate a Est e nuotate per milletrecento chilometri) e l’America del Sud (andate a Ovest e nuotate per 2.300 chilometri). Fa parte dell’amministrazione britannica di Sant’Elena (Napoleone vi dice qualcosa?), ci abitano 800 persone, ha una base aerea britannico-americana ed è grande 88 chilometri quadrati, la metà di Milano. Secondo una recente proposta del governo britannico, è lì che si potrebbero deportare i migranti in attesa di asilo attualmente sul suolo inglese.
Mi spiego meglio: se ti strappano le palle in Iran, o ti fanno morire di fame in Niger, o ti violentano in Libia, o ti trattano maluccio in Afghanistan, e tu riesci, rischiando la pelle e tutti i soldi della tua famiglia, ad approdare sulle coste della grande potenza occidentale che fece tremare il mondo, culla della democrazia e del beat, quelli ti prendono e ti portano alle pendici di un vulcano in mezzo all’Atlantico. La proposta precedente – suggellata addirittura da un accordo da milioni di sterline – era di portarli in Ruanda, proposta ancora in piedi, peraltro.
Insomma, duecentoquindici anni dopo l’abolizione dello schiavismo nel Regno Unito (1807) assisteremo forse a un flusso inverso: gli schiavi sono una bella rottura di coglioni e si allestiranno delle belle navi per (de)portarli via. Navi che peraltro funzionano alla grande già ora, anche se sono, diciamo così, stanziali, come la Bibby Stockholm, una mega-chiatta adattata a prigione, lunga cento metri, dove la Gran Bretagna ospita migranti richiedenti asilo, al largo delle sue coste. Interessante la storia della compagnia armatrice, la Bibby Line Group Limited, che John Bibby fondò proprio nel 1807. Trasportare schiavi di qua e di là diventava illegale e il vecchio John si metteva in regola, anche se i soldi li aveva fatti anche con quel commercio di braccia dall’Africa alle colonie. SlaveVoyages, un prezioso database che raccoglie i dati delle rotte schiaviste, registra almeno tre trasporti: il veliero Harmonie che portò 250 schiavi angolani alla Guiana Britannica, il Sally (250 nigeriani alle Barbados) e l’Eagle (237 camerunesi in Jamaica). Insomma, ieri schiavisti, poi riciclati in armatori, e oggi fornitori di questa feroce nave prigione per gente (i richiedenti asilo) che in prigione non ci dovrebbe stare.
Dunque è uno strano concetto di “aiutiamoli a casa loro”, un refrain delle democrazie occidentali, compresa la nostra, che per “aiutarli a casa loro” mise in campo i decreti Minniti (governo Gentiloni), poi regalò motovedette alla guardia costiera Libica – più volte accertata complice dei trafficanti di esseri umani – esternalizzando la prigionia in lager che fingiamo di non vedere. Oppure (governo Meloni) promettendo mari e monti (di euro) al governo tunisino “per non farli partire”, con il risultato che quelli – essendo disperati e non avendo scelta – partono lo stesso (cinque volte in più dell’anno scorso dalla Tunisia, il doppio in totale).
Il tutto mentre di Africa si discute molto per il golpe in Niger, dove quei cattivoni cambiano padrone, si affidano ai russi, invece di apprezzare e ringraziare il vecchio padrone francese che li ha depredati per secoli, come farà del resto il padrone nuovo. E così ecco noi bravi occidentali, così umani e disinteressati, gridare agli orrori del colonialismo. Che spettacolo!

A difesa

 

Ora d’aria
di Marco Travaglio
La legge Severino, che estendeva ai parlamentari condannati in via definitiva le regole di decadenza e incandidabilità già previste dal Testo unico degli enti locali del 1990 per gli amministratori locali e regionali, fu approvata da tutti i partiti nel dicembre del 2012. Erano gli ultimi respiri del governo Monti, l’ammucchiata inventata da Napolitano dopo la débacle del terzo tragico Berlusconi per impedire agli italiani di votare in massa per i 5Stelle, nati nel 2009 e favoriti dai sondggi. Il calcolo di Re Giorgio rivelò tutta la sua miopia quando, scaduta la legislatura, si dovette votare per forza nel febbraio del 2013: infatti il M5S balzò da zero al 25.5%, alla pari del Pd. Ma due mesi prima la Casta ancora s’illudeva che bastasse scimmiottare gli odiati “grillini” per farli sparire. Così, siccome Grillo, dal VDay del 2007, mieteva consensi con la campagna Parlamento Pulito e i vaffa ai 21 deputati e senatori pregiudicati, i partiti finsero di convertirsi alla legalità stabilendo, con la Severino, che almeno i condannati definitivi a pene superiori a 2 anni restassero fuori dalle Camere, come già avveniva da 22 anni in Comuni, Province e Regioni. Votò Sì persino FI, senza sapere che il primo a farne le spese sarebbe stato B., condannato a 4 anni per frode fiscale ed espulso dal Senato nel 2013.
Dieci anni dopo, la Casta non s’è ancora riavuta dallo choc e, dopo avere smantellato o sventato quasi tutte le riforme targate 5Stelle (Rdc, Dl Dignità, Superbonus, Pnrr, taglio dei vitalizi, cashback e pezzi di Spazzacorrotti), si accinge a dare il colpo di grazia alla Severino. Anzi alla legge del ‘90 che questi somari confondono con quella del ‘12. Da anni il Pd chiede di abolire la decadenza di sindaci, presidenti di Regione e assessori arrestati o condannati in primo o secondo grado, lasciandola solo per i definitivi (come per i parlamentari). Ora il governo Meloni accontenta i dem, ma li mette pure in imbarazzo. Delle due l’una: o appoggiano per coerenza una controriforma della destra; o cambiano idea e difendono una norma che finora avversavano (come per l’abuso d’ufficio, che fino a ieri volevano abolire, e il Rdc, contro cui votarono nel 2018). Se la porcata passerà, resterà da risolvere un problemuccio applicativo, non per gli amministratori condannati in via provvisoria e a piede libero, ma per quelli arrestati in custodia cautelare: destino rarissimo per i parlamentari, quasi sempre salvati dalle Camere che negano l’autorizzazione alla cattura, ma piuttosto frequente per gli inquilini di Comuni e Regioni, sprovvisti di immunità. Se un sindaco o un presidente finisce in galera e non decade più dalla carica, la giunta dove la riunisce: nel parlatorio o nel cortile del penitenziario durante l’ora d’aria?

Sbellicante