domenica 6 agosto 2023

Piero e Pino

 

Fassino, un birichino in barca tra sconfitte e profezie boomerang
PIERO FASSINO - Primavera di Praga. Nel 1968 annota: “Capii che la libertà viene prima di ogni altra cosa”. Ma siccome è appena uscito dal liceo dei gesuiti, si iscrive al Pci, con tanti saluti alle ceneri di Jan Palach
DI PINO CORRIAS
Come li scelgono, come li selezionano per allestire il disastro? Primeggia per efficacia Fassino, eterno incursore che con parole e gesti al plastico squarcia la chiglia del partito.
Ma come li scelgono, come li selezionano per allestire il disastro? Primeggia per efficacia e per età Piero Fassino, l’eterno incursore che con parole e gesti al plastico, di tanto in tanto, squarcia la chiglia del partito e poi si accomoda sulla prua per vedere il panico e anche la sfiga che è stato capace di generare tra le schiume della cronaca e della politica. Che il pubblico iracondo trasforma in satira, rancori persistenti. E immediati voti a destra.
“Noi parlamentari – ha detto l’altro giorno issandosi sui velluti della Camera dei deputati – guadagniamo solo 4.718 euro al mese”, altro che stipendi d’oro. Lo ha detto sventolando il cedolino come fosse il suo personale certificato di buona condotta. Per poi godersi (con tutti i 13mila euro mensili in tasca) la pioggia di uova, arance, pomodori e altre sottigliezze contabili che gli sono piovute sul suo fresco di lana stazzonato che indossa – secondo la storica testimonianza della signora Elsa, la sua tata di infanzia torinese – da tre quarti di secolo, cravatta compresa.
Come li scelgono, come li selezionano? Enrico Letta lo hanno fatto venire appositamente da Parigi dove insegnava la Scienza della politica per tornare in patria e scientificamente perdere le ultime elezioni, riuscendo nell’impresa di spedire Io-Sono-Giorgia al vertice dell’esecutivo con il suo bivacco di manipoli, per la gioia silenziosa e anche
divertita
dello zio Gianni che a ogni scadenza elettorale si prende sulle ginocchia il nipote, come si fa coi pupi, per scagliarlo contro i nemici.
L’altro capolavoro lo hanno fatto pescando, tra i campanili italiani, quel Matteo Renzi, funzionario semplice di Rignano, che sul tavolo verde del Nazareno e poi su quello delle riforme costituzionali si è giocato l’osso del collo del partito, perdendo alla grande, per poi dileguarsi a rifare cassa tra le sabbie saudite, sporche di sangue e di petrolio. Tornando ogni tanto a tirare calci negli stinchi al suo bullizzato preferito, Carletto Calenda, uno degli ultimi bamba che ancora accetta di giocare a palla nel giardino di Renzi, con le regole di Renzi, mentre gli altri se ne sono già andati al Twiga in compagnia della sciantosissima Maria Elena Boschi, a spendere 500 euro al giorno per una tenda e uno Spritz, sentendosi ricchi, moderni, persino spregiudicati. Democratici anche no.
La super balla dei parlamentari indigenti, Piero Fassino se l’è giocata al momento giusto, mentre tutti gli equipaggi democratici remavano a favore del salario minimo, 9 euro l’ora, soglia della decenza che consentirebbe ad almeno 3 milioni di italiani di non lavorare in piena povertà. E insieme al pane, festeggiare la cena con un paio di scatolette di tonno Rio Mare.
In 60 anni di carriera, sui 74 anagrafici, Piero Fassino è stato e ha detto quasi tutto: viva e abbasso l’Unione Sovietica, viva e abbasso la Cina, abbasso e viva l’America. È stato militante comunista e post comunista, dirigente, sette volte deputato, segretario del partito, sindaco, due volte ministro, una volta sottosegretario. Ha irriso Grillo: “Vuol fare politica? Fondi un partito e vediamo quanti voti prende”. Ha sfidato Chiara Appendino e ha perso la poltrona di primo cittadino a Torino.
La passione politica viene dal padre che fu comandante partigiano, compagno d’armi di Enrico Mattei che nel Dopoguerra lo nominò concessionario Agipgas per il Piemonte. Per questo Piero nasce benestante ad Avigliana, anno 1949. Cresce circondato dal grigio della città fabbrica e dalla immobilità del partito che assorbe, con qualche diserzione di intellettuali dissidenti, l’invasione dell’Ungheria, anno 1956, e poi della Cecoslovacchia: i carri armati mandati da Mosca a spazzare via da Praga la Primavera, anno 1968. Quella volta Piero annota: “Capii che la libertà viene prima di ogni altra cosa”. Ma siccome è appena uscito dal liceo dei gesuiti, fa il contrario, iscrivendosi al partito, dove si trova subito benissimo: segretario della federazione giovanile provinciale, tanti saluti alle ceneri di Jan Palach.
Apostolo della disciplina di partito e dell’etica del lavoro, veste in giacca e cravatta, combatte ogni deriva movimentista, detesta i No-Tav. Ammira (invece) tutti quelli che galleggiano a destra, “dall’amico Giuliano Ferrara”, al “leale” Mastella. Sarà il primo a riabilitare Bettino Craxi, “una figura da inserire nel Pantheon del Partito democratico”. Al quale annette volentieri anche le banche e i banchieri. Resta celebre il suo “Abbiamo una banca!”, nella telefonata registrata con Giovanni Consorte, il capo di Unipol, impegnato nella scalata alla Bnl, anno 2005. Un po’ meno note sono le sue estati a bordo dello yacht Electa, 40 metri con bandiera del Principato di Monaco, in compagnia dell’emerito di Banca Intesa, Giovanni Bazoli.
Come a casa gli piace rigovernare i piatti dopo le cene, così nel partito riordina le sedie dopo le riunioni e persino le correnti dopo le scissioni. Specie in quei sette anni da segretario del partito, 2001-2007, che allora si chiamava Ds, Democratici di sinistra, ma anche Democratici sinistrati, visto lo strapotere di Berlusconi che si era preso il governo e tenuto le tv, grazie alla permanente guerra fratricida dei progressisti, cominciata con l’isolamento di Occhetto, con le mine antiuomo disseminate per
divertimento
da Bertinotti, con l’insonne congiura di D’Alema contro Prodi e contro se stesso, con la deriva prima kennediana e poi artistica di Veltroni. Fino al segreto accordo con l’ammirato nemico, rivelato alla Camera da Luciano Violante: “Lei sa benissimo, onorevole Berlusconi, che le avevamo dato piena garanzia – non da adesso, ma dal 1994 – che non sarebbero state toccate le sue televisioni”. A ogni bivio della Storia, lui si mantiene in scia. Ieri l’altro stava con Stefano Bonaccini, il leader sconfitto. Oggi sta con Elly Schlein, la segretaria che ha vinto.
A parte il masochismo, Piero ha poche passioni: la Juve, il jazz, le melanzane alla parmigiana. Naturalmente le donne con le quali, D’Alema dixit, “si trova come un cavatappi in un’enoteca”. Esuberanza che da qualche tempo perfeziona aggiungendo preziose rassegne dei propri selfie che spedisce in omaggio alle sue presunte ammiratrici. Chiede attenzioni, direbbe lo psichiatra. Ma come con il magro cedolino, incassa risate.

Spioni farlocchi

 

Il caso Watercloset
di Marco Travaglio
“Anch’io!”, “Io pure!”, “Ma io di più!”. Un esercito di finti martiri si accalca sui giornali per strappare qualche minuto di celebrità e centimetro quadro di carta stampata accanto ai titoloni sulla formidabile “centrale di dossieraggio”, anzi “fabbrica” o “mercato dei ricatti” che dalla Dna voleva distruggere Crosetto, ma anche il governo Meloni, ma pure l’intera politica italiana e probabilmente l’establishment mondiale. La notizia si riproduce per partenogenesi, senza uno straccio di fatto che giustifichi il clamore, visto che al momento risulta solo un maresciallo già trasferito e indagato per aver passato notizie (vere, e questo è il problema) a un giornale che le ha pubblicate (impedendo qualsiasi ricatto). Se ci siano reati, nessuno lo sa. Il sottufficiale nega di aver dato notizie e assicura di aver consultato banche dati fiscali perché era il suo lavoro di indagine anti-riciclaggio. E tutti i nomi girati in questi giorni non risultano dall’inchiesta: il Corriere, dedicando alla vicenda due-tre pagine al giorno, precisa in mezza riga che “finora i riscontri sono negativi”. Eppure orde di postulanti sgomitano per infilarsi nel presunto scandalo. E – grazie a un’informazione ridotta a telefono senza fili, dove aggiungi qua e là e alla fine non capisci più da dove sei partito – ci riescono.
Rep tira in ballo il Sifar e Op di Pecorelli (che non c’entrano una mazza). Crosetto e Giuliano Ferrara evocano la P2 (che era una loggia massonica coperta col loro amico B., ma non c’entra una fava). Mastella ci infila il processo di 15 anni fa da cui è stato assolto (come capita a molti, anche a noi, quotidianamente). Libero e Giornale se la prendono con Roberti e Cafiero de Raho (una volta stavano alla Dna) e pure con Bonafede (che non c’entra una ceppa). La Colosimo assicura che “non cederemo” (ma non dice a chi o a cosa). Rosato giura che “Renzi è vittima” (ma non si sa di che). Zurlo denuncia i “manipolatori della democrazia” (plurale, anche se il maresciallo è uno). Il Riformatorio parla di “Killeropoli” con un pizzico d’invidia, visto che lo staff renziano progettava una “character assassination” per “distruggere la reputazione e l’immagine di Grillo, Di Maio, Di Battista, Fico, Taverna, Lombardi, Raggi, Appendino, Casaleggio, Travaglio e Scanzi”. Ballusti già sa che sono “bombe a orologeria per conto terzi” (ma non indica né le bombe né i terzi), dall’alto del suo pedigree di spacciatore di falsi rapporti di polizia sull’omosessualità di Dino Boffo. Non poteva mancare il ghostbuster renziano Borghi, che lancia un’ideona: “Si abolisca la spazzacorrotti” (che non c’entra una minchia). Nessuno ha ancora tirato in ballo gli hacker russi o la Wagner, ma siamo solo al terzo giorno. Quindi bruciamo tutti sul tempo: ha stato Putin.

Inchiesta evasiva



I 300 mila grandi evasori

A CURA DI CARLO BONINI (COORDINAMENTO EDITORIALE), PRODUZIONE: GEDI VISUAL DI GIUSEPPE COLOMBO E GIULIANO FOSCHINI

Che l’Italia sia una Repubblica fondata sull’evasione fiscale emerge, abbastanza chiaramente, leggendo le dichiarazioni dei redditi dei 41 milioni di contribuenti italiani. Perché a impressionare non è tanto il volume degli affari dichiarato: 913 miliardi di reddito complessivo, al lordo degli imponibili in cedolare secca. Ma come quei guadagni sono divisi. E poi il numero dei grandi evasori, 300mila. Persone che con il loro comportamento contribuiscono a rendere le tasse più pesanti per chi le paga regolarmente.

Un Paese di poveri

Dei 913 miliardi dichiarati al Fisco, il 75 per cento arriva dal lavoro dipendente (490) e dalle pensioni (276), da chi cioè le tasse non le può evadere, mentre il 15 per cento appena dagli autonomi. Ma c’è di più: non bisogna farsi prendere dalle apparenze dei costi impazziti dell’estate (anche 100 euro per due lettini e un ombrellone in spiaggia), l’Italia a credere a quanto viene denunciato al Fisco è un paese di poveri. Il 20 per cento degli italiani dichiara un reddito non superiore ai 6.700 euro. Un italiano su due non supera invece i 17.800 euro. Più di 50mila euro li guadagnano invece appena il 6 per cento dei contribuenti, da considerarsi dunque a tutti gli effetti ricchi. Anche perché di questo 6 per cento (poco più di due milioni di persone) soltanto l’1,4 va oltre i 100mila, lo 0,5 sopra i 150 e soltanto in 41mila superano i 300mila euro. Sono numeri che sembrano completamente scollati dal Paese reale che, è vero, ogni giorno deve fare i conti con le povertà e con le famiglie che non arrivano alla fine del mese, ma è altrettanto vero che - basta vedere i prezzi dei ristoranti e i numeri dei beni di lusso venduti – non è fatto solo per i ricchi con un reddito da 50mila euro lordo l’anno. Questo lo sanno bene anche all’Agenzia delle entrate e alla Guardia di Finanza che infatti hanno calcolato il “tax gap”, ovvero la differenza tra l’ammontare totale dell’imposta che si verserebbe in un sistema di perfetto adempimento degli obblighi fiscali e quello realmente incassato. In pratica: quanto manca alle dichiarazioni dei redditi degli italiani. Un numero che spiega come, se tutti pagassero il dovuto, le imposte sarebbero meno della metà. Nel 2020, ultimo anno per cui le Entrate dispongono di dati concreti, «il tax gap ammonta a 67,5 miliardi», a cui vanno aggiunti poco meno di 11 miliardi di contributi non pagati e altri 10 di imposte locali per un totale di 90 miliardi, meglio di 89,8. Ma chi è che non paga? Secondo le stime dell’Agenzia, «alle persone fisiche titolari di partita Iva» si riferisce il tax gap dell’Irpef per circa 28,3 miliardi, «in diminuzione di 4 rispetto al 2015». Nove miliardi sono da iscrivere invece all’Ires delle aziende, mentre 3,8 all’Irpef per i lavoratori dipendenti irregolari. Quindi, partite Iva. Aziende e finti autonomi, in realtà dipendenti. C’è speranza di recuperarli?

La lotta all’evasione

Nel 2022 il recupero dell’evasione fiscale ha avuto numeri da record: 20,2 miliardi, il dato più alto di sempre. Un elemento importante reso ancora più prezioso da un altro fattore: oltre alle maggiori entrate sono state assicurate “minori uscite”.

L’obiettivo della legge delega è fare sconti a chi deve mettersi in regola con il Fisco per recuperare il più possibile

Sono cioè stati concessi meno bonus rispetto a quelli richiesti. E questo grazie al lavoro di prevenzione della Guardia di Finanza, insieme con l’Agenzia delle Entrate, che sono riusciti a bloccare 9,5 miliardi principalmente tra i crediti dovuti in relazione ai bonus edilizi. Il sistema è semplice e ormai noto: immobili inventati (clamoroso il caso delle particelle di stalle, in provincia di Foggia, trattate come fossero condomini da ristrutturare), vendite fasulle dei crediti, fino a farne perdere le tracce, fatture gonfiate sui costi vivi. Il vero punto è però recuperare gli 89 miliardi di tasse che mancano. Come fare? «Le questioni che si aprono per rispondere a questa domanda», risponde un ufficiale della Finanza che da anni si dedica proprio alla caccia agli evasori. Una caccia prolifica visto che con il suo gruppo è stato in grado di recuperare miliardi di euro tra i colossi della moda, i professionisti dei bonus e grandi aziende internazionali che avevano fittiziamente portato la loro contabilità all’estero. «Le questioni sono due: da un lato ci sono gli strumenti di intelligence finanziaria che noi utilizziamo, e che sono tutti di altissimo livello, anche grazie alla professionalità che abbiamo costruito in questi anni. Dall’altro, invece, c’è la capacità di intervenire e di punire. E su questo mi fermo, perché credo che siano altri a doverne discutere», risponde l’ufficiale. Il riferimento è, evidentemente, alle maxi sanatorie venute in questi tempi e che certo non mettono nell’angolo gli evasori. Anzi. Fatto sta, però, che la caccia continua. E lo si fa anche grazie agli strumenti più evoluti. Ultimo nell’ordine l’algoritmo dell’intelligenza finanziaria. Si chiama Vera, acronimo di Verifica di rapporti finanziari, ed è in grado di incrociare tutti i dati a disposizione di Finanza e Agenzia delle entrate, in modo da evidenziare possibili anomalie.

La mole di informazioni è enorme: conti correnti, estratti conti delle carte di credito, patrimonio mobiliare e immobiliare, ma anche attività sul web, piattaforme social, tutto quello che è nelle banche dati ministeriali, dall’automobile che guidavate durante un controllo stradale ai viaggi che il commercialista ha portato in detrazione come fossero trasferte di lavoro, ecco tutto quello che lo Stato sa o può sapere viene utilizzato dall’algoritmo per evidenziare anomalie. Chiaramente seguendo tutta una serie di procedure concordate con il Garante della privacy che passano, in un primo momento, dal rendere anonimi i dati. Significa che l’algoritmo inizialmente si muove su dati anonimi e che i nomi arrivano sui terminali dei cacciatori di evasori (le liste vengono inviate alle direzioni regionali e provinciali per organizzare le attività di controllo) soltanto dopo aver superato una serie di step, quando l’alert è circostanziato. Inoltre un’arma così potente, ha spiegato la stessa Agenzia in una circolare interna, non potrà essere utilizzata sempre e comunque. «La priorità — si legge — è per le posizioni riguardanti fattispecie e comportamenti che risultano di particolare disvalore: le frodi, le false compensazioni, l’indebita fruizione di misure di sostegno, a partire da quelle prodotte dalla pandemia del Covid».

Fin qui, quindi, la caccia a chi non paga. Ma, come spiegava l’ufficiale della Guardia di Finanza, tutto ciò che ruota attorno al tema dell’evasione fiscale ha la faccia di un Giano bifronte. E, accanto agli evasori non trovati, c’è chi è stato scoperto e, ciò nonostante, continua a essere debitore con lo Stato. È la giungla delle cartelle non pagate quelle che, grazie alle rottamazioni, per non parlare della possibilità di un condono, rischiano di restare non pagate o comunque di non avere alcuna sanzione. Chi sono, infatti, i principali debitori dello Stato?

In aiuto viene quanto illustrato proprio dall’Agenzia delle entrate al Senato, durante l’audizione del 17 luglio in commissione Finanze, che si stava occupando della delega fiscale. Secondo i tecnici del fisco, infatti, nella pancia del Paese ci sono «alla data del 31 dicembre del 2022 circa 1.153 miliardi di euro», dicasi mille miliardi di euro, più di quanto guadagnano tutti gli italiani in un anno, «composto da oltre 170 milioni di cartelle di pagamento che contengono circa 290 milioni di singolicrediti affidati, dagli enti creditori all’Agenzia delle entrate-Riscossione, per le attività di recupero nei confronti di quasi 23 milioni di soggetti debitori». Sono crediti «vetusti, non riscossi e, di fatto, in buona parte non riscuotibili » e soprattutto sono crediti che sono in pancia non a piccoli cittadini ma a grandissimi evasori fiscali che, insieme con chi ogni giorno non paga le tasse, nei fatti costringono tutti gli italiani per bene a sopportare tasse troppo alte. Sono 300mila, o per essere più precisi, 296mila e 400, e hanno un debito superiore a 500mila euro. «Tali debitori — hanno spiegato dalle Entrate — hanno un carico contabile residuo corrispondente al 69 per cento del totale del magazzino, pari a 795,57 miliardi». Che significa? Che dei crediti che lo Stato vanta con gli evasori accertati, per due terzi sono da imputare a questi trecentomila. Chi sono? Istituti di credito, grandi aziende, magari società cartiere come accade per esempio nel mondo dei carburanti che hanno immesso tonnellate di benzina di contrabbando evadendo l’Iva. «Come si diceva — spiegano dalle Entrate — per la maggior parte si tratta di crediti vecchi e ormai difficilmente recuperabili». Ma tutte le volte che vi parlano di una rottamazione, tutte quelle volteche sentite parlare di uno sconto fiscale per chi «è inseguito dall’Agenzia delle Entrate» — il copyright è del vicepremier Matteo Salvini — pensate a questi 300mila che, nelle mani, tengono 795 miliardi di soldi non dati al Fisco. Che ora gli italiani per bene stanno pagando al posto loro.

Il disimpegno del governo nella lotta all’evasione Nei Palazzi del governo di destra si registra una certa insofferenza nei confronti della lotta all’evasione fiscale. Almeno nella forma praticata fino ad oggi e che ha portato l’Agenzia delle entrate al recupero record di cui si diceva poco fa. Un risultato apprezzato, ma ritenuto comunque insufficiente. «Oggi abbiamo un tax gap che oscilla tra 75 e 100 miliardi ed è elevato, dobbiamo combatterlo con altre forme», ha ripetuto più volte il viceministro dell’Economia Maurizio Leo, il regista della riforma fiscale per conto della premier. Una dichiarazione di principio che ha trovato subito una sua applicazione, all’interno della delega fiscale, con l’introduzione del concordato preventivo biennale e l’ampliamento dell’adempimento collaborativo. Sono meccanismi che provano a ribaltare la direzione dell’accertamento, puntando sull’adesione volontaria del contribuente e quindi sulla possibilità di intervenire ex ante. Ma spostare troppo il baricentro, a danno dei controlli ex post, rappresenta un’operazione rischiosa perché può portare ad un ridimensionamento dell’obiettivo finale, invece che a un incremento delle somme sottratte al grande bacino del “nero”. C’è chi non aderirà ai meccanismi di collaborazione preventiva, continuando ad evadere. E chi, invece, lo farà potrà godere di vantaggi enormi, come la cancellazione delle sanzioni. Oltre al fatto che penserà di poterla fare sempre franca perché ci sarà sempre un modo per riparare all’omessa dichiarazione o alla dichiarazione infedele, reati snaturati perché il deterrente più incisivo, la punibilità, viene più che ammorbidito.

Intanto il governo ha messo le mani avanti. Basta leggere un passaggio del documento di revisione del Pnrr. Pagina 36, riforma dell’amministrazione fiscale. «La riforma — si legge — prevede una serie di misure per incoraggiare l’adempimento degli obblighi fiscali e migliorare l’efficacia degli audit e dei controlli mirati ». Con un target ben definito: dimostrare che la propensione all’evasione delle imposte è inferiore, rispetto al valore registrato nel 2019, del 5% nel 2023 e del 15% l’anno successivo. Bisogna far scendere il tax gap dal 18,5% al 15,8 per cento. Ma l’esecutivo scrive che l’obiettivo va rivisto perché le imprese hanno poca liquidità «a causa delle condizioni macroeconomiche» e fanno fatica a pagare le tasse con regolarità. Bandiera bianca. E 10-15 miliardi di tasse non recuperate.

La delega fiscale: così la destra allarga le maglie Giorgia Meloni lo chiama “Fisco amico”. Ma dietro l’etichetta benevola del patto preventivo tra il cittadino e le Entrate si nasconde il gran favore agli evasori. L’identikit dei beneficiari è chiaro, agganciato a storiche ragioni di consenso che oggi hanno la possibilità di dispiegare appieno la loro logica, proprio perché legittimate da un ampio riconoscimento elettorale. La traccia della destra sociale spinge a favorire le piccole partite Iva e gli autonomi, insomma il commerciante che preferisce il contante al Pos, oppresso, nella visione della destra, dal «pizzo di Stato» (copyright Meloni). Ma la mano viene tesa anche ai grandi evasori che nascondono i capitali all’estero e ai Paperoni che in Italia ci restano, occultando ugualmente i loro immensi patrimoni. Il trattamento di favore non è affidato a misure spot, come i condoni una tantum di berlusconiana memoria. Diventa, invece, strutturale. È la delega fiscale, la cornice della riforma delle tasse, a restituire il senso del tentativo. Scorciatoie e premi si annidano tra i 23 articoli del provvedimento. A iniziare dal concordato preventivo biennale, riservato proprio alle partite Iva e alle Pmi: contribuente e Fisco seduti intorno a un tavolo per siglare un accordo su una base imponibile (le tasse da pagare) che viene congelata per due anni. Se nel frattempo, cioè in questi due anni, il reddito dovesse crescere, il contribuente otterrebbe un vantaggio enorme: pagare meno tasse. Un invito a nozze per i piccoli evasori, attratti dalla possibilità di strappare al Fisco un accordo conveniente. Risalendo la piramide dei redditi fino alla cima, la delega allarga le maglie anche attraverso un ampliamento del perimetro dell’adempimento collaborativo, che oggi è riservato solo a 92 tra grandi imprese, banche, assicurazioni e società di Stato. La logica è sempre quella dell’intesa preventiva: la valutazione comune implica che il contribuente metta in luce le situazioni delicate, che possono generare rischi fiscali. E anche i controlli vengono fatti preventivamente.

In cambio, il contribuente ottiene il dimezzamento delle sanzioni, in caso di comportamenti non corretti. Questo almeno fino a qualche giorno fa perché la delega, durante il passaggio parlamentare, ha alzato il tiro: le sanzioni, penali e amministrative, saranno cancellate. E potranno approfittarne anche i super ricchi, dato che l’adempimento collaborativo è stato esteso ai Paperoni che trasferiranno i loro grandi capitali in Italia e a quelli che risiedono all’estero ma che, per interposta persona o tramite trust, possiedono nel nostro Paese un patrimonio pari o superiore a 1 milione di euro.

Se fosse...

 


Devo confessare che se avessi la certezza che il Paradiso fosse organizzato così, inizierei subito a spargere i ceci in terra al fine di agevolarmi l’accesso!

sabato 5 agosto 2023

Riconosco le mie colpe!



Non c’è stato niente da fare! Pur avendo trangugiato gocce EN, essermi sparato tre camomille, due tisane, non riesco a non mandarla a fare in culo! Mea culpa!

Speranza



Speriamo esca in edizione non ruvida, a due veli…

Tutte tutte!



La nuova Ferrari SF90 XX in versione stradale costa 770mila euro e se ne produrranno 799; della versione spider, che costerà 850mila euro, la Ferrari ne produrrà 599 esemplari. Dov’è la notizia? Sono già state tutte preordinate!