mercoledì 9 agosto 2023

Mi crescessero!

 


Peccato aver pochi capelli, mannaggia! Altrimenti non avrei esitato un istante a farmi un’acconciatura così stupenda!

Gioellino

 



Gerry ha preso un gioiellino classe 2006. Tra meno di tre anni Mateusz, dal cognome che potrebbe sembrare una digitata di un ebbro sulla tastiera, incanterà il globo facendo incetta di palloni d’oro! E gli altri, che per nominarlo simuleranno un richiamo per l’espettorazione, schiatteranno d’invidia! Benvenuto Mateusz!

martedì 8 agosto 2023

Chi vuol essere Thor?

 

In preda a perenni psicosi e fobie non potrei mai fare quello che ha fatto Thor. Api, calabroni, ragni, serpenti, topi e tutta la mercanzia in natura mi terrorizzano al punto di sfiorare l'incredibile. Anche se ammetto che Thor ha vissuto la vita, non riuscirei mai ad emularlo. E mi rattristo per questo. 

Il record di Thor l’avventuriero “Il mio giro del mondo senza salire in aereo”

DI NATASHA CARAGNANO

Gli occhi delle Maldive sono quelli verdazzurri di un uomo. Gli ultimi che Torbjørn C. Pedersen, o meglio Thor, ha fotografato prima di ritornare a casa, in Danimarca, dopo aver girato tutto il globo terrestre senza mai prendere l’aereo. Quaranta navi portacontainer, 351 autobus, 158 treni, 43 risciò e persino una carrozza, solo alcuni dei tanti e diversi mezzi che ha preso per raggiungere il suo obiettivo. Un viaggio epico durato 10 anni e da cui ha portato con sé tre cose: «I ricordi, ovviamente, una moneta locale e gli occhi di una persona per ogni Paese visitato», racconta aRepubblica da Copenaghen, dove è tornato dopo aver scattato la sua 203esima foto.
È stato colpito dalla malaria cerebrale in Ghana, è sopravvissuto a una tempesta di quattro giorni durante la traversata dell’Atlantico dall’Islanda al Canada, ha attraversato confini terrestri chiusi in zone di conflitto. «Ma il momento più brutto è stato quando in Africa centrale mi hanno puntato la pistola alla testa. Ero nel Sud del Camerun, alla frontiera con il Congo, e ci hanno fermato a un checkpoint. Erano ubriachi, mi hanno detto che sarei morto e io gli ho creduto». Per fortuna è riuscito a superare il controllo ma «è stato come giocare alla roulette russa». Disavventure come questa, però, non l’hanno mai fermato.
«Qualsiasi cosa era stata già fatta per la prima volta. Nel 2013 a centinaia avevano fatto il giro del mondo, ma nessuno l’aveva fatto senza mai prendere l’aereo. Così ho raccolto la sfida», spiega il 44enne danese. «Ho percorso oltre 380mila chilometri: l’equivalente di nove viaggi intorno alla Terra, e uno dalla Terra alla Luna ». Nel suo progetto iniziale ci sarebbe riuscito in quattro anni, ma poi la pandemia ha rovinato i suoi piani bloccandolo per due anni a Hong Kong e rallentando l’intero viaggio.
La pandemia non è stata l’unica difficoltà a spingerlo verso casa. «A due anni dall’inizio del mio viaggio una società che finanziava il mio budget giornaliero di 20 euro ha interrotto la collaborazione per problemi finanziari. Me la sono cavata con i miei risparmi e un crowdfunding. Quando si sono ripresi sono tornati ad aiutarmi e ho continuato grazie a loro, ad altri sponsor e alle donazioni».
I momenti in cui ha pensato di mollare sono tanti. «Ci vorrebberoquattro ore per raccontare le cose brutte di questa avventura, ma mesi per dire quelle belle», ci tiene però a specificare. Tra un continente e l’altro Pedersen si è proposto alla sua fidanzata, sul monte Kenya, e i due si sono sposati due volte. «La prima online, grazie a un servizio americano, per permetterle di entrare a Hong Kong. La seconda a Vanuatu, nelSud Pacifico, perché la prima non era legalmente valida in Danimarca », racconta ridendo, perché dopo due matrimoni la loro unione non è ancora riconosciuta a causa di ritardi burocratici.
Migliaia di meraviglie viste, eppure il suo momento preferito è semplice: «Quando in un piccolo villaggio delle Isole Salomone, senza acqua corrente ed elettricità, ho visto un film al mio pc - fortunatamente carico - con 80 persone». Dopo tutto la cosa più importante del suo viaggio sono state le persone che ha incontrato. È stato grazie a sconosciuti che spesso ha trovato un posto dove dormire e un pasto caldo, anche nelle zone più povere. Pedersen è diventato ambasciatore di buona volontà per la Croce Rossa danese, cosa che l’ha aiutato ad entrare in zone diconflitto in cui altrimenti sarebbe stato complicato e che gli ha permesso di raccontare il lavoro dell’organizzazione. Il mondo è cambiato molto negli ultimi dieci anni: quando Pedersen è stato in Ucraina, nel 2017, ha conosciuto gente che andava a lavorare in Russia, dall’inizio del suo viaggio ha visitato l’Iran tre volte e poi, quest’anno, le proteste per la morte di Mahsa Amini hanno sconvolto il Paese e reso impossibile tornare. «Viaggiare mi ha permesso di capire quanto il mondo sia instabile e che ogni Paese ha una sua sensibilità a quello che accade. L’unica cosa che è stata percepita allo stesso modo da tutti è stata la pandemia».
Dopo aver visitato tutti i Paesi del mondo, a Thor resta un solo desiderio: «Costruire una vita con mia moglie e andare a trovare parenti e amici ». Nel frattempo si gode la sua fase di luna di miele danese. «Mi sembra tutto mozzafiato. È come se, dopo 203 Paesi, vedessi il mio per la prima volta».


In ricordo



Eravamo considerati così nel nord Europa negli anni ‘50; erano trattati così i 136 italiani che l’8 agosto di 67 anni fa a Marcinelle in Belgio, trovarono la morte nella forma più bastarda; morirono infatti arsi vivi o soffocato dentro una miniera di carbone avvolta da un incendio. 
Centrotrentasei martiri il cui sacrificio contribuì a modificare l’atteggiamento razzista nei nostri confronti, agevolando il divieto di entrata solo ai cani. Che riposino in pace!

Ragogna!

 


lunedì 7 agosto 2023

Tomaso e i rigurgiti

 

All’armi, son proprio fascisti? Basta sentire che cosa dicono
ANALISI DEL DISCORSO PUBBLICO - La sostituzione etnica citata da Lollobrigida (e da Meloni nel 2015), era presente negli scritti di Mussolini. Ma anche Salvini parlò di “genocidio”, Fontana di “razza bianca”
DI TOMASO MONTANARI
Ma, dunque, sono fascisti, o non lo sono? Un modo serio per provare a rispondere è analizzare la genealogia dei motivi più ricorrenti del loro discorso pubblico.
Per esempio: divenuto ministro dell’Agricoltura e della sovranità alimentare, Francesco Lollobrigida è intervenuto ripetutamente sul nesso denatalità-sostituzione etnica (e qui è importante ricordare che il governo Meloni ha dedicato alla natalità addirittura un ministero: lo stesso delle Pari opportunità, il che sottolinea quale idea della donna abbiano i signori del governo). Ci si potrebbe chiedere quale sia il nesso tra le due cose, e cioè tra l’agricoltura e le politiche demografiche e dell’immigrazione. Può essere utile, dunque, rammentare che, nella Germania nazista, uno dei principali animatori di quel dibattito fu proprio il ministro per l’Agricoltura e l’alimentazione del Terzo Reich, Richard Walther Darré, esponente di spicco del pensiero ruralista, grazie al quale, “all’interno dei dibattiti demografici particolarmente di moda in quel periodo e della tradizionale polemica antiurbana e anticapitalista il ruralismo nazista insinuerà progressivamente un’ideologia ispirata ad un razzismo sostanzialmente biologistico” (A. D’Onofrio, Razza, sangue e suolo. Utopie della razza e progetti eugenetici nel ruralismo nazista, Napoli 2007).
Ma da dove viene l’idea di mettere in rapporto denatalità e ‘sostituzione etnica’? È stato lo stesso ministro ad affrontare la questione, pur senza di fatto rispondere: “Sul piano terminologico ho sbagliato, lo ammetto. Ma per ignoranza, non per razzismo. Non conoscevo la teoria della sostituzione etnica di quello lì, come si chiama?” (intervista ad Alfonso Raimo, Huffington Post Italia, 19 aprile 2023). Il ministro allude al cosiddetto Piano Kalergi, un’invenzione dell’estrema destra complottista: ma ritengo che le fonti siano ben altre. È, per esempio, illuminante leggere il libro dello statistico bavarese Richard Korherr (ben noto per un documento più tardo, relativo alla pianificazione della Shoah) uscito in Italia nel 1928 con il titolo di “Regresso delle nascite, morte dei popoli”. Nella prefazione, Benito Mussolini presentava agli italiani un libro che riteneva importante nella (parole sue) “lotta … in difesa della civiltà occidentale, minacciata da un complesso di idee mendaci che vanno dalla fratellanza universale, alla felicità dei più, dall’edonismo pacifondaio, al controllo delle nascite”. Mussolini scrive che “la metropoli cresce, attirando verso di sé la popolazione della campagna, la quale, però, appena inurbata, diventa – al pari della preesistente popolazione – infeconda. Ciò è accaduto. Ciò può ancora accadere. Ciò accadrà e non soltanto fra città o nazioni, ma in un ordine di grandezze infinitamente maggiore: la intera razza bianca, la razza dell’Occidente, può venire sommersa dalle altre razze di colore che si moltiplicano. Negri e gialli sono dunque alle porte? Sì, sono alle porte e non soltanto per la loro fecondità ma anche per la coscienza che essi hanno preso della loro razza e del suo avvenire nel mondo … Le razze straniere penetrate pacificamente o attirate in una determinata regione finiranno, in un lontano avvenire, con l’inondare l’Occidente. Con la loro maggiore prolificità supereranno presto di numero la decadente razza bianca”. Fin qui Mussolini.
Ora mettiamo in fila le parole di Francesco Lollobrigida (“Dobbiamo pensare anche all’Italia di dopodomani. Per queste ragioni vanno incentivate le nascite. … Gli italiani fanno meno figli quindi li sostituiamo con qualcun altro: non è quella la strada. Non possiamo arrenderci al tema della sostituzione etnica”) e Matteo Salvini (“È in corso un tentativo di genocidio delle popolazioni che abitano l’Italia da qualche secolo e che qualcuno vorrebbe soppiantare con decine di migliaia di persone che arrivano da altre parti del mondo”). Attilio Fontana, presidente della Regione Lombardia: “Non possiamo accettare tutti gli immigrati che arrivano: dobbiamo decidere se la nostra etnia, la nostra razza bianca, la nostra società devono continuare a esistere o devono essere cancellate”. Giorgia Meloni: “Prove generali di sostituzione etnica in Italia. Nel 2015 più di 100 mila italiani hanno lasciato la nostra Nazione per cercare fortuna all’estero. Di questi oltre il 30% sono giovani tra i 18 e 34 anni. In compenso, sempre nel 2015 sono sbarcati in Italia 153 mila immigrati, nella stragrande maggioranza uomini africani”.
Chiunque può giudicare, e decidere quale sia la matrice di questi pensieri e di queste parole. E a chi fosse tentato di liquidare il libro di Korherr come un reperto noto solo agli storici, ricordo che quel testo e la sua prefazione mussoliniana sono stati ripubblicati negli ultimi anni in Italia almeno tre volte, e nel 2018 da Aga (la casa editrice di Maurizio Murelli, terrorista neofascista condannato a 18 anni per concorso in omicidio). E, dunque, sono fascisti o no?

Attorno alle sentenze fasciste

 

I rivolta-sentenze
di Marco Travaglio
Marcello De Angelis, ex militante del movimento neofascista Terza Posizione, condannato per associazione sovversiva, ex parlamentare An e PdL, ora capo-comunicazione della giunta regionale del Lazio, ha scritto: “So per certo che con la strage di Bologna non c’entrano nulla Fioravanti, Mambro e Ciavardini”. E sai che novità: cos’altro ci si può aspettare dal cognato di Ciavardini, condannato per quella strage? Le opposizioni chiedono le sue dimissioni e una parola chiara dal presidente della Regione Francesco Rocca e da Giorgia Meloni. La premier tace, dopo che nel 43° anniversario della strage del 1980 era riuscita a non dire ciò che la Cassazione a sezioni unite ha definitivamente accertato e persino La Russa ha dovuto ammettere: quello fu un eccidio fascista. Rocca invece parla, anzi balbetta: il suo portavoce si è espresso “a titolo personale, mosso da una storia familiare che l’ha segnato profondamente” (la morte in carcere del fratello in circostanze mai chiarite). Ma dimentica di aggiungere che a sterminare 85 persone e a ferirne 200 alla stazione di Bologna furono i fascisti. È suo dovere farlo, altrimenti deve dimettersi lui: se condivide De Angelis, vuol dire che il suo portavoce non porta solo la propria, di voce, ma anche quella del presidente della Regione Lazio. E chi rappresenta una istituzione fa per conto del Popolo Italiano, lo stesso nel cui nome la Corte d’assise, la Corte d’assise d’appello e la Cassazione hanno irrevocabilmente condannato i tre terroristi dei Nar.
Le sentenze non sono dogmi di Stato e ciascun privato cittadino può condividerle o contestarle (possibilmente con argomenti). Perciò chiedere le dimissioni di De Angelis è un atto illiberale: in democrazia tutti hanno diritto di esprimere le proprie idee, anche le più aberranti. Ma chi rappresenta le istituzioni ha un onere in più: non deve usarle per riscrivere sentenze, cioè per interferire in un altro potere dello Stato. Perciò il governo nazionale e regionale dovrebbero isolare De Angelis con dichiarazioni inequivocabili, pur senza torcergli un capello o levargli il lavoro. Anche perché, se bastasse contestare una sentenza sacrosanta per andare a casa, si sarebbero dovute chiedere le dimissioni di fior di parlamentari che da anni sposano la linea revisionista-negazionista sui neri a Bologna: non solo di destra, ma anche radicali e di centrosinistra. Per non parlare di chi tuttoggi predica l’innocenza di Sofri, Bompressi, Pietrostefani (e persino del reo confesso Marino) sul delitto Calabresi, malgrado ben due sentenze della Cassazione. O di chi vota commissioni parlamentari su Bologna o sulla gestione del Covid per ribaltare i verdetti dei giudici: quelli sì dovrebbero vergognarsi e sparire.