Un luogo ideale per trasmettere i miei pensieri a chi abbia voglia e pazienza di leggerli. Senza altro scopo che il portare alla luce i sentimenti che mi differenziano dai bovini, anche se alcune volte scrivo come loro, grammaticalmente parlando! Grazie!
venerdì 4 agosto 2023
Attorno al suolo
Memorie del suolo: nessuna legge a tutela, il cemento vince facile
TERRA MADRE - Un patrimonio, zero norme nazionali
DI PAOLO PILERI
“Le cose si scoprono, si battezzano, soltanto attraverso i ricordi che se ne hanno”. Parole di Cesare Pavese (Feria d’Agosto, 1946) che ben si adattano a fare delle prossime ferie un momento prezioso per scoprire cosa è il suolo e avviare l’esercizio della memoria sulla sua fragilità. Conoscere e ricordare sono atti irrinunciabili per rinnovare il patto di cittadinanza critica e consapevole che fa di tutti noi persone politicamente impegnate a disegnare uno spazio culturale dove la questione ecologica indica le traiettorie di prosperità, equità e democrazia.
Dove il paradigma economico si svincola dall’ossessione della sola coppia produzione/consumo per approdare a una nuova idea di abitabilità e di rispetto profondo della natura. L’impegno politico non spetta solo ai politici (anzi!), ma a tutti noi, ognuno agendo entro e oltre i perimetri del proprio mestiere, come ci ricordava Bobbio.
Per capire il ruolo del suolo, andiamo alla memoria delle recenti alluvioni. Il 15 settembre 2022 una tempesta colpisce il cuore delle Marche. Straripano il Misa e il Nevola inondando valli, campi, strade. Migliaia di metri cubi di terra finiscono a mare: 12 morti e 1 disperso. 26 novembre 2022, un’altra tempesta su Ischia. Interi versanti franano: 12 morti danni e altri metri cubi di terra persi a mare. 2 e 15 maggio 2023, due tempeste in rapida successione cambiano la pelle alla Romagna di pianura e di appennino. Altre migliaia di metri cubi colano dai fianchi dei monti e finiscono in pianura, nel mentre intasata dalla pioggia. Case, imprese e fattorie distrutte: 17 morti.
In tutti e tre i casi l’incuria del territorio e soprattutto la cementificazione dei suoli hanno reso di molto più gravi le conseguenze di quelle alluvioni a loro volta più acute a causa del clima ormai cambiato. In soli otto mesi, 41 morti per procurata fragilità del territorio, così potremmo chiamare quei reati legittimi delle trasformazioni urbanistiche che hanno reso quei territori già precari, ancor più precari. La Romagna nelle aree faentine è tutta alluvionabile, eppure hanno costruito. Nelle Marche il 38% dell’urbanizzato giace da tempo in aree a elevata pericolosità idraulica, eppure si è continuato a costruire. In Campania oltre 51 ettari sono stati edificati in aree a pericolosità di frana.
Tutti dati pubblicati annualmente da Ispra nel rapporto sul consumo di suolo, ma di fatto ignorati da chi governa il territorio che si permette, per tutta risposta, di screditare ambientalisti ed ecologisti solo perché cercano di fermarli prima che sia troppo tardi. Ma non vi riescono perché loro, i signori del ‘Sì sempre ovunque e a qualunque prezzo’, di suolo e consumo di suolo non vogliono sentir ragioni. Proprio loro che, unici, possono decidere del destino del suolo e, di conseguenza, tagliare il ramo sul quale siamo e sono seduti.
Possiamo permetterci di dimenticare tutto questo e il prossimo settembre riprendere come se nulla fosse? Una società smemorata perde in fretta la propria rotta. E allora, serve correre ai ripari apprendendo per non dimenticare le cause di quegli eventi e ciò che li ha resi più devastanti. Un lavoro culturale che attende tutti e deve aiutarci a reagire perché la nostra debolezza è che difendiamo solo quel che vediamo e conosciamo.
E il suolo non è né visibile né noto. Ricordiamo allora qui alcune fondamentali caratteristiche. In primis è un ecosistema intelligente ma fragile, un laboratorio biogeochimico che lavora da volontario, notte e giorno, festivi compresi. Non è una superficie come la vediamo, ma uno spessore vivo e sottilissimo: 30 cm circa. Sequestra carbonio (in simbiosi con le piante) agendo da potentissimo regolatore climatico che ne mitiga gli effetti negativi. Assorbe le acque piovane (cosa che quasi si azzera con l’urbanizzazione) trattenendo fino a 4 milioni di litri per ettaro nei suoli più sani e coperti da vegetazioni permanenti come prati o boschi. È un motore ineguagliabile per i cicli biochimici di molti nutrienti vitali come azoto, fosforo, potassio. Produce oltre il 95% del cibo e il 99% delle calorie che assumiamo. È depositario nei primi centimetri del 30% della biodiversità del pianeta (oceani esclusi). Genera rimedi medicali ancora da scoprire e che verranno buoni per le prossime pandemie. Custodisce immensi patrimoni archeologici che ci aiutano a capire chi siamo e da dove arriviamo.
Ma tutto questo è a rischio, stupidamente a rischio, sia perché si continua a consumare e sia perché ignoriamo cosa sia il suolo e quale danno si fa impermeabilizzandolo o inquinandolo. La combinazione tra ignoranza ecologica, abitudine, convinzione collettiva che il suolo sia solo una piastra da valorizzare con edifici o per agricolture industriali, produzione di rendite private e oneri di urbanizzazioni pubblici hanno prodotto e producono un insostenibile stallo legislativo da decenni al punto che non abbiamo una legge nazionale di tutela del suolo. E così ci troviamo in piena deregulation continuando a cementificare in modo veloce e avido in pianura, che diventa una vasca impermeabile che la pioggia riempie devastando il suo contenuto, e si trascura la manutenzione dei suoli montani che, abbandonati a loro stessi, scivolano disastrosamente a valle.
Gli indicatori nazionali sul consumo di suolo parlano chiaro: oltre 2,2 m2 al secondo nel biennio pandemico 20-21 (Ispra), un’immagine plastica di un vivere insostenibile, vorace e irresponsabile. Il consumo di suolo non è affatto il ‘No’ degli ambientalisti, ma il conto servito da una classe politica e dirigente ignara dei danni che fa e prona a un modello di sviluppo avido che decide sul suolo pur non sapendo cos’è.
Possiamo disimpegnarci davanti a tutto ciò? Possiamo permetterci anche noi di non sapere di suolo e finire per essere complici? Conviene aprire gli occhi e impegnarsi nel senso suggerito da Norberto Bobbio: “Conoscere il mondo che ci circonda con una cultura non dilettantistica. Riformarsi reciprocamente. Studiare i problemi. Vedremo magari un solo problema in un anno ma approfondendolo. Se non vi ponete temi precisi vi disperderete”.
Vale anche per il suolo, dove il dilettantismo si spreca. Vale per chi voglia essere parte di una nuova cittadinanza ecologica che tiene in allarme lo spirito di una democrazia che ha chiaro che devono essere le regole della natura a dare forma alle decisioni sociali, politiche e urbanistiche e non il viceversa, come fatto finora. Vale per chi voglia immunizzarsi da ogni dilettantismo che facilmente si accompagna a soluzioni luccicanti, ma che, presto, si rivelano solo dei sonanti greenwashing. Il suolo, così vicino alle nostre quotidianità e legato alle decisioni politiche nei luoghi in cui abitiamo, è la lente attraverso la quale possiamo misurare la bontà del governo del territorio e dei suoi responsabili. Sta a noi ricordare a loro che il suolo d’Italia è fragile ovunque. Sta a noi usare la feria d’agosto per conoscere l’intelligenza del suolo e imparare dalla memoria dei disastri a tracciare nuove piste per una cittadinanza ecologica.
Marco e Piero
L’Uomo Boomerang
di Marco Travaglio
Guai a sospettare che Fassino abbia sventolato il misero cedolino da 4.718 euro mensili (che poi sono il triplo), mentre il Pd tenta di sembrare credibile in difesa del reddito e del salario minimo, per fare un dispetto alla Schlein e un favore al suo leader Bonaccini. Si teme anzi che abbia pianto miseria e votato pro vitalizi pensando di giovare alla Causa. Sette legislature e una sindacatura parlano per lui: l’autogol gli viene naturale come al mitico Comunardo Niccolai, la gaffe sfolla-elettori gli sgorga dal cuore, la profezia menagramo è un moto spontaneo a fin di bene. Tutto si può imputare all’Uomo Boomerang, incrocio tra Fantozzi e Tafazzi, fuorché la malafede. Nel 2000, ministro della Giustizia, per combattere meglio B., fa la legge contro i pentiti che B. non era riuscito a fare e promette pure di “depenalizzare i reati finanziari”. Nel 2001 teorizza la mancata legge sul conflitto d’interessi con l’esigenza di evitare che B. “facesse la vittima”: così B. vince altre due elezioni facendo la vittima grazie alla mancata legge sul conflitto d’interessi. Nel 2005, leader Ds, difende i furbetti che scalano banche e giornali contro la “puzza sotto il naso” di chi obietta. E, sempre per sintonizzarsi col popolo, va dalla De Filippi a C’è posta per te e piange con la vecchia tata. Siccome il centrosinistra rischia di vincere le elezioni del 2006, si fa beccare al telefono con Consorte sulla scalata Unipol a Bnl (poi ovviamente fallita): “Allora, siamo padroni della banca?”. Per scaldare vieppiù i cuori dei compagni, si dice “pronto ad allearmi con Marchionne: lui sì che è un vero socialdemocratico”. E completa l’opera issando Craxi nel “Pantheon del Pd con Pertini e Nenni”.
Le sue profezie sono meglio delle Centurie di Nostradamus. “L’Ulivo darà una mano a Ségolène Royal”: 13 giorni dopo la Royal perde rovinosamente con Sarkozy. “Se Grillo vuol far politica, fondi un partito e vediamo quanti voti prende”: Grillo, che non ci aveva pensato, ringrazia e fonda i 5Stelle, che prenderanno parecchi voti. “Se Padellaro e Travaglio vogliono scrivere ciò che gli pare sull’Unità, fondino un giornale e vediamo chi lo legge”: nasce il Fatto e l’Unità muore (o rinasce con Sansonetti, che è lo stesso). “Se la Appendino vuol fare il sindaco, si candidi al mio posto e vediamo chi la vota”: subito eletta al suo posto. “Il referendum (di Renzi, ndr) non può fallire”: fallisce. “Non prevedo l’invasione dell’Ucraina, per Putin sarebbe un azzardo”: 48 ore dopo Putin invade l’Ucraina. Ora urge una robusta museruola, anche perché un anno fa Fassino riuscì a dichiarare: “Putin sul nucleare bluffa”. E, per la prima volta, non successe nulla. Non vorremmo che gli venisse l’idea di ripeterlo per non rovinarsi lo score.
giovedì 3 agosto 2023
Inchiesta
L’inchiesta
Il libro paga di Gelli e i cinque terroristi Le verità incontestabili sull’eversione nera
DI LIRIO ABBATE
La strage del 2 agosto 1980 per la natura dei suoi mandanti e finanziatori, e per la collocazione politica degli esecutori va inserita nell’ambito di una strategia dell’eversione fascista a “mezzo corruzione”. Perché il mandante Licio Gelli non ha agito solo per un interesse strettamente personale. Lui, che era il capo della Loggia P2, era parte di un sistema di potere occulto che attraverso la sua associazione segreta perseguiva un progetto più ampio, e di cui la bomba alla stazione è stato uno dei cardini. Il sistema di potere occulto è quello che ha portato avanti la nera strategia della tensione, una sorta di guerra civile condotta dagli ambienti che intendevano ostacolare qualsiasi alternanza di potere, ma soprattutto la democrazia.
Fulcro di tutto è un biglietto scritto di proprio pugno da Licio Gelli, che i magistrati della procura generale guidata da Ignazio De Francisci hanno decifrato con la collaborazione degli investigatori e da questa rilettura di nomi e cifre hanno completato il quadro stragista bollato dall’eversione nera, in particolare dai Nar.
La P2 all’epoca controllava i vertici dell’intelligence civile e militare e alcuni di loro, come oggi è storicamente accertato, agivano sulla base delle direttive impartire da Gelli, il quale era riuscito ad attrarre all’interno della loggia massonica anche altissimi ufficiali dell’Esercito e dell’Arma e ciò assumeva un peso notevole dal punto di vista strategico. La manovalanza criminale per attuarlo fu costituita da uomini dei Nar: i capi, Valerio Fioravanti e Francesca Mambro, e il loro complice allora diciassettenne Luigi Ciavardini. Un altro processo ha condannato all’ergastolo il quarto killer neofascista, Gilberto Cavallini. E in fine Paolo Bellini. Cinque esecutori fascisti. Cinque neri. Si ritiene che siano stati appoggiati anche da altri soggetti che sono ancora ignoti, tutti coordinati da esponenti dei servizi segreti o di altri apparati deviati dello Stato.
Per la prima volta viene documentata una prova che conduce alla retribuzione economica di coloro che parteciparono come autori materiali alla strage. Gli stragisti fascisti per piazzare la bomba percepirono una somma di denaro. Tutto questo è stato possibile ricostruirlo grazie al biglietto manoscritto trovato in tasca a Gelli. È stato chiamato il “documento Bologna”, occultato per oltre quarant’anni, venuto alla luce grazie all’impegno dell’associazione dei familiari delle vittime di cui è presidente Paolo Bolognesi, portando i magistrati a riaprire l’inchiesta.
Un “pizzino” in cui Gelli ha scritto da dove arrivano i soldi e a chi sono stati versati. Un appunto che svela i contatti con i fascisti, i massonie gli agenti corrotti. Una prova che ha portato a rimettere in fila l’origine e la destinazione di cinque milioni di dollari. Il prospetto contabile (che aveva un uso non solo di riepilogo spese ma anche ricattatorio) è stato sequestrato al venerabile nel giorno del suo arresto in Svizzera il 13 settembre 1982. In tasca ha diverse carte che gli consentono di ricattare i “pezzi” importanti del Paese. Il “pizzino” scompare, viene dimenticato nei fascicoli. Sparisce per anni, fino a quando riappare grazie all’analisi digitale di ogni foglio di questa mastodontica montagna di carte fra Milano e Bologna.
Nel “documento” è indicato al fianco del nome, il numero di un conto corrente svizzero e somme versate a personaggi che alla strage sono stati abbinati. E così viene attestata l’esistenza di un movimento di denaro per complessivi 15 milioni di dollari. E poi c’è il depistaggio dell’inchiesta, che coinvolge un altro Nar, Massimo Carminati. Sul treno Taranto-Milano fermo a Bologna, viene fatta trovare una valigia piena di armi ed esplosivo. Servizi deviati e P2 creano questo diversivo per accreditare una pista terroristica internazionale e tirare fuori dai guai lo psichiatra Aldo Semerari, coinvolto nella rete dei neofascisti. Nel 2001 la Corte d’assise di Bologna assolve Carminati dal delitto di calunnia aggravata, perché il fatto non sussiste. E dichiara di non procedere nei suoi confronti per detenzione e porto di armi clandestine ed esplosivi, escluse le aggravanti contestate, per intervenuta prescrizione. In sintesi, per i giudici Carminati ha effettivamente prelevato un mitra dall’arsenale Nar-banda della Magliana a Roma, ma non è del tutto provato, nonostante la testimonianza dei pentiti, che fosse lo stesso mitra nascosto sul treno a Bologna. Così cade l’aggravante del depistaggio anche per gli altri imputati.
La sorpresa maggiore delle ultime risultanze investigative fatte a Bologna è il ruolo di “organizzatore” della strage attribuito a Federico Umberto D’Amato, per anni capo dell’Ufficio affari riservati, anche lui iscritto alla P2, morto nel 1996.
La commissione parlamentare presieduta da Tina Anselmi certifica che il prefetto D’Amato, che il Venerabile chiamava “Zaf”, aveva «rapporti stretti e costanti con Licio Gelli » e altri personaggi chiave della loggia, come il banchiere Calvi, che lo frequentò fino agli ultimi giorni.
In conclusione, tutto è girato intorno ai soldi, e gli estremisti di destra che hanno agito erano interessati più alla percezione del denaro che agli ideali nazional-rivoluzionari. Si arriva ai ricatti allo Stato. E in mezzo ci sono 85 vittime innocenti del 2 agosto 1980.
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